Diaconia, un carisma affatto estraneo al Cammino
Sono molti i fratelli che "servono" nelle Parrocchie
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Con i diaconi nei luoghi del loro servizio
In carcere o in casa di riposo, in parrocchia o in una casa famiglia, in ospedale o per le case, a benedire le famiglie. I "doni" del diaconato, nella nostra diocesi, hanno le sfumature più diverse.
All'Antica Scuola dei Battuti, la casa di riposo più antica e grande di Mestre, ogni mattina può capitare di imbattersi in Franco Scantamburlo , ordinato diacono 11 anni fa. Era già un vincenziano, perciò gli è risultato facile iniziare il suo impegno insieme agli altri volontari della S. Vincenzo mestrina. «Si porta una parola di speranza, un po' di amicizia, si fa un servizio quando serve, come imboccare gli anziani durante i pasti. Tutto prende spunto dal mio essere diacono», racconta. «Oltre all'aiuto materiale gli anziani hanno bisogno anche di sostegno spirituale. Ricevo anch'io da loro una forza per continuare il mio diaconato». E' facile che gli anziani si rivolgano proprio a lui per confidare la loro solitudine e la loro sofferenza. «Anche la preghiera aiuta. E col tempo si forma un'amicizia».
La parte restante del suo servizio diaconale Franco Scantamburlo la vive nella parrocchia di Carpenedo , cui è stato assegnato all'inizio di quest'anno. «Piano piano il diaconato sta occupando gli spazi che gli sono propri, dopo un cammino segnato anche da qualche incomprensione, com'era normale che fosse. Oggi si vede che il diaconato è una ricchezza per la nostra chiesa».
«Essere diacono è avvertire le necessità di una comunità e mettersi al servizio per dare almeno un aiuto, se non trovare una soluzione». Alberto Saccoman , di Mira, vede un filo doppio che lega il diaconato al matrimonio. «La prima cosa che ho chiesto è di vivere il diaconato in famiglia e con le famiglie. La tua chiamata a metterti al servizio, anche in obbedienza a una Parola, la sperimenti quotidianamente in famiglia: è una verifica quotidiana. Poi se capisci che la famiglia deve essere una comunità aperta, lo spieghi ai tuoi figli, lo vivi anche tu. E se ti si propone di sperimentarlo in concreto, ad esempio nell'affido, il tuo diaconato trova ancor più collocazione». E' così che Saccoman ha preso con la moglie ragazzi in affido; l'ultima esperienza, con un 18enne, si è conclusa a giugno. Da questo retroterra nasce la nuova avventura di Alberto e della sua famiglia: si trasferiranno nella villa "Sicar" di Oriago , per gestire una casa famiglia per conto della Cooperativa Olivotti (si veda a pag. 26). Continuerà il suo impegno nella parrocchia di S. Nicolò di Mira ; sostenuto, anche nel suo nuovo incarico, dal gruppo di famiglie con cui ha condiviso parte del suo cammino.
Può capitare di trovarli anche in carcere , questi diaconi. Giuseppe Pistolato , con i suoi 80 anni sulle spalle, fa su e giù da Zelarino a S. Maria Maggiore quasi tutti i giorni, da anni. «Mi occupo delle varie necessità di quelle persone: hanno bisogno di tante cose, specie appena arrivano. Posso essere per loro un contatto con l'esterno, perché non si sentano soli». Ormai il carcere è un ambiente multietnico. «Ci sono più stranieri che italiani. E a volte capita di dirsi qualcosa anche sulla propria fede».
«L'ordine sacro mi aiuta, immensamente», testimonia Pistolato. «E se questo è d'aiuto anche per un miglior rapporto con le persone che dobbiamo aiutare... Gli anniversari poi servono a ripensare a quello che stiamo facendo, scoprire le cose belle capitate, anche i nostri limiti. Il cristiano è uno che ogni giorno ricomincia».
Attenti a Franco Sormani , invece, perché potrebbe capitarvi in casa se abitate nella parrocchia di S. Girolamo , a Venezia. E' stato infatti nominato in quella comunità, che era rimasta senza la guida dei padri Canossiani, “referente e coordinatore” della vita pastorale . «Per me è un mettermi a servizio di questa porzione di popolo di Dio. Il senso del mio essere diacono è servire le persone. Prima le ho servite, e le sto ancora servendo, nel cammino neocatecumenale; ora ho questo mandato dal mio vescovo e lo considero come un dono». Sormani ha così iniziato a percorrere le calli della parrocchia, per conoscere i suoi parrocchiani: riportando in auge la visita alle famiglie. «In questo modo conosco le persone, prego con loro. La gente lo accetta, anzi lo gradisce molto», racconta. Da questi incontri scaturiscono domande e c'è modo di portare la propria testimonianza. «Un diacono permanente, sposato, che conosce la realtà familiare, è un passe-partout molto importante. Entrando nelle case posso annunciare Gesù Cristo, racconto come ho incontrato il Signore, come mi ha aiutato e può aiutare anche loro nei momenti difficili». E allora magari c'è chi riflette sul fatto che il proprio figlio, di 5 o 6 anni, non ha ancora ricevuto il battesimo: e chiede per lui il sacramento.
In parrocchia, poi, il diacono Sormani da quest'anno ridarà vita ai percorsi della catechesi, nelle nuove aule approntate. Anche gli anziani si incontrano una volta alla settimana. Ma per rispondere appieno alle esigenze di quella comunità ci sarebbe bisogno di andarvi ad abitare. Franco e la moglie sono pronti, ma si attende il restauro di un appartamento, per il quale deve intervenire il comune. «Mi accorgo dell'importanza di essere lì. Mia moglie? E' abituata, è la sorella di un parroco, don Luigi Zane, e ha il carisma dell'accoglienza. In due si testimonia meglio: se sono io lì da solo possono pensare che sono io ad avere manie religiose...».
All' Umberto I di Mestre ci sono due diaconi che fanno parte della cappellania ospedaliera: Gaetano Talamo e Luciano Barasits. «Molto spesso la gente non conosce la figura del diacono - racconta quest'ultimo - e quindi quando vedo che c'è interesse racconto loro la storia del diaconato, dalle origini fino a papa Giovanni XXIII, che ha ridato impulso a questa figura». Barasits è in ospedale quattro volte alla settimana e visita i reparti di Cardiochirurgia, Rianimazione, Lungodegenza e Geriatria. «Mi intrattengo con i malati, ascolto le loro problematiche; e se intuisco che fa loro piacere facciamo un po' di preghiera insieme e porto la comunione a chi lo desidera».
Anche in ospedale capita sempre più di incontrare persone di altre religioni. «Nei musulmani ho trovato molto rispetto: a volte, quando preghiamo, prendono anche loro in mano il Corano. Se ci sono le badanti ortodosse, anche loro recitano silenziosamente le loro preghiere e si fanno il segno della croce. Anche da parte di chi non crede c'è cordialità e si arriva a uno scambio di idee».
Diacono da tre anni, Luciano Barasits segue anche il Movimento apostolico ciechi , presta servizio nella parrocchia di S. Maria della Speranza e fa parte del Consiglio pastorale ospedaliero . «Il nostro è il "ministero della soglia": il posto del diacono non è in sagrestia, ma sulla porta, tra l'altare e la strada. Nel piccolo della nostra parrocchia è proprio così».
«Fu Carlo Carretto, che avevo conosciuto a Spello, a suggerirmi che sarebbe stata una cosa buona cominciare anche a Venezia con il diaconato», racconta Gianni Ferraresi , di S. Antonio del Lido . «Ne andai così a parlare con il card. Cè e lo sorprese molto. Mi chiese: "Te l'ha detto mons. Visentin? Perché proprio un anno fa ha fatto lo stesso discorso". Lo vide, insomma, quasi come una risposta del Signore. Così si diede vita a una commissione, che studiò la cosa (anche con viaggi a Torino e Reggio Emilia) e fece la proposta ad alcune persone che venivano considerate più sensibili».
Il diacono Ferraresi viene da un'intensa esperienza di gruppi familiari , quasi dei Gruppi d'ascolto ante litteram , che avevano riunito al Lido un centinaio di persone. E' dalla stessa esperienza che sono usciti altri due diaconi: Matteo Bognolo e Bruno Brunelli. Dopo la pensione Ferraresi ha dato la sua disponibilità al card. Cè per altri servizi: è così che ha ricevuto l'incarico di sensibilizzare la comunità diocesana al sostegno economico alla Chiesa , che tuttora svolge.
Dopo questi 20 anni di diaconato, «mi sento molto legato alla Chiesa», racconta Ferraresi. «Non sono mai stato chierichetto e ho avuto periodi della vita in cui non andavo neanche in chiesa la domenica. L'avvicinarmi alla Chiesa e poi diventare diacono ha aperto il mio cuore ad un amore verso la Chiesa che ritengo sia il sostegno della mia vita. Sento di voler bene a tutti i preti, non perché li idealizzi, anzi: sono uomini come lo sono io. Credo che il diaconato, vissuto nella sua autenticità, ci porti a costruire proprio l'unico corpo di Cristo. Io adesso non potrei più dire, come dicevo una volta, "quel prete lì mi ha stufato, me ne vado via"... Dicono che agisca la Grazia, forse in questo modo: con un attaccamento molto grosso alla Chiesa».
«Mi aiuta molto anche la famiglia», conclude Ferraresi. «Il sacramento del matrimonio fa dei due un'unica persona. La trasmissione della grazia del diaconato, tramite il matrimonio, avviene anche su mia moglie. Aiuta anche il matrimonio, come il matrimonio aiuta il sacramento del diaconato. Eravamo uniti anche prima; ma adesso è più bello essere sposati. Eppure non sono mica san Gianni: ho tutti i miei difetti...».
di Paolo Fusco (Gentevenetaonline)
Nella immagine: Icona di Santo Stefano, Protodiacono e Protomartire
