Visualizzazione Stampabile
-
Un nuovo modello estetico per la parrocchia del terzo millennio
http://www.camineo.info/includes/tin...re2006/193.jpg
(CAMINEO.INFO) - Nel 1997 ad una convivenza di Vescovi dell’America con gli iniziatori del Cammino neocatecumenale, nel 1997, si delineò chiaramente che solo una nuova estetica avrebbe salvato la Chiesa. Senz’altro questo principio non si riduce al mero piano artistico, ma al “nuovo modo di presentare Cristo e il messaggio evangelico”, secondo il commento di Papa Giovanni Paolo II ai Vescovi dell’Europa negli anni ottanta.
Kiko Arguello, come artista e iniziatore di un Catecumenato per gli Adulti, ha proposto nel corso degli anni un modello estetico di parrocchia popolarmente chiamato “catecumenium”, che non solo contiene un tempio (la chiesa) e una abitazione per il parroco (la canonica), ma che diventa un vero “centro parrocchiale”, con luoghi per il culto e la evangelizzazione e altri spazi per la ricreazione e l’assistenza.
http://www.camineo.info/includes/tin...re2006/239.jpg
Dopo la comparsa dei primi prototipi come quello della parrocchia “de la Paloma” di Madrid (con l’adattamento del tempio) o quello di San Bartolo in Tuto di Firenze (totalmente nuovo), sono state molte le parrocchie che in tutto il mondo sono state incoraggiate ad adattare i loro spazi alle necessità liturgiche e sociali.
Data la situazione attuale nella quale si trova mondo moderno e che ci coinvolge, è necessario cambiare non il contenuto, ma la forma di dare una risposta. E’ per questo che Giovanni XXIII convocò il Concilio Vaticano II, vedendo il cambio d’epoca che si avvicinava e le sfide che attendevano la Chiesa nel terzo millennio.
http://www.camineo.info/includes/tin...re2006/156.jpg
Il Concilio operò un profondo rinnovamento ecclesiale, purificando e facendo risaltare la semplicità e il fondamento della fede, come la relazione con la liturgia che sperimentò un cambio radicale e positivo tanto più quanto tornava a bere alle fonti della Tradizione.
Dopo che le chiese, lungo gli anni e i secoli, erano state trasformate in pinacoteche, piene di altari, immagini e altri complementi, senza mai cadere,però , nell’altro estremo, quello protestante, peraltro ingiustificato, di negare qualsiasi rappresentazione artistica della fede (sullo stile dell’islam), il Concilio fissò le basi (teologiche) per il recupero della tradizione più profonda della fede che, evidentemente, si sviluppa attorno al Mistero Eucaristico.
Le Costituzioni Apostoliche “Sacrosantum Concilium” e “Lumen Gentium” abbozzano la nuova teologia ecclesiale fondata sulla comunione, nella visione della Chiesa come “Popolo di Dio”, Luce delle Genti, che si riunisce , vive e celebra intorno all’altare del banchetto pasquale e del sacrificio di Cristo.
http://www.camineo.info/includes/tin...bre2006/87.jpg
Recuperando i significati reali del sacerdozio e della Lettera agli Efesini di San Paolo circa i cristiani, come fu proprio del Concilio, Kiko Arguello, congiunto a liturgisti come Padre Pedro Farnès, architetti come Mattia del Prete o Maurizio Bergamo, e rimanendo all’interno della teologia conciliare, ha plasmato una nuova estetica parrocchiale che spazia dal tempio per la celebrazione domenicale e della Pasqua, fino alle sale per le celebrazioni comunitarie, chiostri, patii, saloni e alloggi, realizzando il sopra menzionato “Catecumenium” o “Centro parrocchiale”.
Tutte le stanze godono di una architettura moderna, quanto a materiali e struttura, ma simbolica e funzionale. Nulla è casuale e tutto ha una sua funzione e significato che viene in aiuto alla fede.
Dalla moquette e il suo colore, alla ripartizione degli spazi e alla loro illuminazione giungendo fino alle Corone misteriche o murali iconografici, tutto è posto al servizio del fedele che va non ad ammirare l’insieme ma a celebrare la fede in comunità aiutato non solo dall’azione intrinseca della liturgia ma anche dal contorno che lo coinvolge.
http://www.camineo.info/includes/tin...bre2006/88.jpg
Dopo le prime esperienze in alcune parrocchie, ad oggi molte chiese hanno adattato i loro spazi alla teologia conciliare che il Cammino promuove. Non si tratta di una “estetica neocatecumenale”, come molti per scarsa conoscenza credono, bensì di una “estetica conciliare” , che in molte parrocchie si limitò esclusivamente a spostare l’altare dalla parete e lasciare lo spazio sufficiente perché il presidente potesse stare di fronte all’assemblea.
Pertanto la nuova estetica di cui ultimamente si parla (per la sua mancanza), non è una nuova invenzione del Cammino ma una necessità prevista dal Concilio che esso (Cammino) ha saputo applicare in tutte le dimensioni, il che non significa che essa sia l’unica, né che altre parrocchie non abbiano già una estetica secondo le indicazioni del Concilio pur senza l’intervento del Cammino. Parrocchie come Nostra Signora del Transito o la Vergine de la Paloma a Madrid, San Frontis de Zamora, Santa Giuliana e Semproniana di Barcellona, Santi Martiri Canadesi o Santa Francesca Cabrini a Roma, o la più recente Santa Trinità di Piacenza sono solo alcuni delle decine di esempi di come un tempio può adeguarsi alle necessità attuali della liturgia e della comunione.
http://www.camineo.info/includes/tin...ch64653503.jpg
Molte altre parrocchie hanno optato per costruire non solo il tempio, ma tutto un centro parrocchiale nuovo, come Santa Catalina Labourè o San Giuseppe Operaio di Madrid, San Bartolo in Tuto a Firenze, la nuovissima San Giovanni Battista in Ferro di Cavallo a Perugia (inaugurata lo scorso 27 Settembre) o la Sacra Famiglia in Murcìa , ottenendo, nella maggior parte dei casi, un risultato eccellente e realmente utile alla vita parrocchiale dei fedeli.
Fonte: camineo.info
Libera traduzione: A.S.- catechumenium.it
-
La vita. I fratelli Flavio e Gedeone Corrà nascono in una "corte" di piccoli contadini, nei pressi di Salizzole, in provincia di Verona. Il padre Rodolfo e la madre Angela Serafini hanno sei figli: Flavio è il quarto, arriva nel 1917, mentre Gedeone tre anni dopo, nel 1920. A Isola della Scala, dove la famiglia si trasferisce, i due fratelli (Flavio con un carattere più gaio e spensierato, Gedeone, mite e meno impulsivo, di più debole costituzione fisica) completano la scuola di avviamento professionale e si iscrivono al liceo scientifico "Messedaglia" di Verona. In questo periodo, a metà degli anni Trenta, si intensifica la loro unione: assieme maturano la vocazione all'apostolato sia fra i giovani studenti che in parrocchia, e divengono attivi animatori nelle file dell'Azione cattolica, in cui ricoprono da subito importanti incarichi. Dotati entrambi di grande intelligenza e di straordinaria generosità e umiltà, i due fratelli sono uniti anche dal desiderio di una vita integralmente cristiana.
La loro attività apostolica, dalle adunanze alla scuola di catechismo, è instancabile e non si arresta nemmeno di fronte ai sempre maggiori ostacoli opposti dal regime, che non vede di buon occhio la libertà di educazione e di pensiero che si respira nell'Ac. Ed è proprio in questo ambito che Flavio e Gedeone, infatti, maturano il loro convinto antifascismo. Raggiunta la maturità liceale, entrambi i fratelli si iscrivono alla facoltà di Matematica e fisica: Gedeone all'Università di Bologna, Flavio invece a Padova. Dopo l'8 settembre del 1943, chiamati alle armi, i fratelli disertano e si impegnano nella resistenza partigiana.
La notte del 22 novembre 1944, mentre sono presso gli zii a Salizzole, sono arrestati dalle brigate nere: a Verona sono crudelmente interrogati. Il 1° dicembre 1944 vengono portati al campo di raccolta di Bolzano; il 18 gennaio sono stipati, insieme a 420 prigionieri, in sei vagoni ferroviari che li conducono al campo di sterminio di Flossenburg, nell'alta Baviera, dove danno coraggiosa testimonianza della propria fede religiosa. Gedeone si ammala presto di bronchite: muore domenica 18 marzo 1945. Il fratello Flavio, cui era stato impedito di visitarlo nell'infermeria, crolla per gli stenti pochi giorni dopo, il 1° aprile 1945, mattina di Pasqua.
Pensiero. L'entusiasmo cristiano di Flavio e Gedeone Corrà era sorretto dalla partecipazione quotidiana alla messa e all'eucaristia: si dichiaravano pronti a ogni sacrificio per la santa causa di Cristo. In una lettera alla fidanzata Flavio diceva, con parole profetiche: "...con l'aiuto del Signore, sarò pronto a versare il mio sangue per Lui". L'opposizione al regime fascista è convinta, nasce dallo studio della dottrina sociale della Chiesa, che li porta a coltivare l'amore per la libertà come un dono di Dio. Così, Flavio diserta le adunate fasciste e viene ammonito dai gerarchi. Gedeone è schiaffeggiato per essersi presentato alle esercitazioni del sabato fascista in borghese e con il distintivo dell'Ac in luogo di quello ufficiale.
I fratelli non considerano "legittimato un potere che si discosta dalla buona notizia del Vangelo", scrive Flavio. Più esplicito è Gedeone: "Se oggi c'è bisogno di gente che pensi, c'è ancora più bisogno di uomini che operino secondo le loro convinzioni". Di Gedeone ci sono pervenuti pochi scritti, ma sufficienti a fare comprendere il suo pensiero, autonomo e personale. "Si può intonare il canto dell'amore anche nel mondo – scriveva - importante è avere lo sguardo fisso a Cristo. Esaminare i suoi disegni sopra di noi e seguire la sua volontà. Il nostro fine è arrivare in Paradiso dove il canto dell'amore sarà perfetto".
Curiosità. Partigiani di Dio: così sono spesso definiti i fratelli Corrà. Non è una contraddizione: Flavio e Gedeone sono fiancheggiatori, ma non compiono attività realmente bellica. Sono convinti che il fine della resistenza non sia eliminare i nemici: così organizzano un servizio di informazione e sabotaggio, soccorrendo le popolazioni colpite dai bombardamenti. Ad animarli c'è la stessa fede che non manca, poi, di essere luminoso esempio anche nella desolazione fisica e morale del campo di sterminio di Flossenburg, definito "la fabbrica della morte" (vi si lavorava a una cava di pietra), dove pregano e confortano gli altri prigionieri.
La corona del rosario, che tengono stretta in mano quando giungon a Flossenburg e che fu tolta a Flavio con la forza, è l'emblema di una fede vissuta fino all'estremo sacrificio. Così il cardinale Angelo Scola li ha potuti definire, con pregevole sintesi, "Martiri della fede e della patria". Quando trovano la morte, nel campo di sterminio di Flossenburg, Gedeone ha 25 anni e Flavio 28; i loro numeri di internati politici erano KZ 34566 e KZ 34565. Nel 2003 si è conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione, promossa dall'associazione "Amici dei fratelli Corrà".
-
L'intervento odierno del Papa
VATICANOBenedetto XVI: noi, santi seguendo Gesù nella via delle BeatitudiniAlla celebrazione di Tutti i Santi nella basilica di san Pietro, il papa ricorda che la santità è il destino di tutti gli uomini:"l’unica vera causa di tristezza e di infelicità per l’uomo è vivere lontano" da Dio.
http://www.asianews.it/files/img/763...%20x%2099).jpg
Città del Vaticano (AsiaNews) – I santi non sono “una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero”; della gran parte di essi “non conosciamo i volti e nemmeno i nomi, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio”. Con note piene di poesia e profonda teologia, Benedetto XVI ha scandito la sua omelia nella celebrazione eucaristica di Tutti i Santi, quest’oggi nella basilica di san Pietro, ripiena di pellegrini da tutto il mondo.
Il papa ha anzitutto sottolineato che nella moltitudine dei santi “non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina”. Commentando la lettura dell’Apocalisse della liturgia di oggi, egli ha elencato questa “moltitudine immensa”: “i santi dell’Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell’inizio del cristianesimo e i beati e i santi dei secoli successivi, sino ai testimoni di Cristo di questa nostra epoca”. Questi santi, egli ha detto, sono le persone in cui la Chiesa si rispecchia più profondamente, anche se nel popolo di Dio non “mancano certo figli riottosi e addirittura ribelli”.
Per ben due volte il papa si è scostato leggermente dal discorso scritto per sottolineare alcune idee fondamentali.
La prima volta, citando san Bernardo, egli ha detto che lo sguardo ai santi serve per “risvegliare in noi il grande desiderio della santità”. E ha aggiunto a braccio: “risvegliare il desiderio di essere vicini a Dio, nella grande famiglia degli amici di Dio. Essere vicini a Dio, nella sua famiglia è la vocazione di tutti i cristiani”. C’è una doppia preoccupazione del papa: che la santità non sia considerata una cosa eccezionale, e che essa sia vista nel suo rapporto con Dio. “Per essere santi – egli ha anche detto - non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali”. Ma soprattutto egli vuole istillare l’idea che la vera dignità dell’uomo passa attraverso la santità e il rapporto con Dio. Con un occhio al mondo secolarizzato, che tende a fare a meno di Dio e ad escluderlo, egli ha detto: “L’esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l’unica vera causa di tristezza e di infelicità per l’uomo è vivere lontano da Lui”.
La seconda volta, parlando delle Beatitudini, il Vangelo della messa di oggi. Il Vangelo delle beatitudini è stato spesso utilizzato da alcuni teologi per presentare un cristianesimo “dei valori” (povertà, affamati, giustizia, operatori di pace, ecc…), staccati dalla persona di Gesù. Il papa ha precisato: “In verità, il Beato per eccellenza è solo Lui, Gesù. E’ Lui, infatti, il vero povero in spirito, l’afflitto, il mite, l’affamato e l’assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia” E a braccio ha aggiunto: “Le Beatitudini ci mostrano il mistero di morte e di resurrezione, che è il mistero di Gesù”. E ha continuato: “Con le Beatitudini Gesù ci addita come seguirlo ed imitarlo. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela, anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine”.
La sottolineatura di Benedetto XVI corregge quindi la sfasatura di rendere la santità una specie di “religione dei valori civili”, senza testimoniare la radice cristiana. Nello stesso tempo, apre una porta al dialogo con il mondo protestante, spesso critico nei confronti dei santi e della devozione ad essi: la santità è sequela di Cristo, non divinizzazione operata dall’uomo. “La santità – ha detto il papa - esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell’uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo”. “Con Lui [con Cristo] l’impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell’ago (cfr Mc 10,25); con il suo aiuto, solo con il suo aiuto ci è dato di diventare perfetti come è perfetto il Padre celeste (cfr Mt 5,48)”.
Benedetto XVI ha ricordato che una costante nella vita dei santi è il passaggio attraverso la croce: “L’esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce. Ma la storia mostra che non esiste ostacolo e difficoltà che possa arrestare il cammino del cristiano impegnato sulle orme di Cristo. Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e martirio”. Nell’Eucarestia, egli ha detto, si fa più stretta “la comunione della Chiesa pellegrinante nel mondo con la Chiesa trionfante nella gloria”. Il papa ha concluso invitando ad invocare i santi “perché ci aiutino ad imitarli e impegniamoci a rispondere con generosità, come hanno fatto loro, alla divina chiamata. Invochiamo specialmente Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Lei, la Tutta Santa, ci faccia fedeli discepoli del suo figlio Gesù Cristo!”.
-
Nel linguaggio comune la parola "giustizia" richiama il rispetto dei diritti umani, l'esigenza di uguaglianza, l'equa distribuzione delle risorse umane, gli organismi chiamati a fare rispettare le leggi.
E' questa la giustizia di cui parla Gesù nel "discorso della montagna", da cui è tratta la beatitudine? Anche, ma essa viene come conseguenza di una giustizia più ampia che implica l'armonia dei rapporti, la concordia, la pace.
La fame e la sete richiamano i bisogni elementari di ogni individuo, simbolo di un anelito profondo del cuore umano mai pienamente appagato. Secondo il Vangelo di Luca, Gesù avrebbe detto semplicemente: "Beati gli affamati" (Lc. 6, 21). Matteo spiega che la fame dell'uomo è fame di Dio, il solo che può saziarlo pienamente, come ha ben capito sant'Agostino che, all'inizio delle Confessioni, scrive la famosa frase: "Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te".
Gesù stesso ha detto: "Chi ha sete venga a me e beva" (Gv 7, 37). Lui, a sua volta, si è cibato della volontà di Dio (Gv 4, 34). Giustizia, nel senso biblico, significa dunque vivere in conformità al progetto di Dio sull'umanità: l'ha pensata e voluta come una famiglia unita nell'amore.
Il desiderio e la ricerca della giustizia sono da sempre inscritti nella coscienza dell'uomo, glieli ha messi in cuore Dio stesso. Ma nonostante le conquiste e i progressi compiuti lungo la storia, quanto è ancora lontana la piena realizzazione del progetto di Dio. Le guerre che anche oggi si combattono, così come il terrorismo e i conflitti etnici, sono il segno delle disuguaglianze sociali ed economiche, delle ingiustizie, degli odi. Gli ostacoli all'armonia umana non sono soltanto di ordine giuridico, ossia per la mancanza di leggi che regolano la convivenza; essi dipendono da atteggiamenti più profondi, morali, spirituali, dal valore che diamo alla persona umana, da come consideriamo l'altro.
Lo stesso nell'ordine economico: il crescente sottosviluppo e divario tra ricchi e poveri, con l'iniqua distribuzione dei beni, non sono frutto soltanto di certi sistemi produttivi, ma anche e soprattutto di scelte culturali e politiche: sono un fatto umano. Quando Gesù invita a dare anche il mantello a chi chiede la tunica, o a fare due miglia a chi chiede di farne una con lui (Mt 5, 40-41), indica un "di più", una "giustizia più grande", che supera quella della pratica legale, una giustizia che è espressione dell'amore.
Senza amore, rispetto per la persona, attenzione alle sue esigenze, i rapporti personali possono essere corretti, ma possono anche diventare burocratici, incapaci di dare risposte risolutive alle esigenze umane. Senza l'amore non ci sarà mai giustizia vera, condivisione di beni tra ricchi e poveri, attenzione alla singolarità di ogni uomo e donna e alla concreta situazione in cui essi si trovano. I beni non camminano da soli; sono i cuori che devono muoversi e far muovere i beni.
Come vivere questa Parola di vita? Guardando il prossimo per quello che realmente è: non soltanto un essere umano con i suoi diritti e la sua fondamentale uguaglianza davanti a tutti, ma come la viva immagine di Gesù. Amarlo, anche se nemico, con lo stesso amore con cui lo ama il Padre, e per lui essere disposti al sacrificio, anche supremo: "Dare la vita per i propri fratelli" (Giovanni Paolo II, Sollecitudo rei socialis, n. 40). Vivendo con lui nella reciprocità del dono, nella condivisione di beni spirituali e materiali, così da diventare tutti una sola famiglia. Allora il nostro anelito ad un mondo fraterno e giusto, così come Dio lo ha pensato, diventerà realtà. Lui stesso verrà a vivere in mezzo a noi e ci sazierà della sua presenza.
Ecco come un lavoratore raccontò la sue dimissioni: "La ditta dove lavoro si è da poco unita con un'altra ditta della stesso settore. Dopo questa fusione, mi hanno chiesto di rivedere l'elenco degli impiegati, perché nella nuova sistemazione del lavoro tre di loro dovevano essere licenziati. Tale disposizione, però, non mi è sembrata fondata, ma al contrario piuttosto affrettata, sbrigativa, presa senza alcuna considerazione delle conseguenze di ordine umano che essa avrebbe comportato per gli interessati e le loro famiglie. Cosa fare? Mi sono ricordato della Parola di vita. L'unico modo era fare come Gesù: amare per primo. Ho presentato le mie dimissioni e ho detto che non avrei firmato i tre licenziamenti.
Le dimissioni non le hanno accettate, e anzi mi hanno chiesto in che modo pensavo di inserire gli impiegati nella nuova organizzazione. Io avevo già pronto il nuovo piano del personale, che rendeva agile e molto utile l'inserimento di tutti nei vari settori. Hanno accettato, e siamo rimasti tutti a lavorare."
[center](Chiara Lubich)
-
Araldi del Vangelo
Continua la presentazione dell'opera evangelizzatrice dei Santi fratelli Cirillo e Metodio tra i popoli slavi
http://www.catechumenium.it/public/img/Glagolia.gif
I due fratelli, venerati dagli Slavi, erano nati a Salonicco da una famiglia benestante greca; impararono la lingua slava dagli abitanti della periferia della città e nel 864 un principe moravo chiese all'imperatore di Bisanzio dei missionari capaci di insegnare il Vangelo e l'imperatore gli inviò Cirillo e Metodio, che portarono con se un Vangelo tradotto in slavo-macedone e scritto in glagolitico, alfabeto da loro elaborato. Essi passarono la loro vita tra i moravi e gli slavi della Pannonia. I vescovi tedeschi li accusarono di eresia, ma Adriano Il diede ragione a loro, approvando l'uso della lingua slava nella liturgia. Da notare che il glagolitico è rimasto in uso da parte del clero cattolico fino a pochi anni or sono, particolarmente in Croazia e Slovenia.
Araldi del Vangelo
Bizantini di cultura, i fratelli Cirillo e Metodio seppero farsi apostoli degli Slavi nel pieno senso della parola. La separazione dalla patria che Dio talvolta esige dagli uomini eletti, accettata per la fede nella sua promessa, è sempre una misteriosa e fertile condizione per lo sviluppo e la crescita del Popolo di Dio sulla terra. Il Signore disse ad Abramo: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione».
Durante la visione notturna che San Paolo ebbe a Troade nell'Asia Minore, un Macedone, dunque un abitante del continente europeo, si presentò davanti a lui e lo implorò di recarsi in viaggio nel suo paese per annunziarvi la Parola di Dio: «Passa in Macedonia e aiutaci».
La divina Provvidenza, che per i due Santi Fratelli si espresse con la voce e l'autorità dell'imperatore di Bisanzio e del Patriarca della Chiesa di Costantinopoli (Focio), indirizzò loro un'esortazione simile, allorché chiese ad essi di recarsi in missione tra gli Slavi. Tale incarico significava per loro abbandonare non solo un posto di onore, ma anche la vita contemplativa; significava uscire dall'àmbito dell'impero bizantino ed intraprendere un lungo pellegrinaggio al servizio del Vangelo, tra popoli che, sotto molti aspetti, restavano lontani da un sistema di convivenza civile basato sull'avanzata organizzazione dello Stato e la raffinata cultura di Bisanzio permeata di princìpi cristiani. Analoga domanda rivolse a tre riprese a Metodio il Pontefice Romano, quando lo inviò come vescovo tra gli Slavi della Grande Moravia, nelle regioni ecclesiastiche dell'antica diocesi di Pannonia.
La Vita slava di Metodio presenta con queste parole la richiesta, rivolta dal principe Rastislav all'imperatore Michele III per il tramite dei suoi inviati: «Sono giunti da noi numerosi maestri cristiani dall'Italia, dalla Grecia e dalla Germania, che ci istruiscono in diversi modi. Ma noi Slavi... non abbiamo nessuno che ci indirizzi verso la verità e ci istruisca in modo comprensibile». È allora che Costantino e Metodio furono invitati a partire. La loro risposta profondamente cristiana all'invito, in questa circostanza e in tutte le occasioni simili, è mirabilmente espressa dalle parole indirizzate da Costantino all'imperatore: «Per quanto stanco e fisicamente provato, io andrò con gioia in quel paese»; «con gioia io parto per la fede cristiana».
La verità e la forza del loro mandato missionario nascevano dal profondo del mistero della Redenzione, e la loro opera evangelizzatrice tra i popoli slavi doveva costituire un importante anello nella missione affidata dal Salvatore fino alla fine dei tempi alla Chiesa universale. Essa fu adempimento - nel tempo e nelle circostanze concrete - delle parole di Cristo, il quale nella potenza della sua Croce e della sua Risurrezione ordinò agli apostoli: «Predicate il Vangelo a ogni creatura»; «andando ammaestrate tutte le nazioni». Così facendo, gli evangelizzatori e maestri dei popoli slavi si lasciarono guidare dall'ideale apostolico di san Paolo: «Tutti voi, infatti, siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è più Giudeo né Greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù».
Accanto ad un grande rispetto per le persone e alla sollecitudine disinteressata per il loro vero bene, i due santi Fratelli ebbero adeguate risorse di energia, di prudenza, di zelo e di carità, indispensabili per portare ai futuri credenti la luce, e per indicare loro, al tempo stesso, il bene, offrendo un concreto aiuto per raggiungerlo. A tale scopo desiderarono diventare simili sotto ogni aspetto a coloro ai quali recavano il Vangelo; vollero diventare parte di quei popoli e condividerne in tutto la sorte.
Proprio per tale motivo trovarono naturale prendere una chiara posizione in tutti i conflitti, che allora turbavano le società slave in via di organizzazione, assumendone come proprie le difficoltà e i problemi, inevitabili per dei popoli che difendevano la propria identità sotto la pressione militare e culturale del nuovo Impero romano-germanico, e tentavano di respingere quelle forme di vita che avvertivano come estranee. Era anche l'inizio di più ampie divergenze, destinate malauguratamente ad accentuarsi, tra la cristianità orientale e quella occidentale, ed i due santi missionari vi si trovarono personalmente coinvolti; ma seppero mantenere sempre un'ineccepibile ortodossia ed una coerente attenzione sia al deposito della tradizione che alle novità di vita, proprie dei popoli evangelizzati. Spesso le situazioni di contrasto si imposero in tutta la loro ambigua e dolorosa complessità; non per questo Costantino e Metodio tentarono di sottrarsi alla prova: l'incomprensione, l'aperta malafede e perfino, per san Metodio, le catene, accettate per amore di Cristo, non fecero deflettere né l'uno né l'altro dal tenace proposito di giovare e di servire al bene delle genti slave e all'unità della Chiesa universale. Fu questo il prezzo che dovettero pagare per la diffusione del Vangelo, per l'impresa missionaria, per la coraggiosa ricerca di nuove forme di vita e di vie efficaci per far giungere la Buona Novella alle Nazioni slave che si stavano formando.
Nella prospettiva dell'evangelizzazione - come indicano le loro biografie - i due santi Fratelli si volsero al difficile compito di tradurre i testi della Sacra Scrittura, noti loro in greco, nella lingua di quella stirpe slava che si era stabilita fino ai confini della loro regione e della loro città natale. Avvalendosi della loro padronanza nella lingua greca e della propria cultura per quest'opera ardua e singolare, si prefissero di comprendere e di penetrare la lingua, le usanze e le tradizioni proprie delle genti slave, interpretandone fedelmente le aspirazioni ed i valori umani che in esse sussistevano e si esprimevano.
Per tradurre le verità evangeliche in una lingua nuova, essi dovettero preoccuparsi di conoscere bene il mondo interiore di coloro, ai quali avevano intenzione di annunciare la Parola di Dio con immagini e concetti che suonassero loro familiari. Innestare correttamente le nozioni della Bibbia e i concetti della teologia greca in un contesto di esperienze storiche e di pensieri molto diversi, apparve loro una condizione indispensabile per la riuscita dell'attività missionaria.
Si trattava di un nuovo metodo di catechesi.
Per difenderne la legittimità e dimostrarne la bontà, San Metodio non esitò, prima insieme col fratello e poi da solo, ad accogliere docilmente gli inviti a Roma, ricevuti sia nell'867 dal papa Nicola I, sia nell'anno 879 del papa Giovanni VIII, i quali vollero confrontare la dottrina che essi insegnavano nella Grande Moravia con quella lasciata, insieme col trofeo glorioso delle loro reliquie, dai santi apostoli Pietro e Paolo alla prima Cattedra episcopale della Chiesa.
In precedenza, Costantino ed i suoi collaboratori si erano preoccupati di creare un nuovo alfabeto, perché le verità da annunciare e da spiegare potessero essere scritte nella lingua slava e risultassero in tal modo pienamente comprensibili ed assimilabili dai loro destinatari. Fu uno sforzo veramente degno dello spirito missionario quello di apprendere la lingua e la mentalità dei popoli nuovi, ai quali portare la fede, come fu esemplare la determinazione nell'assimilarle e nell'assumere in proprio tutte le esigenze ed attese dei popoli slavi. La scelta generosa di identificarsi con la stessa loro vita e tradizione, dopo averle purificate ed illuminate con la rivelazione, rende Cirillo e Metodio veri modelli per tutti i missionari, che nelle varie epoche hanno accolto l'invito di san Paolo di farsi tutto a tutti per riscattare tutti e, in particolare, per i missionari che, dall'antichità ai tempi moderni - dall'Europa all'Asia ed oggi in tutti i continenti - hanno lavorato per tradurre nelle lingue vive dei vari popoli la Bibbia ed i testi liturgici, al fine di fare in esse risonare l'unica Parola di Dio, resa così accessibile secondo le forme espressive, proprie di ciascuna civiltà.
La perfetta comunione nell'amore preserva la Chiesa da qualsiasi forma di particolarismo o di esclusivismo etnico o di pregiudizio razziale, come da ogni alterigia nazionalistica. Tale comunione deve elevare e sublimare ogni legittimo sentimento puramente naturale del cuore umano
(Dall’Enciclica “Slavorum Apostoli” di Giovanni Paolo II,1985)
Da queste parole esce quindi un ritratto di questi due missionari che testimonia il fatto che chi è chiamato ad annunciare il Vangelo è concretamente chiamato a dare la propria vita al Signore, a spendere tutte le proprie facoltà ed energie per portare in modo esistenziale la Buona Notizia a coloro che attendono di essere liberati dalla schiavitù del peccato.
Le capacità intellettuali, le conoscenze, la creatività, il livello culturale posseduto, in sé stesse sono qualità insufficienti a trasmettere al cuore delle persone il significato profondo, ontico, della salvezza operata da Cristo. E’ necessario garantire con la propria vita le verità di fede che si comunicano.
Per questo risulta splendido il seguente racconto della conclusione della vita terrena di San Costantino Cirillo…
Fà crescere la tua Chiesa e raccogli tutti nell'unità</I>
Costantino Cirillo, stanco dalla molte fatiche, cadde e malato e sopportò il proprio male per molti giorni. Fu allora ricreato da una visione di Dio, e cominciò a cantare così: Quando mi dissero: «andremo alla casa del Signore», il mio spirito si è rallegrato e il mio cuore ha esultato (cfr. Sal 121, 1).
Dopo aver indossato le sacre vesti, rimase per tutto il giorno ricolmo di gioia e diceva: «Da questo momento non sono più servo né dell'imperatore né di alcun uomo sulla terra, ma solo di Dio onnipotente. Non esistevo, ma ora esisto ed esisterò in eterno. Amen».
Il giorno dopo vestì il santo abito messianico e aggiungendo luce a luce si impose il nome di Cirillo. Così vestito rimase cinquanta giorni.
Giunta l'ora della fine e di passare al riposo eterno, levate le mani a Dio, pregava tra le lacrime, dicendo: «Signore, Dio mio, che hai creato tutti gli ordini angelici e gli spiriti incorporei, che hai steso i cieli e resa ferma le terra e hai formato dal nulla tutte le cose che esistono, tu che ascolti sempre coloro che fanno la tua volontà e ti temono e osservano i tuoi precetti; ascolta la mia preghiera e conserva nella fede il tuo gregge, a capo del quale mettesti me, tuo servo indegno ed inetto.
Liberali dalla malizia empia e pagana di quelli che ti bestemmiano; fà crescere di numero la tua Chiesa e raccogli tutti nell'unità.
Rendi santo, concorde nella vera fede e nella retta confessione il tuo popolo, e ispira nei cuori la parola della tua dottrina. E' tuo dono infatti l'averci scelti a predicare il Vangelo del tuo Cristo, a incitare i fratelli alle buone opere ed a compiere quanto ti è gradito.
Quelli che mi hai dato, te li restituisco come tuoi; guidali ora con la tua forte destra, proteggili all'ombra delle tue ali, perché tutti lodino e glorifichino il tuo nome di Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen».
Avendo poi baciato tutti col bacio santo, disse: «Benedetto Dio, che non ci ha dato in pasto ai denti dei nostri invisibili avversari, ma spezzò la loro rete e ci ha salvati dalla loro voglia di mandarci in rovina».
E così, all'età di quarantadue anni, si addormentò nel Signore.
Il papa comandò che tutti i Greci che erano a Roma ed i Romani si riunissero portando ceri e cantando e che gli dedicassero onori funebri non diversi da quelli che avrebbero tributato al papa stesso; e così fu fatto.
Dalla «Vita» in lingua slava di Costantino (Cap. 18; Denkschriften der kaiserl. Akademie der Wissenschaften, 19, Vienna 1870, p. 246)
A.S.-catechumenium.it
-
03/11/2006
L'esperienza del Cammino nelle carceri
Un aiuto prezioso al recupero della dimensione sociale dopo l'isolamento
http://www.catechumenium.it/public/img/Prison.jpg
Uno dei frutti del Cammino è avere iniziato un'esperienza di evangelizzazione in alcune carceri italiane. Questa evangelizzazione viene condotta da alcuni catechisti laici, che fanno parte delle comunità più anziane del Cammino Neocatecumenale, della città dove di solito si trovano le carceri e che hanno sentito in modo particolare lo "zelo per annunciare il Vangelo". In questa missione particolare nella quale l'annuncio dato ai detenuti non si fonda su teorie o dottrine ma su un'esperienza viva di Cristo risorto. Questi laici, chiamati dai cappellani delle carceri, furono introdotti nei penitenziari come "collaboratori volontari" dai cappellani. Questa evangelizzazione tra le mura delle carceri partiva dalla "continua crescente domanda da parte dei detenuti di avere una preparazione sistematica ai Sacramenti della Santa Comunione e della Cresima, oltre allo scopo di fondo di rieducare al senso vero della vita ed ai valori eterni mediante l'intervento di Dio nelle persone con il recupero della fede perduta ".Inoltre c'era anche la possibilità di continuare questa esperienza anche fuori dal carcere, nelle singole parrocchie.
Questa esperienza che inizia di solito con l'animazione Liturgica (canti, introduzione alle letture bibliche, spiegazione dei vari momenti liturgici) da parte dei volontari, serve a sensibilizzare i detenuti perché possano partecipare alla catechizzazione che li aiuterà a passare dalla religiosità naturale alla fede. L'ambiente così è "smosso" e preparato ad accogliere la predicazione, passando così da una religiosità "passiva" (sono spettatore di un evento che mi tocca marginalmente) ad una religiosità "attiva" (sono protagonista in Cristo, di un evento che mi salva) . Questa esperienza per alcuni anni è stata presente nel carcere di Pagliarelli a Palermo, esperienza che ha avuto dei frutti, ecco quello che dice uno dei detenuti, Salvo C., che ha partecipato alle catechesi del Cammino Neocatecumenale, nella rivista "Ai nostri Amici:
"trovatomi solo, rinchiuso in una piccola ed angusta cella, solo con il mio dolore, la mia angoscia, il mio costante pensiero rivolto ai miei cari e soprattutto a mia madre, persona certamente più vulnerabile, più debole sia per l'età avanzata che per le diverse patologie di cui era affetta, mi sono aggrappato ad un santino di Santa Rita, datomi da mia madre, ed ho iniziato a recitare la preghiera in esso contenuta..... così mi sono poco alla volta rivolto a Gesù Cristo e questo pregare mi dava conforto. Con la partecipazione al neocatecumenato a partire dal mese di aprile 2001, in me, come nella quasi totalità dei fratelli costituenti la comunità, è avvenuto un radicale cambiamento, siamo, passati da un iniziale stato di scetticismo legato ad una immatura valutazione della opportunità concessaci, che legavamo alla figura istituzionale del sacerdote, ma che comunque ci dava l'opportunità di uscire dalle celle in cui siamo relegati per ben venti ore al giorno, ad uno stato quasi di morbosa aspettativa del settimanale "incontro" che, come è noto, avveniva ed avviene con dei laici che sono stati subito da noi accettati con una maggiore predisposizione d'animo rispetto a quella figura istituzionale del sacerdote".
Nell'articolo Salvo C. afferma che una delle cose, che lui e gli altri, partecipanti alle catechesi hanno imparato è l'ascolto della Parola di Dio, che "ha determinato un processo di crescita non solo spirituale ma anche psicologico", dovuto anche al fatto che i fratelli preposti alla formazione di tali catechesi, avevano un modo di porgersi che non "ci faceva sentire più ultimi, non più persone emarginate ed abbandonate da tutti ma dei figli di Dio, ed in quanto tali, amati dal Padre, anche se portatori di grandi peccati.
“Questa Parola di Dio”, continua l'articolo, "ha provocato in noi un cambiamento nel nostro modo di relazionarci con i nostri simili, nel nostro graduale soffocamento di tutte quelle passioni di cui eravamo schiavi, succubi, prigionieri, nella nostra graduale capacità di analizzare la nostra vita, di esercitare un processo di rivisitazione di noi stessi, delle nostre azioni. È iniziato quel processo di conversione che ci sta portando alla mortificazione degli appetiti materiali, dando una maggiore valenza a quelli spirituali.”
Questa testimonianza, particolarmente importante nell’attuale momento delicato della situazione generale dell’ordine pubblico in Italia manifestatosi maggiormente dopo l’attuazione della legge sull’indulto, conferma che la efficacia del lavoro di rieducazione dei reclusi in vista della loro riammissione alla vita sociale non può escludere l’aspetto spirituale, anzi, proprio la ricostruzione di una dignità interiore, la riscoperta di un legame filiale con Dio, è la premessa indispensabile per riacquistare la dignità civile.
Non solo, anche il recupero di una dimensione di relazioni comunitarie serve a spezzare
quell’isolamento al quale il peccato sociale conduce l’individuo che vi cade.
Il Cammino neocatecumenale , insieme ad altre realtà, offre il suo contributo a questa essenziale attività nei penitenziari italiani e nel mondo.
A.S. – catechumenium.it
-
Ucciso un presbitero in missione in Costa D'Avorio
Proveniva dal Seminario Redemptoris Mater di Callao - Perù
http://www.catechumenium.it/public/i...la%20Croce.jpg
Leggiamo su Camineo.info la notizia della morte di Padre Pascal (il nome o cognome non è stato riportato) avvenuta in Costa D'Avorio per mano di sicari appartenenti ad una tribù ostile alla Chiesa Cattolica.
Il presbitero si trovava nel paese africano da circa un anno. Padre Pascal era stato formato al sacerdozio presso il Seminario Redemptoris Mater di Callao, periferia di Lima, in Perù e ordinato alla fine degli anni 80.
Preghiamo perchè il Signore lo ricompensi con la palma dei martiri, segno di vittoria sull'odio e sulla morte e lo coroni di gloria nel suo Regno di Pace.
Preghiamo per i suoi assassini, perchè si convertano a Cristo, confessino la loro colpa e abbandonino la violenza.
"Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani"
Fonte:Camineo.info
-
CHI VUOL UCCIDERE IL PAPA ? E NOI POSSIAMO DIFENDERLO?
Ho deciso di pubblicare questo articolo di Antonio Socci per l'interessante analisi che fa della situazione che precede il viaggio del Papa in Turchia, anche se non ne condivido le conclusioni, un invito rivolto ai collaboratori di Benedetto XVI per convincerlo a rinviare la visita.
E' vero che in questo caso i rischi sono immensamente più grandi dei benefici, ma è anche vero che ci sono azioni che vanno fatte, e che non si valutano solo nel bilanciamento rischi/benefici. Custodire il gregge a lui affidato e compito del Santo Padre, e credo senta come obbligo morale andare a sostenere i cristiani in Turchia. Lo stesso obbligo morale hanno i cristiani nel sostenere quotidianamente il Papa con la preghiera, soprattutto nei giorni del suo viaggio. Anche noi di Catechumenium.it ci associamo all'invito di padre Livio di pregare per il Papa.
G.N. catechumenium.it
CHI VUOL UCCIDERE IL PAPA ? E NOI POSSIAMO DIFENDERLO?
Mi associo all’invito di padre Livio, di Radio Maria, per pregare per il Papa soprattutto nei giorni del suo viaggio in Turchia. Ripropongo la famosa preghiera scritta da Leone XIII a San Michele Arcangelo, protettore della Chiesa (questa preghiera, fino al Concilio Vaticano II, veniva recitata alla fine di ogni Messa):
“San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia contro le insidie e la malvagità del demonio, sii nostro aiuto. Te lo chiediamo supplici che il Signore lo comandi. E tu, principe della milizia celeste, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione della anime. Amen”.
Il Papa è in pericolo. Lo stiamo scrivendo, come semplici osservatori, da un mese e mezzo su questo giornale e oggi abbiamo alcuni gravi motivi in più per ripeterlo e per suggerire l’annullamento del viaggio in Turchia (dal 28 novembre al 1° dicembre). La Turchia è sempre stato un posto difficile da frequentare per un Papa. Ma nelle ultime settimane le cose si sono ancor più aggrovigliate (e c’è pure un enigmatico precedente che poi vedremo).
Cosa sta accadendo oggi? Dopo il discorso papale di Ratisbona, il 15 settembre scorso, è stato proprio il premier turco Erdogan lo statista musulmano che ha lanciato l’attacco più sorprendente e arrogante contro il Pontefice. Esigendo addirittura le sue scuse. Ora si è saputo che lo stesso Erdogan si è inventato un pretesto e non incontrerà il Papa.
Probabilmente per non alienarsi consensi in vista delle elezioni. Perché l’ostilità turca al Papa si sta allargando ed è sia religiosa che politica. Islamisti e nazionalisti sono le due forze più forti nella società turca di oggi. I primi non perdonano al Papa il discorso di Ratisbona. I secondi non gli perdonano di essersi pronunciato – quando era cardinale – contro l’ammissione della Turchia nella Ue.
Il fatto stesso che un paese importante come la Germania fosse, col governo socialdemocratico, lo sponsor dell’ingresso della Turchia nella Ue, e oggi, con la democristiana Merkel, sia fra i refrattari, viene assurdamente imputato all’influenza del Papa anche dai giornali occidentali e questo alimenta le tensioni. In realtà se il rapporto fra la Turchia è la Ue è precipitato in una grave crisi il Papa non c’entra proprio niente. Le contestazioni che la Ue rivolgerà ad Ankara nel rapporto ufficiale dell’8 novembre prossimo sembra si riferiscano al rispetto dei parametri posti dall’Europa: la situazione di Cipro, la libertà di espressione in Turchia, i diritti delle minoranze etniche e religiose, il rispetto dei diritti umani (per esempio in relazione all’uso della tortura nelle carceri), infine il peso esorbitante dei militari nella vita democratica del Paese.
Questa crisi della trattativa fra Ue e Turchia si accompagna a una grande gelata nelle due opinioni pubbliche. In quella europea coloro che vedono con favore l’ingresso della Turchia sono crollati dal 30 per cento al 21 per cento (dal 2004 al 2006), mentre gli ostili sono aumentati dal 20 al 32 per cento. In Turchia, di riflesso, l’orgoglio nazionalista si è rinvigorito e quanti vogliono l’adesione alla Ue sono in caduta libera (dal 73 al 54 per cento) mentre salgono i contrari (dal 9 al 22 per cento). Ma soprattutto si fanno più forti gli islamisti che preferiscono l’Iran all’Europa (dal 34 al 43 per cento).
La visita del Papa, fin dall’inizio, malgrado le intenzioni della Santa Sede fossero del tutto opposte, si è trovata dentro questa tenaglia politica. Non a caso a sbloccare il “sì” delle autorità turche alla visita era stato l’assassinio a Trebisonda di don Andrea Santoro. Il governo turco aveva l’assoluta necessità di dimostrare all’Europa che si era trattato del gesto del solito “pazzo isolato”. Per questo aveva dato l’ok alla visita del pontefice. Quell’omicidio però ha rivelato quanto forte sia all’interno della Turchia il fanatismo islamista e quanto le autorità siano desiderose più di minimizzare il tutto, con una frettolosa condanna del colpevole singolo, che di sradicare il fenomeno indagando in profondità.
Oggi stanno guadagnando terreno le forze che, all’interno della Turchia, vogliono mettere fine al dialogo considerando un affronto le condizioni poste dalla Ue. Ma non sono soltanto le forze islamiste (le quali vorrebbero trascinare la Turchia a Oriente), probabilmente anche all’interno dello Stato e del nazionalismo turco vi sono pulsioni simili.
In questa opaca situazione, in un Paese che da sempre è crocevia occulto di vari servizi segreti e organizzazioni terroristiche, più d’uno dunque può aver valutato il pesantissimo contraccolpo politico che deriverebbe da un attentato al Papa durante la sua visita. Ieri un fanatico ha sparato in aria minacciando il pontefice.
E’ noto che da qualche mese in Turchia un libro inquietante ha conquistato le vette delle vendite. Si intitola: “Attentato al Papa. Chi ucciderà Benedetto XVI a Istanbul”. E’ un giallo, di pura fantasia ovviamente, ma ha fatto discutere molto per il suo successo e il contesto in cui è uscito. Il suo autore, Yucel Kaya, in una recente intervista, ha fatto considerazioni molto inteligenti: “Nei giorni della visita la sicurezza del pontefice sarà la prima preoccupazione dello Stato turco. La mia paura è un’altra: che altri soggetti possano attentare alla vita del papa, facendo poi ricadere la colpa sulla Turchia”.
Lo scrittore con molta franchezza riconosce pure che “ai turchi papa Ratzinger non piace”. Ma va detto che sono molti altri coloro a cui questo pontefice, che si annuncia come un grande papa per la Chiesa, dà fastidio. In conclusione Kaya dichiara: “Non mi sento così sicuro che andrà tutto liscio. Perchè le cose che possono capitare sono veramente tante, anche senza pensare per forza a una tragedia”.
Ci troviamo dunque nell’angosciante situazione di un possibile attentato annunciato. Naturalmente tutti speriamo che non avvenga mai, che sia un falso allarme. Per la Chiesa sarebbe una tragedia immensa. Ma c’è un precedente inquietante, che riguarda Giovanni Paolo II e – ancora una volta – la Turchia. Tutti ricordano l’attentato a papa Wojtyla, il 13 maggio 1981, del killer turco Alì Agca. Il Papa fu ridotto in fin di vita e sopravvisse per puro miracolo.
E’ meno noto che il nome del killer e la sua intenzione di uccidere il Papa erano conosciuti da almeno un anno e mezzo. Ben prima dell’attentato. Di misterioso infatti, nella vicenda di Agca, non c’è solo il nome dei mandanti. Agca – che apparteneva ai “Lupi grigi” - il 1° febbraio 1979 aveva assassinato Abdi Ipekci, direttore del quotidiano liberale Milliyet, il più importante della Turchia. Sebbene rinchiuso in luglio nel carcere militare di massima sicurezza di Kartel Maltese, il 25 novembre era riuscito ad evadere. Impresa alquanto sorprendente, soprattutto considerando le carceri turche.
Ancora più sorprendente che, il giorno dopo l’evasione, Agca anziché pensare a nascondersi abbia provveduto a mettersi in mostra inviando proprio a Milliyet una lettera dove annunciava l’uccisione di papa Wojtyla alla vigilia del suo viaggio in Turchia: “Gli imperialisti occidentali” scriveva “temendo che la Turchia e le nazioni islamiche possano diventare una potenza politica, militare ed economica nel Medio Oriente, stanno mandando in Turchia, in questo delicato momento, il Comandante delle Crociate, Giovanni Paolo II, spacciato come leader religioso. Se questa visita non sarà revocata, io ucciderò il Papa comandante”.
E’ noto che Wojtyla e Ratzinger non sono uomini da arretrare di fronte alle minacce. Il primo, proprio sei mesi prima dell’attentato, dichiarò “Noi dobbiamo abituarci a subire in un tempo non lontano grandi prove, che richiederanno da parte nostra la disponibilità a perdere la stessa vita…”. Il secondo, papa Ratzinger, addirittura nella messa di insediamento ha affermato: “Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà”, ma di fare come “il buon pastore che offre la sua vita per le pecore”.
Tuttavia i suoi collaboratori hanno il dovere di proteggerlo e – se possiamo formulare un auspicio – in questo caso convincerlo almeno a rinviare questo inquietante viaggio. I rischi sono ormai immensamente più grandi dei benefici.
-
L'altare al centro non mi piace.
-
a me si.
Giovanni 1, 11
Citazione:
Venne fra la sua gente, ma i suoi non l`hanno accolto.
A quanti però l`hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue,
né da volere di carne, né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Potrebbe non essere sufficiente a modificare "certi gusti", però.....tentar non nuoce.