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Discussione: identità europea

  1. #1
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    Predefinito identità europea

    DI GIUSEEPE GIACCIO

    Il tema dell’identità europea, come l’araba fenice che periodicamente risorge dalle sue ceneri o il mitico mostro di Loch Ness che altrettanto periodicamente riemerge dalle profondità del suo lago scozzese, è tornato da qualche tempo ad occupare il proscenio del dibattito non solo culturale, ma anche politico. A farlo risorgere, o riemergere, è, come tutti possiamo facilmente constatare dando semplicemente un’occhiata ai giornali, il rapporto, che alcuni vivono come una minaccia, con gli immigrati di religione musulmana presenti nel nostro paese e in Europa. La cronaca non è certo avara di episodi al riguardo. Ma a parte la cronaca, vi è dell’altro. Da noi si è formata una sorta di corrente giornalistica e politico-culturale costituita da “atei devoti” o “atei cristiani”, secondo la loro stessa definizione. Si tratta di laici non credenti i quali, tuttavia, ritengono necessario inserire nelle loro analisi, in funzione anti-musulmana, continui richiami alle “radici cristiane” dell’Europa.

    La dinamica che si innesca in questi casi è ben nota sia ai sociologi che agli psicologi. La percezione dell’altro porta inevitabilmente a interrogarsi su se stessi, su chi siamo noi, sulla propria identità. Questo accade, prevalentemente, quando l’altro è visto come fonte di pericolo. E tale è, innegabilmente, il caso dei musulmani, spesso e volentieri associati dai mezzi di informazione ad immagini di violenza e di morte. Jack Goody osserva, nel suo Islam ed Europa (Raffaello Cortina, Milano 2004), che oggi potremmo applicare ai musulmani il celebre incipit del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels: “Uno spettro si aggira per l’Europa”; ma non si tratta più dello spettro del comunismo, bensì di quello dell’islam e del terrorismo di matrice islamica. Questo è, indubbiamente, quanto ci si vuole far credere. Eppure, questo discorso non sta in piedi, relativamente all’islam, né da un punto di vista storico, né sul piano dei valori, né sul piano aritmetico.

    Storicamente, osserva Goody, “l’islam non è mai stato semplicemente l’Altro, l’Oriente, ma un elemento europeo: non solo parte del nostro passato, ma anche del nostro presente, nel Mediterraneo, come nei Balcani, a Cipro come in Russia. Dobbiamo renderci conto della sua importanza e accettare la relazione, anche se la sua influenza ha avuto una componente religiosa importante verso la quale possiamo provare avversione”. Passando ai valori, Goody ritiene che opporre quelli giudaico-cristiani a quelli musulmani sia “uno dei miti più inquietanti dell’Occidente”. Le tre grandi religioni monoteistiche hanno, infatti, le stesse radici e lo stesso padre nella fede, Abramo. La sensazione di pericolo non appare molto fondata, sia per quanto riguarda il nostro paese, sia per quanto concerne l’Europa, nemmeno se ci atteniamo rigidamente ai dati numerici.

    La “fotografia” più aggiornata al momento disponibile relativa alla presenza dei musulmani in Italia, ci riferiamo al rapporto dell’Open society institute e al più recente studio della Caritas e della Fondazione Migrantes, ci fa infatti sapere che gli immigrati musulmani nella nostra penisola sono circa 800.000, pari all’1,4% della popolazione, un numero di gran lunga inferiore a quelli di altre nazioni europee, dove comunque i musulmani sono una minoranza: in Francia, gli islamici sono 5 milioni; in Germania 3,2 milioni, ossia il 3,8% della popolazione; in Gran Bretagna 2 milioni, il 3,4% della popolazione (cfr. l’articolo “Islam: sono 800.000 i musulmani d’Italia”, in www.vita.it). Nell’intera Unione Europea, i musulmani ammontano a 15 milioni (prima dell’ampliamento verso est), su una popolazione complessiva di 324.000.000 di abitanti. Resta da valutare il ruolo del terrorismo quale possibile elemento di destabilizzazione. Operazione, questa, molto delicata giacché, dopo l’11 settembre 2001, cioè dopo il crollo delle Twin Towers causato da uno spettacolare attentato terroristico, i media sono particolarmente sensibili su tale argomento. Se, però, lasciamo perdere l’enfatizzazione e la superficialità mediatiche, e privilegiamo le analisi scientifiche, ci rendiamo subito conto che il peso del terrorismo è davvero modesto. Esso è stato finora in grado, e lo sarà presumibilmente anche in futuro, di causare vittime e lutti, ma non possiede alcun respiro strategico, non è l’avanguardia di una marea montante islamica che potrebbe travolgere l’Europa e l’Occidente, ma, al contrario, è in crisi ed è il segno di una profonda difficoltà del mondo islamico a rapportarsi con la modernità.

    Questo dato emerge con molta chiarezza negli studi di Olivier Roy. Il dibattito che si è svolto negli ambienti del neofondamentalismo estremista islamico tra le fazioni dedite alla predicazione (da’wa) e quelle che optano per la guerra santa (jihad) ricorda molto, allo studioso francese, quello che, negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, si svolgeva a sinistra tra quanti privilegiavano il lavoro di propaganda politico-culturale e quanti preferivano il ricorso all’azione diretta (sostanzialmente, i leninisti): “Bin Laden ha scelto l’azione e ha fallito”. La sua Al-Qaeda “non è che una setta, millenarista e suicida. Non siamo i soli a essere giunti a questa conclusione: vi sono arrivati anche molti neofondamentalisti radicali” (cfr. O. Roy, Global muslim, Feltrinelli).

    Gli elementi raccolti convergono, ci pare, in direzione di un ridimensionamento degli allarmi lanciati dai laici confessionali. È, pertanto, ragionevole supporre che questi timori abbiano un’origine più endogena che esogena. Se, in altri termini, i seguaci di Allah sono considerati, da un settore importante del pensiero laico, una sfida che potrebbe rivelarsi mortale per l’Europa, è perché questi laici, sentendosi incerti, insicuri, temono di non essere in grado di raccoglierla e vincerla. E perciò fanno la voce grossa. Di qui i forti richiami identitari e gli appelli alla difesa dell’Europa.

    Ma qual è l’identità dell’Europa? La risposta dei laici – tanto degli atei devoti quanto dei laici tout court (dei “laicisti”, come sono soliti dire i cattolici, con un termine che ha una sfumatura negativa) – è univoca ed al tempo stesso alquanto paradossale, come cercheremo di mostrare: l’universalismo. Ciò che caratterizzerebbe l’Europa, rispetto alle altre configurazioni storiche, è il fatto che i suoi valori (diversamente declinati a seconda della sensibilità culturale di ciascuno), essendo universali, recherebbero in sé una incomprimibile forza espansiva, tenderebbero naturalmente a impregnare le altre culture. Il nemico principale dell’universalismo è dunque il relativismo, cioè quella filosofia che non crede nella “illusione delle invarianti” (Latouche), ossia non crede che esista una dimensione trascendente le singole culture e che questa dimensione trascendente abbia trovato nell’Occidente – in versione cristiana o secolarizzata – il suo vettore privilegiato. Su questo punto, che è decisivo, quasi tutti i laici sono d’accordo, sia quelli devoti, sia quelli che continuano a professare senza problemi la loro miscredenza (si veda, a questo proposito, il recente saggio di Giovanni Jervis Contro il relativismo, Laterza, Roma-Bari 2005). La differenza tra queste due “famiglie” laiche sta in ciò, che i laici alla Pera, contrariamente agli altri, hanno accettato il capovolgimento del discorso illuministico proposto dal cardinale Ratzinger, nel frattempo divenuto papa; hanno cioè condiviso il suggerimento di passare dalla formulazione di valori ritenuti in sé validi a prescindere dal loro fondamento teistico – valori che sarebbero quindi cogenti anche se Dio non esistesse (etsi Deus non daretur) – alla possibilità di vivere questi valori come se Dio esistesse (veluti si Deus daretur). L’adesione a questa proposta è, evidentemente, il segno che, per questa componente del mondo laico, la cultura laica non è più in grado, da sola, di garantire la necessaria coesione sociale e che occorre, per porre rimedio a una disgregazione che rischia di travolgere la stessa società liberaldemocratica sotto i temuti colpi degli immigrati di religione musulmana, che il cattolicesimo riacquisti in qualche maniera una dimensione pubblica, con una (problematica) inversione del processo di privatizzazione della sfera religiosa tipico della modernità.

    Questa seconda opzione, fatta propria dagli atei devoti, ha come conseguenza che, nella definizione dell’identità europea, la “prospettiva cristiana”, per dirla con un filosofo cattolico spagnolo, Julián Marías, assume un ruolo determinante, mentre gli altri apporti o restano sullo sfondo, costituendo, nel migliore dei casi, solo una base, una rampa di lancio, del cristianesimo europeo (pensiamo all’apporto greco, romano, germanico) o non vengono menzionati affatto (si pensi all’importante contributo dato dalla civiltà islamica e basta andare in Andalusia o anche in Sicilia per apprezzarlo). Un primo paradosso, che però ha, in questo contesto, una sua coerenza, è che, come ha scritto Marías, il modello del buon europeo, dell’europeo esemplare, diventa san Paolo, cioè un fariseo originario di Tarso, in Cilicia, regione dell’Asia Minore, l’attuale Turchia (circostanza, questa, che renderà felici quanti sono favorevoli all’ingresso della Turchia in Europa). Paolo, infatti, è un giudeo – secondo alcuni, può essere considerato il vero fondatore del cristianesimo – nutrito di cultura greca, lingua nella quale scrisse le sue lettere, e cittadino di Roma, al cui diritto farà appello per evitare di essere flagellato. In lui si realizza, quindi, quella fusione alchemica da cui scaturirà l’Europa cristiana. Per un’altra filosofa spagnola, María Zambrano, il prototipo del buon europeo è invece sant’Agostino, nato a Tagaste, in Numidia, territorio dell’Africa settentrionale. La frase di Agostino: “Ritorna in te stesso; all’interno dell’uomo abita la verità” costituisce, per la Zambrano, l’atto di nascita dell’uomo europeo. Con queste parole, Agostino scopre l’interiorità, che anche per lo stoicismo pagano era importante; ma mentre gli stoici temevano l’interiorità a causa della sua illimitatezza, della sua dismisura, e perciò cercavano di limitarla, controllarla, Agostino ritiene, al contrario, che l’uomo, nella cui interiorità si riflette la verità, debba partecipare della sua infinitezza: “Essere persona cristiana significa essere infiniti e senza misura; essere individuo stoico significa avere una misura, essere soggetti a un limite […] La persona cristiana, invece, non ha limite, né per le sue forze, né per la sua vita, né per la sua morte” (cfr. L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia 1999).



    Un altro, e ben più importante, paradosso è che l’universalismo di cui tanto si vantano Pera e i laici in genere, è in realtà una contraffazione dell’autentico universalismo, poiché si risolve in una esaltazione del pensiero unico neo-liberale e filo-atlantico, laddove un vero discorso universale comprende e rispetta le differenze. Scrive infatti il presidente del Senato: “I valori sono unici e condivisi: non c’è spazio, in questa visione universalistica dei valori e dei diritti, per distinzioni fra genti, culture, paesi” (M. Pera/J. Ratzinger, Senza radici, Mondatori, Milano 2005). Qui la distanza fra il laico e ateo devoto Pera e un laico senza aggettivazioni e francamente non credente come Giovanni Jervis si annulla completamente. Nella sua arringa contro il relativismo, personificato nel suo pamphlet da Serge Latouche, infatti, Jervis delinea un modello universalistico positivo che coincide, puramente e semplicemente, con quello occidentale-liberale, di cui si teorizza senza ipocrisie e infingimenti la superiorità sugli altri modelli. Tuttavia, proprio dal pensiero cristiano e cattolico, in teoria apprezzato da Pera, ci vengono una serie di utili indicazioni su cosa dobbiamo davvero intendere quando parliamo di linguaggio universale, di universalismo. Un grande teologo cattolico, Hans Urs von Balthasar, era solito dire, usando una formula molto suggestiva, che “la verità è sinfonica” (die Wahrheit ist symphonisch). Il mondo, inteso sia come mondo naturale che come mondo umano, viene da lui paragonato a una sinfonia. La sinfonia è una composizione musicale – un universo musicale, per così dire – in cui convivono un massimo di unità e un massimo di pluralità. Ogni strumento musicale conserva pienamente la sua singolarità (la sua differenza) ed è perciò perfettamente riconoscibile, ma tutti, al tempo stesso, concorrono a formare una compiuta armonia. La verità, che è Dio, si rivela nella sua creazione in modo necessariamente plurale e sinfonico, perché nessuna forma può contenerla pienamente, né le forme naturali, né quelle culturali, opera dell’uomo fatto a Sua immagine e somiglianza. Per questo, la sinfonia ha sempre in sé qualcosa di drammatico, si accompagna sempre a tensioni e dissonanze, che però non la fanno mai scadere in cacofonia, ma ne costituiscono la vera forza. L’opposto della sinfonia universale della verità è l’unisono, cioè il suono sempre identico, senza ascese né discese, le cui espressioni politiche sono le tirannie e i totalitarismi, antichi e nuovi. L’unisono è una perversione del discorso sinfonico universalistico poiché, come scrive Julián Marías, misconosce “la diversità dell’umano, l’indole conflittiva”, ed afferma “l’omogeneità, l’unanimità, che è sempre imposta, appunto a costo della verità, del suo disconoscimento o falsificazione” (cfr. Tratado sobre la convivencia, Martínez Roca, Barcelona 2000). Il modo in cui l’unisono si impone è quello dell’accordo, cioè, letteralmente, della confluenza, più o meno forzata, delle diversità verso uno stesso “cuore”, un medesimo centro, nel quale esse debbono, volenti o nolenti, identificarsi.

    Non bisogna fare grandi sforzi di fantasia per capire qual è, oggi, questo “cuore” al quale siamo tutti chiamati ad accordarci, pena l’annientamento sotto tonnellate di bombe all’uranio impoverito: è la globalizzazione occidentale, il nuovo ordine mondiale che i “rinati in Cristo” di Washington vorrebbero instaurare sull’intero pianeta. La risposta sinfonica, universalistica, alle politiche neototalitarie dell’accordo consiste nell’adottare politiche di concordia, ovvero di convivenza. Di solito, accordo e concordia sono considerati sinonimi, ma, ci dice Marías, “niente è più pericoloso del confondere la concordia con l’accordo”. L’accordo, infatti, porta alla reductio ad unum delle differenze, mentre la concordia è la decisione di più “cuori” di vivere insieme, di convivere. Decisione che, per Marías, come d’altronde per von Balthasar, è altamente drammatica perché esige, al tempo stesso, “uno scrupoloso rispetto della verità”, ossia “della struttura della realtà”, e la sua manifestazione in forme plurali, in forma di convivenza, vale a dire “con le sue differenze, le sue discrepanze, i suoi conflitti, le sue lotte nell’ambito della convivenza, di questa operazione che consiste nel vivere insieme”. Se l’universalismo concorre a plasmare l’identità dell’Europa, è in questo senso che bisogna intenderlo. Il vero universalismo tiene dunque insieme la verità, che è una, e le differenze attraverso le quali essa si manifesta. È inclusivo senza essere assimilatore. Conciliare queste due esigenze non è compito facile. Ci si può riuscire, secondo Marías, solo se facciamo appello a quella facoltà tipicamente umana che è il pensiero, l’uso della ragione. Questo ci porta a riconsiderare e rivalutare il contributo greco alla definizione dell’identità europea (non possiamo, infatti, sottacere che la Grecia è, filosoficamente, la patria della ragione, del logos, a non svilirlo, come normalmente accade, al semplice e mortificante ruolo di orpello retorico.

    Giuseppe Giaccio
    19.09.06
    Segnalato da www.ariannaeditrice.it

  2. #2
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    A Principato, te lo sapevi che nel 1891 l'Italia sabaudia fece tremà l'America!!
    Vedemo s'endonvini come!!

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Legionario Visualizza Messaggio
    A Principato, te lo sapevi che nel 1891 l'Italia sabaudia fece tremà l'America!!
    Vedemo s'endonvini come!!
    Facendo vedere una foto della famiglia saBoia !!!

  4. #4
    Mannaggia 'a marina
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    Citazione Originariamente Scritto da Legionario Visualizza Messaggio
    A Principato, te lo sapevi che nel 1891 l'Italia sabaudia fece tremà l'America!!
    Vedemo s'endonvini come!!
    Con le navi trafugate al Regno delle Due Sicilie? No aspetta quelle le fece schiantare nell'adriatico

  5. #5
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    Qua ce stà a risposta:

    Nel 1891 gli Stati Uniti d’America tremavano per la minaccia di una guerra con l’Italia perché gli USA erano deboli mentre l’Italia era una potenza mondiale.
    E’ una vicenda, seminascosta fra le pieghe della Storia, che inizia il 15 ottobre del 1890, quando il giovane capo della polizia di New Orleans viene assassinato da cinque uomini armati mentre torna a casa.
    Scrive Gian Antonio Stella, rievocando l’episodio sul Corriere della Sera, il 22 febbraio 2002:
    Neanche il tempo d’indagare e i colpevoli c’erano già: gli italiani. Decine di arresti, centinaia di perquisizioni, pioggia di insulti su tutti i giornali a partire da una oscena invettiva del sindaco Shakespeare: “Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigrati appartenenti alla peggiore specie di europei: i meridionali italiani (...) Gli individui più pigri, depravati e indegni che esistano (...) Tranne i polacchi non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili”.
    Il processo, costruito su prove inventate a tavolino, finì in un’assoluzione. Inveleniti, i “bravi cittadini” di New Orleans si diedero appuntamento in 20 mila, presero d’assalto il carcere, piombarono su undici italiani (rimandati in galera nonostante la sentenza!) e li fecero a pezzi.
    Non uno, dei bravi assassini, fu condannato. Non un giornale si indignò.
    Gli 11 facevano parte di quella folta comunità di siciliani arrivata a New Orleans per sostituire nei campi gli ex-schiavi neri (portando secondo la Commissione Federale per l’Immigrazione “a un aumento del 40% del cotone prodotto pro-capite”), che era cresciuta in pochi anni fino a rappresentare un decimo della popolazione e guadagnarsi una posizione fortissima nel mercato nel pesce e della frutta ed un’altrettanto fortissimo disprezzo da parte degli americani.
    Pare che a far imbestialire gli americani fossero stati i festeggiamenti organizzati dalla comunità italiana per celebrare la sentenza di assoluzione, durante i quali gli italiani avrebbero osato issare il loro tricolore più in alto della bandiera americana.
    E’ il 14 marzo 1891 quando la canea armata dà l’assalto alla prigione. Il direttore del carcere ordina di chiudere tutti i prigionieri nelle loro celle, tranne gli italiani.
    Abbattuto il portone del carcere, gli armati scovano subito i primi tre e gli sparano al volto; due muoiono sul colpo, il terzo viene lasciato per ore ad agonizzare sul pavimento.
    Altri sei detenuti sono fuggiti nel braccio delle donne, che, all’arrivo delle squadracce, si mettono ad urlare: “di là, sono fuggiti di là” indicando un cortile interno. I poveretti si trovano imbottigliati, addossati ad un muro, senza vie di scampo. Vengono crivellati da centinaia di colpi.
    Ne mancano due. Gli inseguitori non riescono a scovarli; frugano dovunque, rivoltando tutto, spaccando tutto. In una cella trovano il primo, un povero psicopatico che, seduto sul pavimento, parla con se stesso. Cinque uomini lo trascinano nel corridoio e gli sparano tre volte senza ucciderlo.
    Gli oltre 20 mila che sono rimasti fuori della prigione e che da tempo sentono spari provenienti dall’interno, sono impazienti, vogliono la loro dose di sangue. Lo psicopatico viene portato in piazza ed appeso ad un lampione fra gli applausi della folla, che però, accortasi con disappunto che il poveretto, terrorizzato, si sta arrampicando disperatamente lungo la corda, si diverte a fare il tiro a segno vomitando insulti di ogni genere.
    L’ultimo viene scovato in un’altra cella, si sta fingendo morto. Lo mettono al muro per fucilarlo, poi cambiano idea. Lo danno in pasto alla piazza. Lo impiccano ad un albero, ma la corda si rompe e l’uomo cade a terra. Lo riappendono e sparano, sparano, sparano con pistole e fucili.
    Gli undici cadaveri vengono esposti in uno stanzone alla mercé dei curiosi. Le donne di New Orleans intingono, per ricordo, nel sangue i loro fazzoletti ricamati.
    Quello stesso giorno l’Ambasciatore italiano, barone Francesco Saverio Fava, protesta con il Segretario di Stato James Blaine, ottenendo la seccata risposta che l’episodio riguarda lo Stato della Louisiana non il governo federale.
    Due giorni dopo consegna una nota del Presidente del Consiglio dei Ministri, marchese Antonio di Strabba Rudinì, che esige la punizione dei colpevoli ed un indennizzo alle famiglie delle vittime. La risposta è negativa ed il 25 marzo l’Italia minaccia di richiamare l’Ambasciatore.
    Ben interpretando il pensiero del Congresso, il senatore Plumb del Kansas afferma: “La partenza dell’ambasciatore non ci recherà più danno di quanto farebbe il venditore di banane italiano davanti alla Casa Bianca se decidesse di tornarsene a casa”.
    In effetti qualche giorno dopo il barone Fava lascia Washington. Per ritorsione viene richiama da Roma l’intera missione diplomatica per ordine del Presidente, che è quel Benjamin Harrison di cui si è parlato durante l’intricata vicenda elettorale Bush-Gore. Nel 1888 questo Harrison, repubblicano, prese quasi 100.000 voti in meno del democratico Cleveland, ma la sua vittoria negli Stati chiave gli aggiudicò la maggioranza dei grandi elettori.
    Cresce un clima di disprezzo per gli immigrati italiani, tanto che Theodore Roosevelt, che diventerà dieci anni più tardi Presidente degli USA e sarà anche insignito del Premio Nobel per la pace (!), arriva a definire il linciaggio degli undici innocenti “ una buona cosa “. Più o meno l’opinione di colui che il linciaggio aveva guidato, l’avvocato Parkerson, che ebbe poi a dichiarare: “Quelli là non erano altro che dei rettili”.
    In vari Stati scoppiano disordini anti-italiani. Nel West Virginia, l’11 maggio vengono linciati altri tre italo-americani.
    Per un bel po’ di tempo l’opinione pubblica americana si diverte molto con questa caccia all’italiano, con spassosi pregiudizi, con deliziose intolleranze, barzellette, storielle, pestaggi di bambini “dago” (termine dispregiativo per italiani, spagnoli e portoghesi, storpiatura del nome Diego, ndr).
    Poi improvvisamente qualcuno fa una scoperta agghiacciante: gli Stati Uniti potrebbero rischiare l’invasione da parte di uno degli eserciti più potenti e meglio equipaggiati del mondo. Altro che l’”esercito di immigrati straccioni” sul quale aveva ironizzato il Washington Post.
    Proprio così. La superiorità militare italiana è schiacciante, dopo una forsennata corsa agli armamenti, a seguito della firma della Triplice Alleanza, per portare l’esercito italiano all’altezza della portentosa macchina da guerra prussiana e far diventare l’Italia una grande potenza.
    La Regia Marina Italiana può contare su 11 corazzate di 14 mila tonnellate ciascuna più altre 54 navi da guerra contro 3 misere navi statunitensi che insieme non arrivano ad 8.000 tonnellate; ai 2 milioni e mezzo di soldati italiani si contrappongono meno di 130.000 americani in armi.
    Sono mesi di frenetiche trattative segrete, finché il 9 dicembre il Presidente Harrison, nel suo discorso sullo stato dell’unione, è costretto a definire il linciaggio degli italiani “un incidente deplorevole e disonorevole”.
    In seguito verranno assegnati 2.500 dollari ad ognuna delle undici famiglie.
    L’Italia si accontenta, ringrazia e dimentica subito.
    In effetti l’italiano medio che degli emigrati, una volta partiti, non ne vuole più sapere (in altra occasione sarebbe interessante analizzare questo fenomeno di “rimozione”), non si era appassionato molto alla vicenda.
    Nessuno chiederà mai più la riabilitazione per i morti di New Orleans.
    Per rimanere però negli Stati Uniti, sono talmente tanti gli episodi di intolleranza e discriminazione nei confronti dei nostri emigrati, che c’è solo l’imbarazzo della scelta.
    Ancora Gian Antonio Stella, nel citato articolo, ricorda, ad esempio, la legge che in Louisiana non consentiva “ai bimbi italiani di frequentare le scuole dei bianchi” e la deposizione in una commissione del Congresso di un grande imprenditore delle ferrovie: “Lei definirebbe di razza bianca un italiano?”. “No, sir: un italiano è un dago”.
    Nel 1907 nella miniera di Black Diamond in California, a seguito di una esplosione, furono sepolti vivi molti minatori, fra i quali quattro italiani. Ebbene le famiglie degli americani vennero risarcite con 1.200 dollari, quelle degli italiani con solo 150.
    Ritorniamo al rischio di una guerra italo-statunitense. Negli Stati Uniti fu tanta l’impressione che il Congresso si affrettò a stanziare cospicui fondi per potenziare Marina ed Esercito, tanto che in pochi anni la flotta degli Stati Uniti divenne un formidabile strumento di conquista.

    Gian Luigi Ferretti/Area
    23 dicembre 2002

  6. #6
    Mannaggia 'a marina
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    Vedo che frequenti il forum di storia

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Auriga Visualizza Messaggio
    Vedo che frequenti il forum di storia

    A me piace studià!!

  8. #8
    Mannaggia 'a marina
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    Diciamo che volevi tirartela con il post di -Art-, beccato!

  9. #9
    INSORGERE E' GIUSTO!
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    Citazione Originariamente Scritto da Legionario Visualizza Messaggio
    Qua ce stà a risposta:


    Ritorniamo al rischio di una guerra italo-statunitense. Negli Stati Uniti fu tanta l’impressione che il Congresso si affrettò a stanziare cospicui fondi per potenziare Marina ed Esercito, tanto che in pochi anni la flotta degli Stati Uniti divenne un formidabile strumento di conquista.

    Se la storiella che hai descritto fosse vera (cioè che per paura dell'italietta risorgimentale l'america fu costretta(sic) a trasformarsi in grande potenza militare) avremo una ragione in più per odiare l'italetta risorgimentale.
    Ma siccome la tua storiella (non i fatti elencati che sono veri) deduce dai fatti delle pretestualità collegandole nel pieno dell'agiografia risorgimentale, che vedendo confutate dalla vera storia del risorgimento i miti interni, cerca miti in contrapposizione.

    Noto con piacere che ti esprimi in romanesco........ non ti fa pensare questa cosa.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da nando- Visualizza Messaggio
    Se la storiella che hai descritto fosse vera (cioè che per paura dell'italietta risorgimentale l'america fu costretta(sic) a trasformarsi in grande potenza militare) avremo una ragione in più per odiare l'italetta risorgimentale.
    Ma siccome la tua storiella (non i fatti elencati che sono veri) deduce dai fatti delle pretestualità collegandole nel pieno dell'agiografia risorgimentale, che vedendo confutate dalla vera storia del risorgimento i miti interni, cerca miti in contrapposizione.

    Noto con piacere che ti esprimi in romanesco........ non ti fa pensare questa cosa.
    Meglio così, allora s'egnifica che l'Americani ce devono ringrazià se esistono ,artrimenti senza la paura che se son presi dall'Italia sabaudia, cor cavolo che se sarebbero messi a costruì flotte e flottiglie.
    Queli sò bovari per tradizione.
    M' esprimo en romanesco e così vor dì che Roma è la naturale capitale d'Italia e che dai colli fatali il DIO c'insignì a guidare i destini de tutti i popoli italici.
    E capirai , che volevi i Sanniti o l'Etruschi alla guida della confederazione?
    AVE

 

 

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