Gli appunti che seguono, seguono, appunto, l'articolo di Fabrizio Boco: "L'arte e l'Avanguardia". Il tutto è propedeutico alla costituzione di un gruppo poetico sul modello di quello che fu il Vertex negli anni '80.
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I
"E' proprio vero che nel linguaggio il sole sorge ancora", affermava da qualche parte E. Junger.
Le Avanguardie storiche, il Futurismo prima di tutte, caprono una cosa molto semplice: che il linguaggio, e il linguaggio poetico in maniera eminente, è fatto di parole.
Tutto qui? mi si potrà obiettare.
Oh, no... Gli è che le parole sono monadi in sé concluse: se dico "albero", per esempio, la parola albero non significa altro che il ligneo tronco dotato di radici e di fronda più o meno sempre verde.
Ma se dico "albero di luce", sempre per esempio, la parola, anzi le parole: albero+luce, subiscono una brusca accelerazione di significati. Ovvero, perdono il loro significato originario per moltiplicarlo all'infinito interpretabile della loro coniugazione senza fili-logici.
Gli accostamenti di oggetti eterogenei, significati dalle parole, secondo la felice formula delle "parole senza fili" predicata e praticata dal futurismo, rompeva la "consuetudine" e la "tradizione" per le quali l'albero è invariabilmente uno stormir di foglie e la luce, che so? un barbaglio di verità...
E' chiaro che all'interno della "consuetudine" e della "tradizione" letteraria il sole del "linguaggio", se non era già tramontato, era ormai ben lontano dal suo sorgere...
La rivoluzione futurista, impose alla sveglia del linguaggio di squillare sui tiepidi umori di un '800 che, dopo aver molto dato, illanguidiva sui suoi allori...
II
slegare le parole dai suoi fili-logici è, comunque, un espediente (ma ne esistono molteplici altri...) per rimescolare le "strutture argomentative" del presente e stantio "discorso" in atto.
se il linguaggio è la visione di un mondo e il mondo è una rappresentazione del linguaggio, posto che il mondo così com'è non (ci) piaccia, far saltare in aria le sue strutture linguistico-argomentative diventa prassi necessaria ad una progettuale ricostruzione rivoluzionaria.
non può essere assolutamente un caso che le due grandi rivoluzioni del '900, quella fascista e quella comunista, ebbero tra i loro input di slancio proprio la stessa medesima esperienza di avanguardia artistica: il futurismo.
voglio dire: fu la missione destrutturante delle vecchie funzioni argomentative del linguaggio ottocentesco, operato dal futurismo, che pose le premesse affinché il "sole" tornasse a sorgere in un linguaggio che con il "sole" si rinnovava...
non si danno nuove "strutture argomentative" se non si distruggono quelle vecchie
e poiché le "strutture argomentative" sono concatenazioni di "parole", è sulle parole che è necessario intervenire.
sono i "poeti", gli operai della parola, quindi, che devono assumersi la responsabilità di smantellare gli standard linguistici in uso, aprendo le porte al vento della rivoluzione che passa, necessariamente passa, in un radicale rinnovamento del linguaggio delle sue avanguardie politiche...
III
la poesia, e i poeti peggio ancora, godono, come si sa, di pessima affezione da parte del "pubblico".
considerata da moltissimo (ma non da sempre) un'attività di nicchia, nella nicchia, infine, la poesia si è ridotta a vivacchiare impolverata di gloria esclusivamente letteraria.
un'infinità di luoghi comuni impediscono che sia usata nelle sue complete potenzialità.
la si legge, quando la si legge, con il pregiudizio assai recente del "sentimento poetico", della flatua voce che esprime in bella copia gli aneliti dell'animo lettore.
intendiamoci, non è esclusa che questa possa anche essere una sua valenza, ma farne "la" valenza vuol dire allaontanarla ed estraniarla da tutto ciò che non sia "nell'intimità".
quella che va recuperata, insomma, è la "funzione sociale" della parola e del testo poetico.
evitiamo, però, di cadere in un altro equivoco e rischio: quando affermo che è necessario rivalorizzare la "funzione sociale" della poesia NON ho l'intenzione di farne un veicolo, magari in bella forma, di un "messaggio" preesistente o di coniare nuove "parole d'ordine" per assunti dati.
la funzione sociale degi "operai della parola" sarà quella di creare un dizionario, una sintassi e una ortografia che rendano dicibile il non ancora detto; esprimibile il non ancora espresso nel divenire vorticoso della societas di questo nostro dato tempo.
sarà un lavoro di officina e da operai. non da salotto per anime candide.
IV
...inoltre, si pone la questione dell'atteggiamento psicologico dell'operaio della parola nei confronti dell'impresa "funzione sociale della poesia".
la prima posa da scartare è quella del "medio" tra umano e divino che ogni tanto viene rievocata come pretesa dignificazione del poeta.
quanta metafisica ci sia in questa posa e quanta mistificazione è difficile distinguere.
a me appare chiaro che se accettiamo il dato che "dio è morto" il poeta-medio appare pressappoco un evocatore da seduta spiritica: il che, come sapete è una vera mistificazione, se non una truffa tout court.
dall'altro lato, potremmo trovare il poeta che, s-funzionalizzato dalla precedente posa "sacerdotale", si isola nella sua torre a fare i conti con il suo nobile "io". Una specie di monaco senza-più-dio che eleva il suo io vissuto al rango di oggetto mercificabile nelle fiere letterarieò. Non va...
O meglio, potrebbe anche andare come attività dopo-lavoristica dell'operaio della parola: finito il lavoro in fabbrica ci si può anche dedicare al proprio giardino privato (spero che la metafora sia chiara).
invece, il passaggio necessario da compiere per restituire alla poesia la sua "funzione sociale" è quello dell'attraversamenro del ponte che...
...dall'opera-io conduce all'altra riva dell'opera-noi...
è, in altre parole, la fuoriuscita dell'io soggettivo e particolare dell'artefice solitario per entrare in officina (o in cantiere, se preferite...) dove l'opera sarà realizzazione corale, dove lo stile risiederà nel progetto e non nel soggetto, dove al prodotto finale sarà posta la firma di una temperie e non di un autore.
qualcosa del genere suggerito dall'immagine che trovate in testa a questo post...
V
...quindi: l'opera poetica, per tornare alla sua "funzione sociale", deve essere corale...
ora, bisogna stabilire alcune cosucce...
quando parlo di poetica non mi riferisco solo al testo verbale...
ai miei occhi, la "poetica" sottende qualsiasi opera creativa dell'uomo...
oserei affermare che anche il designer della "Fiat-Punto" a suo modo, è un "poeta". o, quanto meno, un operaio di "un" linguaggio...
far uscire la poesia dalla nicchia letteraria dove si è, ed è stata, ridotta, passa attraverso l'interazione degli operai della parola con gli altri operai: delle immagini, della musica, della grafica, del movimento in danza, dell'architettura della scena...
se volete, si tratta di recuperare la cognizione dell' "opera totale" wagneriana...
con di più un vantaggio rispetto a Wagner:
oggi esistono mezzi espressivi e di comunicazione che possono esulare completamente dal teatro o dalle sale da concerto: penso ai dvd, al web, alle fotocomare e alle videocamere digitali, ai transfert, insomma, multimediali accessibili da qualsiasi opera-io.
si tratta, in definitiva di "orchestrare" pulsioni creative che non conoscono limite nella loro volontà di contaminarsi con la realtà...
intendiamoci, ancora: non sarà il web il terminale dell'opera... o, almeno: non solo...
bisogna portare la poesia totale nelle banche, nelle stazioni di metropoliatana, nei mercati rionali...
occorrono agenti poetici che non si fermino sulla pagina di un libro, di un'antologia, di una rivista, o sulle tavole di un teatro...
occorre portare la poesia là dove nessuno se l'aspetta: per creare uno shock neuronico... per diffondere un linguaggio dove il sole sorga ancora e di nuovo...
l'operaio della parola scende in piazza...




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