E il Cremlino ordinò: <<Esecuzione in massa>>
Cinquant'anni fa nell'autunno del 1956, il tallone chiodato dell'Unione Sovietica schiacciò il sogno di libertà dell'Ungheria. Il comunismo mise la sua maschera peggiore, salì sui carri armati dell'Armata Rossa, e il Danubio si colora di sangue. Casa per casa, una sacca di resistenza dopo l'altra, la rivolta magiara si spense, e con essa la speranza di instaurare un socialismo dal volto umano.
Il premier Nagy (poi impiccato) il cardinale Midzenty, Janos Kadar, prima torturato dai russi, quindi riciclato in uomo della pax sovietica, furono i tragici primi attori di quelle drammatiche giornate.
Così come i partiti comunisti occidentali, Pci in testa, furono spettatori e complici plaudenti della barbarie di Mosca. Non tutti, certo. I Giolitti (che venne cacciato dal partito), i Silone, con Pietro Nenni, si dissociarono subito. Altri lo fanno oggi (come il nostro caro Presidente della Repubblica). Accorati. Troppo tardi perchè il pentimento abbia anche l'aureola della nobiltà




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