La Cia si ribella a Bush: teme una Norimberga
Maurizio Blondet
23/09/2006
La prigione militare di Guantanamo Bay
La notizia è clamorosa, e la fonte autorevole: il Financial Times. (1)
Gli specialisti in interrogatori della CIA si sono rifiutati di continuare ad «interrogare» (torturare) e gestire prigioni segrete, «finchè non sia chiarita la situazione legale» sulla liceità delle tecniche d'interrogatorio usate.
Ciò a seguito della sentenza della Corte Suprema di luglio la quale ha sancito che tutti i «sospetti terroristi» in detenzione hanno diritto alle salvaguardie previste dalla Convenzione di Ginevra (articolo 3).
I detenuti delle carceri segrete della CIA hanno dovuto essere mandati a Guantanamo, che è sotto controllo dei militari.
Nel quinto anniversario dell'11 settembre, Bush aveva annunciato la chiusura delle carceri segrete: gli analisti hanno creduto che lo facesse per ragioni elettorali, in vista del voto di midterm a novembre.
In realtà, come hanno confidato al Financial Times diversi anonimi ex agenti della CIA, Bush ha dovuto cedere ad un vero e proprio ammutinamento.
Ciò è stato indirettamente confermato dal consigliere legale del dipartimento di Stato John Bellinger.
Il quale ha ammesso che da quando, a dicembre, il senatore McCain ha avanzato una proposta di legge per vietare torture e trattamenti disumani, «c'è ben poca attività operativa» per quanto riguarda gli interrogatori della CIA, e le carceri segrete «sono al momento vuote».
Era stato reso noto da tempo che agenti della CIA stanno sottoscrivendo a proprie spese contratti di assicurazione contro il rischio di essere chiamati in giudizio per delitti compiuti in obbedienza agli ordini del governo.
Le polizze, escogitate da una mutua d'assicurazione fondata da un ex-agente dell'FBI, servono a coprire le spese legali.
Come ha spiegato il columnist William Pfaff, «la difesa tradizionale di un funzionario o ufficiale accusato di delitti nell'esercizio delle sue funzioni è stata di aver dovuto obbedire ad ordini. Il tribunale di Norimberga ha ritenuto inaccettabile questa difesa. Inoltre, il presidente Bush ha dovuto arretrare dalla sua rivendicazione di una 'autorità straordinaria del potere esecutivo', sotto la quale i funzionari si ritenevano prima protetti», dato che il presidente pareva assumersi tutte le responsabilità.
Ora invece gli esecutori degli ordini USA sono allo scoperto dal punto di vista legale.
E, come ricorda Pfaff, «la violazione delle legge federale sui crimini di guerra del 1996 è punibile con la pena di morte».
Il Quarto Reich incontra dunque qualche resistenza, la «zona grigia» che Bush voleva ampliare (con gli applausi di Jas Gawronsky) si restringe un poco, e l'apparato repressivo segreto perde qualche pezzo.
Episodi di insubordinazione si moltiplicano soprattutto in vista dell'ordine che i militari USA paventano di ricevere da un giorno all'altro: attaccare l'Iran.
Patrick Lang, l'ex capo della «human intelligence» per la DIA (la CIA militare) in Medio Oriente, è sceso in campo - cosa inaudita per una spia militare - per spiegare al Christian Science Monitor (21 luglio) che una guerra all'Iran renderebbe i soldati americani dispiegati in Iraq «ostaggi di Teheran».
Ciò perché le truppe USA devono essere rifornite da convogli di automezzi che, partendo dal porto di Bassora, devono passare per centinaia di chilometri dal territorio dominato dagli sciiti, dove domina la milizia chiamata «Armata del Mahdi», di Muktada al-Sadr.
Una forza valutata a «centinaia di migliaia di uomini», che in caso di guerra si mobiliterebbe a fianco dell'Iran sciita. (2)
A quel punto, ha detto Lang, la strada dei convogli di rifornimento si trasformerebbe «in un tiro a segno» (shooting gallery).
La rivelazione di Lang conferma una volta di più l'infinita incompetenza strategica di Rumsfeld.
Ignaro di quello che apprende presto ogni colonnello, ossia che «un lungo bersaglio lineare come un convoglio di camion è impossibile da difendere contro forze irregolari che agiscono sul proprio terreno».
Specie se i camionisti sono civili turchi e filippini, assoldati perché Rumsfeld ha ritenuto geniale e più efficiente privatizzare la logistica.
Giustamente, quei lavoratori saranno i primi a scappare o a rifiutarsi di partire per il tirassegno. Scortare i convogli con corazzati servirebbe a poco, se i miliziani di Muktada al-Sadr hanno imparato a combattere à la Hezbollah.
Già l'RPG «Viper» sovietico a doppia testata, che ha neutralizzato oltre una quarantina di carri armati israeliani, ha fatto la sua apparizione sul teatro iracheno.
Né occorre, aggiunge Lang, che il taglio dei rifornimenti sia completo.
Già una riduzione significativa della fornitura innescherebbe una «spirale verso il basso» dell'apparato militare d'occupazione, già provato da una guerra di cinque anni con scarsi rincalzi. Insomma il Quarto Reich è immensamente meno efficiente del Terzo anche sul piano puramente militare.
Intatta invece è la tracotanza.
La Casa Bianca ha cominciato ad accusare il capo del governo fantoccio iracheno, che ha messo al potere solo a maggio, di non essere capace di sciogliere le milizie: ossia di non fare quello che non ha saputo fare l'esercito di occupazione USA.
Nel suo ultimo incontro con il presidente iracheno Talabani, Bush ha detto che gli iracheni devono essere coscienti che «gli Stati Uniti saranno al loro fianco, [ma solo] finchè il governo continua
a fare le dure scelte necessarie alla pacificazione».
La frase, minacciosa, secondo alcuni prelude alla «sostituzione» di Al-Maliki sul modello della sostituzione e assassinio del premier vietnamita cattolico Ngo Dinh Diem, organizzata dall'ambasciatore Cabot Lodge nel 1963: il golpe, che doveva segnare la svolta, fu l'inizio della fine del Vietnam del Sud. (3)
Forse sentendo la mala parata, un altro essenziale collaboratore della guerra neocon, il presidente pakistano Musharraf, ha cominciato a prendere le distanze, rivelando un altro episodio della tracotanza del Quarto Reich.
A New York per l'assemblea generale dell'ONU, Musharraf ha raccontato nell'importante trasmissione della CBS, «60 Minutes», che poco dopo l'11 settembre 2001, l'ambasciatore ebreo-americano Richard Armitage minacciò di «bombardare il Pakistan fino a portarlo all'età della pietra» se non cooperava nella lotta contro i Talebani.
Come nota il sito francese Dedefensa, l'espressione usata da Armitage («To bomb back to the stone age») è tradizionale nel frasario americano, avendola inventata il generale Curtiss LeMay, il teorico dei bombardamenti a tappeto, e rivela, con la fede cieca nell'onnipotenza aerea in cui consiste l'intera strategia americanista, «l'ossessione di ridurre al grado zero della civiltà tutto ciò che non è americano, in modo che questo artefatto insopportabile rinasca conforme alle regole americaniste… la percezione americanista non può ammettere che esista qualche cosa di diverso, di altro dall'Americanismo». (4)
Geroge W. Bush con il presidente pakistano e quello afghano
Ciò che viene chiamato «americanismo» - essenzialmente, la 'democrazia' come 'mercato', e il mercato globale superliberista - sta anch'esso subendo una contestazione mondiale.
La rivolta ungherese contro il premier socialista-blairiano Gyurcsany che doveva fare «le riforme» per «la flessibilità» e «il risanamento finanziario» ha qualcosa in comune con il golpe pacifico che in Thailandia, con l'appoggio del re e della popolazione (che ha offerto fiori ai soldati) ha cacciato Takshin Shinawatra, il Berlusconi asiatico, vincitore delle elezioni sull'onda dell'ottimismo berlusconista dell'imprenditore al potere.
E più che qualcosa in comune con l'ascesa di Chavez in Venezuela, la rivolta messicana di Oaxaca che contesta il vincitore delle elezioni, e la ribellione che cova in tutto l'Est europeo di fronte ai «risanamenti e alle riforme» pretese da Bruxelles per entrare nell'Unione.
Ciò che questi torbidi hanno in comune lo scrive Le Monde: «Sotto forme diverse, nazionalismo, populismo e frustrazioni causate dalle riforme economiche invadono la vita politica a Varsavia, Bratislava, Praga e Budapest».
E' la rivolta contro l'ordine mondiale liberista, la sua corruzione, la sua iniquità e le sue promesse non mantenute di edonismo in serie, contro l'abbandono delle identità nazionali al «mercato» e lo smantellamento dello Stato sociale, ossia della solidarietà interna delle nazioni. (5)
Solo una delle guerre del Quarto Reich continua a mietere successi: la «guerra della percezione» (6), come dimostrano i media italiani ed europei, servi volontari della propaganda neocon, chiusi ad ogni voce alternativa.
Perciò non troverete nei giornali nulla di simile all'analisi qui riportata.
Ma le operazioni di guerra psicologica non hanno presa sugli agenti della CIA, che cominciano a dare segni di insubordinazione in USA: sono loro che ne manovrano i trucchi e gli illusionismi.
Da tempo corrono in USA propositi di un golpe militare «democratico», fatto da militari, che salvi l'America dall'essere trascinata nella disfatta morale - e forse militare - del Reich neocon.
I segnali che vengono dalla CIA e dalla DIA possono preludere a qualcosa di simile?
A un colpo come quello con cui Stauffenberg e gli altri congiurati della Wehrmacht cercarono di salvare la Germania dalla caduta di Hitler?
Chi scrive è in grado di dire che, a Washington, c'è chi comincia a pensarci.
Maurizio Blondet
--------------------------------------------------------------------------------
Note
1) Guy Dinmore, «CIA refused to operate secret jails», Financial Times, 20 settembre 2006.
2) Gareth Porter, «US troops in Iraq are 'Teheran hostages'», Asia Times, 22 settembre 2006.
3) Edward Wong, «Doubts rise on Iraqi premier's strength», New York Times, 20 settembre 2006.
4) «Une constante americaniste: vous bombarder 'back to the stone age'», Dedefensa, 22 settembre 2006. L'espressione fu usata anche da Edward Luttwak, intervistato dal sottoscritto nel 1991: gli USA stavano mobilitando da mesi contro Saddam (dispiegò allora mezzo milione di uomini), e il sottoscritto chiese a Luttwak se poteva essere un bluff. «No, stavolta lo bombardiamo back thru the stone age, perché questo Saddam non si spende i petrodollari in puttane e champagne a Parigi, come fanno i principi sauditi», rispose testuale E: «Questo sta facendo centrali elettriche, ferrovie, strade, infrastrutture moderne! In vent'anni farà dell'Iraq la prima potenza regionale, e Israele non può permetterlo».
5) Anne Rodier, «Turbulences en Europe centrale», Le Monde, 22 settembre 2006. «In due mesi l'estrema destra ha raggiunto il governo di coalizione in Slovacchia e in Polonia», scrive Le Monde, sull'onda di un sentimento comune: «I nostri Paesi ne hanno abbastanza di tirare la cinghia e sopportare la tutela occidentale. E' ora di ritrovare i nostri valori e interessi nazionali», dicono ad esempio i populisti cechi. E gli slovacchi hanno definito «ingiuste» le condizioni imposta da Bruxelles. In Bulgaria, sta avanzando un movimento nazionale-socialista, Ataka, il cui grido suona: «Restituiamo la Bulgaria ai bulgari». La corruzione dei democratici e dei liberisti, sospira Le Monde, «ha reso rispettabile il populismo»: non è un segreto che il termine «populismo» significa, nella lingua di legno mondialista, fascismo.
6) Fa parte della «guerra di percezione» il repentino e poco plausibile calo del barile di greggio: la benzina costa meno in USA, e gli americani fanno risalire un poco le fortune di Bush nei sondaggi. Il carburante rincarerà sicuramente dopo il voto di novembre. Specie se avverrà l'attacco all'Iran. La manovra ribassista sul greggio si configura come il grado zero della civiltà «democratica», l'estremo trucco della demagogia per sedurre un pubblico del più infimo livello.






Rispondi Citando

