L’errore Usa? Puntare al nemico sbagliato
di Filippo Andreatta
Corriere della Sera, 26 settembre 2006-09-27
Le indiscrezioni trapelate domenica dall’intelligence americana sembrano confermare, benché siano contestate dalla Casa Bianca, quello che un crescente numero di analisti sostiene da tempo: la guerra in Iraq è stata un grosso errore. Nonostante abbia avuto il pregio di liberare gli iracheni da un’odiosa dittatura, l’invasione è stata sin dall’inizio minata da una lunga serie di specifici disguidi di portata tattica. La principale motivazione per la guerra – la proliferazione di armi di distruzione di massa – si è rivelata infondata; la successiva giustificazione ideologica – che si cercasse di esportare la democrazia nel mondo arabo – si è invece scontrata con le tensioni interetniche; la transizione è stata mal gestita; lo scandalo delle torture ad Abu Ghraib ha intaccato l’immagine delle democrazie.
Ma l’errore più grande è stato di portata strategica, ed è stato relativo all’assegnazione delle priorità. Sebbene nessuno neghi che la dittatura in Iraq o le sue ambizioni nucleari costituissero seri problemi, quello che emerge nell’analisi dell’intelligence americana è non solo che si trattava di problemi in gran parte scollegati da quello principale del terrorismo, ma che l’invasione in Iraq è stata addirittura controproducente, in quanto ha fornito un catalizzatore ideologico al fondamentalismo e ha fornito una «palestra» per una nuova generazione di jihadisti. L’amministrazione Bush, che dopo l’11 settembre aveva le capacità e il consenso per affrontare efficacemente la sfida del terrorismo di Al Qaeda, si è trovata invece indebolita e sulla difensiva, e fatica a trovare una vittoria definitiva in Afghanistan o a fornire un impulso decisivo sul processo di pace in Medio Oriente.
Uno sbaglio così serio è giustificabile solo con un’errata percezione della situazione, con la visione – più psicologica che logica – di uno scontro tra civiltà che avrebbe portato un indefinibile e indefinito «Islam» a dichiarare guerra all’Occidente. In quest’ottica, qualsiasi segno di debolezza su qualsiasi scacchiere, Iraq incluso, rappresenterebbe una pericolosa ritirata di fronte al nemico. Questa visione è comprensibile alla luce dell’ansia generata dalla natura elusiva e imprevedibile della minaccia terroristica che provoca sia un’inclinazione – sul filo della paranoia – a vedere ogni minaccia come collegata e centralizzata da un’unica regia, sia una richiesta di «fare qualcosa» – «qualsiasi» cosa – per recuperare il senso di sicurezza perduto. Solo in questo modo si può ritenere che l’invasione di un Paese senza alcun collegamento con Al Qaeda o il fondamentalismo potesse recare benefici nella lotta contro il terrorismo.
L’errore risiede nell’identificazione del nemico, che non è, e non può essere, un’intera civiltà o un suo ampio sottoinsieme del quale farebbero parte soggetti eterogenei come: terroristi, fondamentalisti, dittatori secolari o teocratici, immigrati scontenti e predicatori estremisti. Una civiltà è infatti un’entità culturale astratta, che non è in grado né di esprimere una leadership riconosciuta, né di mobilitare i propri membri, ed è quindi incapace di intraprendere un conflitto armato contro qualunque altro soggetto. Il nemico nella lotta al terrorismo non è invece per nulla così astratto ed è costituito da una serie di organizzazioni circoscritte e distinte alcune delle quali molto sofisticate, come Al Qaeda, ed altre molo più artigianali, come i gruppi terroristici che hanno condotto gli attentati di Madrid e Londra. Sebbene tutti questi gruppi siano accomunati da una forte repulsione per l’Occidente, ciascuno ha un proprio specifico nemico primario, molto spesso un regime del mondo islamico, e la stragrande maggioranza degli attentati non è condotta contro obiettivi americani o europei. L’emorragia di risorse, e di attenzione, in Iraq si ripercuote inevitabilmente sulla lotta a queste organizzazioni, come dimostrano ad esempio le difficoltà a reperire le truppe necessarie per bonificare il sud dell’Afghanistan dai talebani alleati di Bin Laden. Benché comprensibile, la giustificazione degli errori in Iraq nell’ottica di un più ampio scontro è non solo fallace, ma rischia di distrarci dai veri avversari della stabilità internazionale.
Filippo Andreatta insegna Relazioni Internazionali all’Università di Bologna.




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