L’ULTIMO LIBRO DI VELARDI, EX BRACCIO DESTRO DI D’ALEMA
«Così il Pci mi insegnò a imbrogliare»

SIMONE GIRARDIN

Un viaggio nella sinistra conservatrice e “dorotea”. Sui suoi errori, su quando «ci insegnavano a «compiere brogli elettorali». Su quello che dovrebbe essere ma non è. E forse non lo sarà mai, visto il passato. S’intitola L’anno che doveva cambiare l’Italia, ed è l’ultima fatica letteraria (in corso di pubblicazione dalla Mondadori) del napoletano Claudio Velardi, ex braccio destro di Massimo D’Alema. Lui, Velardi, è uno di quelli che si definiscono trasversali per interessi. Passato comunista, editore del Riformista e proprietario della società Running che qualche anno fa offriva consulenze online a soli mille euro per chi voleva candidarsi alle prossime elezioni, europee o amministrative che fossero, Velardi è sempre stato un attento conoscitore e frequentatore del backstage della politica. In Election Wars, altro libro scritto quest’anno, aveva raccontato il suo punto di vista davanti al fenomeno delle primarie dell’Unione passando per il caso Unipol; dalla nuova legge elettorale alla strategia mediatica di Berlusconi. Adesso, con L’anno che doveva cambiare l’Italia, Velardi alza il tiro e punta dritto su sul suo passato nel Pci quando «mi educarono ai brogli». Correva l’anno 1972, terminata una riunione di partito «il compagno Rubino, anziano militante, mi avviò al master mettendomi uno spezzone di matita tra il dito medio e l’anulare. Lo avrei utilizzato alla prima scheda bianca intercettata...». Nel mirino anche D’Alema e quel rapporto odio-amore che lo stesso scrittore-imprenditore aveva con l’ex premier.
Tante le riflessioni. Da Prodi, «il professore non è amato né dai vertici né dalla base» fino a come “rubare” voti durante lo spoglio elettorale.
Stimatore di Bettino Craxi «ultimo grande politico», Velardi è uno di quelli che vota «a sinistra» che ha sempre sostenuto che quelli di destra sono «più equilibrati» e «meno faziosi».
Dice di aver «un senso religioso della vita» e che l’accanimento contro il Cavaliere «me lo ha reso simpatico». Nella sfera privata, poi, «ognuno è libero di fare quello che vuole». E lui l’ha fatto scrivendo un libro che alla fine - anticipava ieri il Corriere della Sera - sembra «una finestra sui tic della sinistra». In ogni pagina si rinnova il rapporto di odio-amore tra l’ex capo dello staff di D’Alema e la famiglia, gli amici, i collaboratori, il partito.
«Chi ha letto il libro - annotava sempre il Corsera - sostiene che i feticisti dell'aneddotica politica ne trarranno godimento».
A partire dal capitolo dedicato al Professore poco amato sia dai vertici che alla base. Con tanto di nome per sostituirlo. Perché - scrive Velardi - la persona ci sarebbe pure: «è Veltroni, Walter l'Africano», ma «Fassino e D’Alema non se la sentono o più semplicemente non lo vogliono».
Poi spazio al caso Unipol che «manda in tilt i Ds», li «mutila», senza che sui dirigenti sia mai caduta «una sola accusa concreta». A causa della «storiaccia», «la coppia D’Alema-Fassino perde oltre dieci punti». Poi altri due autogol che avrebbero influenzato la rimonta di Berlusconi alle scorse elezioni.
La prima è l’imbarazzo dei vertici del partito, scambiato - evidenzia Velardi - «per un’ammissione di colpevolezza». E svela che dopo un'intervista al Corriere fu accusato di «tradimento»: «Velardi, nei momenti difficili non si deve parlare. Bisogna difendere, difendere, difendere».
Altra vicenda chiave è legata alle tasse, con Visco ad aprire nel centrosinistra «un orrido balletto» di dichiarazioni che rivela come nell’Unione alligni «una cultura fiscale da paura».
Altra chicca è la corsa al Colle di D’Alema poi diventato “solo” ministro degli Esteri. «Quando il presidente dei Ds, petto in fuori, gioca la partita», ha dalla sua «anche i cosiddetti dalemiani della Cdl, Giuliano Ferrara, Marcello Dell’Utri e altri», che però fanno «incazzare D’Alema perché sono alleati ingombranti». Ma il piano salterà comunque con Fassino a metterci «la pietra tombale».
Sarà per la prossima volta, sembra dirgli Velardi. Uno che non ha peli sulla lingua. Nel 2001, all’indomani della sconfitta elettorale del centrosinistra, Velardi raccontava al Corriere: «Veltroni è arrivato alla segreteria dei ds, ha distrutto il partito, ha perso alle regionali, ha compiuto il suo capolavoro consegnando a Rutelli la leadership del centrosinistra. Poi, come sempre, un attimo prima ha mollato tutto e se n’è andato. Ha sempre fatto così: anche all’Unità l’ha riempita di debiti e se n’è andato». Chissà cosa avrà dedicato a D’Alema in questo libro.

[Data pubblicazione: 29/09/2006]