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Discussione: Vent'anni dopo

  1. #1
    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito Vent'anni dopo

    La prossima settimana sarà nelle librerie la
    riedizione de “La fine dell’economia”, libro di
    Sergio Ricossa
    pubblicato da Rubbettino e
    Leonardo Facco in una collana
    “Mercato, diritto e libertà”
    dell’Istituto Bruno
    Leoni. Il libro uscì vent’anni
    fa con Sugarco ed ebbe
    il destino delle pubblicazioni
    semiclandestine: in
    un tempo così vicino, metà
    degli anni Ottanta, pieno
    vento thatceriano e reaganiano,
    il mainstream della
    cultura economica da noi
    era orientato altrove, il pensiero economico liberale
    vivacchiava minoritario nelle università
    e in timidi tentativi di prassi in qualche
    ininfluente seggio parlamentare.
    In omaggio all’autore di questo libro, un signore
    torinese di settantanove anni, pubblichiamo
    la prefazione di Enrico Colombatto,
    successore di Ricossa alla cattedra di Politica
    economica a Torino, due brevi ritratti di Francesco
    Forte che l’ha conosciuto già da ragazzo
    e di Domenico Siniscalco che ne è stato giovane
    collega alla facoltà di Economia all’Università
    di Torino e una recensione di Alberto
    Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni.
    Oggi parlare di Ricossa significa presidiare
    uno spazio, spiegare – con la sua scrittura –
    che ridurre la politica economica a pura tecnica
    di redistribuzione dei redditi è quanto
    non bisognerebbe fare. Il nuovo can can di
    questi giorni sulle tasse, sull’utilizzo del sistema
    fiscale per ridefinire le gerarchie che
    la società cerca faticosamente di creare nel
    suo caos (benigno) è insensato e improduttivo.
    Una volta il Manifesto definì Sergio Ricossa
    un uomo alla destra di Gengis Khan, lui trovò
    la cosa abbastanza spiritosa e ne ride ancora
    adesso.
    A noi basta molto meno in questo momento,
    alla destra di Vincenzo Visco è già un
    programma apprezzabile. (Mar.Fer.)
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  2. #2
    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito Ricossa, prefazione di Colombatto

    OMAGGIO A UN LIBERISTA LIBERO

    Sergio Ricossa racconta come l’economia è ridotta ad analisi della ridistribuzione dei redditi


    La riedizione del libro di Sergio Ricossa
    sull’economia come scienza dell’imperfezione
    è quanto mai opportuna, per l’economista,
    per chi è attratto dall’econometria
    e dall’ingegneria sociale, per gli studenti e
    per tutti coloro che hanno sempre incontrato
    difficoltà nell’avvicinarsi a questa disciplina.
    Si tratta di un’opera che senza troppi
    preamboli obbliga il lettore a confrontarsi
    con le questioni fondamentali, a distinguere
    le domande utili da quelle fuori tema, se
    non addirittura fuorvianti.
    Ricossa sviluppa e approfondisce l’analisi
    dell’economia come scienza sociale che
    studia le modalità con cui l’individuo affronta
    il problema della scarsità e cerca di
    migliorare la propria condizione. L’articolazione
    dei vari capitoli ci conduce pertanto
    attraverso le varie scuole di pensiero e la visione
    dell’economia che esse hanno espresso;
    senza però dimenticare che, oltre che di
    teorie, l’economia è fatta di azioni quotidiane,
    di una realtà a volte dura, con cui l’uomo
    si è misurato da quando abbandonò il Giardino
    Terrestre e pagò con la scarsità il dono
    di poter scegliere.
    A mano a mano che si procede nella lettura
    si scopre che l’economia di Ricossa, che
    è anche quella di Aristotele, di David Hume,
    di Adam Smith e di Ludwig von Mises, è
    molto diversa da quella che di solito viene
    insegnata nelle aule dell’università e di cui
    si legge nelle pagine dei giornali. In particolare,
    e con grande lucidità, l’autore spiega
    come esistano sostanzialmente tre modi per
    discutere di economia. Il primo è il più sbrigativo
    e a prima vista anche il più affascinante:
    far finta che il problema non ci riguardi.
    Di qui il dispregio per la fatica, le attività
    manuali, il merito.
    E il convincimento che la ricchezza e il benessere
    non dipendano da ciò che produciamo
    o acquisiamo attraverso lo scambio, bensì
    da una sorta di diritto innato. In tempi antichi
    il diritto innato non era esteso a tutti.
    Era rivelato dalla classe di appartenenza –
    nobili, guerrieri, artigiani, schiavi. Chi non
    accettava la propria condizione e cercava di
    migliorare era considerato con il disprezzo
    che i nobili, soprattutto se decaduti, riservavano
    ai borghesi i quali, sporchi di grasso o
    segnati dalla fame e dall’avidità, erano incapaci
    di impugnare correttamente le posate.
    Per la verità, l’idea del diritto innato è presente
    ancora oggi. Si è però evoluto, fino a diventare
    uno dei bastioni a difesa della redistribuzione
    del reddito. Nelle società moderne
    il principio della divisione in classi di
    nascita è stato sostituito dal diritto al benessere
    indipendentemente dai meriti, dalla fatica
    di ognuno, da come questo benessere è
    stato acquisito. Hanno sì perso forza di attrazione
    coloro che asserivano che la proprietà/
    ricchezza è un furto; ma sembrano riscuotere
    consensi crescenti coloro che sostengono
    che sottrarre ai ricchi sia comunque
    un atto di giustizia (sociale), indipendentemente
    dai meriti e dalle condizioni dei
    beneficiari. Il risultato è che abbiamo dimenticato
    il senso dell’economia e abbiamo
    trasformato la scienza economica in un’analisi
    dei meccanismi redistributivi, illudendoci
    di poter utilizzare uno strato di vernice
    scientista per conferire legittimità alla tirannia
    o alla demagogia, a seconda dei casi.
    Un secondo blocco di capitoli si contrappone
    alle tesi di chi crede di poter studiare
    gli individui come se questi fossero robot, e
    che ritengono che la soluzione finale del problema
    economico non sia che una questione
    di tempo. Per loro, gli adoratori della perfezione,
    sommo sarà lo studioso che definirà il
    “modello finale”, il sistema di equazioni che
    offrirà al decisore la chiave del nostro comportamento,
    dei nostri desideri e del nostro
    bene (anche se talora ci ostiniamo a non riconoscerlo).
    Benché l’idea di finire in mano
    a un Grande Fratello sia già stata coltivata in
    passato con risultati tutt’altro che entusiasmanti,
    l’economia è stata di fatto dimenticata
    anche in questo caso; ed è stata sostituita
    dalla modellistica, dalla ricerca ed elaborazione
    di dati per verificare le capacità di
    proiettare il passato nel futuro.
    Di qui la statistica economica, trasformatasi
    in novella versione dello storicismo ottocentesco,
    capace di illudere e offrire la
    speranza di mutare in certezza ciò che certo
    non può essere. Insomma, l’economia della
    perfezione che Ricossa ci addita è come una
    pietra filosofale in mano ad apprendisti stregoni,
    pressoché innocui se rintanati nei propri
    studioli, assai più nocivi se affiancati a
    politici e burocrati affascinati dalla pseudotecnocrazia
    sociale e dal potere.
    Al termine di quest’attenta operazione di
    pulizia intellettuale, e coerente con gli insegnamenti
    della Scuola austriaca, Ricossa
    non nega certo che sia importante studiare
    la realtà, conoscere i dati e i fatti, senza i
    quali lo scienziato sociale non potrebbe del
    resto nemmeno lavorare. Tuttavia, proprio
    perché l’economia è fatta di individui che
    scelgono, che innovano, che scambiano, che
    cooperano al fine di migliorare la propria
    condizione, per Ricossa il compito dell’economista
    consiste nello spiegare tali azioni,
    che sono in parte il frutto di calcoli più o
    meno razionali, ma anche e soprattutto di
    emozioni, di pregiudizi, di ideologie, di passioni.
    Con ciò non si vuole certo sminuire la
    funzione dello storico economico, al quale
    spetta il compito fondamentale di comprendere
    i meccanismi che in passato hanno prodotto
    certi risultati; né si intende sottovalutare
    la funzione dello statistico economico,
    che si occupa di raccogliere e “far parlare”
    i dati che descrivono il comportamento dell’individuo,
    da solo e all’interno di un sistema
    di interazioni (la società). Nondimeno, e
    giustamente, Ricossa prende le distanze da
    coloro che si proclamano economisti, ma
    che in realtà propongono una visione costruttivista
    del nostro futuro e che, nascosti
    dietro formule, regole ottimizzanti e ipotetiche
    funzioni di benessere sociale, cercano
    di imporre agli individui una visione del
    mondo a cui sono associati prelievi fiscali,
    regolamentazioni e, in generale, violazioni
    della nostra libertà.
    La conclusione, ancora oggi estremamente
    attuale, è che l’unica economia possibile
    è quella che studia l’uomo, la sua azione, i
    suoi percorsi attraverso errori e tentativi
    per cercare di vincere la scarsità, scambiando
    e acquisendo conoscenza. Sotto questo
    profilo non c’è spazio né per la politica,
    né per le ideologie totalitarie. Il ruolo delle
    istituzioni è limitato a garantire all’individuo
    la libertà di scegliere, di scambiare, di
    intraprendere. Quando si nega tale libertà e
    le istituzioni sono dirette verso altri scopi si
    esce dall’economia e si entra nel libro dei
    sogni, il mondo perfetto, noto e disegnato da
    pochi eletti, di solito autoproclamatisi tali;

    sogni che non di rado si rivelano incubi, se
    non tomba di civiltà.

    Enrico Colombatto
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  3. #3
    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito Ho conosciuto Sergio Ricossa nel dicembre 1961...

    Da ragazzo, quando per i comunisti era un reazionario, s’era occupato – naturalmente senza crederci – di “matrici delle interdipendenze strutturali”

    Ho conosciuto Sergio Ricossa nel dicembre
    del 1961 in una visita all’Unione Industriali
    quando ero da poco giunto all’Università
    di Torino, come titolare della cattedra
    di Scienza delle finanze nella facoltà di
    Giurisprudenza cui ero stato chiamato da
    Luigi Einaudi. Mi ci aveva condotto Ignazio
    Manzoni, sodale di Ricossa che come lui lavorava
    nell’Ufficio studi dell’Unione Industriale
    e che, essendo un cultore di Diritto
    tributario, si era messo in contatto con me diventando
    collaboratore. Manzoni, il quale
    successivamente divenne libero docente e
    poi cattedratico di Diritto tributario era sodale
    di Ricossa non solo nel senso che stava
    nel medesimo ufficio, ma anche nel senso
    che – come lui – era un “liberale vecchio
    stampo”. Cioè un liberale cosiddetto conservatore,
    ovvero, come allora dicevano malamente
    molti (non solo comunisti, ma anche
    azionisti e socialisti fusionisti) “reazionario”.
    Così nell’incontro che io ebbi col giovane Ricossa
    aleggiava quest’aura di cui non si capiva
    se lui si schermisse o si facesse vanto. Io
    provenivo dall’Università di Virginia, nota
    roccaforte dell’economia teorica di mercato
    di indirizzo neoclassico in cui emergevano
    già allora due premi Nobel in nuce, Buchanan
    (con cui avevo pubblicato due saggi) e
    Coase. Sergio Ricossa era noto come econometrico,
    specializzato nelle matrici delle interdipendenze
    strutturali inventate dall’economista
    americano di origine russa Leontiev
    e popolarizzate in Italia da Ferdinando Di
    Fenizio, che aveva pubblicato gli scritti leonteviani
    di Ricossa, nella rivista l’Industria.
    Le matrici in questione, che intendevano
    rappresentare tutti i processi economici,
    mettendo alla fine delle colonne i vari prodotti,
    ciascuno in una riga – con tutti i fattori
    produttivi nelle colonne precedenti della
    stessa riga – erano considerate alla Virginia
    University una aberrazione pianificatoria
    che solo un economista originario della Russia,
    alias Urss, poteva concepire. Io le trovavo
    una sorta di acchiappa nuvole in quanto
    si perdeva un tempo enorme per costruirle,
    ma una volta fatte erano già vecchie, in quanto
    i coefficienti riguardanti gli input che entrano
    nei vari prodotti erano cambiati e alcuni
    prodotti erano superati e sarebbe stato
    utile considerarne altri. Il fatto di credere
    nelle matrici mi faceva venire in mente di
    quando Di Fenizio, mio professore di Economia
    all’Università di Pavia, mi aveva proposto
    di continuare gli studi con lui lavorando
    su un modello econometrico di curve di domanda
    del riso. Ero fuggito. Ma la nostra conversazione
    trilaterale, fra Manzoni sponsor,
    me e Ricossa non verté sulla (scarsa) significatività
    delle matrici, ma sulla politica economica
    dell’epoca e sulle questioni personali
    e universitarie ambientali. Delle matrici
    Ricossa, a quanto pare, se ne occupava senza
    crederci granché. E questo si vide bene
    qualche tempo dopo quando lui cominciò ad
    apparire quale il vero Ricossa, quello che
    ora conosciamo e ammiriamo, metà economista
    e metà filosofo sociale, che con dignità
    ed humour spiega e propugna la teoria dell’economia
    di mercato e la libertà, ma avverte
    anche che questa non è una ricetta magica
    e che, in ogni caso, né l’economista, né altri
    scienziati sociali sono in grado di dare
    “verità universali”. Mentre le matrici leontieviane
    erano un marchingegno pomposo e
    tedioso, l’essenza di Ricossa sin dal primo incontro
    mi parve ed è rimasta tutto l’opposto:
    quella di un ingegno schivo che pratica l’uderstatement
    con ironia ed auto ironia. Se
    non si considera questa ultima caratteristica
    del personaggio non si può capire perché, fra
    i vari libri che ha scritto, ne possa avere scritto
    uno che si intitola “Maledetti economisti:
    le idiozie di una scienza inesistente ”edito da
    Rizzoli nel 1996, dopo averne scritto, quindici
    anni prima, un altro dal titolo “Teoria unificata
    del valore economico” in cui presenta
    una teoria dell’equilibrio economico generale
    marginalista confutando la indeterminazione
    dei valori del salario e del profitto
    della teoria ricardiana di Sraffa e degli sraffiani.
    Non si può affermare che con il procedere
    degli anni, dopo avere smesso di credere
    nelle matrici, e avere combattuto le teorie
    neoricardiane, in nome della teoria neoclassica,
    avesse smesso anche di credere nella
    scienza economica. In tal caso non si spiegherebbe
    perché Ricossa abbia scritto nel
    1991 “Aspetti attuali della teoria economica
    neoclassica” e nel 1994 “Impariamo l’economia”.
    Il fatto è che a Ricossa piace somministrare
    in varie dosi il veleno dell’economia di
    mercato, nella versione neoclassica che porta
    al credo liberale e a considerare con avversione
    lo stato del benessere, il dirigismo,
    la solidarietà. Ma gli piace anche somministrare
    l’antidoto consistente in ampie dosi di
    scetticismo. “Cerchiamolo questo mondo migliore,
    con coraggio e con prudenza” ha scritto
    al termine di un suo saggio sulle paure del
    mondo industriale. Penso che questo sia il
    suo vero messaggio.
    Francesco Forte
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  4. #4
    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito Ricossa secondo Alberto Mingardi

    Storia di un libro colto, pubblicato nel 1986, in difesa delle virtù borghesi e contro la formidabile aristocrazia della perfezione

    Nella parabola intellettuale di Sergio Ricossa,
    che per inciso è quella del maggiore
    intellettuale liberale italiano dei tempi
    nostri, “La fine dell’economia” occupa un
    posto davvero unico. Si tratta di un lavoro di
    cesura, fra il percorso più propriamente
    “scientifico” dell’economista torinese (chiusi
    i conti con Sraffa, nella “Teoria unificata
    del valore economico” dell’81), e il mestiere
    cadetto di divulgatore d’economia. O, per meglio
    dire, di scrittore. Ricossa è fuori posto
    persino nel club, parecchio esclusivo, degli
    economisti che scrivono bene. Perché scrive
    non bene, ma benissimo. E se quella che è
    una autentica vocazione alla letteratura può
    vedersi in controluce nei tanti editoriali pubblicati
    negli anni, in questo libro andiamo oltre
    la prosa tersa delle successive opere divulgative
    (“Impariamo l’economia”, “Maledetti
    economisti”, il bellissimo “Come si
    manda in rovina un Paese”). “La fine dell’economia”
    è un saggio raffinatissimo, fuori dagli
    schemi della modernità accademica, è la
    massima opera di un economista colto, soprattutto:
    di un teorico dell’economia, in
    mezzo a tanti “tecnici” per cultura ed ambizione.
    Ricossa si schermirebbe, a questo punto, e
    direbbe che al massimo questo libro è stato
    l’inizio del suo personale redde rationem
    con la dismal science. Tesi minimalista, che
    rientra nel cliché che il personaggio ha saputo
    costruirsi attorno, dicendo apparentemente
    per scherzo verità serissime: tipo, che
    il grosso della teoria neoclassica è da buttare.
    Peccato sia una tesi falsa. Enrico Colombatto,
    nella prefazione a questa nuova edizione,
    giustamente nota come l’economia di
    Ricossa sia anche quella “di Aristotele, di
    David Hume, di Adam Smith e di Ludwig von
    Mises”. Niente teoria? No, semplicemente
    niente numeri.
    Coi numeri Ricossa s’era lungamente esercitato,
    essendo fra gli “importatori” in Italia
    della programmazione lineare. Ma, a cominciare
    da metà degli anni Sessanta, aveva sperimentato
    un percorso di progressiva disillusione
    circa il potere predittivo e capacità
    esplicative dei modelli dominanti nella
    scienza economica. Nel 1966, cura un’antologia
    su “L’economista ispirato” (con prefazione
    di Libero Lenti), riunendo da Smith a
    Keynes brani di studiosi capaci di spiegarsi
    agevolmente ad un pubblico intellettuale ma
    “laico”. Di lì la strada è in discesa. Curiosamente,
    ma neppure troppo, l’evoluzione del
    pensiero ricossiano passa per due binari apparentemente
    paralleli che si trovano a convergere.
    Da una parte, c’è l’avventura dello
    scrivere, il gusto della parola cesellata ma
    piana, che occupa, e come commentatore e
    come autore di saggi di largo consumo, una
    porzione sempre maggiore del suo tempo.
    Dall’altra, c’è l’avvicinamento alle posizioni
    della scuola austriaca: propiziato dall’amicizia
    con Leoni e dall’ammirazione per Einaudi,
    cementato dall’ingresso nella Mont Pèlerin
    Society (che allora aggregava davvero il
    meglio dell’intelligenza liberale). Ricossa arriva
    a Mises ed Hayek con naturalezza, anche
    perché nel frattempo ha egli stesso “cambiato
    registro”, ritornando alla parola. E l’elezione
    della parola a strumento principe per
    spiegarsi prefigura già uno schema mentale
    che non passa per l’enunciazione profetica
    di formule arcane, ma per la conduzione di
    chi legge attraverso le tappe di un ragionamento
    complesso.
    Cosa c’è, ne “La fine dell’economia”? C’è
    una distruzione meticolosa e spietata, autenticamente
    originale non solo nella forma, dei
    miti del collettivismo. Il solito canovaccio dei
    classici di quel genere letterario a sé che sono
    gli attacchi allo stato padrone? Per nulla.
    Quello di Ricossa non è un’invettiva in forma
    di pamphlet (come “La via della schiavitù” di
    Hayek), né un manifesto delle tante virtù dell’ordine
    capitalista (come “Capitalismo e libertà”
    di Friedman). Nemmeno, sia detto, un
    coerente affresco di una teoria della società
    libera.
    Il libro è un’antropologia dell’homo oeconomicus,
    una cauta e divertita demolizione
    del “perfettismo”, ovvero di “ogni dottrina
    che predichi un regno mondano di perfezione,
    senza il dominio dell’economico”. Ricossa
    riannoda qui i fili di una riflessione cominciata
    con la frequentazione della storiografia
    economica in testi come “Storia della
    fatica”. Il tema è il rapporto con la scarsità,
    con l’asprezza delle necessità mondane, col
    lavoro. Proveniente da una famiglia operaia
    abituata a schermaglie quotidiane con l’indigenza,
    Ricossa è un “borghese acquisito”
    che della borghesia laboriosa canta le virtù.
    “La libertà borghese era libertà per l’economia;
    la libertà signorile era la libertà dall’economia”,
    scrive, e in questa frase c’è tutto.
    C’è lo straordinario smottamento sociale provocato
    dalla “più rivoluzionaria delle rivoluzioni”,
    la rivoluzione industriale: la possibilità
    della mobilità sociale. C’è la versione
    economica del “merito”, che è venire incontro
    al consumatore, che batte i decreti del
    destino.
    Tuttavia, sostiene Ricossa con Stigler, il
    nostro modo di guardare l’economia è rimasto
    quello di Platone. La borghesia mai si è
    liberata dai complessi d’inferiorità. Il socialismo
    e lo statalismo, disegni di emancipazione
    dalla fatica, sono il ritorno della mentalità
    signorile rielaborata dai figli insoddisfatti
    della borghesia. La missione di Keynes,
    guardacaso, è “liberare gli uomini dalle necessità
    economiche”. Basta con la dannazione
    del profitto. Vogliamo il paradiso, dove la
    terra dà frutto senza venir coltivata. A Keynes,
    borghese con vocazione aristocratica, risponde
    Ricossa, proletario borghese che vede
    il mondo perfetto per quel che sarebbe:
    una noia.
    Alberto Mingardi
    .

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  5. #5
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    Predefinito

    Grazie a Tolomeo.
    Il quale,restando in "sfera- vent'anni dopo",entra su questo forum come Moschettiere Ufficiale del Pensiero Individuale.
    Nominato . ..da se' stesso,pero'.
    ..da queste parti funziona cosi'.

 

 

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