LE MINACCE DEI SEGUACI DEL PROFETA A UN AFFRESCO
Così i maomettani mi hanno chiuso le porte di San Petronio a Bologna
Non so bene che cosa accadrà ma so bene
che cosa è già accaduto: i maomettani
mi hanno tolto San Petronio. Uso spesso
la parola maomettano (“seguace di Maometto”)
anziché musulmano (“sottomesso a
Dio”) ma questa volta non è un’abitudine, è
un obbligo: se a qualcuno viene in mente di
piazzare una bomba nella massima chiesa
bolognese non è per timor di Dio, può essere
solo per amore di Maometto, il profeta
arabo (ma non di tutti gli arabi) che il pittore
Giovanni da Modena ha raffigurato all’inferno
in una cappella della navata sinistra.
Da quando nell’estate del 2002 alcuni
marocchini sono stati pizzicati mentre filmavano
l’affresco incidendo una colonna
sonora di frasi minacciose, ho fatto sempre
più fatica a entrare in San Petronio e da
qualche mese non ci riesco proprio più. Sono
cominciati dei lavori in corso incomprensibili
(a occhio e croce la chiesa sta benissimo),
la scalinata è stata occupata da
transenne che fanno venire in mente più un
posto di blocco che un sagrato, giù nella
piazza si è appostata una macchina della
polizia e buonanotte. L’ultima volta ho provato
a infilarmi in uno stretto varco fra una
transenna e l’altra ma sono stato respinto
dagli addetti alla vigilanza: nella tracolla
portacomputer potevo nascondere dell’esplosivo.
Non ho mosso obiezioni, viste le
minacce fanno bene a diffidare, così sono
andato a cercarmi una chiesa meno sottotiro
e più accogliente. Ma non è giusto che
non possa avvalermi dell’elevazione spirituale
che a Bologna solo San Petronio può
dare, con i suoi quaranta e più metri di navata
gotica. Quando finiranno i cosiddetti lavori,
quand’è che le transenne verranno tolte
di mezzo? Forse quando tutti i maomettani
diventeranno mansueti? Quando la sura
numero IX del Corano verrà finalmente
sterilizzata da un’autorità islamica mondiale
che non esiste e che di questo passo non
esisterà mai viste le reciproche sanguinarie
scomuniche fra sciiti e sunniti eccetera? (La
sura della conversione, dico, quella il cui
quinto versetto recita così: “Uccidete gli
idolatri dovunque li troviate, prendeteli,
circondateli, appostatevi ovunque in imboscate”.)
Eventi di questa portata temo che
non siano inseribili nell’arco ristretto della
mia vita mortale, salvo miracoli sempre auspicati
ma su cui non bisogna fare conto. Eppure
io in San Petronio ci voglio entrare
adesso, che sia mattino mezzogiorno o sera,
senza transenne perché non va bene che
piazza Maggiore somigli al checkpoint Charlie
o al valico di Rafah, e senza impalcature
davanti all’affresco con Maometto precipitato:
me lo voglio gustare dalla prima all’ultima
pennellata, sono un amante del bello e
sono un letterato, io. Quello di Giovanni da
Modena non fu capriccio d’artista (quand’anche)
ma traduzione in immagini del XXVIII
canto dell’Inferno di Dante, il padre della
nostra lingua, quella cosa fra l’anima e la
bocca. Voglio che assieme a me ci siano tutti
i bolognesi, popolo di accidiosi che ha
molto da farsi perdonare essendo in parte
responsabile del male presente. La natura
non tollera vuoti e l’idea della bomba islamica
si è insinuata fra i banchi disertati.
Chiese piene e comunità compatte dissuadono
i malintenzionati meglio dei metal detector.
“Si muore generalmente perché si è
soli” diceva Giovanni Falcone ed è valido
anche oggi e anche qui. E’ tutto così semplice.
Se mercoledì 4 ottobre, festa di san Petronio,
la piazza sarà vuota le associazioni
maomettane che in passato hanno chiesto la
rimozione dell’affresco alzeranno la voce, si
faranno prepotenti. Se la piazza sarà gremita,
e se per giunta qualche mamma facesse a
Bologna il grande regalo di chiamare Petronio
il suo bambino (non succede da decenni),
abbasseranno la cresta, garantito.
Camillo Langone




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