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Discussione: La Fine dell'Unione

  1. #1
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    Predefinito La Fine dell'Unione

    LA POSIZIONE di alcuni deputati dell'Italia dei Valori è preoccupante

    da Il Tempo

    Pare che tutto il putiferio suscitato ieri dopo la bocciatura dell'articolo 5 della controriforma Mastella, che ha affossato il governo, sia stato dettato dall'opinione di alcuni magistrati. Alla faccia dell'indipendenza degli uni, i magistrati, e degli altri, i politici. Roba davvero da brividi. Il ministro della Giustizia è andato giù duro: quello (Di Pietro) mi ha rotto i … I deputati dell'Udeur (maggioranza) hanno detto senza mezzi termini che Di Pietro (Idv, maggioranza) è nei fatti un ricattatore. Un quadro così desolante che certe schermaglie amorose del tempo che fu, all'interno della Cdl, sembrano cose da educande. Non hanno torto gli uomini di Mastella nel dire che se su una questione così importante Di Pietro, peraltro ministro del governo, non vota un decreto legge della maggioranza, allora la medesima non c'è più. Ieri fino a tardi erano in corso frenetiche telefonate tra Prodi e Di Pietro per risolvere la questione. Resa ancor più grave e drammatica dal fatto che queste sono ore di tensione nella maggioranza sulla finanziaria. Circa la metà vede i provvedimenti di Visco, in primis, e di Padoa Schioppa come il fumo negli occhi. Quel che appare però evidente a tutti è il dato politico: non possono convivere sotto lo stesso tetto anime moderate come quella di Mastella e di altri esponenti dell'Unione e anime radicali e giustizialiste come quella di Di Pietro e altri politici della sinistra estrema. Purtroppo però non ne prenderanno atto, resteranno tutti ben abbarbicati alle loro poltrone e intanto il Paese guarderà con sempre maggior inquietudine a questo governo. Anche coloro, e stando ai sondaggi non sembrano pochi, che lo scorso aprile votarono per Prodi e compagni. Capita sempre più spesso di sentir dire in giro: «Ma chi ce l'ha fatto fare?». Il premier però ostenta tranquillità e ieri sera ha parlato coi suoi dell'imminente seminario di Orvieto. Grandi parole sul Partito democratico. Beati loro che non hanno pensieri per la testa.

    mercoledì 4 ottobre 2006

  2. #2
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    L’INCANTESIMO SI È ROTTO

    di Renzo Foa da Il Giornale

    Per una banale ripicca l'Unione ha consumato il suo primo significativo flop parlamentare ed è riuscita a mostrare in modo plastico quanto siano pesanti le incognite sul suo immediato futuro. Per non parlare del linguaggio usato dopo la bocciatura dell'articolo 5 del ddl sulla sospensione della riforma dell'ordinamento giudiziario. Siamo molto lontani dall'alta politica. Il capogruppo dell'Italia dei valori, Nello Formisano, ha confessato che è stato «un modo per esprimere il nostro disappunto» per il mancato voto su tre emendamenti; un ministro, Clemente Mastella, ha annunciato di «essersi rotto i coglioni» (letterale) di un altro ministro, Antonio Di Pietro, e di pensare non solo ad una mozione di sfiducia ad personam, non solo a far cadere in aula ogni provvedimento del dicastero delle Infrastrutture ma perfino a «prendere atto che la maggioranza non esiste più». Una guerra civile a bassa intensità, il cui esito è stato rimesso nelle mani di Prodi. Per di più, con il risultato immediato che una delle controriforme del centrosinistra, se la Camera non riuscirà a porvi rimedio, mancherà il suo scopo e i magistrati dovranno decidere fra la funzione inquirente e la giudicante.
    Si è dunque verificato il famoso incidente di cui tanto si è parlato in queste settimane, proprio pensando ai rapporti di forza esistenti in Senato. L'Unione non consuma la sua crisi su un confronto di strategie e di visioni, ma per la tensione e la rivalità esistenti tra due formazioni minori. Sarebbe comunque sbagliato non tener conto del contesto in cui è esploso il duello tra Mastella e Di Pietro. Un contesto segnato dall'insofferenza verso il presidente del Consiglio, particolarmente visibile nell'affaire Telecom, dalla caduta verticale di popolarità del governo segnalata dai sondaggi e dal malessere provocato all'interno della stessa maggioranza da una Finanziaria che ha provocato un profondo disagio nell'intero Paese.
    Un contesto - va aggiunto - in cui appare sempre più chiara la debolezza della leadership dell'Unione. C'è stata la sequela delle gaffes di Prodi, ci sono i Ds e la Margherita che pensano solo al proprio potere, ci sono i massimalisti che ricattano per imprimere sulla politica economica il segno della vendetta contro i ricchi che «devono piangere». Allora, perché dipietristi e mastelliani non devono farsi sentire?
    C'è dunque una maggioranza divisa e frammentata. È riuscita per alcuni mesi a reggere in Parlamento solo nel nome della tenuta del suo potere. Da ieri l'incantesimo si è rotto. Si è frantumata la solidarietà fra alleati, che non hanno esitato a esibire un reciproco disprezzo. È svanito il senso dell'impresa comune. È stato proclamato, davanti all'opinione pubblica, che ognuno gioca per sé e che il resto non conta. Non conta il galateo politico. Non conta il senso dello Stato. Non conta il rispetto delle istituzioni. Si sono presentati con la presunzione di essere «un'Italia migliore» e con l'arroganza dei loro complessi di superiorità morale. Assomigliano ad un incubo.
    C'è naturalmente da aspettarsi che l'incidente trovi una soluzione, che Prodi trovi le parole e soprattutto il contentino per risarcire Mastella, che la maggioranza trovi un compromesso per salvarsi. Il tutto in attesa di un altro incidente. Nel frattempo c'è solo da essere grati all'Udeur e all'Italia dei valori: con il loro comportamento e con il loro linguaggio ci hanno detto cos'è il centrosinistra e hanno ricordato il guaio che ci è capitato.

  3. #3
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    Basta solo una piccola spallata

    di Lodovico Festa da Il Giornale

    L’opposizione non ha un granché bisogno di darsi da fare per spiegare quanto sia deplorevole la Finanziaria 2007 del governo Prodi. L'hanno già liquidata Massimo D'Alema e Francesco Rutelli. Il primo ha detto, sostanzialmente: si è fatto quel che si poteva. Ma ora si facciano le riforme. Un giudizio severo, sulla mancanza di prospettiva del primo atto importante dell'esecutivo. Rutelli ha detto: tra due anni vi restituiremo il maltolto fiscale. Ed esprimendo questo giudizio ha da una parte liquidato il carattere strutturale delle scelte di Tommaso Padoa-Schioppa (che cosa c'è di strutturale in una cosa che cambia dopo due anni?), dall'altra ha ammesso il carattere discriminatorio delle scelte proposte. Se no, perché cambiarle dopo due anni?
    Come è stato possibile combinare un simile pasticcio che gli stessi esponenti di maggior peso politico dell'esecutivo guardano schifati? Pesa naturalmente la leadership prodiana: economista molto minore, il presidente del Consiglio è un pessimo politico che ha imparato però alcune tecniche del comando, più dalla sua passione per gli affari che dal perseguimento di attività pubbliche. Come fosse in un ginepraio di potere tipo Iri, l'unica cosa che sa fare Romano Prodi è individuare i punti deboli dei suoi alleati e le forze che possono pesare su questi punti deboli. Ha utilizzato, prima, la Confindustria e la stampa influenzata da questa per arrivare al governo: usando il caso Unipol per bastonare D'Alema. Ora punta tutte le sue carte su Cisl e Cgil per tenere a bada Ds e Margherita, buttando nel cestino come un fazzoletto sporco l'appoggio confindustriale. «Ci siamo» ha detto Guglielmo Epifani della Finanziaria. Altro che esserci, la Cgil «ci stra-è», ha ottenuto una Finanziaria interamente scritta non tanto a favore dei lavoratori (che in generale staranno peggio con questa dissennata politica economica), quanto dei suoi iscritti e di quelli della Cisl: compreso particolari compiacenze per i lavoratori Fiat.
    Perché un economista di valore come Padoa-Schioppa si è prestato a questa schifezza? Per il semplice motivo per cui non si può prendere una persona che ha passato la vita nell'astrazione e metterla a fare il mestiere più concreto del mondo: il ministro dell'Economia. Perso dietro i suoi schemini, Padoa-Schioppa non comprende le dinamiche politiche e sociali che renderanno vano il suo lavoro. Non è un caso che in tutta Europa, da Gordon Brown a Nicolas Sarkozy (ora agli Interni ma prima all'Economia) si scelgono i politici di razza per questo mestiere.
    Ma c'è qualche possibilità di liberarci della Finanziaria-schifezza che abbiamo sotto gli occhi? Da un punto di vista dell'analisi politica generale appare impossibile che un governo sorretto solo dallo scambio con i sindacati possa andare avanti per molto tempo: l'impostazione contrattualistica non funziona più dove l'hanno inventata (Olanda, Svezia, Austria), dove c'erano partiti socialdemocratici più solidi e Stati più moderni. Certo c'è questo potere italiano pieno di zone grigie, ci sono le anime perse di partiti allo sbando come Margherita e Ds che però, proprio per il loro sbando, devono «durare» il più possibile. Mi conforta un elemento: questa Finanziaria si è messa contro tutti i ceti medi e così facendo mette in pericolo una delle poche basi reali (oltre al sindacato) del potere dei Ds: sindaci, presidenti di Provincia e Governatori, che vedono male l'idea di puntellare un potere incapace a prezzo della rinuncia al proprio... Per paradosso, potrebbero essere loro a dare l'ultima spallata a Prodi. Non ne serve una particolarmente forte.

  4. #4
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    Unione in crisi, Mastella sfiducia Di Pietro

    di Marianna Bartoccelli da Il Giornale

    Al Senato l’Italia dei valori manda sotto il governo sulla sospensione della riforma della giustizia. L’Udeur: mozione contro il ministro delle Infrastrutture

    Ci ha provato subito ieri sera il premier Prodi a mediare nel nuovo scontro esploso tra il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro e il Guardasigilli Clemente Mastella. Ma il gruppo dell’Udeur del Senato garantisce che oggi sul tavolo Prodi si troverà una mozione di sfiducia nei confronti dell’ex Pm firmata dal capogruppo al Senato, Tommaso Barbato. «La misura è colma, vedrete che saranno in tanti i senatori che ci seguiranno», annunciava ieri sera subito dopo la sospensione dei lavori causata dal fatto che il governo andava in minoranza per colpa di un partito della maggioranza. «La sfiducia dell’Udeur verso Di Pietro mette il governo in una stato di precrisi proprio alla vigilia della finanziaria», è stato l’immediato commento dell’ex ministro Udc Carlo Giovanardi.
    La situazione è esplosa dopo una giornata di votazioni bipartisan preventivate che facevano dichiarare al senatore dell’Udc, Francesco D’Onofrio che entro oggi la riforma Mastella sarebbe stata approvata definitivamente. Ma la tranquilla seduta di ieri si è trasformata ad un tratto «nell’ennesima prova che il governo Prodi non ha maggioranza al Senato», come ha sottolineato con evidente soddisfazione l’ex ministro alla Giustizia Roberto Castelli, la cui riforma viene spezzettata dal nuovo governo.
    L’inghippo è nato sull’emendamento all’articolo 5, che prevede l’entrata in vigore della legge Mastella all’indomani della pubblicazione della legge. La bocciatura, 154 no e 153 sì, avrà come effetto immediato che continuerà, sino a quindici giorni dopo la pubblicazione, ad avere effetto la legge Castelli. Il che significa che entro il 28 ottobre i magistrati dovranno scegliere se accedere alla carriera inquirente o a quella giudicante. E proprio su questo l’Anm ha minacciato lo sciopero se la norma non viene sospesa.
    Ma al di là dei termini tecnici, sui quali secondo alcuni senatori dell’Unione come Alberto Maritati, non ci saranno conseguenze gravi visto che si tratterà soltanto di spostare tutto di quindici giorni, l’astensione dei tre dell’Idv è uno smacco per tutta la maggioranza. La rabbia non è soltanto di Mastella ma anche di molti senatori dell’Unione che hanno mediato a lungo con l’opposizione per portare a casa il provvedimento. A spiegare il perché di questo gesto prova Nello Formisano, dell’Idv, che è anche presidente del gruppo misto che raccoglie i piccoli partiti, Udeur compresa: «La nostra astensione è stata una tecnica parlamentare per dimostrare il nostro disappunto dopo che ci è stato impedito di votare su tre emendamenti a mia firma predisposti sull’articolo 4. Ma è una votazione che non inficia nulla».
    Ovvia la reazione dell’opposizione. «Sì mi aspettavo che andasse sotto» ha commentato il leader della Cdl Silvio Berlusconi riferendosi al centrosinistra. «Ho parlato di implosione della maggioranza che può essere su singoli punti come è successo oggi, o può essere un’implosione definitiva». «Una maggioranza coesa, compatta, graniticamente schierata a difesa di tutte le sue componenti, che dimostra che l’opposizione dice sempre e solo bugie...» è l’ironico commento del leader di An Gianfranco Fini. «Quanto è successo - replica Fabrizio Cicchitto vicecoordinatore di Forza Italia - dovrebbe servire a far prendere pienamente coscienza a Prodi che ogni votazione in quel ramo del Parlamento assomiglia a una roulette russa per il governo».
    Esulta il «padre» della riforma che si vuole mandare in parte in pensione, l’ex Guardasigilli Roberto Castelli: «Non avrei mai pensato che Di Pietro potesse diventare un mio alleato. E ora che con questo voto si impedisce di fatto il blocco della mia riforma, tutti gli effetti dell’ordinamento giudiziario entreranno in vigore. Una volta che questo avverrà cadranno tutte le bugie e le catastrofi pronosticate da certe correnti e saranno invece dimostrati gli effetti positivi della riforma», risponde smentendo così il senatore dell’Idv Formisano che a questa norma non dà particolare valore. Va giù duro contro l’atteggiamento degli alleati di maggioranza anche Massimo Brutti, responsabile giustizia dei Ds: «Quella dell’Idv appare una scelta sbagliata e non comprensibile». «Entra in vigore la parte peggiore della riforma», replica anche il capogruppo dei Ds al Senato, Anna Finocchiaro.

  5. #5
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    LA MAGGIORANZA è andata sotto al Senato per un solo voto di scarto sul ddl Mastella.

    da Il Tempo

    L’articolo 5 del testo, quello che prevedeva l’entrata in vigore del testo il giorno dopo la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, è stato bocciato con 154 "no" e 153 "sì"», a cantare vittoria è il capogruppo della Lega Roberto castelli che, esultando, sta parlando di «vittoria» per l’intero centrodestra. «Il voto di oggi (ieri, ndr) - ha spiegato Castelli - comporta che la mia riforma entri comunque in vigore almeno nella parte in cui si prevedeva l’obbligo per i magistrati di scegliere tra giudici e pubblico ministero». Quella parte del testo, infatti, dovrebbe entrare in vigore il 28 ottobre. «Ma per allora - ha proseguito Castelli - la Camera quasi certamente non ce la farà a modificare il voto di oggi di Palazzo Madama. Così la scadenza del 28 ottobre sarà davvero difficile evitarla». E, nella giornata di ieri non sono mancati commenti a cascata da parte di tutta la Casa delle Libertà: «Nel giro di due settimane la maggioranza è stata battuta due volte. La prima volta perché eravamo di più noi. Questa volta perchè un pezzo di essa, l’Idv, non ha votato un articolo del testo di Mastella», ha affermato Renato Schifani, capogruppo dei senatori di Forza Italia. «Una maggioranza coesa, compatta e graniticamente schierata a difesa di tutte le sue componenti che dimostra che l’opposizione dice sempre e solo bugie», ha commentato il leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini, commentando ironicamente la sconfitta della maggioranza al Senato sull’articolo 5. «La minaccia di Mastella di voler chiedere la sfiducia del collega ministro Antonio Di Pietro e gli ultimatum rivolti al presidente del Consiglio dal capogruppo dell’Udeur Mauro Fabris, pongono il governo in una situazione di pre-crisi proprio nel giorno dell’illustrazione della finanziaria». Erminia Mazzoni, il vicesegretario nazionale e responsabile giustizia dell’Udc ha commentato il voto negativo affermando che «su un provvedimento claudicante c’era da attendersi una caduta. La maggioranza è a pezzi e mostra la sua debolezza ad ogni voto al Senato. Lo scontro tra Di Pietro - Mastella è diventato un tormentone del quale faremmo volentieri a meno».

  6. #6
    CATANIA 2-0 PALERMO - HAHAHAHA
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    Posso aiutarti, Mantide?

    Telecom, Tronchetti Provera: ''Prodi sapeva''
    ADN Kronos - 34 minuti fa

    Roma, 4 ott . (Adnkronos/Ign) - ''Non vi sono dubbi'' sul fatto che Prodi fosse stato informato della possibilità di vendita di qualche asset di Telecom Italia, tra cui Tim. A dichiararlo al 'Financial Times' è l'ex presidente di Telecom Italia Marco Tronchetti Provera . ''Ho spiegato a Prodi - afferma Tronchetti - che ci serviva flessibilità sugli assets, che esisteva la possibilità di vendere parte della rete fissa, parte di Tim, parte di qualcosa''. ''Ho detto al primo ministro che ci serviva essere liberi. Tim fu chiaramente menzionata, nessun dubbio'', precisa l'ex numero uno della Telecom.

    La flessibilità era necessaria al fine di ''trarre vantaggio da tutte le opportunità offerte dalla nuova generazione di reti'', spiega ancora Tronchetti, sottolineando al tempo stesso come nessuna decisione definitiva sulla vendita di assets sia stata presa. Lo stesso quotidiano britannico ricorda poi che la società telefonica ha detto chiaramente che nessuna decisione su eventuali dismissioni è stata assunta.

    Tronchetti Provera spiega infine che avrebbe voluto che TI fosse maggiormente in grado di spiegare la sua nuova strategia: ''L'unico errore che possiamo fare in questo ambiente è quello di non muoverci abbastanza rapidamente. La convergenza resta la priorità, ma deve tener conto dei cambiamenti tecnologici''.

    ''Non ho avuto la possibilità di spiegarlo agli investitori'', ha quindi ricordato a Ft, spiegando che a seguito della reazione negativa e inattesa del governo aveva tentato ''di contattare il primo ministro per chiedergli cosa stesse accadendo''. Quanto alla reazione del premier, Tronchetti dice d'esser rimasto ''sorpreso'' dalla rivelazione di informazioni delicate: ''Mai visto niente del genere in vita mia... ho dato le dimissioni... non credo che un'impresa come Telecom possa svolgere la propria attività senza quantomeno un atteggiamento neutrale da parte del governo''.

    (Adnkronos)

  7. #7
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    He He He!

    E domani Prodi dovrebbe riferire in Senato sul Caso Rovati-Telecom...vista l'aria che tira su Giustizia,Finanziaria e gaffe varie credo che la Sinistra dovrebbe seriamete chiedersi se vale la pena continuare a tirare a campare facendosi del male (e facendone al Paese) o se non sarebbe meglio arrendersi all'evidenza...

  8. #8
    a.k.a. tolomeo
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    L’INCANTESIMO SI È ROTTO

    - di Renzo Foa -


    Per una banale ripicca l'Unione ha consumato il suo primo significativo flop parlamentare ed è riuscita a mostrare in modo plastico quanto siano pesanti le incognite sul suo immediato futuro. Per non parlare del linguaggio usato dopo la bocciatura dell'articolo 5 del ddl sulla sospensione della riforma dell'ordinamento giudiziario. Siamo molto lontani dall'alta politica. Il capogruppo dell'Italia dei valori, Nello Formisano, ha confessato che è stato «un modo per esprimere il nostro disappunto» per il mancato voto su tre emendamenti; un ministro, Clemente Mastella, ha annunciato di «essersi rotto i coglioni» (letterale) di un altro ministro, Antonio Di Pietro, e di pensare non solo ad una mozione di sfiducia ad personam, non solo a far cadere in aula ogni provvedimento del dicastero delle Infrastrutture ma perfino a «prendere atto che la maggioranza non esiste più». Una guerra civile a bassa intensità, il cui esito è stato rimesso nelle mani di Prodi. Per di più, con il risultato immediato che una delle controriforme del centrosinistra, se la Camera non riuscirà a porvi rimedio, mancherà il suo scopo e i magistrati dovranno decidere fra la funzione inquirente e la giudicante.
    Si è dunque verificato il famoso incidente di cui tanto si è parlato in queste settimane, proprio pensando ai rapporti di forza esistenti in Senato. L'Unione non consuma la sua crisi su un confronto di strategie e di visioni, ma per la tensione e la rivalità esistenti tra due formazioni minori. Sarebbe comunque sbagliato non tener conto del contesto in cui è esploso il duello tra Mastella e Di Pietro.
    Un contesto segnato dall'insofferenza verso il presidente del Consiglio, particolarmente visibile nell'affaire Telecom, dalla caduta verticale di popolarità del governo segnalata dai sondaggi e dal malessere provocato all'interno della stessa maggioranza da una Finanziaria che ha provocato un profondo disagio nell'intero Paese.
    Un contesto - va aggiunto - in cui appare sempre più chiara la debolezza della leadership dell'Unione. C'è stata la sequela delle gaffes di Prodi, ci sono i Ds e la Margherita che pensano solo al proprio potere, ci sono i massimalisti che ricattano per imprimere sulla politica economica il segno della vendetta contro i ricchi che «devono piangere». Allora, perché dipietristi e mastelliani non devono farsi sentire?
    C'è dunque una maggioranza divisa e frammentata. È riuscita per alcuni mesi a reggere in Parlamento solo nel nome della tenuta del suo potere. Da ieri l'incantesimo si è rotto. Si è frantumata la solidarietà fra alleati, che non hanno esitato a esibire un reciproco disprezzo. È svanito il senso dell'impresa comune. È stato proclamato, davanti all'opinione pubblica, che ognuno gioca per sé e che il resto non conta. Non conta il galateo politico. Non conta il senso dello Stato. Non conta il rispetto delle istituzioni. Si sono presentati con la presunzione di essere «un'Italia migliore» e con l'arroganza dei loro complessi di superiorità morale. Assomigliano ad un incubo.
    C'è naturalmente da aspettarsi che l'incidente trovi una soluzione, che Prodi trovi le parole e soprattutto il contentino per risarcire Mastella, che la maggioranza trovi un compromesso per salvarsi. Il tutto in attesa di un altro incidente. Nel frattempo c'è solo da essere grati all'Udeur e all'Italia dei valori: con il loro comportamento e con il loro linguaggio ci hanno detto cos'è il centrosinistra e hanno ricordato il guaio che ci è capitato.

    da il Giornale
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

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    E se Prodi cade?

    di Marco Cavallotti da Il Legno Storto

    il ministro Padoa Schioppa non ha retto alla valanga delle richieste dei colleghi
    Lo ha capito perfino Casini, che sulla catastrofica finanziaria 2007 non ha risparmiato critiche al collega Prodi, postdemocristiano annidato nel fronte opposto. Basta leggere le lettere che arrivano ai giornali, basta ascoltare i discorsi sul tram. Non è il momento di proporsi come mediatore, come elemento di "equilibrio" e di "saggezza", di tirare la corda verso l'inciucio o verso la formazione di una nuova Dc: rompere con gli (ex)alleati del Polo adesso sarebbe controproducente, e in pochi lo seguirebbero. La popolarità di questo governo reazionario e restauratore sta precipitando sotto il minimo necessario per sopravvivere. L'azione, che molte anime belle speravano moderatrice e razionalizzatrice, dei tecnici "per bene", dei bocconiani che la politica la fanno solo dal proprio ufficio di consulenti o di universitari, non è servita a nulla nella mischia finale dei ministri e dei sottosegretari alla ricerca di soldi per sé e di tasse a carico degli altri. Anzi, si è rivelata deleteria, vista la loro conclamata incapacità di "sporcarsi le mani" nei maneggi e nelle lotte al coltello per le proprie clientele e per le categorie e le corporazioni protette. E così abbiamo di fronte un colabrodo con regali e prebende per ogni categoria e corporazione "amica", nel quale i tagli sono per lo più solo un trasferimento ad altri dell'impopolarità di un ulteriore aumento delle imposte. E anche Comuni e Regioni se ne sono accorti.

    Insomma, come diceva il presidente Mao,– o come gli facevano dire in Italiano sul celebre Libretto rosso – «la situazione è eccellente». Una spintarella, un soffio di vento e il governo cade. Già, ma se cade che si fa? Sembra che l'opposizione si renda conto della opportunità di una politica che non neghi la necessità di tagli strutturali, di una politica davvero risanatrice, sembra che capisca che non si può andare avanti facendo semplicemente il contrario di quello che hanno fatto i ministri in carica: occorre avere un disegno chiaro e un accordo preventivo sui tagli e sulle modifiche da effettuare nel pubblico impiego, nei servizi, nel sistema pensionistico, nella scuola, sul costo e sul mercato del lavoro e sulle trasformazioni da apportare al nostro sistema economico nei prossimi due anni. E che proprio per questo sembra che traccheggi, sapendo benissimo che l'attuale maggioranza, una volta rimandata a casa, inizierebbe la abituale politica dell'asse fra la piazza e il parlamento. Insomma, siamo alle solite: è difficile – per alcuni è impossibile – fare una politica seria in Italia, guidati come siamo dai contrasti e dalle giustapposizioni di interessi corporativi.

    Forse per questo sembra che la CdL si stia orientando per una lotta dura ma in fondo disponibile al miglioramento del mostro irrecuperabile prodotto dal Governo, e punti su una serie di manifestazioni città per città, che avrebbero un impatto mediatico certo minore di una grande manifestazione nazionale a Milano o a Roma. Eppure credo che i tempi comincino ad essere maturi perché chi ha la stoffa del leader parli chiaramente, perché l'azione appena iniziata dal passato Governo del Polo – che molti hanno riconosciuto tardivamente essere stata troppo debole e troppo poco incisiva – trovi una realizzazione più decisa, organica e convinta. Per questo sarebbe indispensabile raggiungere un accordo su pochi e chiari obiettivi compatibili con la storia e con la cultura di tutti gli alleati, lasciando perdere le visioni del mondo, i programmi universali e le cose sulle quali non siamo d'accordo. Anche se, ovviamente, sarebbe un Governo perennemente in trincea.

  10. #10
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    Do you think I’m sexy?

    “Di Pietro? È il transgender delle istituzioni. A seconda degli stati d’animo ora è un arruffapopoli nelle piazze, ora ministro. Sarà contento Prodi, questo governo è sempre più sexy”.

    Roberto Castelli

 

 
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