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    Question Quanto vi è di vero secondo voi?

    La stirpe romana
    Paolo Possenti
    05/10/2006
    Pubblichiamo il capitolo VII del I volume (Il millennio romano) di «Le radici degli italiani» di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.

    La stirpe romana

    Il 21 aprile 753 avanti Cristo è il giorno in cui, secondo la tradizione, veniva fondata Roma.
    È vero che su questa data, fin dall' antichità sono stati sollevati molti dubbi ed essa rappresenta piuttosto un giorno simbolico: il Versacrum, la festa della primavera, dal vigoroso risveglio della natura e del rinnovarsi della vita.
    Addirittura qualcuno, anagrammando il nome di Roma, ha scoperto che significa Amor, amore.
    Ma è più facile che questo nome fatidico derivi da un arcaico «Stroma», cioè la città del fiume.
    Ed è questa la tesi che ci convince di più, data anche la grande importanza del Tevere per i popoli di queste zone.
    Per quanto riguarda l'anno di fondazione di Roma, esiste ancor più incertezza.
    Da un insediamento permanente, anche in epoca anteriore alla data convenzionale, si sviluppa il primo nucleo della città.
    E' probabile che in questa epoca si siano completati degli accordi fra tribù che permisero un'intesa permanente fra le popolazioni stanziate sul Palatino e quelle del Quirinale che avevano creato la loro roccaforte sul Campidoglio.
    Non è da escludere che nel frattempo gruppi etruschi si fossero già stabiliti sulle rive del Tevere nei pressi dell'isola Tiberina e nella zona del Foro, dove già nell'antichità c'era una strada che faceva riferimento preciso agli artigiani etruschi del luogo.
    Ma come appariva, anche fisicamente, questa popolazione romana che nell'VIII secolo avanti Cristo si trovava probabilmente in via di formazione?



    Il gruppo del Palatino e quello del Quirinale erano senza dubbio i due popoli principali: da un lato i Latini e dall'altro i Sabini, popolazioni piuttosto affini anche linguisticamente, ma tutt'altro che identiche.
    Non vi è dubbio che i Sabini, già nella tradizione romana più antica, fanno pensare ad un gruppo di provenienza nordica o alpina emigrato in Italia in epoca più recente.
    Di questo gruppo, infatti, ci sono state tramandate caratteristiche fisiche centro-europee, come capelli di frequente rossi o biondastri, statura slanciata, cranio dolicocefalo e visi piuttosto ovali.
    Questi dati somatici, ricavabili da alcune descrizioni antiche, sono confermati anche da alcuni reperti ossei e da sculture in nostro possesso.
    I Romani facevano maschere funebri molto accurate: da esse possiamo trarre, con una certa precisione, anche alcuni dati somatici.
    Il ceppo latino abitante sul Palatino, invece, si era stanziato nel Lazio e più precisamente sui colli Albani, in un'epoca anteriore ai Sabini, in zone probabilmente già abitate da genti liguri.
    Pertanto avevano assorbito parte di questa popolazione ed anche molti dei caratteri psichici e somatici, di tipo più strettamente mediterraneo.
    In questo, il lettore deve aver ben chiara la differenza enorme che, sia sul piano fisico sia su quello culturale, separano le varie popolazioni dell'Italia antica dagli Italiani di oggi.

    Potremmo parlare di popolazioni romano-italiche per questa prima epoca e di «latini», o meglio neolatini per quelle successive, già a partire dal II secolo dopo Cristo.
    Con la parola neolatini (l'accezione inglese latini è causa di molti equivoci), anche oggi si intende un insieme di razze diverse, che hanno una comune eredità culturale, e una lingua derivata da quella dei Romani (Latini), ma che mostrano, solo in percentuali minime, l'appartenenza etnica ai ceppi originari del Lazio antico.
    Potremmo dire che il fenomeno che si verificò nell'America Latina aveva avuto un importante precedente anche in altre parti dell'Europa sottomesse dai Romani.



    Da Roma ereditarono la cultura e la lingua ma non i caratteri etnici dominanti.
    I Romani erano in numero talmente limitato come popolo, che non poterono praticare una colonizzazione di tipo «anglo-sassone» con la sostituzione di popolazioni proprie a quelle preesistenti.
    Né una colonizzazione del tipo «arabo» caso in cui la poligamia su larga scala moltiplicò a milioni la popolazione araba.
    I Romani erano strettamente monogami e non molto prolifici fin dall'inizio della loro storia.
    II numero dei cittadini romani nella Roma originaria si aggirava probabilmente sui 30.000 di cui la metà nel Contado.
    Pochi erano anche gli schiavi, tutti di origine italico-mediterranea.
    Neppure all'epoca dell'unificazione del Lazio, alla fine della monarchia, la popolazione doveva superare gli 800.000 abitanti.
    Una volta unificati gli Italici affini a Latini e Sabini, si formarono le 17 tribù storiche che costituirono la spina dorsale della struttura della cittadinanza romana e della vera nazione romanoitalica originaria.
    Complessivamente la popolazione raggiunse allora 3 milioni di abitanti circa, cifra che si mantenne fino al periodo precedente la prima guerra punica.
    Da allora la popolazione romana andò diminuendo continuamente fino a ridursi progressivamente a non più di un milione di individui alla fine del I secolo dopo Cristo, quando l'imperatore Vespasiano decise di liberarla dal servizio militare obbligatorio,
    per im¬pedire l'estinzione di alcune tribù, che come quella dei Velini era ridotta a poche centinaia di persone.
    Perché questa decadenza e questa trasformazione?



    La popolazione romana primitiva conobbe un periodo florido con l'introduzione di nuovi metodi d'allevamento, la sistemazione della valle del Tevere, la bonifica.delle paludi e la conoscenza di nuove tecniche agricole che furono probabilmente
    tra i risultati più positivi dell'azione dei re pastori della prima epoca.
    Il disboscamento del Lazio, territorio che oggi è completamente privo di foreste, ma che allora era coperto da fittissime selve e da paludi, fu una delle prime opere dei monarchi romani, e fu una delle imprese che caratterizzarono, nelle epoche succes¬sive,
    gli insediamenti romani in altre parti d'Europa.
    In questa epoca, appare ai nostri occhi una solida popolazione rurale di tipo centro-europeo di grande forza fisica, dal tronco possente, dalla spalle larghe, con gambe più corte, ma più robuste di quelle dei nordici, di struttura prestante ed armonica e di notevole statura media.
    Il legionario romano era abituato a marciare per decine di chilometri anche in un solo giorno, con carichi che fra armi e salmerie erano spesso di 30 o 40 kg ed anche più.
    Non è assolutamente fondata la concezione diffusa in certi Paesi dell'Europa settentrionale che i Romani fossero una popolazione di tipo strettamente mediterraneo, di struttura fisica fragile, di altezza inferiore alla media europea, come ad esempio furono
    i Mongoli o altre popolazioni mediterranee.
    I Romani erano incineratori e quindi non abbiamo referti scheletrici abbondanti.
    Quel poco che ci rimane dice però innanzi tutto una cosa assai poco nota: gli scheletri delle popolazioni romano-italiche primitive appartenevano ad individui fisicamente più forti, prestanti e di più alta statura rispetto a quelli che abitarono l'Italia verso la fine
    del I secolo dopo Cristo.
    Tanto per intendersi, all'epoca della distruzione di Pompei (79 avanti Cristo), l'unico periodo per il quale abbiamo una serie di referti scheletrici molto numerosi, la statura degli italici era più bassa e l'ossatura meno forte che nell'epoca arcaica o repubblicana.
    La ragione di questa progressiva decadenza fisica è stata attribuita a vari fatti e ha dato luogo alle più strane tesi.



    Fra questa è compresa una fantasiosa ipotesi di uno storico inglese che attribuì tale decadenza ed un progressivo avvelenamento dei Romani per i sali di piombo contenuti nel vino!
    Ma fin dall'inizio della storia appare chiaro che la causa essenziale di questa decadenza fu l'enorme sacrificio di vite umane ricaduto sia sulle spalle del contadino che del nobile romano, in quella straordinaria impresa che portò Roma e la limitata popolazione italica al dominio del mondo allora conosciuto.
    L'impero romano non fu certo fatto con le poche centinaia di morti delle battaglie navali inglesi e con le scarse perdite delle guerre coloniali europee.
    Il servizio militare obbligatorio per il giovane romano durava 20 anni più 5 o 6 anni di addestramento.
    Venivano presi i giovani di leva a 17/18 anni e non venivano rilasciarli quasi mai prima dei 40 anni.
    «Legio» significava in latino «scelta».
    Ogni anno si faceva la scelta o leva di tutti i maschi adulti, sani e adatti alle armi, lasciando a incombenze agricole o casalinghe quelli deboli e malaticci, assieme alle donne e agli anziani.
    Questo sistema durato per secoli non favorì certo la razza romana.
    Inoltre finché i Romani furono in grado di sospendere le principali attività belliche in autunno, per riprenderle a marzo, all'ini¬zio della primavera, avevano qualche mese da dedicare alla famiglia e alla convivenza con la propria moglie e quindi alla procreazione dei figli.



    Le guerre si combatterono prima nelle zone rivierasche del Mediterraneo, e poi in zone sempre più lontane dall'Italia, ai remoti confini dell'Impero.
    Si cominciò a porre il problema delle «vedove bianche», cioè delle famiglie in cui la presenza dell'uomo era sempre più rara.
    In seguito gli insediamenti di colonie romane e latine avvennero entro i confini dell'Italia storica, ci furono spostamenti di popolazioni all'interno del territorio italico, ma non una ulteriore perdita etnica come avvenne più tardi con la formazione di colonie in lontane zone dell'Impero.
    Inoltre, durante il periodo della fondazione di colonie in Italia, le donne seguivano gli uomini che avevano avuto assegnazioni di terre.
    La donna romana, però, non era una nomade, come le donne barbare e spesso finì per rimanere a casa da sola nella speranza, quasi sempre vana, del ritorno del proprio uomo partito in gioventù.
    Il problema demografico era già gravissimo alla fine della seconda guerra punica, a causa delle enormi perdite dei giovani romani sui vari fronti di guerra: si calcola infatti che circa la metà degli uomini cadde in queste lunghe campagne militari.
    Basti pensare che nella sola battaglia di Canne perì un quarto della gioventù dell'Italia centrale.
    La battaglia di Aurasio, contro Cimbri e Teutoni, distrusse i 2/3 della nobiltà e dei cavalieri: i primi, come era consuetudine, chiamati alle armi e a pagare col sangue il loro debito verso la Repubblica.
    Le guerre civili, anche queste spietate, fecero il resto.
    Il processo di decadenza demografica divenne allora un fatto irreversibile.
    Quando poi i confini dell'Impero si allargarono sui tre continenti, il ritorno per il legionario divenne sempre più problematico.
    Non era ormai più pensabile che un soldato di stanza ai confini della Scozia, o fra le montagne del Caucaso, potesse tornare a Roma per la famiglia.
    Era un viaggio che avrebbe richiesto due anni di tempo.



    Questa ragione geografica, oltre alle continue perdite su tutti i fronti di guerra, portò ad un vero collasso l'etnia romana, al volgere dell'era volgare.
    Il problema fu compreso in tutta la sua drammaticità da Augusto, ma nonostante i provvedimenti presi dal grande imperatore il processo di diminuzione della popolazione romana era ormai divenuto irreversibile.
    Perdite di guerra, insediamenti coloniali, mancanza di procreazione, causata dalla divisione delle famiglie, sono le tre cause principali che portarono progressivamente alla fine della razza romana.
    Per cui, a parte alcuni ceppi originari, etnicamente depauperati, rimasti ancora insediati, specie sulle montagne dell'Italia centrale, (le pianure erano da tempo divenute latifondi lavorati da schiavi o da semi liberi che continuarono a resistere nel Medioevo), la stirpe romana può, come tale, ritenersi quasi distrutta alla fine del II secolo dopo Cristo.
    Roma sopravvisse soprattutto per una continuità storica, culturale ed anche territoriale che prese corpo prima nella trasformazione dell'Impero, da pagano a cristiano, ed in seguito con la «surroga» dei poteri dell'Impero in vaste aree d'Italia da parte dei Pontefici romani.
    E'stato il cattolicesimo e la struttura anche giuridica della Chiesa ad ereditare ampiamente il patrimonio di Roma.
    E' stato detto che la Chiesa cattolica è il proseguimento dell'Impero romano in forma teologica, e il Papa un imperatore romano tornato più o meno al rango dell'antico «Rex Sacrorum».
    Ma pur sottolineando i legami innegabili fra la romanità del tardo impero e la nuova istituzione cattolica, cultura e nazione romana da un lato, cristianesimo e nazione giudaica dall'altro, furono dei fattori opposti e si combatterono fermamente.
    La continuità diretta fra Roma ed il cristianesimo esprime il senso della continuità morale e religiosa della civiltà europea tra Roma, Medioevo ed età moderna con aspetti puramente formali e rituali del tardo Impero ripresi dalla Chiesa (paramenti, liturgie e gerarchie cattoliche di vario genere).
    Roma chiuse comunque la sua vicenda storica senza lasciare singoli eredi diretti, ma un patri¬monio civile e morale comune a tutti i popoli dell'Occidente europeo ed anche dell'Oriente.




    Paolo Possenti

  2. #2
    kalashnikov47
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    Citazione Originariamente Scritto da Der Wehrwolf Visualizza Messaggio
    La stirpe romana
    Paolo Possenti
    05/10/2006
    Pubblichiamo il capitolo VII del I volume (Il millennio romano) di «Le radici degli italiani» di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.

    La stirpe romana

    Il 21 aprile 753 avanti Cristo è il giorno in cui, secondo la tradizione, veniva fondata Roma.
    È vero che su questa data, fin dall' antichità sono stati sollevati molti dubbi ed essa rappresenta piuttosto un giorno simbolico: il Versacrum, la festa della primavera, dal vigoroso risveglio della natura e del rinnovarsi della vita.
    Addirittura qualcuno, anagrammando il nome di Roma, ha scoperto che significa Amor, amore.
    Ma è più facile che questo nome fatidico derivi da un arcaico «Stroma», cioè la città del fiume.
    Ed è questa la tesi che ci convince di più, data anche la grande importanza del Tevere per i popoli di queste zone.
    Per quanto riguarda l'anno di fondazione di Roma, esiste ancor più incertezza.
    Da un insediamento permanente, anche in epoca anteriore alla data convenzionale, si sviluppa il primo nucleo della città.
    E' probabile che in questa epoca si siano completati degli accordi fra tribù che permisero un'intesa permanente fra le popolazioni stanziate sul Palatino e quelle del Quirinale che avevano creato la loro roccaforte sul Campidoglio.
    Non è da escludere che nel frattempo gruppi etruschi si fossero già stabiliti sulle rive del Tevere nei pressi dell'isola Tiberina e nella zona del Foro, dove già nell'antichità c'era una strada che faceva riferimento preciso agli artigiani etruschi del luogo.
    Ma come appariva, anche fisicamente, questa popolazione romana che nell'VIII secolo avanti Cristo si trovava probabilmente in via di formazione?



    Il gruppo del Palatino e quello del Quirinale erano senza dubbio i due popoli principali: da un lato i Latini e dall'altro i Sabini, popolazioni piuttosto affini anche linguisticamente, ma tutt'altro che identiche.
    Non vi è dubbio che i Sabini, già nella tradizione romana più antica, fanno pensare ad un gruppo di provenienza nordica o alpina emigrato in Italia in epoca più recente.
    Di questo gruppo, infatti, ci sono state tramandate caratteristiche fisiche centro-europee, come capelli di frequente rossi o biondastri, statura slanciata, cranio dolicocefalo e visi piuttosto ovali.
    Questi dati somatici, ricavabili da alcune descrizioni antiche, sono confermati anche da alcuni reperti ossei e da sculture in nostro possesso.
    I Romani facevano maschere funebri molto accurate: da esse possiamo trarre, con una certa precisione, anche alcuni dati somatici.
    Il ceppo latino abitante sul Palatino, invece, si era stanziato nel Lazio e più precisamente sui colli Albani, in un'epoca anteriore ai Sabini, in zone probabilmente già abitate da genti liguri.
    Pertanto avevano assorbito parte di questa popolazione ed anche molti dei caratteri psichici e somatici, di tipo più strettamente mediterraneo.
    In questo, il lettore deve aver ben chiara la differenza enorme che, sia sul piano fisico sia su quello culturale, separano le varie popolazioni dell'Italia antica dagli Italiani di oggi.

    Potremmo parlare di popolazioni romano-italiche per questa prima epoca e di «latini», o meglio neolatini per quelle successive, già a partire dal II secolo dopo Cristo.
    Con la parola neolatini (l'accezione inglese latini è causa di molti equivoci), anche oggi si intende un insieme di razze diverse, che hanno una comune eredità culturale, e una lingua derivata da quella dei Romani (Latini), ma che mostrano, solo in percentuali minime, l'appartenenza etnica ai ceppi originari del Lazio antico.
    Potremmo dire che il fenomeno che si verificò nell'America Latina aveva avuto un importante precedente anche in altre parti dell'Europa sottomesse dai Romani.



    Da Roma ereditarono la cultura e la lingua ma non i caratteri etnici dominanti.
    I Romani erano in numero talmente limitato come popolo, che non poterono praticare una colonizzazione di tipo «anglo-sassone» con la sostituzione di popolazioni proprie a quelle preesistenti.
    Né una colonizzazione del tipo «arabo» caso in cui la poligamia su larga scala moltiplicò a milioni la popolazione araba.
    I Romani erano strettamente monogami e non molto prolifici fin dall'inizio della loro storia.
    II numero dei cittadini romani nella Roma originaria si aggirava probabilmente sui 30.000 di cui la metà nel Contado.
    Pochi erano anche gli schiavi, tutti di origine italico-mediterranea.
    Neppure all'epoca dell'unificazione del Lazio, alla fine della monarchia, la popolazione doveva superare gli 800.000 abitanti.
    Una volta unificati gli Italici affini a Latini e Sabini, si formarono le 17 tribù storiche che costituirono la spina dorsale della struttura della cittadinanza romana e della vera nazione romanoitalica originaria.
    Complessivamente la popolazione raggiunse allora 3 milioni di abitanti circa, cifra che si mantenne fino al periodo precedente la prima guerra punica.
    Da allora la popolazione romana andò diminuendo continuamente fino a ridursi progressivamente a non più di un milione di individui alla fine del I secolo dopo Cristo, quando l'imperatore Vespasiano decise di liberarla dal servizio militare obbligatorio,
    per im¬pedire l'estinzione di alcune tribù, che come quella dei Velini era ridotta a poche centinaia di persone.
    Perché questa decadenza e questa trasformazione?



    La popolazione romana primitiva conobbe un periodo florido con l'introduzione di nuovi metodi d'allevamento, la sistemazione della valle del Tevere, la bonifica.delle paludi e la conoscenza di nuove tecniche agricole che furono probabilmente
    tra i risultati più positivi dell'azione dei re pastori della prima epoca.
    Il disboscamento del Lazio, territorio che oggi è completamente privo di foreste, ma che allora era coperto da fittissime selve e da paludi, fu una delle prime opere dei monarchi romani, e fu una delle imprese che caratterizzarono, nelle epoche succes¬sive,
    gli insediamenti romani in altre parti d'Europa.
    In questa epoca, appare ai nostri occhi una solida popolazione rurale di tipo centro-europeo di grande forza fisica, dal tronco possente, dalla spalle larghe, con gambe più corte, ma più robuste di quelle dei nordici, di struttura prestante ed armonica e di notevole statura media.
    Il legionario romano era abituato a marciare per decine di chilometri anche in un solo giorno, con carichi che fra armi e salmerie erano spesso di 30 o 40 kg ed anche più.
    Non è assolutamente fondata la concezione diffusa in certi Paesi dell'Europa settentrionale che i Romani fossero una popolazione di tipo strettamente mediterraneo, di struttura fisica fragile, di altezza inferiore alla media europea, come ad esempio furono
    i Mongoli o altre popolazioni mediterranee.
    I Romani erano incineratori e quindi non abbiamo referti scheletrici abbondanti.
    Quel poco che ci rimane dice però innanzi tutto una cosa assai poco nota: gli scheletri delle popolazioni romano-italiche primitive appartenevano ad individui fisicamente più forti, prestanti e di più alta statura rispetto a quelli che abitarono l'Italia verso la fine
    del I secolo dopo Cristo.
    Tanto per intendersi, all'epoca della distruzione di Pompei (79 avanti Cristo), l'unico periodo per il quale abbiamo una serie di referti scheletrici molto numerosi, la statura degli italici era più bassa e l'ossatura meno forte che nell'epoca arcaica o repubblicana.
    La ragione di questa progressiva decadenza fisica è stata attribuita a vari fatti e ha dato luogo alle più strane tesi.



    Fra questa è compresa una fantasiosa ipotesi di uno storico inglese che attribuì tale decadenza ed un progressivo avvelenamento dei Romani per i sali di piombo contenuti nel vino!
    Ma fin dall'inizio della storia appare chiaro che la causa essenziale di questa decadenza fu l'enorme sacrificio di vite umane ricaduto sia sulle spalle del contadino che del nobile romano, in quella straordinaria impresa che portò Roma e la limitata popolazione italica al dominio del mondo allora conosciuto.
    L'impero romano non fu certo fatto con le poche centinaia di morti delle battaglie navali inglesi e con le scarse perdite delle guerre coloniali europee.
    Il servizio militare obbligatorio per il giovane romano durava 20 anni più 5 o 6 anni di addestramento.
    Venivano presi i giovani di leva a 17/18 anni e non venivano rilasciarli quasi mai prima dei 40 anni.
    «Legio» significava in latino «scelta».
    Ogni anno si faceva la scelta o leva di tutti i maschi adulti, sani e adatti alle armi, lasciando a incombenze agricole o casalinghe quelli deboli e malaticci, assieme alle donne e agli anziani.
    Questo sistema durato per secoli non favorì certo la razza romana.
    Inoltre finché i Romani furono in grado di sospendere le principali attività belliche in autunno, per riprenderle a marzo, all'ini¬zio della primavera, avevano qualche mese da dedicare alla famiglia e alla convivenza con la propria moglie e quindi alla procreazione dei figli.



    Le guerre si combatterono prima nelle zone rivierasche del Mediterraneo, e poi in zone sempre più lontane dall'Italia, ai remoti confini dell'Impero.
    Si cominciò a porre il problema delle «vedove bianche», cioè delle famiglie in cui la presenza dell'uomo era sempre più rara.
    In seguito gli insediamenti di colonie romane e latine avvennero entro i confini dell'Italia storica, ci furono spostamenti di popolazioni all'interno del territorio italico, ma non una ulteriore perdita etnica come avvenne più tardi con la formazione di colonie in lontane zone dell'Impero.
    Inoltre, durante il periodo della fondazione di colonie in Italia, le donne seguivano gli uomini che avevano avuto assegnazioni di terre.
    La donna romana, però, non era una nomade, come le donne barbare e spesso finì per rimanere a casa da sola nella speranza, quasi sempre vana, del ritorno del proprio uomo partito in gioventù.
    Il problema demografico era già gravissimo alla fine della seconda guerra punica, a causa delle enormi perdite dei giovani romani sui vari fronti di guerra: si calcola infatti che circa la metà degli uomini cadde in queste lunghe campagne militari.
    Basti pensare che nella sola battaglia di Canne perì un quarto della gioventù dell'Italia centrale.
    La battaglia di Aurasio, contro Cimbri e Teutoni, distrusse i 2/3 della nobiltà e dei cavalieri: i primi, come era consuetudine, chiamati alle armi e a pagare col sangue il loro debito verso la Repubblica.
    Le guerre civili, anche queste spietate, fecero il resto.
    Il processo di decadenza demografica divenne allora un fatto irreversibile.
    Quando poi i confini dell'Impero si allargarono sui tre continenti, il ritorno per il legionario divenne sempre più problematico.
    Non era ormai più pensabile che un soldato di stanza ai confini della Scozia, o fra le montagne del Caucaso, potesse tornare a Roma per la famiglia.
    Era un viaggio che avrebbe richiesto due anni di tempo.



    Questa ragione geografica, oltre alle continue perdite su tutti i fronti di guerra, portò ad un vero collasso l'etnia romana, al volgere dell'era volgare.
    Il problema fu compreso in tutta la sua drammaticità da Augusto, ma nonostante i provvedimenti presi dal grande imperatore il processo di diminuzione della popolazione romana era ormai divenuto irreversibile.
    Perdite di guerra, insediamenti coloniali, mancanza di procreazione, causata dalla divisione delle famiglie, sono le tre cause principali che portarono progressivamente alla fine della razza romana.
    Per cui, a parte alcuni ceppi originari, etnicamente depauperati, rimasti ancora insediati, specie sulle montagne dell'Italia centrale, (le pianure erano da tempo divenute latifondi lavorati da schiavi o da semi liberi che continuarono a resistere nel Medioevo), la stirpe romana può, come tale, ritenersi quasi distrutta alla fine del II secolo dopo Cristo.
    Roma sopravvisse soprattutto per una continuità storica, culturale ed anche territoriale che prese corpo prima nella trasformazione dell'Impero, da pagano a cristiano, ed in seguito con la «surroga» dei poteri dell'Impero in vaste aree d'Italia da parte dei Pontefici romani.
    E'stato il cattolicesimo e la struttura anche giuridica della Chiesa ad ereditare ampiamente il patrimonio di Roma.
    E' stato detto che la Chiesa cattolica è il proseguimento dell'Impero romano in forma teologica, e il Papa un imperatore romano tornato più o meno al rango dell'antico «Rex Sacrorum».
    Ma pur sottolineando i legami innegabili fra la romanità del tardo impero e la nuova istituzione cattolica, cultura e nazione romana da un lato, cristianesimo e nazione giudaica dall'altro, furono dei fattori opposti e si combatterono fermamente.
    La continuità diretta fra Roma ed il cristianesimo esprime il senso della continuità morale e religiosa della civiltà europea tra Roma, Medioevo ed età moderna con aspetti puramente formali e rituali del tardo Impero ripresi dalla Chiesa (paramenti, liturgie e gerarchie cattoliche di vario genere).
    Roma chiuse comunque la sua vicenda storica senza lasciare singoli eredi diretti, ma un patri¬monio civile e morale comune a tutti i popoli dell'Occidente europeo ed anche dell'Oriente.




    Paolo Possenti

    Sicuramente c'è del vero. Soprattutto per quanto riguarda la crisi demografica.

  3. #3
    Armin
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    Non è facile rispondere, dal momento che sulla storia di roma è stato scritto di tutto, pur di farne un mito da imporre al mondo.
    Ci vorrebbe il cronovisore di padre Pellegrino Ernetti, al cui uso si oppone il vaticano.

  4. #4
    la ricerca della bellezza nascosta
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    Parlare di "stirpe" romana ha senso solo per un limitato periodo storico (cioè il periodo delle origini).
    Successivamente con l'acquisto della cittadinanza romana da parte di tutti i popoli italici che risiedevano dalle alpi alla sicilia il concetto di stirpe romana ha perso significato. Romano era anche il gallo cisalpino così come il greco della calabria. E, addirittura, verso la fine dell'impero la cittadinanza romana venne concessa a tutti i popoli europei. Alla fine tutti erano romani.
    Per cui il concetto di "Romanità" non è un concetto etnico ma un concetto spirituale. Cioè l'attidine al dominio illuminato e alla guida secondo il diritto, la potenza, il vigore, l'ordine gerarchico, il progresso, la rettitudine, la forza suprema. La capacità di dominare lasciando liberi e autonomi i dominati.
    Gli eredi della spiritualità romanica furono i germanici che la esercitarono con il dominio imperiale per alcuni secoli.
    Più recentemente in Europa, si sono verificati dei tentativi maldestri di emulare e di far rinascere questo spirito romanico ma fallirono miseramente nel giro di qualche anno: ci provò Napoleone, Mussolini e Hitler (quest'ultimo molto confusamente).
    Non ci si improvvisa dominatori ! L'attitudine a guidare un impero formato da tanti popoli è cosa profonda e rara.
    Ciònonostante la spiritualità romanica ancora è esistente in giro per l'europa ma solo in forma latente.
    Vedremo se in futuro ci sarà qualche gruppo in Europa capace di raccoglierlo e riportarlo in vita imponendo la sua potenza e guidando il destino degli europei lasciandoli liberi e autonomi ma, nello stesso tempo, rispettosi e timorosi di comportarsi secondo rettitudine.
    E ciò sarà quando la parola "ROMA" ritornerà a incutere terrore e rispetto nei confronti del mondo.

    Ciò detto, preciso che io, personalmente, prediligo un approccio greco.
    Ma per un etnonazionalista credo che l'approccio più naturale sia quello romano-germanico.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Armin Visualizza Messaggio
    Ci vorrebbe il cronovisore di padre Pellegrino Ernetti, al cui uso si oppone il vaticano.
    Probabimente non è molto difficile dartela a bere...
    Iunthanaka
    Conte della Martesana

  6. #6
    Armin
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Iunthanaka Visualizza Messaggio
    Probabimente non è molto difficile dartela a bere...
    Mi piacerebbe brindare.

  7. #7
    Armin
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    Citazione Originariamente Scritto da uqbar Visualizza Messaggio
    Parlare di "stirpe" romana ha senso solo per un limitato periodo storico (cioè il periodo delle origini).
    Successivamente con l'acquisto della cittadinanza romana da parte di tutti i popoli italici che risiedevano dalle alpi alla sicilia il concetto di stirpe romana ha perso significato. Romano era anche il gallo cisalpino così come il greco della calabria. E, addirittura, verso la fine dell'impero la cittadinanza romana venne concessa a tutti i popoli europei. Alla fine tutti erano romani.
    Per cui il concetto di "Romanità" non è un concetto etnico ma un concetto spirituale. Cioè l'attidine al dominio illuminato e alla guida secondo il diritto, la potenza, il vigore, l'ordine gerarchico, il progresso, la rettitudine, la forza suprema. La capacità di dominare lasciando liberi e autonomi i dominati.
    Gli eredi della spiritualità romanica furono i germanici che la esercitarono con il dominio imperiale per alcuni secoli.
    Più recentemente in Europa, si sono verificati dei tentativi maldestri di emulare e di far rinascere questo spirito romanico ma fallirono miseramente nel giro di qualche anno: ci provò Napoleone, Mussolini e Hitler (quest'ultimo molto confusamente).
    Non ci si improvvisa dominatori ! L'attitudine a guidare un impero formato da tanti popoli è cosa profonda e rara.
    Ciònonostante la spiritualità romanica ancora è esistente in giro per l'europa ma solo in forma latente.
    Vedremo se in futuro ci sarà qualche gruppo in Europa capace di raccoglierlo e riportarlo in vita imponendo la sua potenza e guidando il destino degli europei lasciandoli liberi e autonomi ma, nello stesso tempo, rispettosi e timorosi di comportarsi secondo rettitudine.
    E ciò sarà quando la parola "ROMA" ritornerà a incutere terrore e rispetto nei confronti del mondo.

    Ciò detto, preciso che io, personalmente, prediligo un approccio greco.
    Ma per un etnonazionalista credo che l'approccio più naturale sia quello romano-germanico.
    No, meglio quello celto-germanico.

  8. #8
    SatanFascista
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    Citazione Originariamente Scritto da Paolo Possenti
    In questo, il lettore deve aver ben chiara la differenza enorme che, sia sul piano fisico sia su quello culturale, separano le varie popolazioni dell'Italia antica dagli Italiani di oggi.
    Potremmo parlare di popolazioni romano-italiche per questa prima epoca e di «latini», o meglio neolatini per quelle successive, già a partire dal II secolo dopo Cristo.
    Con la parola neolatini (l'accezione inglese latini è causa di molti equivoci), anche oggi si intende un insieme di razze diverse, che hanno una comune eredità culturale, e una lingua derivata da quella dei Romani (Latini), ma che mostrano, solo in percentuali minime, l'appartenenza etnica ai ceppi originari del Lazio antico.
    Potremmo dire che il fenomeno che si verificò nell'America Latina aveva avuto un importante precedente anche in altre parti dell'Europa sottomesse dai Romani.
    quello che ho sempre affermato io , non esiste che la grande civiltà romana potesse essere nato da un popolo di burini , i burini sono i moderni meticciati discendenti dei veri Romani di una volta , cosi come i greci moderni sono solo un residuo del grande popolo dorico che fece grande la Grecia 2500 anni fa , sono un miscuglio crego-turco oramai...
    e lo stesso sta succedendo in Padania , con persone che parlano con l'accento milanese ma che meneghine non lo sono proprio per niente.

  9. #9
    Armin
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    Citazione Originariamente Scritto da Io Robert Visualizza Messaggio
    quello che ho sempre affermato io , non esiste che la grande civiltà romana potesse essere nato da un popolo di burini , i burini sono i moderni meticciati discendenti dei veri Romani di una volta , cosi come i greci moderni sono solo un residuo del grande popolo dorico che fece grande la Grecia 2500 anni fa , sono un miscuglio crego-turco oramai...
    e lo stesso sta succedendo in Padania , con persone che parlano con l'accento milanese ma che meneghine non lo sono proprio per niente.
    I romani non sono mai stati un gran popolo, ma solo una manica di delinquenti, ladri e assassini.
    Hanno prodotto solo:
    tecnica militare e diritto; entrambi strumenti di sottomissione dei conquistati.
    Il resto che spacciano per roba loro, in realtà, è il prodotto dell'opera e del genio altrui, su cui hanno apposto la loro etichetta.

  10. #10
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    Paolo Possenti
    07/10/2006
    Pubblichiamo il capitolo XVI del I volume (Il millennio romano) di «Le radici degli italiani» di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.

    Germani, Cimbri e Teutoni

    Mentre Roma portava a termine una serie di importanti conquiste, nel bacino orientale ed occidentale del Mediterraneo, nell'Europa centro settentrionale si sviluppava un fenomeno storico di grande importanza: la formazione e lo sviluppo della stirpe germanica, nonché il suo progressivo prevalere sulle tribù celtiche a nord delle Alpi.
    I Romani conoscevano molto bene il popolo dei Galli con il quale si erano scontrati più volte, ma non conoscevano i Germani.
    Con il progressivo assoggettamento di alcune importanti popolazioni celtiche, anche oltre le Alpi, i Romani si erano creati nel nord un confine abbastanza tranquillo.
    Avevano respinto numerosi tentativi di Celti dell'Europa settentrionale di penetrare in Provenza e di immischiarsi nelle questioni dell'Italia, ed infine avevano assoggettato molte tribù della stessa stirpe fra le Alpi ed il Danubio.
    Da queste zone erano però pervenute a Roma informazioni di vasti movimenti di popolazioni che non parlavano la stessa lingua dei Galli e avevano caratteristiche fisiche tipiche del popolo celtico: statura elevata, occhi chiari, capelli biondi, rilevante capacità militare e un grande coraggio. Si trattava, infatti, di un popolo nuovo che stava per fare il suo ingresso nella storia: quello dei Germani.
    Chi erano realmente e da dove provenivano?
    La storiografia moderna ha creato alcuni miti che non è facile sradicare dalle menti: la contrapposizione etnica che viene fatta ad esempio fra i Romani e Celti o fra questi ed i Germani, descritta in termini fisici e psichici è quanto mai lontana dalla realtà.
    Gli stessi Romani erano un popolo indoeuropeo, a quel tempo abbastanza vicino alle proprie origini, e con elementi culturali religiosi e organizzativi simili a quelli degli altri popoli indoeuropei, quali Illiri, Galli e Germani.
    Gli dei, la religione, la disciplina e la fedeltà ai capi erano analoghe presso tutti questi popoli.
    Il forte senso della famiglia, della monogamia, il posto particolare della donna nella società, il legame con i figli, il rispetto degli anziani, l'attaccamento alla stirpe (il genus latino), erano caratteri comuni ai Germani, ai Celti, ed ai Romani.



    Fisicamente i Romani avevano assorbito una rilevante percentuale di sangue ligure, però la razza romana di quest'epoca si presentava con una solidità fisica e caratteristiche psichiche complessivamente assai simili a quelle dei Celti o degli stessi Germani.
    Anche fisicamente non tutti i Germani erano alti e biondissimi, né tutti i Romani bruni e massicci.
    I Germani, nella loro formazione etnica, fin dalle origini, oltre a derivare da popolazioni baltiche Cromagnon, nettamente bionde e di alta statura, avevano assorbito influenze sia dei sarmato-caucasici, dei quali probabilmente erano anzi una frangia, sia di ampi gruppi di origine celtica.
    Da sempre poi specie i Germani, cresciuti attorno alle coste del Baltico, si erano fortemente mescolati a popolazioni di origine finnica, che contribuirono indubbiamente, con una elevata percentuale, nella formazione delle etnie germaniche settentrionali.
    Non dimentichiamo infatti, che queste popolazioni di origine uralo-altaica, si estendevano in Scandinavia fino all'altezza grosso modo di Goteborg e di Stoccolma, abitavano su tutta la costa orientale del Baltico e avevano caratteristiche fisiche che potevano in qualche modo ricordare la razza mediterranea cioè una statura più piccola, con capelli neri ed occhi scuri.
    Questo elemento bruno, che esiste indubbiamente nella stirpe originaria germanica non è mediterraneo, ma di origine finnica.
    E' questo un problema etnico di grande interesse che gli storici hanno quasi sempre ignorato.
    In realtà neppure in questo periodo, l'Europa presenta gruppi di razze pure al cento per cento, come molti storici dell'800, e del principio di questo secolo hanno creduto, ma esistono e sono esistite etnie con caratteri prevalenti in un senso o nell'altro, legate nel periodo in esame ad elementi comuni di origine linguistica, di costumi e di credenze abbastanza simili.



    Quindi la divisione storica fra Celti e Germani, fra Celti e Romani, fra questi, gli Illiri, i Macedoni e i Greci (le stirpi del nord ovest), non va intesa in maniera così netta come l'ha vista una parte della storiografia moderna.
    Indubbiamente, i Germani presentano in epoca storica una carica di vitalità molto superiore anche agli stessi Celti, ma la tradizione ci racconta che in origine i Celti dominarono sui Germani.
    Nel momento, tuttavia, in cui questi ultimi si presentano alla ribalta della storia, la situazione si era capovolta.
    Probabilmente furono gli stessi Romani che contribuirono non poco a provocare questa situazione dopo i fieri colpi inflitti alla nazione celtica un po' in tutta Europa.
    Non vi è dubbio che furono proprio le campagne contro i Celti della valle del Danubio a favorire l'avanzata dei Cimbri, ed il loro passaggio del grande fiume.
    I Romani, come al solito, non presero troppo sul serio la minaccia che veniva dal nord, perché le loro informazioni erano legate a una crisi della struttura tribale dei Celti, ormai frazionati in molte piccole tribù e incapaci di creare una minaccia per lo Stato romano.
    Il Senato romano ritenne l'avvicinarsi dei Cimbri e dei Teutoni, ed il loro passaggio del Danubio, come una delle solite migrazioni celtiche in questa vasta pianura.
    Furono invece le tribù celtiche alleate dei Romani a dare l'allarme e a descrivere con terrore gli effetti della grande avanzata germanica, la prima di cui peraltro abbiamo notizia storica. Probabilmente nel II secolo avanti Cristo vi erano state una serie di circostanze climatiche e contingenti a spingere i Germani in massa verso sud.
    In quest'epoca i popoli germanici sulla riva del Baltico si uniscono in una sorta di grande confederazione, comprendente due grossi blocchi: quello dei Cimbri, che avevano probabilmente origine nell'Himmerland, cioè nella Scandinavia meridionale e nello Jutland, e quello dei Teutoni, che occupavano la riva meridionale del Baltico, la zona del bosco sacro famoso nella leggenda
    di Nerta, la misteriosa Dea dei sacrifici umani.
    Dopo aver lasciato le sedi dell'Elba e dell'Holstein meridionale, iniziarono una lunga discesa, attraverso le valli dell'Oder e della Vistola.



    Stavolta non era solo una marcia in cerca di preda e di gloria guerriera, ma anche sete di nuovi pascoli, di nuovi insediamenti e di nuove terre.
    Dietro questa espansione dei Germani dall'Europa settentrionale verso quella meridionale c'è un vero progetto di «colonizzazione» sistematica, un fenomeno che si ripeterà più tardi in epoca imperiale.
    Anche in questa grande migrazione i Germani si spostavano con mogli, carriaggi e mandrie, ma non lasciavano dietro di loro il vuoto, bensì una serie di insediamenti, di alleanze e di popolazioni amiche che fanno assomigliare questa avanzata quasi ad un grande progetto di conquista e colonizzazione assieme.
    Questo, almeno nella prima fase, perché la lunga guerra coi Romani mutò probabilmente il loro originario progetto.
    Correva l'anno 113 avanti Cristo, e per la prima volta, Romani e Germani si trovarono faccia a faccia.
    Contrariamente a quanto molti storici hanno affermato, non si giunse subito ad una guerra aperta, ma da una parte e dall'altra si aprirono trattative.
    I Germani chiedevano di poter proseguire lungo la valle del Danubio, con il probabile proposito di ripercorrere la via d'invasione dei Celti, che un secolo prima avevano messo a sacco i Balcani e la stessa Grecia, riportando un immenso bottino.
    I Romani, come era .loro abitudine, ascoltarono attentamente le intenzioni dei Germani e si resero conto di aver a che fare con barbari anche più determinati e aggressivi dei Celti.
    Perciò il console Papirio Carbone, che comandava le legioni romane in quella parte d'Europa, ingiunse ai Cimbri, in maniera perentoria, di ripassare il Danubio e di tornare da dove erano venuti. Nel frattempo i Romani avevano radunato in gran fretta tutte le truppe disponibili in quel settore d'Europa ed il loro esercito ammontava probabilmente a circa 30.000 uomini.
    Era cioè numericamente meno della metà dell'esercito che i Cimbri ed i loro alleati potevano mettere in campo, ma i Romani erano abituati ad affrontare i barbari in queste condizioni e scesero in campo sicuri della vittoria.



    Lo scontro avvenne non lontano dal fiume Danubio, presso la città di Noreia e fu una battaglia rimasta a lungo nella memoria dei Romani e dei Germani.
    Durò l'intera giornata ed alla fine sul campo giacevano decine di migliaia di morti.
    Circa metà dell'esercito romano andò distrutta, ma anche i Germani ebbero dal canto loro un numero di perdite elevatissimo, specie a causa della cavalleria romana che si dimostrò assai superiore a quella germanica.
    A sera sul campo si scatenò un uragano, che rese la pianura impraticabile e la cavalleria inservibile.
    Così i resti dell'esercito romano, nonostante le perdite subite, poterono ritirarsi con ordine dal campo di battaglia, rifugiandosi nel campo fortificato.
    Per la prima volta, dopo oltre un secolo un esercito romano non usciva vincitore da uno scontro con i nemici.
    Il fatto suscitò allora molta impressione e da questo molti storici tedeschi del secolo scorso trassero la conclusione che Roma fosse stata profondamente scossa dall'esito di questa battaglia.
    In realtà benché sul campo i Romani avessero avuto gravi perdite, la disciplina romana aveva segnato un importante successo.
    Nei giorni seguenti i Cimbri non osarono attaccare il campo fortificato entro il quale si erano ritirati i Romani, anche per la loro incapacità di costruire macchine d'assedio.
    Così il console Carbone, nonostante il grave rischio corso e le perdite subite, aveva ottenuto alla fine un importante punto a suo favore.
    I Cimbri, infatti, invece di proseguire la loro marcia verso mezzogiorno, duramente provati da questa stessa battaglia e non equipaggiati per porre assedi a città e fortezze, rinunciarono per il momento ai rischi di un'altra guerra contro i Romani e ripassato il Danubio si addentrarono nella Germania meridionale da dove passarono in Gallia.
    E' difficile dare una valutazione numerica esatta di questa popolazione; ma certamente ci troviamo davanti a un popolo che poteva mettere in campo oltre 100.000 guerrieri, quindi a un gruppo di tribù comprendenti circa 500.000-600.000 persone.
    Questa seconda fase del movimento migratorio non interessò probabilmente tutta la popolazione.
    Durante la lunga marcia si era creata, come spesso accadeva con le popolazioni germaniche, tutta una catena di insediamenti e di concessioni di terre date in sfruttamento ai vari capi.
    La nuova migrazione quindi interessava soprattutto la massa più giovane della popolazione.



    Una delle caratteristiche delle popolazioni germaniche era di procedere a balzi successivi nelle loro conquiste.
    Certamente esisteva anche il desiderio di stabilire alleanze e sottomettere altri popoli onde avere più facilmente il sopravvento sui Romani, i temuti guerrieri del sud di cui le Saghe germaniche tramandavano la crudeltà e la potenza.
    La battaglia di Noreia aveva insegnato ad ambedue le parti una certa prudenza.
    Ai Germani aveva insegnato che impegnarsi con i Romani erano cosa ben diversa da quella di attaccare le tribù celtiche.
    Ai Romani aveva fatto capire che bisognava prepararsi ad una dura guerra finché la nazione dei Cimbri e dei Teutoni avesse continuato la loro avanzata nell'Europa settentrionale ed occidentale.
    Frattanto i Cimbri ricevevano ambasciatori da altre popolazioni germaniche e persino celtiche, che si offrivano di entrare in questa grande coalizione per proseguire l'attuazione di un grande piano di conquista che comprendesse la sconfitta dei Romani.
    E' sorprendente notare come questo popolo abbia potuto concepire già in questa epoca una strategia di carattere generale volta a sottomettere tutta l'Europa, anticipando il grande tentativo dei Goti tre secoli più tardi.
    Lasciata quindi la valle del Danubio nel giro di un paio d'anni, i Cimbri proseguirono nella conquista di altri vastissimi territori a nord delle Alpi e grosso modo raccolsero in una grande coalizione quasi tutti i popoli di quel territorio che doveva divenire la stessa Germania storica. Purtroppo non ci sono note nei dettagli le fasi di questa conquista; ma il fatto che ai Cimbri ed ai Teutoni si unirono tribù germaniche e persino molti Celti fa comprendere come questa supremazia avesse gettato le basi di un vero e proprio impero a base tribale, fra le Alpi ed il Mare del Nord.
    Naturale conseguenza di questa grande conquista fu l'invasione germanica della Gallia, la prima in ordine storico.
    Comunque i Cimbri, una volta penetrati in Gallia, cercarono di assicurarsi le spalle battendo i Belgi ed in questa impresa trovarono le prime difficoltà.
    Tuttavia altre popolazioni celtiche, specialmente gli Elvezi aderirono alla grande alleanza.



    Assicuratasi la Gallia, alcune schiere germaniche fecero una puntata in Spagna, per saggiare il terreno da quella parte.
    Ma qui già erano presenti i Romani e per giunta vi trovarono anche una forte resistenza da parte delle popolazioni Celti-iberiche.
    Anzi fu in questa circostanza che iniziò quella storica alleanza fra i Romani e gli Iberici, che doveva poi durare per tanti secoli.
    Pertanto ai Germani non rimase altra scelta che rientrare in Gallia puntando decisamente sulla pianura italica per abbattere una volta per sempre la minaccia delle armi romane, che, sovente battute, sembravano rinascere in ogni parte d'Europa ove essi si recassero.
    Questa strategia fu coronata da un clamoroso successo.
    Nell'anno 105 avanti Cristo ad Aurasio, l'odierna Orange in Gallia, un grande esercito romano comandato dai due consoli si scontrò con l'esercito dei Cimbri e dei Teutoni.
    Ne venne fuori una di quelle battaglie tipiche della storia romana nei momenti più drammatici. Come a Canne la rivalità di due consoli fu fatale; così in quella sfortunata battaglia i legionari riscattarono con il loro valore l'insipienza dei capi.
    I Romani ancora una volta combatterono secondo la loro tradizionale capacità infliggendo gravissime perdite agli avversari e non lasciando nessun dubbio circa la determinazione con la quale Roma avrebbe difeso il suolo italico.
    Oltre 80.000 Romani rimasero uccisi: più che a Canne; fu questa la più sanguinosa sconfitta della loro storia.
    Forse come tutti gli esseri umani, essi non erano invincibili, ma con il loro valore e la loro determinazione conoscevano una sola alternativa, certamente cupa e priva di retorica: la vittoria o la morte.
    Questa era Roma e tale rimase per secoli.
    Ancora una volta però i Cimbri e i Teutoni oltre a dare una prova di indiscussa capacità strategica e tattica oltreché di grande valore guerriero avevano affrontato i Romani in uno stato di netta superiorità numerica.
    I Romani non erano stati in grado di valutare le grandi risorse umane di queste nazioni e la capacità di portare sul campo di battaglia, con un notevole grado di addestramento, tutti gli uomini validi alle armi ed anche numerosi alleati.



    Inoltre la sconfitta romana ebbe all'interno della Repubblica conseguenze di ben altra gravità sul piano sociale.
    In questa battaglia l'esercito romano era quello tradizionale basato sulla coscrizione centuriata delle leve fatte cioè nelle classi sociali superiori.
    I Romani non consideravano questa guerra pericolosa ed avevano fatto ricorso al reclutamento delle centurie che comprendevano l'aristocrazia e le persone più abbienti lasciando inutilizzate anche gran parte delle forti legioni italiche.
    La battaglia di Aurasio fu in qualche modo la tomba dell'aristocrazia romana e dell'esercito tradizionale della Repubblica.
    Si può dire che il fiore della nazione romana fu eliminato.
    Moltissimi erano i giovani ed i giovanissimi.
    Specie dopo i forti contrasti sociali con i plebei e le accuse ai nobili durante le guerre giugurtine, l'aristocrazia romana si era fatta un punto d'onore di partecipare quasi da sola a questa guerra. Perciò le conseguenze della battaglia furono probabilmente assai più gravi sul piano etnico che su quello militare, perché Roma perdette d'un colpo solo un'intera generazione che era essenziale per la vita dello Stato romano.
    Fu proprio la consapevolezza di questo fatto a creare in Roma un senso di angosci e di sbalordimento per questa sconfitta, e le ripercussioni furono gravissime soprattutto fra le famiglie più in vista.
    Non ci fu famiglia romana delle classi superiori che non perse vari membri in questa battaglia.
    Di fronte a questa situazione il Senato decise con la solita energia di ricorrere a mezzi estremi ed aprì l'arruolamento in massa fra i ceti meno abbienti, i nullatenenti e i liberti oltre che fra gli Italici anche delle città meno considerate.
    Sottopose quindi tutti gli uomini validi ad un durissimo addestramento che durò circa tre anni.
    Nel frattempo Cimbri e Teutoni avevano perduto l'occasione di passare le Alpi e di sfruttare decisamente il primo grande successo contro i Romani.
    Paghi della loro vittoria, si erano dati ad organizzare quella specie di grande dominio creato a nord fra le Alpi e la Scandinavia.
    Purtroppo le fonti storiche ci dicono poco di questo potere, che seppur breve, preannuncia con secoli di anticipo l'espansione dei Goti e dei Franchi.



    Ma lo scontro coi Romani, con la loro disciplina ed incrollabile tenacia era tutt'altro che concluso.
    All'inizio dell'anno 102 avanti Cristo i Romani penetrarono nuovamente nella Gallia meridionale comandati da un generale che era destinato a far parlare di sé nella storia di Roma: Caio Mario.
    Si trattava di un esercito molto più numeroso di quello precedente e che soprattutto aveva compiuto un addestramento particolare.
    L'esercito romano infatti aveva subito un mutamento non solo di carattere sociale, ma anche di carattere tattico aumentando la possibilità offensiva della fanteria con l'introduzione di una lancia da getto, destinata a fermare la carica dei guerrieri germanici.
    La nuova arma si dimostrò molto efficace.
    Il cuneo d'attacco germanico era risultato veramente micidiale contro il manipolo, il quale, se aveva dato buona prova contro la falange macedone ed il quadrato chiuso di altri eserciti orientali, non sembrava abbastanza solido contro un attacco portato in profondità da un centro particolarmente forte che poi si allargava sulle ali con una manovra di aggiramento sostenuta
    da una cavalleria molto efficace.
    L'introduzione del «pilus» nell'esercito romano fu un poco come l'introduzione della picca svizzera contro la cavalleria feudale o degli arcieri inglesi nella battaglia di Agincourt.
    Ma fu soprattutto la disciplina e la visione strategica complessiva romana che trionfarono sui Germani.
    I Romani, penetrati nella Gallia meridionale, si diedero a una serie di operazioni di carattere secondario cercando di isolare l'esercito teutone che si era intanto separato con inescusabile leggerezza dal grosso costituito dall'esercito di Boverik, re dei Cimbri.
    I Romani si prepararono con calma ad una lunga campagna, e una volta a contatto con l'esercito dei Teutoni, rinforzato degli Amboni, crearono un forte campo fortificato contro il quale si infransero inutilmente i tentativi di assalto dei Germani.
    Nonostante i Teutoni si ostinassero a voler impegnare i Romani in uno scontro in campo aperto, Mario si guardò bene dall'attaccare una battaglia secondo gli schemi tattici tradizionali, ma preferì impostare la propria azione su una strategia manovrata che indebolisse innanzitutto la situazione logistica dei Germani. obbligandoli prima a un assedio nel quale perdettero molto mordente, e poi a una ritirata per procurarsi i viveri.


    Il generale Caio Mario



    A questo punto i Teutoni decisero di avviarsi verso l'Italia per congiungersi con i Cimbri che avrebbero dovuto scendere dai passi delle Alpi trentine provenienti dalla Germania meridionale.
    Mario allora si pose all'inseguimento dell'esercito dei Teutoni.
    Con un'abile manovra aggirante li colse in marcia di trasferimento nei pressi di Aquae Sextiae in Provenza (102 avanti Cristo) e dopo una accanitissima battaglia, in cui i Teutoni e gli Ambroni fecero prodigi di valore, li annientò completamente.
    I Romani in questa battaglia non diedero quartiere.
    Uccisero circa 100.000 Germani e catturarono solo parte delle donne e dei bambini che poi vendettero come schiavi nell'Italia del nord.
    Frattanto Baiarix, re dei Cimbri, aveva valicato con successo le Alpi, aveva respinto con gravi perdite un altro esercito romano nei pressi di Trento, ma aveva subito capito che l'avversario da battere era Caio Mario.
    Si diresse pertanto contro il console che scendeva dalle Alpi occidentali, preceduto dalla fama del terribile massacro dei Teutoni.
    Anzi secondo l'uso germanico, il re dei Cimbri Baiarix mandò a Caio Mario una sfida in piena regola per affrontarlo in campo aperto in una zona prestabilita vicino al fiume Ticino nei pressi di Vercelli, ai Campi Raudii.
    Mario, che non aveva accettato le provocazioni dei Teutoni, accettò ora la sfida e i due eserciti furono puntuali all'incontro, decisi a darsi battaglia all'ultimo sangue.
    Si dice che Mario manovrò in modo da porre l'esercito germanico contro il sole, per impedirgli di vedere esattamente la gravità dei danni che la nuova arma, il «pilus», avrebbe fatto nelle loro file, ma soprattutto per impedire loro di osservare i movimenti delle legioni.
    Anche il nuovo scontro con i Cimbri fu terribile ed a lungo incerto.
    Ma alla fine la vittoria dei Romani fu assoluta e totale.
    L'esercito Cimbro fu annientato e rimasero sul terreno da 150.000 a 200.000 Germani; anche parte della popolazione inerme e molte delle donne furono uccise: anche stavolta molte donne si erano armate per sostenere i loro uomini.
    Oltre 100.000 Cimbri furono venduti parimenti come schiavi.
    La distruzione di queste grandi popolazioni ebbe conseguenze enormi per l'Europa.



    Innanzitutto per almeno 3 secoli nessun popolo germanico scese a sud delle Alpi, come avevano osato fare i Cimbri e i loro alleati e fino al III secolo dopo Cristo cioè all'epoca dell'anarchia militare, nessun gruppo germanico costituì un serio pericolo per i Romani.
    Ma la guerra contro i Cimbri e i Teutoni fu particolarmente decisiva per il futuro della Gallia, poiché è evidente che fin da questa epoca, a causa del cedimento nazionale delle tribù celtiche, nessun'altra forza se non i Romani avrebbe potuto opporsi alla discesa dei Germani fino al Mediterraneo.
    La guerra romano-teutonica è uno dei capitoli più importanti della storia di Roma in questa epoca e dei rapporti fra l'Italia ed il nordeuropea, che vanno maggiormente conosciuti.
    Va infine ricordato che l'elemento germanico entrato a comporre l'etnia italiana non giunse in Italia solo con le invasioni germaniche alla fine dell'impero, ma vi giunse anche in maniera massiccia come elemento servile, cioè schiavi catturati dai Romani tra i Germani e poi messi alle dipendenze dei Romani specie nella pianura padana.
    Quindi nella componente servile, che poi costituirà buona parte della popolazione italica, non entra solo l'elemento greco, slavo o siriaco ma entra, specie nel nord Italia e nell'Italia centrale un altrettanto numeroso elemento germanico.

    Paolo Possenti

 

 
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