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  1. #11
    la ricerca della bellezza nascosta
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    Citazione Originariamente Scritto da Armin Visualizza Messaggio
    No, meglio quello celto-germanico.
    Scusa, forse non mi sono spiegato bene.
    Io, con l'espressione "romano-germanico" mi riferisco a quel momento storico in cui i germanici divennero i nuovi dominatori dell'impero romano e lo proseguirono per molti secoli imponendo il cattolicesimo.
    Che c'entrano i celti ?

  2. #12
    Armin
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    Citazione Originariamente Scritto da uqbar Visualizza Messaggio
    Scusa, forse non mi sono spiegato bene.
    Io, con l'espressione "romano-germanico" mi riferisco a quel momento storico in cui i germanici divennero i nuovi dominatori dell'impero romano e lo proseguirono per molti secoli imponendo il cattolicesimo.
    Che c'entrano i celti ?
    Tu parlavi di mentalità, io pure.

  3. #13
    Ridendo castigo mores
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    che i latini fossero ben poco " mediterranei" e' facile da dimostrare sia dall' osservazione delle teste romane antiche ( i romani era veristi perche' volevano rappresentare la realta' della persona ) sia dal residuo popolamento montano ancora osservabile fino a pochi decenni fa nella alta sabina .

    Che la fine etnica del popolo romano-latino sia dovuta al suo esaurimento " militare" nel periodo della " repubblica imperiale" (250-100 a.C.) e' altrettanto noto da tempo specie negli studi degli storici inglesi soprattutto quelli del toynbee che ha mostrato che la " rovina definitiva" corrisponde alla "vittoria definitiva" processo appunto che secondo il T procede attraverso il " tradimento delle elites" al cui potere non e' piu necessario ne "il servizio pubblico" che il "popolo armato" ma solo servi divisi i " guardie" e " schiavi " .

    Laprova immediata di cio' fu la decisione del senato dopo le guerre puniche di mandare falllite le famiglie di agricoltori che si erano indebitate per sostenere il tributo di sangue in guerra ,e il cui fallimento permetteva ai senatori di impossessersi delle loro terre per crearvi latifondi .

    Toynbee ha dimostrato che questo " tradimento delle elites " consequente al "successo definitivo" e' " matematico " sebbene il popolo non se lo aspetta e che comunque comporta il tracollo definitivo della civilta' .. attravero una fase decadente " cosmopolita" che vede l' arricchimento e l'arbitrio delle elites ,la dispersione etnica del popolo e la sua riduzione in servitu '..

    piu o meno quello che stiamo vedendo nella attuale fase del cosidetto " occidente" ..
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

  4. #14
    SatanFascista
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    Pubblichiamo il capitolo XXVI del I volume di «Le radici degli italiani», di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.

    L'Impero di Augusto



    Augusto divenne il primo vero dominatore di Roma, senza però che fosse formalmente istituita una dittatura a vita o una monarchia che egli specificamente rifiutò.
    Tuttavia, in forza dei nuovi poteri, che andavano da quello proconsolare a quello tribunizio, egli ebbe la facoltà di nominare funzionari dello Stato, far leve, stringere alleanze, dichiarare guerre, emettere decreti con valore di legge.
    Di fatto egli assumeva nelle sue mani, oltre al comando dell'esercito, anche una buona parte dei poteri esecutivi dello Stato, dividendoli solo con il Senato, al quale restava peraltro una larga funzione legislativa.
    Tuttavia occorre sottolineare che la fonte di potere per l'imperatore era, sul piano giuridico, la «Lex de imperio», che il Senato aveva votato e non essendo in vigore alcun principio dinastico almeno formalmente, i nuovi imperatori dovettero per lunghi secoli dipendere dal Senato per avere la loro consacrazione ufficiale, sia che la loro designazione fosse avvenuta nell'ambito del potere civile, sia che fossero stati eletti, come accadde spesso più tardi, per l'intervento dei militari.
    Perciò l'Impero instaurato da Augusto a Roma non era una monarchia in senso tradizionale, quale noi Europei l'abbiamo più tardi recepita dal diritto germanico, ma piuttosto una repubblica autoritaria il cui capo era eletto a vita.
    Una situazione molto simile a quella che si verificherà a Venezia, nella sua millenaria storia, con l'istituto del Dogato, e simile nel sistema a quella del Papato, derivato chiaramente dall'Impero Romano.
    La spiegazione di tutto ciò va ricercata nel fatto che i Romani erano totalmente avversi al concetto della ereditarietà del potere imperiale.
    Benché fin dall'inizio dell'Impero si fossero formate per brevi periodi vere e proprie dinastie, la regola della successione al massimo potere fu l'associazione al governo dell'uomo ritenuto più degno, scelto spesso nell'ambito della stessa famiglia.
    Dopo un periodo di anarchia, dovuto anche all'incerto sistema di successione, con Diocleziano si arrivò ad una vera e propria dittatura militare, con l'esclusione per legge dei figli da ogni successione (300 dopo Cristo) ereditaria
    Augusto stesso, d'altronde, dopo aver voluto e stabilito questi fondamentali principi giuridici ed aver ottenuto il titolo di «padre della patria», convinto di aver assolto la sua funzione di grande servitore dello Stato, si ritirò lentamente nell'ombra della burocrazia, delle decisioni di gabinetto, cercando di allontanarsi il più possibile dalla vita attiva.
    Tale decisione ebbe non pochi effetti negativi: molte questioni amministrative, giuridiche e costituzionali non venivano risolte.



    A differenza di tutti gli altri imperi orientali che si estendevano per lo più su territori da tempo organizzati sul piano amministrativo, i Romani avevano spesso occupato Paesi ed annesso nazioni ancora allo stato barbarico.
    Augusto aveva poi iniziato una serie di piccole guerre locali, per dare continuità territoriale alle province dell'Impero e rendere i confini più facilmente difendibili.
    Una della principali imprese fu l'annessione definitiva dei territori alpini che erano ancora d'incerta sovranità e la conquista di alcune nuove province per ampliare i confini.
    Furono importanti soprattutto le campagne per consolidare la lunga frontiera del Danubio.
    Qui furono in breve create tre grandi province: la Rezia, il Norico e la Pannonia.
    Era rimasta aperta la questione del confine sul Reno e dopo alcune indecisioni, Augusto stabilì di sottomettere all'Impero le tribù germaniche rimaste indipendenti sulla riva destra del grande fiume.
    Il nuovo confine doveva essere l'Elba, considerato più breve e più facilmente difendibile.
    A partire dal 16 avanti Cristo, con una serie di brillanti campagne, i due figliastri di Augusto, Tiberio e Druso, riuscirono a raggiungere il nuovo confine.
    I Romani riuscirono in particolare a trarre saldamente in loro potere i territori della Germania settentrionale, servendosi del tratto navigabile del fiume Lippe, del Weser, della stessa Elba, inglobando un numero rilevante di popolazioni germaniche.
    Contemporaneamente veniva consolidato il dominio sui Germani insediati da tempo sulla riva occidentale del Reno, dividendo questa vasta regione in due province chiamate l'una Germania inferiore e l'altra Germania superiore.
    Nella Germania centrale fra il Reno ed i Sudeti e fino alla grande ansa del Danubio, dove oggi è Vienna, i Romani crearono subito una serie di fortezze di notevole importanza e di vie di comunicazione che attraversavano queste zone impervie, coperte da boschi e da paludi.
    Anche nel sud della Germania furono consolidate le posizioni dell'Impero; tuttavia il popolo dei Marcomanni decideva di trasferirsi, pur sotto la protezione dei Romani, in quella che è l'odierna Boemia per mantenere la propria indipendenza.



    Non vi è dubbio che se Roma avesse consolidato definitivamente il nuovo assetto della provincia germanica, avrebbe impresso una svolta all'andamento della storia futura d'Europa. Nel 6 dopo Cristo un'aspra ribellione scosse la nuova provincia di Pannonia e furono due anni di battaglie per averne ragione.
    Approfittando della situazione il tribuno degli ausiliari germanici Arminio, della tribù dei Cheruschi, si metteva a sua volta a capo di un'ampia sollevazione, dapprima rimasta segreta. Arminio aveva combattuto a lungo per Roma, fino ad acquisire l'elevato grado di tribuno militare e la cittadinanza romana, ma era fortemente scontento del trattamento privilegiato che i Romani avevano riservato a suo cugino Marbodo, riconosciuto come re indipendente ed al quale era stato assegnato un vasto territorio.
    In Germania i Romani erano in una situazione simile a quella verificatasi al tempo della rivolta dei Galli contro Cesare: presidi sparsi in varie parti del Paese, difficili comunicazioni, incertezze sulle intenzioni di molte tribù.
    Anche la recente rivolta in Pannonia, inoltre, avrebbe dovuto consigliare ai Romani estrema prudenza nei territori da poco conquistati.
    Invece la ribellione non solo fu ampiamente sottovalutata, ma fino all'ultimo si dubitò del tradimento di Arminio, il quale astutamente, mentre raccoglieva nuove adesioni, fingeva fedeltà ai Romani e promuoveva trattative.
    Inoltre conoscendo bene il sistema di guerra dei Romani, si guardò bene dall'attaccare in forza le legioni in campo aperto, ma attese finché l'imprudente Varo, convinto ormai che il pericolo maggiore fosse passato, si dispose in ordine di marcia per ritirarsi nei quartieri invernali passando, provenendo dall'Elba, per la foresta di Teutoburgo, nei pressi di quella che oggi viene chiamata «Porta Westphalica».
    Correva l'anno 9 dopo Cristo, la Germania da oltre 20 anni era sotto il dominio romano e nulla faceva prevedere l'ampiezza della ribellione.



    Contro le tre legioni di Varo, che non arrivavano di certo ai 20.000 uomini, si scagliarono per vari giorni le forze di gran lunga superiori dei Germani.
    I Romani si difesero con ordine e con il consueto valore, ma alla fine furono sopraffatti e quasi tutti perirono con le armi in pugno.
    Quando Varo comprese che la battaglia era perduta si gettò sulla punta della propria spada, imitato da molti suoi ufficiali.
    Anche i feriti ed i pochi prigionieri furono alla fine massacrati.
    Gli storici tedeschi hanno sovente esagerato la portata di questa vittoria e le sue conseguenze. Parimenti esagerata è la pretesa disperazione di Augusto per aver perso tre legioni, dato che questi senza battere ciglio, solo durante la guerra civile, aveva causato la morte di oltre 100.000 soldati romani.
    Non vi è dubbio però che Augusto sarà stato furioso per l'insipienza di Varo e per il tradimento di Arminio.
    C'è da dire poi che l'imperatore aveva ormai più di 70 anni ed era contrario in linea di principio e da gran tempo ad una ulteriore espansione dei confini dell'Impero.
    Così, invece di prepararsi ad una sistematica riconquista, come era stato fatto in Pannonia, ordinò un'immediata serie di rappresaglie, senza un programma preciso.
    Il comando dell'impresa fu affidato dapprima a Tiberio e poi al figlio del defunto Druso, vero grande generale, che passerà alla storia con il nome di Germanico.
    La sconfitta di Varo, pur avendo causato gravi perdite, aveva coinvolto solo le tre legioni al suo comando ed il confine del Reno non era mai stato posto in serio pericolo.
    Molti presidi rimasero dove erano ed anzi furono rapidamente consolidate le posizioni nella pianura germanica settentrionale, dove l'impiego della flotta lungo i fiumi rendeva più facili le vie di comunicazione.



    Tiberio e Germanico inflissero quindi memorabili disfatte alle varie tribù germaniche e la guerra si concluse solo dopo la morte di Arminio, che fu ucciso dai suoi stessi compatrioti.
    La sconfitta di Varo, tuttavia, ebbe un notevole peso politico nelle decisioni dei Romani.
    Essi presero infatti a dubitare dell'utilità di impossessarsi di questi territori coperti, per lo più da paludi e da foreste ed abitati da una popolazione poverissima.
    I Germani erano più utili come riserva per il reclutamento di ausiliari e di docili lavoratori dei campi, che come contribuenti per il fisco romano.
    I Romani mantennero ancora per molti anni il controllo dei territori settentrionali fra il Reno e l'Elba, consolidando un'importante presenza romana nel nord della Germania, specialmente nelle zone abitate dal popolo dei Batavi e dei Frisi.
    Solo nel 47 dopo Cristo, ai tempi dell'imperatore Claudio, dopo la conquista di parte della Britannia, decisero di ritirare le loro guarnigioni al di là del Reno.
    Il dominio romano nella Germania settentrionale durò perciò una sessantina d'anni e si concluse non con il ritiro totale dei Romani da questi terrritori, ma con la rinuncia a ridurre a vera e propria provincia le paludose pianure fra la Weser e l'Elba.
    Il territorio dei Batavi e la Germania sud-orientale, in particolare dopo la costruzione del grande limes da Magonza ad Augsburg, rimarranno entro i confini della provincia romana.
    All'epoca di Marco Aurelio, dopo la grande sconfitta dei Marcomanni, vi sarà il tentativo di conquistare la Boemia e di riportare nuovamente il confine sull'Elba, partendo da sud.
    Soltanto la morte dell'imperatore a Vindobona impedì l'attuazione di questo vasto disegno.
    La presenza romana oltre il Reno nei primi due secoli dopo Augusto si configurerà in una forma di «indirect rule» e con una serie di «protettorati» sulle varie tribù «clientes», che pur non essendo inglobate formalmente nelle Province organizzate, di fatto erano dipendenti dall'Impero.



    Mentre nel lontano nord dell'Europa si svolgevano queste vicende e la vita del grande riformatore dello Stato romano si avviava al tramonto, fatti nuovi di ben altra portata storica, avvenivano ai confini del deserto arabico, nella provincia romana della Palestina.
    Augusto, sul finire della sua vita, aveva avvertito un'ansia di rinnovamento ed una strana inquietudine spirituale nel mondo romano.
    Accanto a chi si abbandonava all'ebbrezza di vivere ed al «carpe diem» della filosofia epicurea, vi erano molti che avevano cominciato a dedicarsi alla ricerca di motivi più profondi e più stabili nella vita personale ed in quella civile.
    Lo stesso Augusto aveva invano cercato di dare basi morali più solide alla società romana e di ricostruire, in particolare, anche le condizioni più favorevoli per il rifiorire della vita familiare e la ripresa delle antiche tradizioni romane.
    Egli era infatti impressionato dalla spaventosa decadenza demografica dell'Italia e del patriziato romano in particolare, che stava quasi scomparendo.
    Ma ebbe scarso successo.
    Egli stesso aveva dato un cattivo esempio in questo senso: non aveva eredi maschi e fu persino costretto a mandare in esilio l'unica figlia, Giulia, per gli innumerevoli scandali che continuava a provocare.
    Fu molto più importante l'impulso che seppe dare alla cultura ed alle arti.
    Grazie alla collaborazione del fido Mecenate, alcuni grandi poeti come Lucrezio, Virgilio, Orazio e lo stesso sfortunato Ovidio, resero più vivida e gentile la vita dei Romani.
    Ma Augusto non riuscì a realizzare quel rinnovamento spirituale che alla fine si era posto come obiettivo principale della sua vita.
    La «pax romana» non bastava più agli uomini.
    Augusto muore nel 14 dopo Cristo, solo come era vissuto, senza il conforto di affetti umani, che non aveva voluto o saputo creare durante la sua lunga vita.



    Mai l'imperatore avrebbe potuto immaginare che il grande impero romano un giorno si sarebbe inverato in una grande rivoluzione della morale e del costume spirituale, cioè in una nuova religione venuta da una lontana provincia: nasce infatti proprio in questo periodo una nuova cultura fuori dell'area spirituale romana.
    L'aspirazione massima dei Romani era stata forse quella della giustizia e della sicurezza civile, non certo la sete di dominio e di preda.
    Avevano accettato il loro destino di conquistatori e di ordinatori del mondo con un certo fatalismo ed un certo orgoglio.
    Avevano portato pace ed unità giuridica e di conseguenza giustizia ad un prezzo spesso elevato di sangue e di sofferenza, pagato non tanto dai popoli vinti quanto dagli stessi Romani.
    Ma ora che avevano raggiunto il massimo della potenza, non sembravano trovare quella pace interiore e quella sicurezza che avevano posseduto quando erano anch'essi un popolo semi-barbaro. Anche Augusto sembrò colpito da questa incertezza e da questa segreta amarezza.
    Il grande imperatore muore in maniera stoica, dopo aver preparato la successione con l'adozione dei figli di primo letto della moglie Livia ed aver visto declinare e sparire tutti i membri della sua famiglia e soprattutto perire per una banale caduta da cavallo durante la campagna in Germania, la persona che egli aveva più stimato tra tutte, il suo figliastro Druso.
    Augusto, ormai vecchio, non ebbe più la forza di ricreare con il nuovo erede presunto, Tiberio, un solido legame di collaborazione e magari di affetto, quale avrebbe desiderato.
    Natura più aspra ed impenetrabile dello stesso vecchio patrigno, Tiberio guardava con malcelata insofferenza l'inderogabile necessità di concentrare un giorno nelle sue mani tutti quei poteri che la nuova costituzione romana gli avrebbe consentito.
    In realtà alla sua morte Augusto non era neppure certo se la sua grande riforma politica avrebbe avuto un continuatore.

    Paolo Possenti

 

 
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