Siamo certi che a Orvieto sia nato qualcosa di nuovo?
• da Il Riformista del 10 ottobre 2006, pag. 1
di Emanuele Macaluso
Dopo Orvieto la Repubblica titolava: «Partito democratico: indietro non si torna». Vero. Forse sarebbe stato meglio dire «indietro non si può tornare». Infatti, i leader dell’Ulivo nei mesi scorsi davano l’impressione che sul Pd non riuscivano ad andare né avanti né indietro. E a Orvieto si sono trovati con due patate bollenti nelle mani. Se non avessero “rilanciato” il Partito democratico, con la Finanziaria in ebollizione, avrebbero dovuto cambiare mestiere. Ma guardando con freddezza le cose non sembra cambiato nulla. È stata espressa solo una volontà politica (il che ha certo un significato) di volere andare avanti, costi quel che costi. Indietro non si può andare se non attraverso una dichiarazione di fallimento. Ma, dopo avere ascoltato due interessanti relazioni (Scoppola e Gualtieri) e una proposta astratta sulla forma-partito (Vassallo), non si capisce cosa siano e cosa vogliano i democratici prossimi venturi.
In questa nota, però, la domanda che voglio porre è questa: i propositi, a sinistra e a destra, di unificare oggi pezzi di coalizioni per costruire grandi partiti sono espressione di una nuova fase politica che chiude la crisi del sistema politico e la lunga transizione, o sono solo un momento, come altri, della crisi e della transizione? Il fatto stesso che i due unificatori sono Prodi e Berlusconi mi fa optare per la seconda ipotesi. E a confermarlo lo dice il fatto che in entrambi gli schieramenti prevale la tesi della “razionalizzazione”, della “semplificazione” del sistema che per funzionare meglio ha bisogno (e questo è vero) di due partiti elettoralmente consistenti e relativamente omogenei.
Ma non emerge - nemmeno nell’Ulivo, dove la discussione è certamente più seria, meno personalizzata, anche grazie all’impegno di persone intellettualmente e moralmente rispettabili - un disegno in grado di coinvolgere le forze interessate a fornire al paese una prospettiva nuova. Un disegno in grado di collocare l’Italia fra i paesi che in Europa questa transizione (non quella che si trascina in Italia dal 1994) l’hanno conclusa attuando politiche economiche, sociali e riforme civili in direzione dello sviluppo, della liberalizzazione coniugata con quelle tutele sociali che rispettino nuove realtà, dei diritti civili in sintonia con la modernizzazione.
È inutile scomodare Togliatti, come fa Reichlin, per indicare una concezione del partito politico che si afferma perché, in una fase della storia, sa esprimere l’interesse nazionale. Per Togliatti fu certamente la svolta di Salerno e il progetto, come quello di altri leader che si chiamavano Nenni, De Gasperi, La Malfa, Saragat ecc., trovò sbocco, in soli quattro anni (1944-48) nella Repubblica e nella Costituzione. Per De Gasperi fu certamente la scelta del ’48. Per Nenni il ’56. Potrei continuare. Ma né a Orvieto né a Casamicciola né soprattutto nell’azione politica che conta, il governare o l’opporsi per governare, si è visto una scelta e un progetto politico riformista per l’Italia del terzo millennio.
Io non so se si farà o no il Partito democratico di cui si parla, dubito che se mai dovesse nascere nella culla preparata a Orvieto possa crescere come una grande forza unitaria in grado di fare quello che nell’ultimo quindicennio hanno fatto in Europa i partiti socialisti. Sarà un’altra cosa, casereccia e provinciale, funzionale a mettere insieme quello che già c’è. Anzi un pezzo di quello che c’è.




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