Ieri Galilei, oggi Darwin. E domani?
Enrico Bellone
Nubi si stanno addensando su tutto ciò che rinvia alla parola «vita». Il dialogo sereno sull’evoluzione biologica o sulle cellule staminali si è incrinato, e si fa strada uno scontro che coinvolge scienza, filosofia, religione e politica. Vale allora la pena, per riaprire spazi a un discutere civile, di tornare al passato, così da analizzare le vecchie radici del problema di oggi.
Immaginiamo di vivere nella seconda metà dell’Ottocento. Incontriamo in quegli anni molte persone che con sincerità coltivano due certezze: la Terra, le piante e gli animali sono il risultato stabile di una creazione divina realizzatasi poche migliaia di anni prima, e l’uomo non appartiene al mondo animale, ma è una creatura a se stante, qualitativamente diversa da ogni altro essere vivente. Ed ecco che il signor Charles Darwin comincia a scrivere, dal 1859 in poi, cose irritanti. Sostiene che la vita evolve per cause naturali, è regolata da forme di selezione e costruisce, con il fluire di milioni di anni, una specie di maestoso albero: ne vediamo solo la parte alta, dove siamo ora alloggiati insieme agli altri esseri. Alle nostre spalle, e alle spalle di tutti gli altri corpi viventi, stava, in un passato ormai lontanissimo, un comune progenitore.
Ci aiuta, nell’immaginazione di cui sto parlando, un grande scienziato. Si chiama Niles Eldredge, e il suo ultimo libro reca come titolo Darwin. Alla scoperta dell’albero della vita. Va in libreria proprio in queste settimane, e l’editore Codice ci ha permesso di pubblicarne in anteprima un capitolo, che trovate a p. 58. Come scrive Eldredge, Darwin «sapeva che la sua idea avrebbe letteralmente sconvolto il mondo e avrebbe trasformato il modo in cui la scienza considera la vita sulla Terra». Sapeva anche che la sua teoria avrebbe suscitato critiche roventi, poiché abbandonava molte opinioni consolidate sulla vita, sull’uomo, e sull’età stessa del mondo, che già Kant aveva esteso ai milioni di anni di trasformazioni della nostra Galassia.
Darwin, in poche parole, aveva separato il mondo scientifico dal mondo religioso. Ma la separazione non aveva il senso della sopraffazione. La fede è squisitamente personale, e un argomento teologico non va confuso con una legge di natura, o con una legge dello Stato. E viceversa.
Se ora rientriamo nel nostro tempo, subito percepiamo che si corre tutti insieme – credenti e laici – un rischio pesantissimo. E cioè quello di avvitarci in un conflitto esente da civiltà, come quello che tanti decenni or sono sfociava nella denigrazione di un Darwin che talune gazzette irridevano con caricature scimmiesche.
Mentre scrivo queste righe ho sotto gli occhi molte amare notizie giornalistiche dove si discute dei presunti pericoli dovuti all’Illuminismo o della demolizione darwiniana della nostra dignità. Una testata autorevole – giustamente autorevole – come «Avvenire» pubblica, il 14 settembre, un titolo a tutta pagina contro «la “pazza idea” di screditare l’uomo». L’articolo sostiene che «la consacrazione del darwinismo» fatta da Umberto Veronesi ha uno scopo duplice: screditare il Dio Creatore, e screditare l’uomo, «non più a immagine di Dio, ma delle grandi scimmie». Non solo. Secondo «Avvenire», il darwinismo è fondamento degli «orrori della modernità», ci tratta come fossimo scimmie e, addirittura, porterebbe a «giustificare anche il cannibalismo». Queste sono caricature di Darwin, non critiche. Ebbene, non è sicuramente questa la via verso il dialogo. Così si va alla guerra, e in questo tipo di guerra non ci sono mai vincitori. Siamo tutti sconfitti.
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