Da Pyongyang a Teheran
di
Franco Venturini
Piovono parole di fuoco sulla Corea del Nord ma nessuna condanna e nessuna sanzione potrà ormai cancellare quel che è accaduto: annunciando di aver portato a termine un esperimento nucleare sotterraneo, il tiranno Kim Jong-Il ha dimostrato la clamorosa impotenza della comunità internazionale davanti alla minaccia della proliferazione atomica. Gli Stati Uniti di Bush ma anche la Cina, la Russia, il Giappone, la Corea del Sud avevano tentato ognuno a modo suo di frenare i progetti del «Caro leader», avevano agitato bastoni e carote, gli avevano ricordato che senza aiuti i nordcoreani non mangiano e non si curano. Niente da fare, il nazionalismo esasperato e disperato del regime di Pyongyang ha fatto il suo corso. Con il risultato di prospettare, ora, una corsa regionale agli armamenti che potrebbe coinvolgere anche il Giappone e la moltiplicazione per contagio delle aspirazioni nucleari. Non troppo diverso è il caso dell'Iran di Ahmadinejad, che afferma di volere soltanto il nucleare civile ma ha appena rifiutato un vantaggioso pacchetto di proposte comprendenti l'accesso all'energia atomica pacifica. Anche qui sono in rampa di lancio sanzioni progressive, anche qui la comunità internazionale è unita soltanto a parole, anche qui la messa a punto di un armamento nucleare potrebbe avere bersagli di primaria importanza (Israele per l'Iran, Giappone e Corea del Sud con annesse basi americane per la Corea del Nord). E anche qui l'aureola atomica di Teheran scatenerebbe nuove voglie di emulazione.
In Estremo Oriente o nell'esplosivo Medio Oriente, la sfida in realtà è simile: come evitare una proliferazione atomica di massa innescata da Stati poco rassicuranti, e prevenire così anche la minaccia di un 11 settembre nucleare? Conviene insistere nel ricorso alla diplomazia, oppure il cancro atomico va estirpato per tempo con l'uso della forza? È, questo, il più controverso e decisivo di tutti i problemi che la comunità internazionale si trova ad affrontare. Per il semplice motivo che la politica non è riuscita sin qui a offrire una soluzione credibile. La via diplomatica si rivela inefficace quando deve fare i conti con nazionalismi auto-legittimanti non più tenuti a bada dai blocchi e ricerche di status regionali incoraggiate da bruschi mutamenti di equilibri (è il caso del regalo fatto all'Iran con la guerra in Iraq). L'uso della forza ci ha portati al sanguinoso pantano dell'Iraq (dove peraltro la minaccia nucleare non esisteva), e i generali americani sono i più scettici su quello che potrebbe essere il bilancio complessivo di un attacco all'Iran. Mentre gli sguardi restano fissi su Kim Jong-Il e su Ahmadinejad, è l'intero sistema anti-proliferazione nucleare a essere entrato in crisi. E davanti a noi, allora, si aprono soltanto due vie. La prima è quella di un rilancio degli accordi contro la proliferazione che preveda garanzie di sicurezza incrociate e regole condivise per il ricorso alla forza in casi estremi. Ma servirebbe, per arrivare a tanto, una comunanza internazionale di priorità, di intenti e di interessi oggi ben difficile da percepire. La seconda è una proliferazione atomica che interventi militari potrebbero soltanto ritardare, l'allargamento del club nucleare dai nove Paesi odierni a venti o più, e il conseguente ritorno a una versione più instabile della dottrina sulla reciproca deterrenza armata. Quella dottrina che ai tempi del confronto Usa-Urss si chiamava Mad ( Mutual assured destruction), e che ci metterebbe davvero alla mercé di troppi potenziali pazzi. Kim Jong-Il ha fatto suonare l'allarme rosso, ora servono risposte
11 ottobre 2006


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