dall'arena:
Ater, bloccata la vendita delle case
Irruzione dei centri sociali e del coordinamento migranti nella sala in cui si effettuava
La rabbia di Cordioli: «Siete entrati nell’edificio sbagliato. Dovevate andare a Palazzo Barbieri»
È stata bloccata la vendita delle case di Ater, almeno per il momento. Ieri mattina i rappresentanti del coordinamento migranti, di La Chimica e di Action Casa, con al seguito le famiglie che hanno occupato gli appartamenti dell’azienda regionale, hanno fatto irruzione nella sala consiliare. Qui diversi cittadini stavano presentando le offerte per l’acquisto degli immobili messi all’asta, 31 appartamenti e sei garage. Un’irruzione pacifica quella dell’Iww (la sigla che sta per Invisible worker on the world, raggruppa le associazioni prima citate).
«Via Monte Tesoro casa non in vendita», «Via Cellini casa non in vendita», «Le case pubbliche non si vendono», tutte frasi denuncia scritte su manifesti redatti per l’occasione. Ne è seguito anche un volantinaggio all’interno dello stabile, sotto gli occhi di quanti erano proprio lì per acquistare un bene. Una guerra tra poveri, l’hanno definita in molti. Uno scontro educato, ma pur sempre uno scontro, con da un lato chi nonostante un lavoro si ritrova a combattere con una burocrazia sempre più feroce che non gli permette di accedere ad una casa popolare e dall’altro chi invece con un lavoro tra le mani si ritrova a pagare 500 euro di affitto per cinquanta metri quadri dove vive con moglie e due figli.
È il caso di Kolef Zordan, macedone, in Italia da diversi anni, che vive e lavora in un comune della provincia. Lui la casa la vuole acquistare a San Giovanni Lupatoto. Sulle prime, quando il folto gruppo irrompe nella sala, ascolta, ma è chiaramente stupito, anche irritato. Non capisce il perché «un nuovo cittadino come lui debba volere a tutti i costi una casa che non gli è stata assegnata». Lo infastidisce la frase pronunciata da una delle occupanti: «Siamo in Italia e non nel terzo mondo, anch’io ho diritto ad un tetto sopra la testa». Zordan sbotta è chiede ai presenti: «Cosa dovrei fare io? Lavoro e come me mia moglie. La casa io l’ho sudata».
La spaccatura è chiaro c’è. Il vicedirettore di Ater, Gennaro Visciano, non può fare altro che sospendere l’incontro. Prova comunque a parlare con l’avvocato di strada Roberto Malesani, ma non se ne viene a capo, ognuno è fermo sulle proprie posizioni. Le frasi pronunciate da una parte e dall’altra sono ad effetto ma non portano a nulla. Così come non porta a nulla l’incontro fatto a porte chiuse con il nuovo direttore Giorgio Marchi e il presidente Niko Cordioli. L’Iww e Malesani ribadiscono le richieste già fatte altre volte: no allo sfratto per gli occupanti, blocco della vendita delle case pubbliche e destinazione di queste ad una graduatoria generalizzata dell’emergenza abitativa, riconoscimento dei progetti di autorecupero degli occupanti. Cordioli si limita a far intervenire la responsabile dell’ufficio preposto alle assegnazioni e a promettere un approfondimento con i legali per le pratiche di «sloggio».
Già perché se per gli occupanti si tratta di «sfratto», visto che versano all’Ater un affitto di 50 euro, per i dirigenti si parla invece di «sloggio» e i 50 euro sono una «indennità di occupazione». Così come sempre per chi protesta l’Ater vuole fare solo cassa, per i dirigenti dell’azienda basta togliere una consonante e diventa casa. Parla a bassa voce Cordioli e non perde il controllo nemmeno quando Malesani gli ricorda che non ha risposto ad un fax dove gli veniva per l’appunto chiesto un incontro.
«È il metodo che usate che non va bene», dice il presidente, «non deve passare il messaggio che chi occupa un appartamento gli viene per forza assegnato». Parole al vento le sue. Dagli uffici Ater viene comunicato che un altro alloggio in via Cellini 11 a San Giovanni Lupatoto pronto per l’asta del 24 ottobre è stato occupato. I vertici di Ater scuotono la testa. Non ci stanno, la legge parla chiaro: per accedere alle graduatorie bisogna essere in regola con il permesso di soggiorno, con il lavoro e tutto il resto.
Said, uno dei capofamiglia che dalla disperazione ha preso casa in via Monte Tesoro, si limita ad ascoltare. Il confronto si sposta su come vengono spesi i finanziamenti regionali. «Dove sono finiti i cinquemila euro stanziati a giugno?». Cordioli e Marchi dichiarano di aver avanzato una trattativa privata per accelerare l’avvio dei lavori. Ancora una volta è la burocrazia a infischiarsene dell’emergenza casa e l’ideologia politica prende il sopravvento. «Chiedetelo ad Agec come vengono fatte le graduatorie», ribatte Cordioli, «se il Comune vuole davvero intervenire sul problema chiedetegli di non farci versare l’Ici. Avete fatto irruzione nell’edifico sbagliato», conclude.
Si chiude tutto con una stretta di mano tra le parti e una sommaria promessa che vede in un rinvio lungo lo «sloggio-sfratto», degli occupanti.




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