Pagina 5 di 10 PrimaPrima ... 456 ... UltimaUltima
Risultati da 41 a 50 di 100

Discussione: Rottamare Prodi

  1. #41
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    12,957
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Continuare ad attaccare Berlusconi è solo il sintomo di quanta pochezza culturale politica esprime Prodi e l'Unione...bravissimi a criticare ed insultare gli altri,scarsi nel governare e capire il Paese...inoltre i 10 "concetti" che voialtri tanto moralisticamente attribuite a Berlusconi potrebbero essere tranquillamente rovesciati sull'Unione e non cambierebbe molto..davvero,l'antiberlusconismo è finito anche se è dura abbandonare l'unica cosa che avete fatto negli ultimi 10 anni,infatti se non sara' ricordato berlusconi figuriamoci gli antiberlusconiani!

  2. #42
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    12,957
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito


  3. #43
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    12,957
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L’ILLUSIONE DELLA SINISTRA

    di Paolo Guzzanti

    Finalmente ce l’abbiamo fatta: il primo vagito (l’urlo berlusconiano «Prodi vada a casa») ha scosso le mura del palazzo. È accaduto a Vicenza, pioveva, c’erano più di quindicimila persone, c’erano con Berlusconi anche Bossi e Fini, mancava l’Udc benché rappresentata in privato da Giovanardi. Ma mancava Casini, il «bello guaglione» del centrodestra che a debita distanza bacchettava «gli imbecilli che fischiavano l’inno di Mameli». Un grido di sconcerto, il suo, che ben s’appaiava con quello del noto patriota Pecoraro Scanio. Casini poi, sempre da lontano, ha criticato quel che ha detto Berlusconi quando ha ricordato che «i comunisti si sono presi tutto, compreso il presidente della Repubblica che è uno di loro». Il fiducioso Casini ha voluto garantire personalmente che il Presidente della Repubblica è di sicuro un bravo ragazzo avendo già garantito che garantirà tutti gli italiani e non soltanto i suoi compagni di origine: un argomento logico che ci ricorda quello di quel tale che volendo dimostrare agli amici increduli che il proprio gatto era caduto dal ventesimo piano restando incolume, come prova mostrava il gatto. In termini politici «il gatto incolume», cioè il rispetto delle regole garantite, sarà mostrato se e soltanto se, caduto Prodi, il garante del Quirinale avrà consentito agli italiani di tornare alle urne.
    A questo proposito vorrei fornire un aggiornamento di quel che bolle in pentola: sono in corso a sinistra grandi manovre per far fuori Prodi e dar vita a un governo che goda dell’appoggio esterno di Forza Italia e di An, oltre che dell’Udc. Spingono in questa direzione il partito di chi vuol far tornare Massimo D’Alema a Palazzo Chigi e di chi lavora per un dopo Prodi istituzionale (il presidente del Senato Franco Marini) o uno con Lamberto Dini. Un tale governo dovrebbe varcare la metà della legislatura, riscrivere una legge elettorale e portare l’Italia alle elezioni in un paio d’anni dopo aver riparato i disastri combinati da Prodi, sicché alla fine la sinistra si presenterebbe in vantaggio grazie alla trasfusione gentilmente offerta dall’opposizione.
    Questo piano incontra due difficoltà. La prima è lo stesso Prodi i cui uomini sono in campagna acquisti e già provocano alcune assenze «per malattia» o per «gravi motivi familiari» che falcidiano la Casa delle Libertà al Senato quando si vota. La seconda è che una parte degli italiani, fra cui chi scrive, è pronta a legarsi ai cavalli di pietra davanti al Quirinale, per difendere il diritto del popolo sovrano di scegliere coalizione e primo ministro, perché ci sembra che nessuno possa più sostituirsi alla volontà popolare come ai tempi della prima Repubblica.
    Ora Prodi ha perso la partita politica, e fra poco anche la poltrona, perché oltre ad essere incompetente e bugiardo (tavolino, spiriti, via Gradoli) è ostaggio di una sinistra odiosa più vicina a talebani ed hezbollah che all’Occidente. Prodi è certamente cotto, ma bisogna impedire che dopo di lui arrivi qualche suo amico, a meno che non si tratti di uno che guidi un governo a termine, con contratto stipulato davanti alle telecamere dal notaio Giorgio Napolitano, che rifaccia alla svelta la legge elettorale e convochi le elezioni. A Berlusconi raccomandiamo in questa fase la nostra ricetta che è sicura e vincente: dimostri di volere un’opposizione irresponsabile e distruttiva, anziché responsabile e costruttiva, e dia segno di aver capito che i suoi elettori sono moderati soltanto finché non si sentono presi per i fondelli.

  4. #44
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    12,957
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    E la stampa amica scaricò Prodi

    di Arturo Gismondi da Il Giornale


    Hanno fatto rumore, nei giorni scorsi, gli attacchi un po’ scomposti di Romano Prodi ai poter forti, e alla stampa che, seguendone i dettami, gli sarebbe implacabilmente avversa. Si può capire che il momento per il premier non è dei migliori, la Legge finanziaria non piace a nessuno, ma l’immagine da lui trasmessa è quella di un uomo in affanno, che si sente braccato, e reagisce attribuendo la colpa dei suoi guai un po’ a tutti: all’opposizione, ed è naturale, agli alleati infidi, ma soprattutto ai giornali che avendocela con lui, per ragioni pessime va da sé, gli rendono difficile governare. Dice Prodi: «Lavorare contro i mezzi di comunicazione è per noi un problema molto serio».
    Capita in verità ai governanti, nostri ma anche altrui, di non gradire sempre l’atteggiamento dei media, capitò anche a Berlusconi di lamentarsi ricevendone in cambio accuse di attentato alla libertà di stampa risparmiate questa volta a Prodi. Al quale, però, spetterebbe chiarire perché mai la grande stampa, che nella campagna elettorale è stata dalla sua parte, abbia mutato così radicalmente opinione.
    Resta il fatto che da parte del mondo politico si attribuisce ai giornali, e ai media in genere, un potere abnorme nell’orientare in un senso e nell’altro l’opinione pubblica, fino ad attribuire a essi il potere di suscitare moti che non troverebbero nella realtà, ma nel potere mediatico, la loro ragione e origine. A ciò fra l’altro si attribuisce il fatto che Prodi abbia messo in campo, in questo periodo e quando di carne al fuoco non ne manca, una riforma televisiva interpretata da molti come un tentativo di forzare il gioco mediatico.
    Ci soccorre per l’occasione, a consigliare saggezza ai politici, il libro di uno psichiatra, Marco De Murtas, appena uscito per l’editore Armando, nel quale l’autore con argomenti persuasivi si prodiga per smentire, rifacendosi a eventi che riguardano l’esperienza in campo pubblicitario e non solo, le presunte capacità dei media di suscitare, da soli e per forza e volontà proprie, movimenti capaci di incidere nell’opinione, nel costume, nei consumi, negli orientamenti della società. Sostiene De Murtas, sulla base delle vicende delle società avanzate degli ultimi decenni, che le spinte che si producono sono legate a ben altri e più complessi fenomeni, che il successo di certe campagne è legato al fatto di saper recepire, accogliere e tradurre in messaggi i contenuti già presenti nel corpo sociale. Al punto che negli ultimi decenni, sostiene, «furono spesso i consumatori a cambiare il modo di fare pubblicità e non viceversa».
    Il De Murtas reca a sostegno della sua tesi l’opinione di una autorità in materia, Vance Packard, l’autore de I persuasori occulti che negli ’50 dette vita, anche suo malgrado, a una scuola di pensiero incline ad attribuire alla potenza mediatica e suggestiva delle informazioni poteri di indottrinamento addirittura demoniaci, dei quali le società moderne sarebbero state le vittime inermi. Non è stato così, dice De Murtas, e lo dice lo stesso Packard , i giornalisti non si illudano sul loro potere, i politici curino di più la loro opera fidando in essa, se ne gioveranno gli uni e gli altri.

  5. #45
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    12,957
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L'affondo di Montezemolo, gli scenari del dopo Prodi

    di Il Legno Storto

    Ormai resta soltanto Guglielmo Epifani a difendere senza riserve la Finanziaria. Epifani e la sinistra antagonista. Dopo le critiche di Bankitalia e Corte dei Conti, dopo Fitch e S&P che hanno abbassato il rating dell'Italia, dopo l'Europa che ha deciso di mettere il nostro paese nella condizione di un sorvegliato speciale, dopo la stampa internazionale che ha gia' sancito il de profundis per manovra e governo, Luca Di Montezemolo ha lanciato l'affondo. Le critiche che ha mosso alla manovra del governo sono senza appello. L'ha definita classista, dominata dall'invidia sociale, incapace di immaginare un futuro del paese orientato allo sviluppo. E' una fotografia che potrebbe essere sovrapposta a quella scattata da Giulio Tremonti, che nella video-chat del Corriere della Sera dei giorni scorsi aveva concluso: "Il governo e' gia' morto". E che in ogni caso si salda alla sfida lanciata da Silvio Berlusconi dalla piazza di Vicenza al Prodi "bugiardo e pericoloso" che "se ne deve andare". Cosi', si infittiscono le voci - anche le piu' fantasiose - sui possibili sbocchi della crisi politica, quando - e se - sara' formalizzata.

    L'ipotesi piu' accreditata era sino a qualche tempo fa quella di un governo istituzionale guidato dal presidente del Senato Franco Marini per portare il paese a nuove elezioni nell'arco di uno-due anni con una nuova legge elettorale. Con Massimo D'Alema sempre pronto, comunque, al sacrificio di farsi nuovamente carico della guida del Paese. Ma ha ripreso quota, dopo la colazione di Frascati tra Mario Monti e Francesco Rutelli, anche l'ipotesi di un governo tecnico affidato proprio all'ex commissario europeo. E c'e' persino chi lega l'affondo di Luca Di Montezemolo ad una possibile discesa in campo del presidente di Confindustria. Un tam tam insistente fa riferimento a un colloquio di pochi giorni fa tra Montezemolo e Silvio Berlusconi durante il quale l'ipotesi sarebbe stata esaminata a fondo.

    E' un quadro che allarma soprattutto i Ds. Segnali di preoccupazione crescente sono rimbalzati dall'hotel Quirinale di Roma, durante la direzione del partito, con Piero Fassino prima e Massimo d'Alema poi che non hanno certo nascosto il giudizio critico e preoccupato su una Finanziaria da correggere. Una "finanziaria suk", l'ha definita il ministro degli Esteri. Con Fabio Mussi che ha persino minacciato le dimissioni da ministro se non ne saranno modificate le impostazioni. Ma e' l'attacco di Montezemolo che fa piu' di tutto discutere. E' evidente che il presidente di Confindustria ha tenuto conto dei malumori della base imprenditoriale: piccola, media e grande, se e' vero che ha definito "una polpetta avvelenata" l'accordo dell'ultima ora sul Tfr. Ma l'accenno da lui fatto alla mancanza di una "visione" da parte del governo (che sembra saldarsi al rilievo di D'Alema) e' sembrato come la conferma di un dado ormai tratto, di una chiusura dell'apertura di credito che era stata garantita al governo da quelli che vengono comunemente definiti i poteri forti, e l'annuncio di un'offensiva che continuera' sino a quando la guida del Paese non sara' in grado di garantire quello che la manovra non prevede: una svolta nella politica economica e di bilancio che consenta di immaginare un futuro di sviluppo per il Paese. Ed e' ormai evidente che non solo Montezemolo e Silvio Berlusconi o Giulio Tremonti, ma anche i piu' avvertiti esponenti del centrosinistra ritengono che Prodi non sia in grado di raddrizzare la barca che ha scuffiato.

    Il dopo Prodi sembra dunque cominciato, ma e' impossibile prevedere gli sviluppi e i tempi di una crisi annunciata ma non aperta e che salvo colpi di scena non dovrebbe comunque essere formalizzata prima del varo della Finanziaria. Sono sotto gli occhi invece i sempre piu' frequenti contatti trasversali per cercare di individuare una possibile via d'uscita, con il Quirinale che si e' preoccupato di far sapere - se e' vero quanto riferito dal Riformista - che il Colle non e' coinvolto in alcuna trama, tantomeno nei cosiddetti complotti per far cadere Prodi denunciati dal versante della sinistra antagonista, e che al contrario si pone l'obiettivo di garantire una lunga vita all'esecutivo e che proprio per questo continua a sollecitare una linea di apertura al dialogo in parlamento, il cui presupposto e' la rinuncia da parte del governo a ricorrere alla fiducia. Ma e' proprio questa linea che Prodi ha difficolta' a imboccare, perche' gli e' preclusa da Rifondazione comunista e dai partititi della sinistra estrema che minacciano conseguenze traumatiche per la maggioranza se venisse meno la cifra da loro imposta alla manovra. I margini di manovra sembrano tutti saltati. E non sembrano alle viste cambi di casacca che aiutino Prodi a recuperare al Senato - dove ormai la sopravvivenza del governo e' affidata al voto dei senatori a vita - un margine sia pure risicato di sicurezza. Marco Follini, presentando l'Italia di mezzo, e' stato netto nell'escludere sia un cambio di schieramento, sia un'adesione alla Finanziaria che, ha gia' annunciato, merita il suo voto contrario. Una posizione analoga ha espresso Riccardo Conti, l'unico parlamentare che sino a questo momento ha aderito al nuovo soggetto politico lasciando l'Udc. I margini per Prodi sembrano davvero sempre piu' stretti.

  6. #46
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    12,957
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Primi ragionamenti sul dopo-Prodi: Lamberto Dini ci crede

    di Fausto Carioti

    Un ragazzino di 75 anni. «Un puttino», come si dice nella sua Firenze. Lamberto Dini, classe 1931, ha capito che può tornare ad avere un ruolo da protagonista, e si sente alla sua terza giovinezza. La prima risale a 60 anni fa, e a quanto si racconta non è stata delle più spensierate: più libri che divertimenti per l’ambizioso figliolo del fruttivendolo fiorentino, che a 25 anni riuscì a vincere la borsa di studio della Banca d’Italia con cui potè perfezionare gli studi in America. Venti anni dopo, a Washington, Dini diventerà uno dei direttori esecutivi del Fondo monetario internazionale, prima di tornare in Italia come direttore generale della banca centrale. La seconda giovinezza, inaspettata, arrivò nel 1995 assieme alla poltrona di presidente del Consiglio. “Lambertow”, come ormai veniva chiamato, vistosi sbarrare le porte del governatorato di via Nazionale, era diventato ministro del Tesoro del governo Berlusconi. Finito questo, accettò la profferta di Oscar Luigi Scalfaro: guidare il governo tecnico dello scellerato “ribaltone”, facendo diventare maggioranza quei partiti che gli elettori avevano pensato bene di spedire all’opposizione. «Il mio governo durerà il tempo necessario per condurre a termine un programma fatto di quattro punti: manovra economica, riforma delle pensioni, par condicio e riforma elettorale regionale», spiegò Dini alle Camere. Invece si incollò alla poltrona, e se ne tornò a casa solo perché Fausto Bertinotti decise di dargli il benservito. E comunque, prima di lasciare palazzo Chigi, raggiunse con Prodi l’alleanza che, di lì a poco, lo avrebbe fatto diventare ministro degli Esteri nel governo dell’Ulivo. Adesso - e saremmo al miracolo - per il gerovitalizzato Lamberto sembra profilarsi una nuova occasione.

    Più si fa forte l’odore di decomposizione che si leva dall’esecutivo, più nel centrosinistra si infittiscono i ragionamenti su come evitare di farsi trascinare a fondo assieme a Prodi. Su Liberazione, ieri, la senatrice rifondarola Rina Gagliardi ha scritto che «l’idea di liberarsi di Romano Prodi è una “tentazione” che si affaccia all’interno delle componenti moderate della maggioranza». Cioè nella Margherita e nei Ds, con l’esclusione del correntone. Ma quella della Gagliardi è la versione edulcorata. La verità è che a sinistra si parla già di dopo-Prodi, e i nomi che circolano sono due. Il primo è quello di Franco Marini, attuale presidente del Senato, che potrebbe essere chiamato col pretesto di creare un governo che si impegni a far cambiare la legge elettorale prima di tornare alle urne. Ne resterebbero fuori di sicuro Rifondazione e la Lega, e probabilmente anche Comunisti italiani, Verdi e Alleanza nazionale. Il secondo nome che circola con insistenza, per la felicità del diretto interessato, è proprio quello di Dini. Il cui incarico verrebbe giustificato dinanzi agli elettori con la necessità di raddrizzare i conti pubblici e varare provvedimenti capaci di restituire un po’ di competitività alle imprese.

    In questi giorni Lamberto ostenta la solita aria impassibile, appresa in tanti anni di Banca d’Italia e affinata osservando il suo mentore Giulio Andreotti. Fa il presidente della commissione Esteri, incarico che il centrosinistra gli ha assegnato un po’ come riconoscimento di fine carriera, un po’ perché il suo è uno dei pochi volti dell’Unione che non spaventa gli alleati americani (al cui parere, per chi non lo sapesse, i ds tengono moltissimo). Ma il lavoro è poco e di basso profilo, perché a palazzo Madama si tira avanti a scartamento ridotto. Vista la sostanziale parità tra i due schieramenti, Prodi e Marini hanno tutto l’interesse a lasciare disoccupata la camera alta, in modo da evitare ulteriori rogne al governo e alla maggioranza, i quali hanno già il loro bel daffare con una Finanziaria indigeribile per il ceto medio, le lamentele del Quirinale, sondaggi sempre più drammatici e il declassamento del rating italiano da parte delle agenzie internazionali. Di certo, lì dove lo hanno messo, Dini si annoia.

    Il marito di Donatella Zingone - la quale tra il Nicaragua e la provincia bergamasca gestisce con alterne fortune il patrimonio da capogiro ereditato dal suo precedente consorte - si è reso così protagonista di un lavoro infaticabile dietro le quinte. Un impegno che negli ultimi giorni, vista l’accelerazione del disfacimento del governo Prodi, è diventato frenetico. A Dini il centrosinistra sta stretto, perché ha capito che non ha più nulla da ricavarci. E il governo Prodi gli sta tremendamente sulle scatole. Per una lunga serie di motivi. Primo: lui non ne fa parte, e scusate se è poco. Secondo: la poltrona più importante, quella di superministro dell’Economia, è stata affidata a Tommaso Padoa Schioppa, suo rivale storico sin dai tempi di Bankitalia. Terzo: viceministro per l’Economia è il diessino Vincenzo Visco, un altro nella lista nera di Dini. I due si detestano da quando Visco era un semplice deputato della commissione Finanze che si occupava delle vicende di via Nazionale. Quarto motivo: il padre spirituale di questo governo è Carlo Azeglio Ciampi, che per anni si è rifiutato di lasciare a Dini la poltrona di governatore della Banca d’Italia, come sarebbe stato nell’ordine naturale delle cose, giudicando tale successione un rischio letale per l’istituto di emissione. Per di più, lo ha fatto senza avere il buon gusto di tenere per sé questo giudizio. Alla fine, il laico Ciampi preferì lasciare il suo ufficio al cattolico Antonio Fazio, piuttosto che a lui. Nel caso qualcuno se lo stia chiedendo, Lamberto non ha gradito.

    Essendo uomo previdente, Dini ha iniziato a ricucire i suoi rapporti con Berlusconi e la Cdl già prima delle elezioni. Con il Cavaliere si è incontrato anche negli ultimi giorni, e non ci vuole molto a mettere in relazione questo rendez-vous con il momentaccio che sta attraversando Prodi. Se Dini vuole tornare sotto i riflettori, l’appoggio del leader di Forza Italia gli è indispensabile. Berlusconi nicchia. Non si fida, e non è il solo. A palazzo Grazioli non hanno scordato quello che successe nel ’95. Scalfaro chiese a Berlusconi di indicare chi, secondo lui, avrebbe dovuto essere il presidente del consiglio incaricato. Il Cavaliere provò a fare il nome di Gianni Letta, ma Scalfaro lo stoppò subito: troppo vicino a Berlusconi. Titubante, il leader del Polo convocò Dini e, prima di portare il suo nome al Quirinale, gli chiese tre promesse: la nomina di Letta a sottosegretario alla presidenza del Consiglio, la presenza di alcuni ministri di Forza Italia, la garanzia che il nuovo esecutivo sarebbe stato «in assoluta continuità» con il governo Berlusconi. «Sono io la tua garanzia», gli rispose Dini, mostrando un’abilità da piazzista non inferiore a quella del suo interlocutore. Quando Berlusconi vide la lista preliminare dei ministri, e si accorse che il nome di Letta non era presente nemmeno tra i sottosegretari di palazzo Chigi, da dove lo aveva fatto togliere il solito Scalfaro, capì che come garanzia la parola di Dini non valeva molto. Il resto è storia.

    Certo, sono passati dieci anni. E stavolta un’eventuale “operazione Dini” verrebbe realizzata passando sul cadavere politico di Prodi. Insomma, ci si può pensare, anche se nella Cdl sono tanti a spingere sul Cavaliere affinché lasci Prodi logorarsi al governo il più a lungo possibile. Nel dubbio, Lamberto ci spera. E ci prova. Tanto, non ha nulla da perdere. Pur essendo fiorentino e di letture raffinate, condivide l’insegnamento di Franco Califano, schietto filosofo contemporaneo della capitale: «Nella palude si salva solo il coccodrillo».

  7. #47
    Conservatorismo e Libertà
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    17,354
     Likes dati
    159
     Like avuti
    515
    Mentioned
    14 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito

    Ormai desidero così tanto l'allontanamento di Prodi che riesco persino a vedere come accettabile l'ipotesi Dini.

  8. #48
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    12,957
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Mr.Prodi sara' rottamato solo quando i signori della politica di destra e sinistra si saranno messi d'accordo...dimostrazione di quanto è piccola la politica italiana e di quanto è inutile Prodi.

  9. #49
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    12,957
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Prodi, la Cdl e il futuro del governo: ecco cosa sta succedendo

    Tanto per capire un po' meglio come stanno andando davvero le cose, al di là delle dichiarazioni roboanti che si sentono in queste ore da una parte e dall'altra. Il governo Prodi è ormai in stato comatoso. Però rischia di sopravvivere alla Finanziaria. E andrà così anche perché la Cdl, ammesso che possa davvero farlo, non ha un grande interesse a staccargli la spina. Non adesso, almeno. Andiamo per punti.

    Primo punto: lo stato comatoso del governo Prodi. E' nei fatti. Stiamo arrivando al redde rationem. Per far passare la Finanziaria senza stravoglimenti ed evitare che Tommaso Padoa Schioppa (unico ministro di questo governo che abbia una forte credibilità internazionale) mandi tutti a quel Paese, si compri un volpino e passi le sue giornate ai giardinetti, Prodi intende blindare la manovra con la fiducia. Ma, se lo fa, il suo governo rischia di morire al Senato. El senador Luigi Pallaro ha già fatto sapere che la Finanziaria, così com'è, lui non la vota. 'O senatore Sergio De Gregorio idem. Francesco Cossiga non sta mandando messaggi tranquillizzanti all'Unione. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l'ha presa molto male. I parlamentari dei Ds e della Margherita masticano amaro: solo pochi tra loro, quelli che fanno parte delle commissioni Bilancio di Senato e Camera, potranno provare a emendare la manovra, col rischio concreto di vedere poi i loro emendamenti cancellati dal governo, che probabilmente metterà la fiducia su un maxi-emendamento che ridisegnerà la manovra secondo gli intenti dell'esecutivo, peraltro già cambiati rispetto alla stesura originaria varata dal consiglio dei ministri. Il malumore della maggioranza nei confronti di Prodi è fortissimo, e i capigruppo di Camera e Senato fanno fatica a tenere buone le truppe. Certo non contribuiscono a migliorare la situazione i sondaggi disastrosi, il deteriorarsi dei rapporti col Quirinale, il declassamento del rating e la bocciatura della manovra da parte di due agenzie internazionali su tre, il malumore crescente nei confronti della Finanziaria e le forti perplessità di parte della maggioranza sull'impatto che le nuove aliquote Irpef avranno sulle tasche e sull'umore degli elettori.

    I Ds la gravità della situazione l'hanno molto ben presente. Non a caso il povero Piero Fassino, interpretando per una volta le preoccupazioni dell'intero stato maggiore del suo partito, ha messo le mani avanti, impegnandosi davanti ai contribuenti imbufaliti a restituire il maltolto a partire dal 2008. Nella relazione (tutta da leggere) presentata sabato 21 ottobre alla direzione nazionale dei Ds, Fassino ha messo nero su bianco le perplessità del suo partito. Impressionante, soprattutto, l'avvertimento, diretto a Prodi, che i Ds non possono «guardare con sufficienza al malessere e ai dissensi manifestati in particolare da settori di ceto medio – dipendente e autonomo – e nel nord del Paese»: una chiara ammissione che nei riguardi di queste aree dell'elettorato, in questi pochi mesi di governo, è stato sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare. Al governo, Fassino e i Ds chiedono formalmente, tra le altre cose, «una verifica degli effetti della rimodulazione fiscale, tenendo maggiormente conto dei nuclei monoparentali e degli effetti prodotti su tutti i redditi dalle addizionali locali» e «un regime dell’imposta di successione che effettivamente sia coerente con l’impegno assunto in campagna elettorale di concentrare il prelievo su patrimoni e ricchezze di grande entità». Il che, tradotto, vuol dire: meno tasse sulle famiglie del ceto medio, sia perché avevamo promesso di non infierire su costoro, sia perché sennò andiamo a schiantarci contro un muro.

    Secondo punto: i primi scenari alternativi. Come ha detto a Roberto Calderoli, scherzando ma non troppo, la senatrice di Rifondazione Rina Gagliardi, «presto saremo all'opposizione con voi». Timori che la stessa Gagliardi ha messo per iscritto in un articolo per Liberazione: «L'idea di liberarsi di Romano Prodi inizia a farsi strada, ovvero è una "tentazione" che si affaccia all'interno delle componenti moderate dlla maggioranza. Non è ancora un "piano" organizzato, non è un complotto, non è un disegno chiaro e definito nei suoi tempi, modi e alleanze, ma la suggestione c'è, e come. Così come c'è la persuasione, sotterraneamente crescente, che il presidente del Consiglio e la sua squadra "non ce la fanno"». Il politologo Gianfranco Pasquino è ancora più chiaro: a tramare contro Prodi, oltre al solito coacervo di poteri più o meno forti, sono «una parte della Margherita, che non ha mai difeso Romano a spada tratta. Per esempio Rutelli, che ha un potere fortissimo nel suo partito», e «alcuni settori» dei Ds, manco a dirlo «la parte più vicina a D'Alema, che ritiene il ministro degli Esteri politicamente più abile, e l'area di quel partito contraria all'accelerazione verso il Pd».

    Specie al Senato, dove i boatos non si sono mai lesinati, in questi giorni ci si sbizzarrisce nelle prime ipotesi di fanta-politica sul dopo Prodi. Posto che solo se ci saranno episodi clamorosi la legislatura potrà chiudersi prima del giro di boa, cioè prima che si siano superati i due anni e sei mesi, tempo minimo necessario a far maturare ai parlamentari il diritto ai contributi all'ambita pensione per un'intera legislatura, tanti ormai, anche a sinistra, danno per scontato che ci vorrà un governo tecnico, o di grandi intese, o come lo vogliamo chiamare (nel dizionario politico italiano le perifrasi non mancano) per arrivare a tale termine. Si sono già fatti i primi nomi per il dopo Prodi. I più ricorrenti sono due. Il primo è quello di Lamberto Dini: ineccepibile curriculum da banchiere, uomo moderato, è stato ministro sia di Berlusconi (che non gli ha perdonato il governo del ribaltone) sia di Prodi, decotto quanto basta per non pretendere di svolgere un ruolo di primo piano alle prossime elezioni politiche, quindi innocuo anche per la sinistra, dove non farà certo ombra al prossimo candidato premier, che tutti indicano in Walter Veltroni. Il secondo è quello di Franco Marini, seconda carica dello Stato, e come tale istituzionalmente perfetto per il grande inciucio che dovrebbe partire da Forza Italia per andare sino ai Ds. Anche lui può svolgere bene il ruolo di traghettatore, ma non è certo un potenziale leader di coalizione.

    A sinistra tanti - non solo Pasquino - indicano nell'area dalemiana l'epicentro della congiura. L'operazione dovrebbe servire a tre scopi. Intanto a far scomparire Prodi - per sempre - dallo scenario politico, restituendo centralità ai partiti dell'Unione. Quindi ad ammazzare sul nascere il partito democratico, al quale ormai non crede davvero più nessuno, figuriamoci la gran parte dei diessini, dove il più tenero ha tre metri di pelo sulla pancia e ride solo al pensiero di regalare a Prodi qualche milione di elettori, rinunciando per di più a un patrimonio storico senza paragoni. Infine, l'operazione dovà servire alla sinistra a non arrivare al prossimo appuntamento elettorale - che tutti, come detto, fissano all'avvio della seconda metà della legislatura - logorata, sfibrata e con un presidente del consiglio, nonché leader della coalizione, sfiduciato dalla grande maggioranza degli elettori. Certo, una mossa simile sfascerebbe l'Unione. Ma - nel caso non si fosse capito - a sinistra, oggi, nessuno - escluso forse il solo Prodi - spera più di raggiungere l'ottimo paretiano, e ci si concentra invece sulla strategia migliore per limitare i danni.

    Terzo punto: le scelte della Cdl. Nella Cdl, negli ultimi giorni, si è fatto consistente il partito di chi non vuole provare (provare sul serio, intendo) a mandare a casa Prodi e preferisce aspettare ancora per un anno prima di tentare l'affondo finale. Una posizione paradossale solo in apparenza, essendo perfettamente speculare alle preoccupazioni dello stato maggiore diessino. Il logoramento evidentissimo cui è sottoposto il governo Prodi, misurato da tutti i sondaggi con il crollo della fiducia nei confronti degli uomini del governo e con il sorpasso della Cdl nelle intenzioni di voto, fa venire voglia agli esponenti del centrodestra di lasciarlo rosolare a fuoco lento ancora per un pezzo. C'è di più. La Cdl ha un forte interesse politico a far sì che la manovra venga approvata senza grandi modifiche, almeno sul fronte fiscale, in modo che gli italiani possano apprendere in cosa consiste davvero la "cura Visco" direttamente dalle loro buste paga alleggerite dalle aliquote Irpef. Sempre nella convinzione che per andare alle urne si debba aspettare ancora un paio d'anni, a centrodestra si inizia a pensare che è meglio lasciare Prodi al comando il più possibile, e non dare tempo alla sinistra di riorganizzarsi. Il governicchio di larghe intese, insomma, può attendere, prima è meglio radere al suolo ogni speranza di recupero da parte della sinistra. La minaccia di vedere varata la legge Gentiloni sul nuovo assetto televisivo non sembra avere scosso Silvio Berlusconi più di tanto: nessuno nella Cdl, manco lui, crede che il testo del governo uscirà indenne da palazzo Madama. Ammesso che ci arrivi.

    Si tratta, come è chiaro, di un atteggiamento basato su un'analisi un po' troppo ottimista, che espone la Cdl a un rischio enorme: perdere adesso l'occasione per provare ad affossare Prodi vuol dire dargli quel tempo di cui lui ha un disperato bisogno per tentare di risalire la china. E, come si dice in certi casi, "è meglio vivere di rimorsi che di rimpianti".

    Quarto punto: il paradosso Prodi. Il presidente del Consiglio, comprensibilmente, ha deciso di giocarsi il tutto per tutto. Sa che il momento è difficilissimo, che lui è debole perché esposto in prima linea senza un partito che lo difenda dai nemici interni alla coalizione e che questa, se va male, è la fine della sua avventura politica. La sua strategia è l'unica razionalmente adottabile da uno che si trovi nella sua posizione: tirare dritto, sgranare il rosario ogni volta che al Senato si vota una mozione di fiducia, sperare che nel medio-lungo periodo la ripresa economica gli dia una mano e provare a recuperare punti nei sondaggi. Si è arrivati così sull'orlo di una situazione in cui i migliori alleati di Prodi sono i suoi avversari della Cdl che vogliono lasciarlo al potere per logorare lui e la sinistra, e i suoi nemici sono quei settori dell'Unione, evocati dalla Gagliardi e chiamati per nome e cognome da Pasquino, i quali stanno pensando di affondare Prodi per provare a salvare il centro-sinistra.

    Quinto punto: si campa alla giornata. Tutto ciò che è stato appena scritto fa parte di quello che Karl Popper chiamava "mondo due", il mondo dei pensieri e delle speranze. Il "mondo uno", quello dei fatti, è tutt'altra cosa, e tende a fregarsene del "mondo due". Nella politica italiana, poi, dove si campa alla giornata, questo è vero due volte. Insomma, basta poco per produrre quella che in gergo tecnico si chiama "accelerazione del quadro politico", cioè il presentarsi di un bivio che sino a pochi giorni prima sembrava lontano mesi, se non anni. Basta un voto di fiducia di troppo al Senato, basta che il senatore "giusto" abbia quelle due linee di febbre che gli impediscono di uscire di casa, basta che l'aereo su cui sono in volo due senatori eletti all'estero tardi di tre ore, e la storia cambia.

    da A Conservative Mind

  10. #50
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    12,957
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Non è la soluzione, ma il problema

    di Arturo Diaconale

    L’errore più grave del governo di centro-sinistra sta a monte, nell’aprile scorso e, per la verità storica, è tutto di Prodi, nella misura con la quale non ha voluto prendere atto della vittoria striminzita e, dunque, della inadeguatezza del programma dell’Unione costruito in funzione di un successo ben più ampio. L’errore politico sta nella mancata presa d’atto di un dato che parla(va) da solo e che avrebbe dovuto imporre non solo una pausa di riflessione (soprattutto sulla Grande Coalizione proposta da Berlusconi), ma una drastica revisione programmatica collegata ad un asse politico interno che facesse perno sui riformisti, i liberali, i socialdemocratici...

 

 
Pagina 5 di 10 PrimaPrima ... 456 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. rottamare Alessia Mosca
    Di MaIn nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 11-11-13, 20:52
  2. E' ora di rottamare i leghisti
    Di salve nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 64
    Ultimo Messaggio: 17-12-12, 13:14
  3. Rottamare Fini!
    Di MrBojangles nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 213
    Ultimo Messaggio: 15-12-12, 14:30
  4. Pd, rottamare o morire
    Di TiziusMCMLXVI nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 05-12-10, 20:43
  5. Un Tremonti da rottamare
    Di maimaria nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 121
    Ultimo Messaggio: 26-03-06, 21:06

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito