IL PARERE di G.Tonetti: La "casta" del Vaticano
La "casta" del Vaticano
Dopo il gran successo del libro "La Casta" di Rizzo e Stella, che come sappiamo con questo termine identificavano i politici e i loro numerosi privilegi, si scopre che in Italia esiste un'altra "casta" presente in un'istituzione non repubblicana: il Vaticano!
Tutti crediamo che la Chiesa Cattolica faccia del bene aiutando spesso i più bisognosi grazie alla capillarità delle numerose parrocchie dislocate nel territorio. A quanto pare non è così! O almeno, non del tutto così!
Con il famoso 8 per mille ogni anno arrivano nelle casse vaticane 1 miliardo circa di euro, pari più o meno a 2 mila miliardi delle vecchie lire.
Inoltre, considerando i numerosi privilegi fiscali e gli aiuti diretti provenienti dallo Stato e dagli enti locali, la cifra sale a 4 miliardi di euro all'anno. In pratica mezza finanziaria l'anno.
Non ci sarebbe nulla di male se questi soldi andassero a buon fine.
Invece di questi 4 miliardi di euro ogni anno solo un quinto viene destinato alla carità mentre il resto è utilizzato per lo stipendio dei preti e degli insegnanti di religione, finanziamento alle scuole private e altre spese di gestione di cui non è dato sapere.
A dare queste cifre non è niente di meno che la Cei, cioè la Conferenza Episcopale Italiana che evidentemente è così distante dal mondo reale da non rendersi conto della gravità dei dati forniti.
Gli italiani quindi, non solo devono provvedere ai costi dello Stato ricevendo in cambio molto poco in termini di servizi sociali. Ma, anomalia per i paesi occidentali, pagano almeno altrettanto, se non di più, l'organizzazione vaticana che sta assumendo una potenza mediatica mai vista prima.
I programmi elettorali infatti negli ultimi anni sono modellati per non disturbare le alte gerarchie ecclesiastiche. Mettersi contro i vescovi è veramente pericoloso per vincere le elezioni. Basti vedere le polemiche scatenate per la civilissima legge dei DICO che hanno spinto la Chiesa Cattolica ad organizzarsi in una imponente manifestazione dal nome Family Day. Come ho varie volte avuto modo di dire, in quell'evento c'è stata veramente una passerella dell'ipocrisia del mondo politico. Uomini divorziati e conviventi che si facevano belli in Piazza San Giovanni a Roma per difendere una famiglia tradizionale che loro probabilmente non sanno nemmeno cosa sia.
Ma diamo qualche cifra perché altrimenti il mio può sembrare un discorso fazioso.
Ieri c'è stato un interessante dossier in materia, realizzato da Curzio Maltese sul giornale "la Repubblica", intitolato "Quanto ci costa la Chiesa" di cui ora vi riporto alcuni passi:
"[...] Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre a quattro miliardi di euro all'anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell'otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell'ora di religione («Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire», nell'opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c'è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all'ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell'ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un'inchiesta dell'Unione Europea per "aiuti di Stato". L'elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l'Ici (stime "non di mercato" dell'associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l'elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l'Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all'anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stetto o un Mose all'anno, più qualche decina di milioni. La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta da vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il "costo della democrazia", magari con migliori risultati. Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell'otto per mille sull'Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all'epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 perc cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell'84 su "Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini. Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell'otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d'accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l'impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri? Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull'otto per mille. Si cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all'estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all'autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all'interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di catechesi", attività finanziarie e immobiliari. [...]"
Cioè, avete capito? Dell'8 per mille versato ogni anno dal 35% degli italiani (che poi attraverso un meccanismo assurdo viene esteso anche a chi non ha espresso alcuna preferenza) ad aiutare i più bisognosi non va nemmeno la metà!
Ora riporto alcune tabelle prese proprio dal sito 8xmille - CHIESA CATTOLICA , che sono state utilizzate da Curzio Maltese per scrivere la sua inchiesta:
Sono pienamente d'accordo ad una profezia, citata sempre dal giornalista di Repubblica, che lanciò un teologo trent'anni fa: «La Chiesa sta diventando per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo».
Pensate, lo disse il giovane Joseph Ratzinger, oggi diventato Papa Benedetto XVI.
Se uno dona l'8 per mille con la speranza di dare un sostegno ai più poveri deve sapere che solo una piccola parte va in quella direzione. Invece questo è tenuto molto all'oscuro ingannando platealmente le buone intenzioni dei credenti.




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