L’Unione Sarda, 13 ottobre 2006

Governo-Regione, i soldi che mancano
DI SALVATORE CUBEDDU

Delle notizie del nostro vivere collettivo, che segnano questo dolce inizio d’autunno, quella più nascosta è sicuramente la più significativa.

Che con la Finanziaria sarebbe venuta al pettine la realtà dei conti pubblici, e la loro differente valutazione, era più che scontato. Anche nei rapporti con la Sardegna: in che misura il quadro politico “amico” si sarebbe fatto carico dei cinque miliardi di debito dello Stato? Semplice: non se ne è fatto carico, se sono vere le cifre che parlano della restituzione di soli cinquecento milioni di euro lungo l’arco di vent’anni.

Che la Regione sarda sia tradizionalmente comprensiva con il governo italiano è risaputo.
Com’è, altrimenti, che noi dovremmo considerare come fosse una conquista l’accesso al 90% delle nostre Iva e Irpef, mentre i siciliani ne godono già al 100% e a loro non è stato posto il problema di rinunciare ad attingere al fondo sanitario nazionale?
Perché, per quasi sessant’anni, uomini ed imprese che producono qui la loro ricchezza, metti la Saras, hanno pagato le tasse altrove?

La delicatezza dei conti sardi è sottolineata dagli effetti ritardati delle scelte dell’autunno del 2004, quando, in fase di revisione del bilancio, il governo regionale, da poco insediato, aveva stralciato un miliardo circa di euro motivandolo con il debito della Regione. Quei soldi sono mancati alla congiuntura economica e si sono aggiunti alle difficoltà della produzione ed alla disoccupazione.
Sarà difficile ai sindacati evitare di portare in piazza quella protesta che l’anno scorso fu comunemente indirizzata verso il governo Berlusconi. Da trent'anni si scende in piazza per verticalizzare l'industria, nel frattempo la povertà si estende.

Ma il dato nuovo, decisivo per il futuro, è venuto dal recente patto di Palazzo Chigi, tra il presidente del consiglio ed il presidente della regione sarda. La novità è che, senza rumore e senza discussioni istituzionali – senza consulta o costituente, ma anche senza il consiglio regionale - con il semplice incontro tra due presidenti, la Sardegna accetta di sperimentare, per la prima volta in Italia, il federalismo fiscale nella sua versione più cruda: lo Stato si trattiene il 10% di quelle imposte, ci restituisce il 10% del pregresso e “voi fate per conto vostro” per quanto riguarda gli spostamenti interni (strade e ferrovie) e per la salute.
Come si vede mancano la scuola e la polizia locale, perché, per il resto, è quanto si è votato nel referendum di giugno, soprattutto per quanto riguarda la sanità. Ma non era questo il tema su cui si era incentrata la propaganda dei contrari? Infatti.
Adesso, però, si è ad un nuovo giro ed inizia un’altra corsa. La Lega è stata battuta nel referendum, ma la questione settentrionale incombe, nella stampa, nelle pressioni dell’opposizione parlamentare e negli incontri governativi.
Perché non sperimentare, ad iniziare dalla Sardegna, il principio per cui ognuno spende per quanto ha?
Si sentono le antenne rizzare. La nuova situazione ripropone gli eterni interrogativi: “ma può la Sardegna bastare a se stessa?”.