Testi di Ibn al-‘Arabî
Riportiamo qui per un approfondimento tre testi di Ibn al-‘Arabî che per più aspetti si ricollegano al “Trattato dell’Unità” e a quanto messo in evidenza nel nostro scritto sulla dottrina indù della «non-dualità». Lasciamo al lettore ogni possibile altro raffronto, nel rispetto delle Tradizioni.
Il mondo è velo a se stesso
Sappiamo pure che Dio si è da Sé descritto come l’«Esteriore» (az-zâhir) e come l’«Interiore» (al-bâtin), e che ha manifestato il mondo a un tempo come interiore e come esteriore, affinché conoscessimo l’aspetto «interiore» (di dio) attraverso il nostro proprio interiore, e l’«esteriore»
Con il nostro esteriore. Allo stesso modo, Egli Si è descritto con le qualità della clemenza e della collera, e ha manifestato il mondo come un luogo di timore e di speranza, perché temessimo la Sua collera e sperassimo nella Sua clemenza. Si è descritto con la bellezza e con la maestà e ci ha dotati di timore reverenziale (al-hayba) e di intimità (al-uns). Lo stesso vale per tutto ciò che si riferisce a Lui e con cui Lui si è designato. Egli ha simboleggiato queste coppie di qualità [complementari] con le due mani che protese verso la creazione dell’Uomo Universale: questi riunisce in sé tutte le realtà essenziali (haqâ’iq) del mondo, sia nel suo assieme sia in ciascuno dei suoi individui. Il mondo è l’apparente, e il rappresentante (di Dio in esso) è il nascosto. Appunto a tale stregua il sultano resta invisibile, e sempre in questo senso Iddio dice di se stesso che Si nasconde dietro veli di tenebra, che sono i corpi naturali, e dietro veli di luce, che sono gli spiriti sottili, poiché il mondo è fatto di sostanza grossolana (kathîf) e di sostanza sottile (lâtif).
(Il mondo) fa da velo a se stesso, di modo che non può vedere Iddio proprio perché si vede; non può mai liberarsi da se medesimo del suo velo, pur sapendo di essere ricollegato, in virtù della propria dipendenza, al suo Creatore. È che il mondo non partecipadell’autonomia dell’Essere essenziale: tanto che non Lo concepisce mai. Sotto questo aspetto, Dio resta sempre sconosciuto, così all’intuizione come alla contemplazione, poiché l’effimero non ha presa su ciò, vale a dire sull’eterno.
Ibn al-‘Arabî, Fusûs al-Hikam
Chi è fermo in una adorazione particolare ignora necessariamente (la verità intrinseca delle altre credenze), appunto perché il suo credo in Dio implica una negazione delle altre forme di fede. Se conoscesse il senso dell’espressione di Junayd: «Il colore dell’acqua è il colore del suo recipiente», ammetterebbe la validità di ogni credo, e riconoscerebbe Iddio in ogni forma e in ogni oggetto di fede. Il fatto è che costui non possiede la conoscenza (di Dio), ma si basa unicamente sull’opinione di cui parla il verbo divino: «Io Mi conformo all’opinione che il Mio servitore si fa di Me», il che vuol dire: Io non Mi manifesto al Mio adoratore se non nella forma del suo credo; che egli dunque, se vuole, generalizzi o determini. La divinità conforme al credo è quella che può essere definita, ed è Lei il Dio che il cuore può contenere (secondo la parola divina: «Né i Miei cieli né la Mia terra Mi possono contenere, ma il cuore del Mio servo fedele Mi contiene»). Infatti la Divinità assoluta non può essere contenuta in alcuna cosa, poiché Essa è l’essenza stessa delle cose e la Sua Propria essenza.
Ibn al-‘Arabî, Fusûs al-Hikam
Ascolta, o beneamato!
Io sono la realtà del mondo,
il centro e la circonferenza,
Io sono le parti e il tutto.
Io sono la Volontà stabilita fra il cielo e la terra,
non ho creato in te la percezione
se non perché sia l’oggetto della Mia percezione.
Se dunque tu Mi percepisci, percepisci te stesso,
ma attraverso te non potresti percepirMi.
Solo tramite il Mio occhio tu vedi Me e ti vedi,
non è con il tuo occhio che puoi concepirMi.
Beneamato,
tante volte Io t’ho chiamato;
e tu non Mi hai udito!
Tante volte Mi sono a te mostrato,
e tu non Mi hai veduto!
Tante volte Mi son fatto dolci effluvi,
e tu non hai sentito;
nutrimento pieno di sapore,
e tu non hai gustato.
Perché non puoi attingerMi
Attraverso quel che tocchi?
O respirarMi attraverso i profumi?
Perché tu non Mi vedi?
Perché tu non Mi senti?
Perché?Perchè?Perchè?
Per te le Mie delizie superano
Le altre delizie tutte,
e il piacere che Io ti procuro
va’oltre ogni piacere.
Per te Io sono preferibile
A tutti gli altri beni.
Io sono la Bellezza,
Io sono la Grazia:
beneamato, amaMi,
ama Me solo, AmaMi d’amore.
Nessuno è più intimo di Me.
Gli altri per se stessi t’amano:
Io, Io per te t’amo,
e tu, tu da me fuggi lontano.
Beneamato,
tu non puoi trattare Me con equità:
poiché, se a Me ti avvicini,
è perché Mi sono a Io avvicinato a te,
Io sono più presso a te di te medesimo,
e dell’anima tua, e del tuo soffio.
Beneamato, andiamo verso l’Unione…
Andiamo, la mano nella mano,
giungiamo alla presenza della Verità:
sia Lei il nostro giudice,
e alla Nostra Unione imprima il Suo sigillo,
per sempre.
Ibn al-‘Arabî