«Mistero» e «Mistica»
Il lavoro sull’etimologia di una parola permette talvolta di risalire al concetto originale espresso dal termine il cui uso storico, in qualche modo, ne ha però alterato il valore distorcendolo in senso diverso se non opposto. Vero è, che la parola «mistica» inizialmente era imparentata con «mistero», ma tale è anche la deformazione subìta, per designare tutt’altro, che servirsi oggi del termine «mistica» nel suo senso originario senza sapere con esattezza che cosa si intenda(1), è fare sfoggio filologico più che vera ricerca. Oltre a ciò, accade spesso che questo “confondere le acque” circa la «mistica» sia legato a ragioni più sottili, snaturare cioè (consapevolmente o non) il significato di «iniziazione» confondendo in una cosa sola realtà differenti come «mistero» e «mistica».
Converrà allora, ancora una volta, chiarire brevemente il significato di questi termini.
La radice greca “μυ” dalla quale derivano i termini «το μυστήριον» e «ο μυθος» rappresenta la “bocca chiusa” e dunque “il silenzio” (il latino «mutus»). Il termine «μυειν» ha il senso di “chiudere la bocca” “stare in silenzio” (e per estensione anche “chiudere gli occhi”). Da questo poi si ha «μϋέω», “inizio ai misteri”. Dunque «το μυστήριον» si ricollega direttamente all’idea di “silenzio”. Infatti il «secretum» (simile a «sacratum», cioè “sacro”) è ciò che è “messo da parte”(«secernere», il cui participio è appunto «secretum»), riservato, separato dal dominio profano.
Così nel suo significato più immediato «mistero» è ciò di cui non si deve parlare o che è proibito far conoscere al di fuori per l’ostilità e incomprensione del mondo profano; in un senso già più interiore, «mistero» designa ciò che si deve ricevere “in silenzio” e su cui non conviene discutere perché consiste in verità che per la loro stessa natura sopra-individuale e sopra-razionale sono appunto al di sopra di qualsiasi discussione o dialettica. Ma vi è un terzo senso, più profondo degli altri, e cioè il «mistero» come “inesprimibile” e “incomunicabile”, ovvero l’impossibilità di esprimere mediante parole l’impressione dell’influenza spirituale trasmessa durante il rito di iniziazione (influenza spirituale che in quanto non-manifesta si situa proprio al di là del «nome-forma», nâmarûpa nella Tradizione indù).
«Mistica» non significa più come in origine «iniziatico», aggettivo di «ο μúστης» (iniziato), quanto cioè si riferisce all’iniziazione, alla sua dottrina e al suo oggetto, ma tale parola è arrivata a designare esclusivamente una condizione dell’anima che non ha nulla in comune con «iniziazione» e che per più di un aspetto presenta anzi caratteri del tutto opposti a questa.
Denunciando l’uso indebito della parola «mistica» non si tratta di negare il valore almeno relativo dell’esperienza religiosa da questo termine indicata ma di assegnare ad ogni cosa il suo giusto posto in una gerarchia nella quale «iniziazione» e «mistica» occupano differenti e incompatibili posizioni. Se infatti scopo della prima è il superamento delle stesse possibilità dell’individuo come tale e la realizzazione spirituale degli stati molteplici e superiori dell’Essere fino al “non-condizionato” e all’«Identità Assoluta», per contro, nel caso della «mistica», il mistico non solo non supera le condizioni proprie dell’individualità ma la vicinanza della sua esperienza religiosa con il «piano vitale» secondo un atteggiamento passivo (un’espressione di questo è la «sentimentalità» spesso denunciata) lo limita a ricevere attraverso semplici prolungamenti extra-corporei dello stato umano influenze di qualsiasi ordine, superiori o inferiori, così come gli si presentano («aperto» a pericoli di illusione e squilibrio, il mistico non ha poi la minima preparazione dottrinale per un qualsiasi discernimento, contrario del resto alla natura stessa dell’«estasi» o «uscita da sé»). La confusione che spesso accompagna tali fenomeni (le «divagazioni» dei mistici) ha infatti imposto alla Chiesa un attento esame dei contenuti delle visioni, e in esse del resto vi è tanto di valido quanto vi sono presenti dati tradizionali, ignorati per lo più dal mistico stesso.
Solo entro questi precisi parametri si colloca il moderno significato del termine «mistica» apparendo anche chiaro che tra «iniziazione» e «mistica» non vi può essere nessun punto di convergenza e a maggior ragione di identità.
In conclusione, quand’anche si facesse seguire la specificazione di «speculativa» (moltiplicando forse ancor di più la confusione), la parola «mistica» ha subìto una tale deviazione e compromissione rispetto al suo originario significato da esigerne oggi l’utilizzo entro i limiti indicati sopra, in caso contrario non solo tale termine diventa fonte di innumerevoli equivoci ma presta il fianco a spiacevoli attacchi controiniziatici.
(1) Come in “Filosofia e mistica. Un problema terminologico” di Marco Vannini, ove l’autore nonostante le premesse terminologiche e storiche dimostra incomprensione circa «mistero» e «mistica», come quando scrive «…il concetto religioso arcaico di 'mistero'…» o «...risveglio di interesse per la mistica (magari attraverso il buddismo o altre filosofie orientali)».
Il resto dell’articolo, in merito a un tentativo di coniugare in futuro «filosofia» e «mistica», secondo una prospettiva tradizionale è del tutto privo di senso.




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