| Mercoledì 18 Ottobre 2006 - 18:48 | Alessia Lai |

Il primo ministro israeliano Ehud Olmert, aprendo i lavori della sessione invernale del Parlamento, lunedì ha invitato il premier libanese Fuad Siniora (nella foto con Condoleezza Rice) a colloqui bilaterali diretti, non tramite dei negoziatori, per discutere di pace tra i due Paesi a due mesi di distanza dalla fine dell’ultima aggressione israeliana ai danni del Libano. “Incontriamoci personalmente, senza l’uso di intermediari, al fine di creare la pace tra noi e il Libano”, ha chiesto Olmert. “Hizbollah ha smesso di esistere come stato dentro lo stato in Libano”, ha detto il premier israeliano evidenziando il fatto che, a suo dire, Tel Aviv avrebbe fatto significativi passi in avanti nella lotta contro le milizie sciite libanesi. Una frase che forse voleva rassicurare Siniora del fatto di essere l’unico interlocutore libanese riconosciuto da Tel Aviv.
La risposta del primo ministro di Beirut, arrivata lunedì sera poco dopo le dichiarazioni di Olmert, è stata improntata all’equilibrio interno libanese, in un momento di estrema difficoltà per la maggioranza filo-occidenatle che guida il Paese da poco più di un anno. Larghi strati popolari, rappresentati soprattutto da Hizbollah, Amal e il movimento dell’ex generale cristiano Michel Aoun, chiedono infatti lo scioglimento dell’attuale esecutivo e il passaggio ad un ‘governo di unità nazionale’ maggiormente rappresentativo del volere popolare.
Il comunicato diffuso dall’ufficio di Siniora ha osservato che “Il primo ministro ha più volte dichiarato che il Libano sarà l’ultimo Paese arabo a firmare un accordo di pace con Israele”, e che “La pace reale verrà con l’accettazione da parte di Israele dell’iniziativa di pace proposta dall’allora principe ereditario saudita Abdallah e poi adottata dalla conferenza del summit arabo a Beirut” nel marzo 2002. Allora il principe saudita propose “relazioni normali” con Israele in cambio del suo ritiro da tutti i territori arabi occupati nel 1967. “In questo contesto, è divenuto chiaro che, come primo passo per dimostrare il suo desiderio di pace, Israele dovrebbe ritirare le sue truppe dai territori libanesi occupati, tra cui le ‘fattorie di Shebaa, e applicare pienamente la risoluzione di sicurezza dell’Onu 1701”, ha quindi concluso il testo aggiungendo il rispetto della risoluzione che ha posto fine hai 34 giorni di bombe israeliane sul Libano.
La dichiarazione di Fuad Siniora rappresenta il ‘minimo sindacale’ per un leader arabo che ha appena subito una devastante aggressione da parte di Tel Aviv chinando, tra l’altro, il capo per ordine della Casa Bianca; comportamento più volte stigmatizzato dall’opposizione libanese, sia durante i bombardamenti sionisti che in questi giorni nei quali si fa più pressante la richiesta delle dimissioni dell’esecutivo guidato dal premier ‘amico di Washington’. Anche perché, nonostante il teatrale rifiuto di Siniora davanti alla proposta di Ehud Olmert, il governo libanese nulla fa contro le continue violazioni della 1701 da parte degli israeliani, limitandosi a segnalare di volta in volta alle Nazioni Unite i sorvoli degli aerei di Tel Aviv sul territorio libanese e a ricordare che Tsahal ha approfittato della guerra per occupare altre parti del territorio del Paese dei Cedri. L’Onu e la sua emanazione militare, che in Libano ha preso il nome di Unifil-2, fanno orecchie da mercante e voltano lo sguardo di fronte alle prepotenze israeliane confermando, se ce ne fosse stato bisogno, che la reale natura della missione internazionale del Paese dei Cedri è quella di tutelare Israele, non certo il Libano. Lunedì si è arrivati al paradosso, con le lamentele del ministro della Difesa israeliano Amir Peretz di fronte all’avvertimento rivolto a Tel Aviva da parte delle forze Onu francesi dislocate nel sud del Libano che hanno minacciato di aprire il fuoco sui velivoli israeliani che quotidianamente violano lo spazio aereo libanese. Per la Francia infatti, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Maariv, quei voli rappresentano una violazione inaccettabile della risoluzione 1701. Beirut, in soldoni, si trova oggi al centro di una specie di contesa tra i nuovi alleati statunitensi e la ex potenza coloniale francese, che di volta in volta si sono alleate quando tornava utile isolare il Libano dalla Siria, il Paese che sarebbe l’alleato naturale di Beirut nella regione. Uno Stato sovrano, se minacciato, ricorre alla mobilitazione del proprio esercito.
Il Libano gestito dalle forze del ‘14 marzo’, lo schieramento ‘colorato’ guidato da Saad Hariri, no. Ci pensano ‘gli altri’ a gestire il destino del Paese dei Cedri: gli atlantici imponendo l’immobilismo dimostrato dall’esecutivo Siniora durante la guerra, Parigi facendone oggi le veci di fronte alle violazioni del territorio da parte degli aerei israeliani.
Alessia Lai