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Discussione: Cos'è una moschea

  1. #1
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    Predefinito Cos'è una moschea

    di Khalil Samir S.I.

    Ultimamente si è parlato di moschee in Italia; ma sull'argomento continua a permanere una cappa di genericità e approssimazione. Quando si discute sull'opportunità di costruire una moschea o di concedere terreni a questo scopo, è necessario anzitutto non dare per scontata la conoscenza dell'oggetto della discussione. La moschea non è una "chiesa" musulmana, ma un luogo che ha nell'islàm la sua funzione e le sue norme. Perciò si deve guardare all'islàm per capire che cosa essa è.

    Nella tradizione araba esistono due termini per indicare la moschea: masgid (passato in spagnolo sotto la voce "mezquita" e di là nelle lingue europee) e giâmi'. Quest'ultimo vocabolo è il più diffuso nel mondo arabo-islamico. La prima parola deriva dalla radice sgd che significa "prostrarsi", la seconda dalla radice gm' che significa "radunare". La moschea (giâmi') è il luogo dove la comunità si raduna, per esaminare tutto ciò che la riguarda: questioni sociali, culturali, politiche, come anche per pregare; tutte le decisioni della comunità si prendono nella moschea. Voler limitare la moschea a "un luogo di preghiera" è fare violenza alla tradizione musulmana.

    Il venerdì (yawm al-giumu'ah) è il giorno in cui la comunità si raduna (come indica il nome giumu'ah). Si raduna a mezzogiorno per la preghiera pubblica, seguita dalla khutbah, cioè il discorso, che non è una predica. Nella khutbah vengono approfondite la questioni dell'ora presente: politiche, sociali, morali ecc. Il venerdì non è il giorno in cui non si lavora, come il sabato degli ebrei o la domenica dei cristiani, ma il giorno in cui i musulmani si ritrovano insieme come comunità. Ancora oggi, in Arabia Saudita, il venerdì è un giorno lavorativo; si chiudono i negozi soltanto all'ora del raduno in moschea a mezzogiorno.

    In molti Paesi musulmani, per esempio in Egitto, che è oggi il più popoloso Paese musulmano arabo, tutte le moschee sono sorvegliate il venerdì e le più importanti sono circondate dalla polizia speciale. Il motivo è semplice: le decisioni politiche partono dalla moschea, durante la khutbah del venerdì. Nella storia musulmana, quasi tutte le rivoluzioni e i sollevamenti popolari sono partiti dalle moschee. Lo jihâd, cioè "la guerra sul cammino di Dio" (fî sabîl Allâh) che obbliga ogni musulmano a difendere la comunità, è proclamata sempre nella moschea, alla khutbah del venerdì. In alcuni Paesi musulmani, il testo della khutbah dev'essere presentato prima alle autorità civili visto che gli imâm (che presiedono le riunioni della comunità) sono funzionari statali1.

    È dunque scorretto, parlando della moschea, parlare unicamente di "luogo di culto". Com'è scorretto, parlando della libertà di costruire moschee, farlo in nome della libertà religiosa, visto che non è semplicemente un luogo religioso, ma una realtà multivalente (religiosa, culturale, sociale, politica ecc.). Non si deve poi dimenticare che il luogo dedicato alla preghiera del venerdì è considerato dai musulmani spazio sacro e rimane per sempre appannaggio della comunità, la quale decide chi ha facoltà di esservi ammesso e chi invece lo profanerebbe. Per questo motivo non si può prestare un terreno per 50 anni, per esempio, per edificarvi una moschea; questo terreno non potrà mai più essere reso.

    Esistono spesso, nelle città dei Paesi musulmani, piccoli "luoghi di preghiera", chiamati di solito musallâ (preghiera), da salât. Sono come "cappelle" che possono contenere circa una cinquantina di persone e che si trovano spesso al pian terreno di una casa, al posto di un appartamento. Questi luoghi, più discreti, sono generalmente utilizzati quasi unicamente per la preghiera del mezzogiorno, permettendo alla gente della strada o degli edifici vicini di pregare in pace.

    Le moschee hanno normalmente un minareto (manârah), da dove il muezzin (mu'abhdhin) lancia l'appello alla preghiera (adhân). I minareti hanno una funzione pratica e sono leggermente più alti delle case che li circondano. Hanno assunto spesso nella storia una funzione simbolica, di affermazione della presenza musulmana, e talvolta una funzione politica di affermazione della superiorità dell'islàm sulle altre religioni. Il loro scopo essenziale è di permettere alla voce umana di giungere a chi abita vicino.

    In questo secolo, si sono spesso posti altoparlanti sui minareti (soprattutto se c'è una chiesa vicina o un quartiere cristiano), e i muezzin hanno aggiunto altre cose all'appello alla preghiera (adhân), prolungandolo. Queste innovazioni sono contrarie alla tradizione musulmana (la sunnah) e i Paesi musulmani rigorosi le condannano, come per esempio l'Arabia Saudita, anche se la condanna non cambia le abitudini. In altri Stati, come per esempio l'Egitto, l'uso degli altoparlanti (a tutto volume) è limitato unicamente all'appello (che dura circa 2 minuti) ed è vietato per la preghiera dell'alba (salât alfagr), divieto di fatto non osservato. L'uso dei registratori per l'appello, che si diffonde in molti luoghi, è considerato contrario alla Tradizione.

    Infine è necessario chiedersi chi finanzi le moschee e i centri islamici. È risaputo che gran parte delle moschee e dei centri islamici in Europa sono finanziati da Governi musulmani, in particolare da quello dell'Arabia Saudita, che perciò ha il diritto di imporre i suoi imâm. Ora, è ben noto che nel mondo islamico sunnita l'Arabia Saudita rappresenta la tendenza più rigida, detta wahhabita (da 'Abd al-Wahhâb, 1703-92). Non sono quindi questi imâm che potranno aiutare gli emigrati a inserirsi nella società occidentale, né ad assimilare la modernità, condizioni necessarie per una convivenza serena con gli autoctoni.

    Alcuni elementi di giudizio

    Non è possibile né giusto impedire ai musulmani di avere luoghi di preghiera in Occidente. Sarebbe probabilmente più adatto al contesto sociologico degli emigrati (che rappresentano la stragrande maggioranza dei musulmani in Italia) avere musallâ, ossia "cappelle", dove potrebbero ritrovarsi più comodamente per pregare. Sarebbero anche meno costose per loro. Rimane un rischio: la moltiplicazione dei piccoli luoghi di preghiera rende più difficile il controllo su quanto vi si svolge.

    La moschea, in quanto centro socio-politico-culturale musulmano, non può entrare nella categoria dei "luoghi di culto", non essendo esclusivamente un luogo di preghiera. Alla pubblica amministrazione spetta studiare come esercitare un certo controllo su tali centri, vista la loro funzione politica tradizionale.

    L'opposizione che si vede un po' dappertutto in Europa riguardo all'edificazione di moschee può provenire dalla xenofobia, ma è anche probabile che derivi dal timore che essa sia un atto politico di affermazione di un'identità diversa sotto tutti gli aspetti, troppo estranea alla cultura e alla civiltà occidentale.

    Se un tale centro musulmano potesse aiutare gli emigrati a integrarsi nella società italiana locale e nazionale, con corsi adatti e altri servizi, sarebbe da incoraggiare, poiché lo scopo è di costituire insieme, emigrati e autoctoni, una società comune e solidale. Potrebbe essere incoraggiata (anche materialmente) la formazione di gruppi o associazioni misti, composti da emigrati (musulmani e non musulmani) e autoctoni, per rinforzare l'integrazione dei primi nella società italiana e l'apertura dei secondi agli emigrati. Ma, tenendo conto della tradizione musulmana multisecolare di non distinguere religione, tradizioni, cultura, vita sociale e politica, sembra importante che i responsabili si informino bene per operare queste distinzioni e siano molto attenti a non incoraggiare la politicizzazione (sotto qualunque forma) dei gruppi di emigrati (musulmani e non musulmani).

    Infine è utile notare un piccolo particolare: secondo i dati ufficiali, gli emigrati musulmani rappresentano circa un terzo di tutti gli immigrati in Italia. Eppure, fanno parlare di sé molto più degli altri emigrati, che sono la maggioranza (i due terzi). Ci sembra che il motivo sia proprio la tendenza dei musulmani a politicizzare la loro presenza, a renderla visibile (sia per tendenza naturale, sia perché esistono potenti lobbies di musulmani italiani o stranieri). Sono questa politicizzazione e questa tendenza ad affermare la propria identità come diversa dagli altri che suscitano le reazioni di rigetto o di rifiuto. Non sarebbe più conforme agli interessi dei musulmani stessi cercare di vivere la loro vita (e la loro fede) in maniera discreta e integrata?

    Conclusione

    Da ciò che abbiamo detto si possono trarre alcune conclusioni.

    Tenuto conto della natura polivalente (e spesso politica) della moschea nella tradizione musulmana, la costruzione di moschee, contrariamente a quella delle chiese, può essere un atto politicamente ambivalente. Potrebbe favorire il contrasto tra la popolazione musulmana (spesso costituita da immigrati) e quella non musulmana (generalmente costituita da italiani autoctoni), oppure favorire l'integrazione della popolazione musulmana nel tessuto della società italiana. Perciò tocca alle autorità civili discernere, caso per caso, le possibilità di successo di questa seconda ipotesi, ed enunciare le condizioni che favoriscano il raggiungimento di tale scopo, che cioè la moschea serva ad aiutare i musulmani a integrarsi nella loro nuova società.

    Questo si potrebbe ottenere con diverse misure concrete: proponendo corsi di lingua italiana (anziché solo di lingua araba); assicurando servizi sociali per aiutare gli emigrati ad avere una vita più dignitosa e più integrata; offrendo servizi particolari alle donne, visto che spesso non partecipano agli incontri misti, ma nello stesso tempo incoraggiando la loro integrazione in una società mista; esigendo la distinzione tra centro culturale e luogo di preghiera; controllando la khutbah (spesso tradotta erroneamente con "predica") fatta nel quadro della preghiera di mezzogiorno del venerdì; assicurandosi che la distinzione, fondamentale in Italia, tra religione e politica sia chiara, e aiutando la comunità musulmana a mantenerla.

    Nell'autorizzare la costruzione di una moschea è ragionevole tener conto dei cittadini musulmani della zona in questione, per decidere della sua dimensione. Non sembra invece ragionevole tener conto dei non residenti, cioè di chi non ha fatto l'opzione di vivere in questo Paese e di impegnarsi ad assumere tutti gli obblighi che ne derivano, poiché lo scopo ultimo è creare una comunità solidale tra gli italiani e chi è emigrato in Italia.

  2. #2
    Marco-Torino
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    fonti sempre obiettive, eh?


  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Marco-Torino Visualizza Messaggio
    fonti sempre obiettive, eh?

    Ho riportato qualche cosa che non corrisponde al vero?

  4. #4
    Marco-Torino
    Ospite

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    vabbè, rilancio!

    MONDO ARABO, "QUESTO SCONOSCIUTO"

    di Enrico Galoppini *
    Percezione ardua

    Raccogliendo il cortese invito del direttore della "Gazzetta di Sondrio" a scrivere un articolo sull’annosa questione della nostra lacunosa conoscenza del mondo arabo, non faccio mistero di aver avvertito una certa preoccupazione, dopo tutto quel che è stato detto e mandato in stampa dopo il fatidico 11 settembre.

    Preoccupazione di scrivere banalità, perché passata la buriana degli attacchi all’arma bianca di coloro che avrebbero voluto veder "ristabiliti i diritti della Civiltà", quali che fossero gli obiettivi da castigare (per non parlare dei metodi), si è pian piano tornati a ragionare, ma vergare una serie di considerazioni non di maniera, e che non tributino il consueto ossequio a quel bon ton rassicurante che caratterizza la maggior parte degli interventi sul tema della nostra percezione del mondo arabo, resta ancora impresa assai ardua.

    I limiti dell’orientalismo e … dei lettori

    L’Europa ha sviluppato un’apposita branca del sapere per venirne a capo, l’orientalismo. Sviluppatosi e giunto all’apice delle sue fortune quando il mondo arabo era controllato più o meno direttamente sotto forma di colonie, protettorati, mandati. La ragion d’essere dell’orientalismo non va perciò disgiunta da obiettivi pratici, in primis quello di fornire un’immagine rassicurante e controllabile dell’Oriente, ma nella sua fortuna come genere va rintracciata anche un sincera e naturale curiosità verso un mondo diverso e perciò attraente.

    E anche oggi gli scritti degli esperti sono l’obbligato viatico per la maggior parte di coloro che intendono farsi un’idea sul mondo arabo. Da questo punto di vista ce n’è per tutti i gusti: nella produzione degli arabisti sono individuabili infatti differenti impostazioni, che spaziano dall’appello a far quadrato contro un imminente invasione di sempiterni "saraceni" alla melensaggine di coloro che si ostinano a vedere il mondo come un immenso "villaggio globale", dove le specificità culturali si stempererebbero in nome di un’illusoria "religione dell’umanità". In mezzo stanno gli approcci più credibili, pur tuttavia inevitabilmente condizionati dalle preferenze e dalle personali idiosincrasie dei singoli studiosi. Ciò è del tutto normale, dato che quot homines, tot sententiae.

    Ma il problema è che nel 99% dei casi, per un’inveterata abitudine a circondarci di immagini consolatorie e fortificanti, finiamo per abbeverarci a quelle fonti che intuiamo o, peggio, sappiamo già corrispondere alle nostre personalissime preferenze e idiosincrasie. Il risultato è dunque che - come per tutto il resto - si ingenera un perverso circolo vizioso per cui si leggono solo coloro che del mondo arabo ci danno un’immagine che non urti le nostre sensibilità. Tanto per non restare nel generico, diciamo che se arabi e musulmani ci preoccupano seriamente corriamo in libreria a procurarci l’ultimo pamphlet in "stile Lepanto", mentre se con l’immigrazione di arabi di religione islamica nutriamo la neanche troppo recondita speranza che essa stemperi la supremazia del cattolicesimo, ci tufferemo nelle pagine del sociologo "progressista" di turno.

    Invece, per non far torto a nessuno, e perché è bene sentire davvero tutte le campane (soprattutto quando si tratta di " farci un’idea "), proporrei a chi non ha la possibilità di recarsi in loco e di acquisire elementi di prima mano, di leggere autori quanto più disparati per orientamento e sensibilità, anche se a pelle possono risultarci antipatici.

    Semplificazioni e "spauracchio islamico"

    Tuttavia, quella che dovrebbe costituire un’aurea regola pare esser ignorata soprattutto da quegli ambienti che si sono presi l’incarico di agitare lo "spauracchio islamico": per essi gli arabi, per lo più musulmani, "sono essenzialmente fanatici e massacrano i cristiani". Deroghe e sfumature a quest’assioma non sono ammesse.

    La condizione dei cristiani in ambiente a maggioranza islamica varia naturalmente da paese a paese, se non da zona a zona di uno stesso Stato. E non è una gran prova di abilità dialettica opporre obiezioni estrapolando un lotto di cosiddetti "Paesi musulmani estremisti", ciò rivelandosi un mero artificio retorico che come un boomerang potrebbe essere rispedito al mittente: c’è qualcuno che può sensatamente sostenere che il Paese in cui i più osservano i precetti della Quaresima sia un "Paese cristiano estremista"?

    Una certa responsabilità nella genesi di questo tipo di semplificazioni va a mio avviso attribuita all’impostazione prevalente negli studi specialistici di cui sopra. Procedendo per grandi categorie, essi hanno creato la figura di un cosiddetto "musulmano", uguale dal Marocco al Borneo, immerso in un universo tolkienianamente plasmato dal Corano. Si è formata quindi l’idea che non esistano persone uniche, originali, irripetibili: vi sarebbe solo una "Grande Madre dell’Islam" che - dati demografici alla mano - genera "musulmani" archetipici che presto o tardi ci sottometteranno. Con questo non vogliamo dire che tra le popolazioni che nell’Islam si identificano non siano rintracciabili dei tratti comuni e, in una certa misura, unificanti (ma gli arabi non sono tutti musulmani, e gli arabi musulmani sono una minoranza all’interno della cosiddetta umma - comunità dei credenti - islamica). Ma per problematizzare, preferisco ricorrere all’esperienza personale, impareggiabile maestra, e far parlare situazioni reali e persone in carne ed ossa incontrate in un paese arabo, la Giordania.

    Esperienze vs generalizzazioni

    Per onestà intellettuale dico subito che al momento non sono un cristiano osservante, e che a mio avviso per essere "buoni cristiani" non ci si può arrampicare sugli specchi argomentando che ciascuno fa il cristiano a modo suo. Ci si regoli come si vuole, ma chiamiamo le cose col loro nome.

    Dunque in Giordania il Natale non solo non viene osteggiato poiché laggiù vive una rilevante comunità cristiana (che vede cattolici, evangelici, ortodossi, copti), ma addirittura - in ossequio ad una moda prettamente consumistica - incoraggiato negli ambienti di quella che potrebbe essere definita "borghesia emancipata". Si vedono così MacDonald's ed altri luoghi dove si veicola la cultura che "emancipa", appunto, belli addobbati a festa, compresi i Babbi Natale alle pareti. E aggiungiamo che queste cose accadono persino nei pressi della moschea dell'Università. I giordani musulmani che stanno al gioco sono naturalmente quelli che già hanno rescisso alcuni legami con le loro tradizioni religiose: non assolvono l'orazione e osservano il digiuno di Ramadan a volte sì a volte no.

    Vi sono tuttavia anche dei musulmani osservanti che non hanno niente da ridire riguardo a questa ostentazione di simboli natalizi che sinceramente ha lasciato perplesso anche me, perché vi ho ritrovato gli aspetti peggiori di un certo nostro clima natalizio, che a tutto ormai invoglia tranne che alla riflessione e al raccoglimento in se stessi. Altri musulmani si sorprendono che la religione cristiana si presti a delle commistioni così pesanti con faccende che di religioso hanno ben poco. E poi ci meravigliamo dell'Islam che "non distingue il foro interno dall'ambito pubblico"...

    Nel residence per studenti in cui alloggiavo ad Amman, abitavano anche due fratelli cristiani di Nazareth. Le due famiglie che lo gestiscono sono composte da musulmani osservanti (uno dei capofamiglia ha compiuto il pellegrinaggio alla Mecca un’infinità di volte), il che non significa "fanatici", come purtroppo qualcuno vorrebbe insinuare: sono ligi alle prescrizioni della loro religione, punto e basta, e di gente così tra gli arabi musulmani ce n'è fortunatamente ancora parecchia. Diciamo "fortunatamente" perché abbiamo operato il confronto con vari "emancipati", e va detto che quanto ad affidabilità e serietà negli impegni presi si nota la differenza, anche se è ovvio che si trovano ottime persone anche tra i "fedeli tiepidi".

    Siamo dinanzi a una guerra dimenticata: e non ce ne accorgiamo neppure. Siamo dinanzi all'ennesimo conflitto originato dalla schizofrenia dell'Occidente egemonizzato dagli Usa, che predica di Diritti dell'Uomo e semina solo Volontà di Potenza. Fanno la guerra anche con i nostri ragazzi e con i nostri soldi e nemmeno si degnano di ammetterci a uno straccio di fantomatico Consiglio di Guerra: nossignori, è solo il Grande Sceriffo che può decidere se, dove e quando estendere il conflitto (Somalia? Filippine? Iran?), e non si cura né dei malumori interni - zittiti dal Patriotic Act, autentica legge liberticida - né di quelli della stessa Nato. Una guerra in cui la potenza egemone non accetta neppur formalmente il contributo del consiglio degli alleati. Nemmeno Hitler ci aveva mai trattato con tanta superbia: lui, i generali italiani li faceva sedere al tavolo e fingeva di ascoltarli.

    Ma vediamo il loro atteggiamento verso i due fratelli cristiani di Nazareth. I proprietari musulmani del residence li portavano come esempio da seguire, al confronto con diversi musulmani "figli di papà", loro ospiti, mandati lì a studiare dai Paesi del Golfo. Questi non solo si lasciavano andare ad ogni sorta di amenità come se avessero "scoperto la vita", ma davano inoltre parecchi pensieri ai suddetti proprietari quando si trattava di saldare, ad esempio, il canone dell'affitto o il conto delle telefonate che immancabilmente sostenevano di non aver fatto. Facevano dunque una ben magra figura di fronte a dei correligionari, i quali preferivamo mille volte i due fratelli cristiani.

    Un giorno, uno dei proprietari mi chiese, sperando in una risposta affermativa, se stessi osservando i precetti della Quaresima come i due di Nazareth, ed io, un po’ imbarazzato perché avevo cominciato ad entrare nel loro modo di vedere le cose - filtrato attraverso l’ottica religiosa -, dissi la verità e risposi di no. In quel momento le mie quotazioni, poi ‘risollevatesi’, ai suoi occhi erano cadute a picco come quelle del tipo di quella réclame che le imbrocca tutte con la ragazza salvo poi sfoderare l’inelegante "pedalino"!

    E citiamo un altro episodio. Alcuni giorni prima del Natale del 1998, assistetti ad una festa di tarânîm (canti) presso il teatro della chiesa evangelica di Amman, dove mi regalarono una versione del Vangelo in arabo e inglese. Lì non ho visto cristiani assediati da una folla musulmana malintenzionata. Si potrebbe discutere sul fatto che la diffusione del Protestantesimo può rappresentare una strategia da "cavallo di Troia" attuata dagli Stati Uniti, ma questo ci condurrebbe troppo lontano. E, specularmente, non è escluso che alcuni perseguano davvero, attraverso la da‘wa (l’appello all’Islam a fini di proselitismo) finanziata con i petrodollari, una strategia di islamizzazione dell'Europa. Nell’economia del discorso che stiamo sviluppando però, l'importante è che nessuno stesse minacciando quei cristiani arabi di alcunché. In una città in cui è normale ascoltare le campane delle chiese copta e ortodossa e su, al Jebel Luwaybdeh, anche quelle della chiesa cattolica.

    Potrei continuare a raccontare alcune piccole esperienze personali, come gli inviti a condividere l'iftâr (il pasto con cui ogni giorno si "rompe il digiuno" di Ramadan) assieme a degli amici musulmani arabi, malesi, turchi, malgrado non fossi affatto a digiuno dall’alba. Personalmente, consiglio vivamente di accettare, qualora se ne presentassero, inviti di questo tipo. Per una sorta di eterogenesi dei fini assolutamente incomprensibile per chi vede le cose solo in un’ottica conflittuale, ho ricavato da situazioni come questa anche motivi per interessarmi più di quanto non avessi fatto prima ad alcuni aspetti del Cristianesimo.

    Generalizzazioni e "scontro di civiltà"

    In questi piccoli episodi, a mio avviso, sono racchiusi dei preziosi insegnamenti. Essi dimostrano l’esatto contrario di quello che i cantori dello scontro di civiltà salmodiano dalla mattina alla sera. Quei musulmani, con nomi, volti, storie - non i "musulmani" degli orientalisti o di quelli che credono di rendere un servizio alla nostra "civiltà" tacciando di "barbarie" gli altri -, sarebbero stati ben felici di avere tra i loro ospiti un "buon cristiano". Altro che intolleranza verso i cristiani. Se non si trova il tempo di raccontare neppure una di queste brevi esperienze, come si fa a discettare su come "i musulmani" ci vorrebbero sistemare? E bisogna anche osservare che se non si hanno da raccontare episodi così semplici eppure tanto densi di significato dopo anni che ci si occupa di arabi e musulmani, forse con quelle realtà ci si è sempre posti male.

    Dunque, attenzione alle generalizzazioni. Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra! Diverse volte mi è capitato di vedermi iscrivere d’ufficio in qualche categoria bella e confezionata per la demonizzazione senz’appello. Come dimenticare quello yemenita che mi catechizzava con fare arrogante come se fossi un alieno, un essere perverso, esponente di un mondo di dissoluti? Oppure quell’altro sbruffone, convinto che le donne in Europa sono tutte delle poco di buono. Ad ogni modo non spetta a noi allestire il corrispettivo del nostro orientalismo, l’"occidentalismo", né spetta a noi fare vela per l’Oriente per imporvi un Corano glossato e sfrondato ad usum delphini. Che ciascuno, se ne sente la necessità, lavi i suoi "panni sporchi" a casa propria.

    Potrei continuare a raccontare alcune piccole esperienze personali, come gli inviti a condividere l'iftâr (il pasto con cui ogni giorno si "rompe il digiuno" di Ramadan) assieme a degli amici musulmani arabi, malesi, turchi, malgrado non fossi affatto a digiuno dall’alba. Personalmente, consiglio vivamente di accettare, qualora se ne presentassero, inviti di questo tipo. Per una sorta di eterogenesi dei fini assolutamente incomprensibile per chi vede le cose solo in un’ottica conflittuale, ho ricavato da situazioni come questa anche motivi per interessarmi più di quanto non avessi fatto prima ad alcuni aspetti del Cristianesimo.

    Generalizzazioni e "scontro di civiltà"

    In questi piccoli episodi, a mio avviso, sono racchiusi dei preziosi insegnamenti. Essi dimostrano l’esatto contrario di quello che i cantori dello scontro di civiltà salmodiano dalla mattina alla sera. Quei musulmani, con nomi, volti, storie - non i "musulmani" degli orientalisti o di quelli che credono di rendere un servizio alla nostra "civiltà" tacciando di "barbarie" gli altri -, sarebbero stati ben felici di avere tra i loro ospiti un "buon cristiano". Altro che intolleranza verso i cristiani. Se non si trova il tempo di raccontare neppure una di queste brevi esperienze, come si fa a discettare su come "i musulmani" ci vorrebbero sistemare? E bisogna anche osservare che se non si hanno da raccontare episodi così semplici eppure tanto densi di significato dopo anni che ci si occupa di arabi e musulmani, forse con quelle realtà ci si è sempre posti male.

    Potrei continuare a raccontare alcune piccole esperienze personali, come gli inviti a condividere l'iftâr (il pasto con cui ogni giorno si "rompe il digiuno" di Ramadan) assieme a degli amici musulmani arabi, malesi, turchi, malgrado non fossi affatto a digiuno dall’alba. Personalmente, consiglio vivamente di accettare, qualora se ne presentassero, inviti di questo tipo. Per una sorta di eterogenesi dei fini assolutamente incomprensibile per chi vede le cose solo in un’ottica conflittuale, ho ricavato da situazioni come questa anche motivi per interessarmi più di quanto non avessi fatto prima ad alcuni aspetti del Cristianesimo.

    Dunque, attenzione alle generalizzazioni. Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra! Diverse volte mi è capitato di vedermi iscrivere d’ufficio in qualche categoria bella e confezionata per la demonizzazione senz’appello. Come dimenticare quello yemenita che mi catechizzava con fare arrogante come se fossi un alieno, un essere perverso, esponente di un mondo di dissoluti? Oppure quell’altro sbruffone, convinto che le donne in Europa sono tutte delle poco di buono. Ad ogni modo non spetta a noi allestire il corrispettivo del nostro orientalismo, l’"occidentalismo", né spetta a noi fare vela per l’Oriente per imporvi un Corano glossato e sfrondato ad usum delphini. Che ciascuno, se ne sente la necessità, lavi i suoi "panni sporchi" a casa propria.

    Che fare?

    Noi, nel nostro piccolo, possiamo intanto cominciare a porci delle banalissime domande, che sono poi quelle che stanno alla base dell’idea di dar vita a www.aljazira.it, un sito internet che propone articoli tradotti dalla stampa araba.

    1- Perché gli inviati in Medio Oriente non conoscono l’arabo?

    2- Perché non vengono acquistati, tradotti e trasmessi alcuni ottimi reportage prodotti dalle migliori tv arabe?

    3- Perché i canali destinati alla diffusione non stop di musica non propongono anche della musica araba?

    4- Perché veniamo edotti su tutte le mode e i pettegolezzi che circolano a New York, Londra e Parigi e nessuno mai raccoglie analoghi spunti dalla varia umanità che abita il mondo arabo?

    5- Perché la lingua araba è esclusa dalle scuole superiori e anche a livello universitario spesso la si insegna secondo schemi più adatti a lingue morte e sepolte?

    6- Perché si ascoltano lamentele sulla penuria, nei media, di persone in grado di tradurre dall’arabo, mentre chi è davvero in grado di farlo deve sudare le proverbiali sette camicie per trovare una porta aperta?

    Per non dilungarmi, azzardo un’ipotesi, sulla scorta della situazione che mi trovo ad osservare, quella appunto caratterizzata dalla mania di generalizzare. Forse, affrontare seriamente i punti che ho elencato romperebbe l’incantesimo in cui ci troviamo, tutto qui.

    La mia speranza è così quella di aver apportato alcuni elementi utili di riflessione e poche certezze, anche se, non mi stancherò mai di ripeterlo, un conto è leggere un libro, i vari rapporti sulla libertà religiosa nei Paesi a maggioranza islamica, assistere ad un sia pur utile programma d’approfondimento, un altro andare a verificare di persona e vivere qualche esperienza.

    E siamo onesti, non tiriamo in ballo la "barbarie", il "Medioevo islamico", le scuole coraniche, le donne oppresse, i bambini poveri, il business della droga eccetera per giustificare delle guerre, legittime per carità dal punto di vista di chi le conduce, ma che mai vengono intraprese per risolvere delle questioni prese unicamente a pretesto per scatenarle.

    Enrico Galoppini

  5. #5
    H'anna
    Ospite

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    Cos'è una moschea già lo sappiamo, quello che ci dovrebbe interessare maggiormente è piuttosto come distruggere una moschea


    Shalom

  6. #6
    Marco-Torino
    Ospite

    Predefinito

    per far capire che dipende da chi le cose le scrive

    poiu a me della religione nun me frega na mazza.
    Per cui non vado nè in Moschea nè in Chiesa

  7. #7
    Voce controvent
    Ospite

    Predefinito

    anche chiesa deriva dal greco ecclèsia=riunione pubblica, quindi per traslazione luogo dove si svolge tale riunione. come vedi anche la chiesa ha origini "politiche". non sarà un caso, infatti, che le basiliche si chiamino così...
    la basilca romana era quel luogo dove si amministrava la cosa pubblica, con uno o due absidi, diviso in navate. coincidenze? no!
    non a caso il vescovo prende il posto delle municipalità romane, quando il sistema politico imperiale comincia a vaccilare. infatti lo schema (specialmente in Italia) delle diocesi ricalca quasi identicamente quello romano.

  8. #8
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    Marco, ma quello che hai scritto (sullo scontro di civiltà, sul quale possiamo discutere tranquillamente) è fuori tema in questo caso. Il discorso qui era più centrato sulla natura intrinseca di una moschea e sulle sue funzioni.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Voce controvent Visualizza Messaggio
    anche chiesa deriva dal greco ecclèsia=riunione pubblica, quindi per traslazione luogo dove si svolge tale riunione. come vedi anche la chiesa ha origini "politiche". non sarà un caso, infatti, che le basiliche si chiamino così...
    la basilca romana era quel luogo dove si amministrava la cosa pubblica, con uno o due absidi, diviso in navate. coincidenze? no!
    non a caso il vescovo prende il posto delle municipalità romane, quando il sistema politico imperiale comincia a vaccilare. infatti lo schema (specialmente in Italia) delle diocesi ricalca quasi identicamente quello romano.
    Si tratta di un problema su un altro piano, come dicevo prima. E riguarda il fatto che il cristianesimo riesce a scindere la sfera religiosa e intima da quella temporale e secolare. L'Islam non lo fa perchè non può (se poi si parla di islam moderato, il discorso cambia, ma andremmo di nuovo OT).

  10. #10
    LONGINO
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    Basta Con Gli Stereotipi.... Sull'islam..... E Su ..

 

 
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