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Suv, tasse, alcolici: una svolta al giorno







La «scintilla che ha fatto traboccare il vaso», per citare un celebre refuso oratorio, è stato un rovinoso errore di stampa nel titolo stesso del decreto di accompagnamento: «Disposizioni urgenti in materia tributaria e penitenziaria». «Penitenziaria»? Vabbé le manette agli evasori, ma occorreva mostrar subito il chiavistello? Chi se n'è accorto, mentre disponeva l'errata corrige, ha sospirato: peggio di così la Finanziaria non poteva nascere. Tanto più che uno strafalcione-bis (sbagliata la pagina dove si segnalava l'errore: 251 invece che 151) c'era anche nel documento che ritoccava il primo strafalcione. Così da obbligare a un'«errata corrige» dell'«errata corrige».

Sia chiaro: la storia è piena di errori tipografici: donne ammazzate con «trentatré marmellate» in testa, inventori premiati per i «brevetti genitali» e preti «orinati» in cattedrale dal vescovo. Ma certo anche quel lapsus è apparso un segno del destino. Neppure ai tempi in cui Amato la descriveva come «l'assalto all'ultimo treno per Yuma», infatti, si era vista una finanziaria tanto instabile. Non passa giorno senza una novità che stravolga la svolta del giorno prima che aveva a sua volta ritoccato la sorpresa del giorno precedente. Liberazione l'ha ribattezzata «Finanziaria in progress». Parole d'oro: l'ipotesi di portare al 45% l'aliquota sui redditi oltre 150mila euro, che solo l'altro ieri pareva essere stata rilanciata dai diessini, sembrava ieri pomeriggio già scotta. In perfetta coerenza col caos che finora ha marcato questo tema.
Dove ognuno, in queste settimane, ha detto la sua. Paolo Ferrero, col documento di Padoa-Schioppa in dirittura d'arrivo, lancia l'idea di tassare al 45% tutti i nababbi «a partire da un reddito superiore a 70 mila euro»? Vincenzo Visco lo corregge: no, il 43%. E da allora il 45% è un'altalena. Sì, no, nì… Sopra i 100 mila. No: sopra i 200 mila. No: i 150. Boh… Quel che è certo è che perfino gli osservatori meno ostili, tira di qua e tira di là, hanno segnalato una serie di errori. Su tutti: il rischio che alla fine paghi più tasse anche chi ha un reddito di 30 mila euro. O che gli scapoli siano più favoriti degli ammogliati, prole compresa.

Per non dire della tassa di successione. Una babele. Dall'inizio. Quando lo stesso Prodi, prima del voto, se ne esce annunciando il ripristino «ma la soglia dev'esser elevata». Cioè? «250 mila euro». Troppi, dice Bertinotti: «Va reintrodotta da 180 mila euro». Disastro nei sondaggi e correzione: «Il ripristino riguarda pochi soggetti, due o tremila persone in tutto il paese», sdrammatizza Enrico Letta: «E' sicuro che sia gli immobili che le imprese resteranno fuori. Niente tassa di successione su casa e bottega». «Basta al terrorismo della destra», tuona Rutelli: «La tassa non riguarderà le famiglie ma i grandi patrimoni». A partire da quanto? «Parecchi milioni di euro», risponde il sub-comandante Fausto. D'Alema scende nei dettagli: «Al di sopra dei cinque milioni di euro».

Il 29 settembre, ecco la finanziaria: la tassa non c'è. Evviva. Ma il 3 ottobre arriva un decreto che la reintroduce sottobanco, come «ritocco» ai passaggi di proprietà in cui una delle parti è defunta: la franchigia su cui non si paga nulla è di 250 mila euro (per ogni erede diretto, coniuge o figlio) per la prima casa e di 100 mila per le imprese. Rivolta. Denunce. Finché arriva l'annuncio che un emendamento farà le cose alla luce del sole: torna sì la tassa di successione, nella finanziaria, ma solo da un milione di euro in su per ogni erede. Al momento, è quindi meglio astenersi dal morire. Più in là, se l'emendamento passerà…
E gli scontrini fiscali? Il primo ottobre, un'Ansa spiega che Visco stavolta sarà implacabile: un solo scontrino fiscale non emesso e il negozio fuorilegge sarà chiuso. Possibile? Non sarà una esagerazione, passare dai condoni tremontiani alla tolleranza doppio zero? Giorni e giorni a spiegare: no, giusto così. Finché arriva un'altra notizia: «Serviranno tre infrazioni nell' arco di cinque anni per far scattare la chiusura». Però, precisa severissimo il ministero, «questa sarà immediata» e non più di 15 giorni, «ma un periodo che varierà da 3 giorni ad un mese».

Per non dire dei bolli. Nel decreto fiscale c'è un pacchetto di aiuti per le auto che inquinano meno: le Euro 4 avranno un'esenzione di tre anni. Spunta però un emendamento governativo: esenta per 5 anni dal pagare i bolli anche le moto ecologiche. Settantadue ore ed è ritirato perché da «riformulare». Voilà: i bolli per le macchine restano uguali, quelli per le moto con più di 11 cavalli (siano o no Euro 3) addirittura aumentano. Motivazione politica: i verdi vogliono che ogni euro in più vada al trasporto pubblico. Finanziaria: va tappato il buco aperto dalla soppressione della tassa del 10% sui superalcolici.

E i Suv: come andrà a finire, con quei gipponi il cui acronimo significa Sport Utility Vehicle? Il punto di partenza è l'introduzione di una tassa di 2 euro per ogni cavallo sulle auto che pesano più di 2.600 chili. Ribellione: perché colpire solo i fuoristrada se ormai sono in gran parte Euro 3 (se non Euro 4) e inquinano cinquanta volte meno di un vecchio macinino ammaccato o di un motorino non catalizzato? Polemiche a non finire. E ridda di voci: sarà abbassata la soglia del peso fino a 2.200 chili. No, sarà innalzata per colpire i più ricchi che vanno in Suv anche all'edicola. No, va cambiato tutto perché non si può ammazzare un settore che tira e ha visto la vendita solo quest'anno, in Italia, di 32.441 pezzi. E via così, di dubbio in dubbio. Quale sarà la fisionomia della manovra alla fine di questo accidentato percorso, che rischia di offrire l'immagine di un caos ingovernabile vanificando qualunque scelta, anche se sacrosanta, è arduo da immaginare. Tanto più che, dopo la decisione della presidenza della Camera di scaricare una serie di fagotti legislativi piazzati sul treno della manovra (dall'«istituzione delle commissioni consultive per gli spettacoli dal vivo» alla «remunerazione del diritto d'autore anche per i prestiti delle biblioteche») sono in arrivo oltre 7 mila emendamenti. Dei quali 1.750 firmati da esponenti delle maggioranza. Che dicono tutto e il contrario di tutto. Esempio perfetto di una sinistra un po' troppo plurale.

Sergio Rizzo Gian Antonio Stella