Dalla newsletter di Critica Liberale
LIBERALI IMMAGINARI - Continua il lungo e frettoloso viaggio trasformistico di un manipolo di “liberali” attraverso tutto lo schieramento politico – Oggi la scoperta del “partito clericale” di Luigi Berlinguer, del “partito dell’inciucio” di D’Alema e del”partito della moralizzazione” di Consorte. – La scelta dell’Internazionale Socialista.
di Andrea Bitetto
Ci eravamo già espressi sulla necessità di una presenza politica liberale per provare a difendere i timidi tentativi di riforme attuati nello scorcio iniziale della legislatura. Tanto che di tale necessità si è avuta riprova durante le trattative tra il ministro Bersani e i tassisti romani, trattative che hanno condotto ad una cloroformizzazione della spinta liberalizzatrice iniziale. Oggi, invece, basterebbe leggere i titoli dei giornali – tranne La Repubblica, solita a difendere l’indifendibile quando di matrice “progressista” – per rendersi conto che la situazione sta sensibilmente peggiorando. Infatti, non siamo di fronte ad un provvedimento (il decreto Bersani) che doveva essere difeso proprio perché ispirato da un minimo di liberismo economico (posto che all’Italia servirebbero dosi da cura da cavallo, piuttosto che compresse omeopatiche), ma piuttosto di fronte ad un atto (la bozza di legge finanziaria) che avrebbe potuto essere peggiore solo se fosse stata scritta, anziché per interposta persona, direttamente dai segretari confederali del sindacalismo italiano. Disegno di legge che, come notato autorevolmente dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (a proposito, prego qualcuno di informare l’inquilino della Farnesina che dopo Fazio non ci siamo trovati a palazzo Koch Adriano Galliani...), altro non fa che mettere le mani in tasca ai contribuenti, sempre i soliti, quelli che le tasse le pagano in ogni caso (per gli evasori l’aumento delle aliquote è irrilevante), dicendo di voler lottare contro l’evasione, ma invece stanziando sostanziosi fondi per il rinnovo dei contratti della Pubblica Amministrazione (all’interno della quale il livello di inefficienza è direttamente proporzionale al livello di sindacalizzazione e di fedeltà agli azionisti di riferimento dell’Unione). Chi scrive già invitò il centro sinistra a far proprio il ‘programma’ esposto il 31 maggio da Draghi e contenuto nelle sue considerazioni finali. Invece, a riprova del tasso di illiberalismo della politica italiana, l’unica grande innovazione è la, udite udite, nazionalizzazione del Trattamento di Fine Rapporto, come se in Viale XX Settembre non sapessero che quella voce rappresenta, soprattutto per il tessuto connettivo delle piccole e medie imprese, una corposa fonte di capitale.
Mi si dirà, ma cosa c’entra la sgangherata finanziaria del centro sinistra con l’assenza di una presenza liberale in Italia? C’entra, eccome.
Perché, mentre i giornali sono impegnati nel gioco al piattello con le dichiarazioni dello Stalin fiscale Vincenzo Visco, alcuni amici liberali, o meglio liberal, annunciano, per pubblici proclami, la loro decisione di entrare, proprio perché liberali, nei… Democratici di Sinistra. Preso dallo sconforto, comincio a cercare di capire.
E allora, sforzandomi di usare le categorie del razionale per ciò che razionale non pare, inizio a sfogliare vecchi appunti raccolti in diciamo otto mesi di politica italica.
E così rispolvero la memoria ricordandomi che il partito delle persone serie e dabbene, quello degli azionisti di maggioranza dell’Unione, è lo stesso che, per mandare al Quirinale il rampollo di famiglia capriccioso, si era preso la licenza, tramite il suo segretario, di glossare la carta costituzionale in punto poteri presidenziali, pubblicando cotali emendamenti direttamente sul Foglio di Giulianone Ferrara, che non mi pare essere propriamente la Gazzetta Ufficiale. Ma i nostri amici liberal, che intendono coniugare Luigi Einaudi e Livia Turco, ci assicurano che quello è il partito più serio del panorama italiano. Sarà.
E vado avanti, un po’ alla rinfusa, ricordandomi delle ferree dichiarazioni di fede liberista del ministro Bersani, che prometteva tempi duri per tutti i rentier che piombano le ali dell’economia italiana, tranne poi far marcia indietro terrorizzato dal solito manipolo di tassisti furiosi. E, ovviamente, garantendo l’intangibilità, invece, delle bardature che, grazie all’autoreferenzialità sindacale, bloccano il mercato del lavoro, e impediscono un minimo di recupero di competitività.
Ma sempre i nostri amici, infatuati del mito rawlsiano della giustizia come equità (nulla di male), fraintendono l’equità con l’egualitarismo, che non mi risulta essere un principio liberale. Ma, appunto, sarà.
Però, e qui l’obiezione è forte, i DS sono il partito più laico che ci sia. Oddio, se non ricordo male fu un ministro diesse a promuovere i buoni scuola per finanziare le scuole private, prassi che, considerato il dettato costituzionale e il ruolo che la scuola pubblica si vede assegnato, non rappresenta gran prova di laicità. E, se non ricordo male, fu lo stesso ministro a prevedere, con la cervellotica riforma dei crediti scolastici, che agli studenti avvalentisi dell’insegnamento di religione cattolica venissero garantiti crediti aggiuntivi (tanto che l’alunno non frequentante non poteva raggiungere il massimo dei voti!). Quella volta servì la rivolta dei laici, quelli veri, che riuscirono a porre una pezza a quell’ossequiosa e zelante porcheria. E furono, sempre se non ricordo male, gli stessi diessini a sostenere la fondatezza, nel merito, dell’inserimento in ruolo, a spese dei contribuenti, degli insegnanti di religione cattolica, in pieno ossequio dei principi liberali cavouriani. Ma i diesse sono un partito laico a prescindere, un po’ come per Forza Italia si è soliti dire che è un partito liberista a prescindere. A prescindere dal fatto che i primi mai nulla di sgradito alla chiesa son stati e saranno disposti a fare, e i secondi mai nulla han fatto per veder primeggiare il mercato e le virtù della concorrenza. Ma ancora, sarà.
La cosa più succulenta, però, è che i nostri amici liberal hanno scelto, volontariamente o meno, il momento politicamente meno opportuno per compiere il salto verso il liberalismo marxista. Infatti, i DS sono in preda al periodo di massimo orgoglio socialista che mai nella loro storia abbiano attraversato. Anzi, compiendo quel processo di immedesimazione che sono quasi vent’anni che le persone di sinistra per bene stanno attendendo. Infatti, grazie anche all’impegno personale di Giorgio Napolitano (fortunatamente assiso all’alto magistero repubblicano), l’investimento della dirigenza DS verso un pieno e dichiarato approdo al socialismo pare procedere senza esitazioni. Basterebbe, a riprova, notare la mutazione genetica avvenuta al Riformista con la direzione Franchi (non per nulla, uomo di giuntura con la sensibilità del Quirinale, ben oliato dal rapporto con Macaluso), in cui si leggono le identitarie rivendicazioni di un Rino Formica, di un Giorgio Carta (per gli amanti dell’entomologia: segretario nazionale (sic!) del Partito Social Democratico Italiano, PSDI): la soluzione di continuità rispetto al papocchio blairista, antieuropeista e foglista della direzione Polito non potrebbe essere più evidente. Il che sia chiaro non sarebbe un male in sé, anzi, andrebbe ancor meglio se contribuisse a fare pulizia, all’interno delle stanze del botteghino, di tutti quelli che credevano che il sol dell’avvenire sorgesse per forza solo al Cremlino.
Ma mi pare qualcosa di diverso dalla prospettiva di un generico partito democratico (come?) o comunque di un partito neoliberale. Anzi la scelta di quel manipolo di amici liberal ricorda di più l’opzione socialista di un De Martino d’annata, o di un Lussu o Lombardi, che mai si sarebbero definiti liberali. Al massimo, vi si può leggere, a voler essere maliziosi, l’occasione – speriamo l’ultima – di completare il progetto della Cosa 2 (in cui si entrava da cristiano sociali, da repubblicani e o ci si adeguava, o si veniva cortesemente dimenticati)
Ma allora, non sarà che sotto sotto c’è qualcosa d’altro? Non sarà che, nella politica insensata della Seconda Repubblica essere liberali e voler fare politica da tali è diventato alquanto difficile e che molti dei sedicenti liberali viaggiano a vista, ieri magari flirtando con i verdi di Pecoraro Scanio e Paolo Cento, l’indomani con i radicali pannelliani o con i neo-fanfaniani rutelliani, il dì appresso con gli ex trinariciuti e il giorno di poi chi vivrà vedrà? Perché tanto l’importante è partecipare? Non sarà che questa, per alcuni, è una scelta da giustificare ex post, con qualche imbellettamento prelevato dai manabili del liberalismo ad uso e consumo del contingente? Magari correndo il rischio di finire masticati e sputati, un po’ come i vecchi amici della sinistra repubblicana, alcuni dei quali (vedi Stelio de Carolis) dopo lo choc non si sono ripresi al punto di passare direttamente alla dépendance repubblicana di Forza Italia?
[il corsivo sottolineato è mio]




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