Un po' lungo, ma molto interessante.
politica
Strano Diario…
Domenico Savino
24/10/2006
Enrico DeaglioSono diventati trecento milioni gli americani e proprio in questi giorni.
Contrariamente a quello che di solito pensiamo, non è un popolo di fessi assoluti come talvolta si è soliti dire; diciamo che a capire sono un po’ lenti.
Magari all’inizio se la bevono, ma poi piano piano sono anche capaci di ricredersi: sull’11 settembre, per esempio, come ha documentato Maurizio Blondet nei giorni scorsi, sta accadendo proprio così.
La versione ufficiale sta perdendo progressivamente di credibilità nell’opinione pubblica.
Anche da noi fino a due anni fa mettere in dubbio che fosse stata Al-Qaeda a scatenare l’evento che ha segnato il nuovo secolo voleva dire passare per pazzi; oggi non è più così.
Il numero di coloro che mettono in dubbio la versione ufficiale dei fatti cresce di giorno in giorno.
Non lo dico io, lo ha scritto Monica Ricci Segantini su Il Corriere della Sera (1), recensendo il numero 37 di «Diario della settimana» del 29 settembre scorso, il settimanale diretto da Enrico Deaglio, dedicato alla confutazione di quelle che con linguaggio sbrigativo vengono sprezzantemente definite «le teorie del complotto»: «l’altra verità sull’11 settembre - ammette la giornalista - guadagna terreno ogni giorno. La tesi di un complotto ordito dalla CIA o dal governo americano spopola su internet e si guadagna l’onore di un posto in trasmissioni di rilievo come Matrix o Report».
E’ un dato di fatto cui alla fine si sono dovuti rassegnare, «complotto»: tanto più che è in arrivo un film-documentario di Giulietto Chiesa ed uno spettacolo itinerante condotto da Dario Fo e Claudio Fracassi.
Così è partita la controffensiva: se le teorie del complotto non potevano essere più nascoste, tanto valeva sbatterle subito sotto i riflettori, dando prova di «coraggio» giornalistico, salvo demolirle in diretta con nuove argomentazioni, questa volta dotate del crisma della scientificità.
D’altro canto basta mettere a qualcuno un camice bianco e ciò che dice diventa il Verbo: un normale dentifricio acquista l’aura del farmaco grazie magari all’imprintig dell’associazione italiana medico-dentisti.
Così lo pagate tre volte di più e credete anche che il fluoro - che per esempio in Belgio è stato bandito perché considerato nocivo - vi faccia bene.
Da noi la tecnica è stata inaugurata da Enrico Mentana, che nella trasmissione cui ha partecipato anche Blondet lo scorso mese di settembre, lo ha messo fuori gioco prima ancora di iniziare, insinuando che dietro le sue posizioni ci fosse il riemergere di posizioni antisemite.
Da quel momento il grande tema relativo alla ricerca del disegno che poteva sottendere quella che altrimenti è solo una teoria paranoica, era cancellato dall’agenda della serata: si poteva discutere di tutto, addurre prove e controprove delle tesi sostenute, si poteva (e si potrà) parlare e sparlare contro gli Stati Uniti, accusare la CIA e l’FBI, riesumare tutto l’armamentario antiamericano accumulato in anni di contestazione al sistema capitalista ed imperialista, rispolverare i ritratti di Malcom X e Luther King, riascoltare le canzoni di Bob Dylan e Joan Baez, imputare tutte le colpe alle multinazionali, ma mai domandarsi perché gli USA da soli dovrebbero essere così masochisti da cacciarsi in un guaio del genere.
Insomma ciò che è e sarà assolutamente proibito domandarsi è se i mandanti dei fatti dell’11 settembre coincidano per caso con coloro che hanno elaborato i nuovi principi della politica estera americana degli ultimi anni e se per caso questa politica estera corrisponda maggiormente al sogno neoimperiale degli USA o alle ambizioni messianiche di qualche altro popolo.
Chiedersi insomma se l’humus biblico-veterotestamentario che permea la spiritualità americana non sia al servizio di una visione storica apocalittica, capace di rappresentare gli interessi americani come coincidenti e quasi subordinati con quelli di un piccolo Paese mediorientale, è così pericoloso da non poter essere neppure detto, anzi da non poter neppure essere considerato come ipotesi di lavoro, neppure se ci sono indizi e indizi seri.
E’ paranoide, anzi di più: è nazista e antisemita.
Nella trasmissione di settembre il pur bravo Giulietto Chiesa l’ha capito così bene che si è subito premurato di non farsi minimamente confondere in questo approccio, lasciando Blondet da solo ad alzare la mano come a scuola per tentare di parlare e spiegare la storia di certi «strani israeliani danzanti».
Mentana ha piazzato il secondo colpo: uno sfottò su quella mano alzata in maniera giudicata vagamente littoria e poi quasi un’intimazione a spiegare bene… cioè a dirlo se si voleva insinuare che dietro c’era qualcun altro… e chi!
E lì la puntata di Blondet è finita, perché - sia chiaro - ammettere che l’11 settembre sia frutto di un complotto, magari sarà anche ammesso o ammissibile, purchè la colpa sia solo della CIA, dell’FBI, del sistema capitalista americano, dell’apparato industriale-militare, delle multinazionali, delle sette sorelle, dei petrolieri texani, dell’ipocrisia religiosa, delle repressioni sessuali o di tutte le altre spiegazioni socio-psicanalitiche che periodicamente consentono all’America di passare dalla Destra alla Sinistra, dal puritanesimo alle tette al vento, restando sempre assolutamente uguale a se stessa e governata e dominata dalle stesse potentissime lobby.
Nella successiva trasmissione del 3 ottobre, dedicata al numero di «Diario della settimana», l’approccio è stato tecnico e l’ultima parola spettava agli anticomplottisti.
Risultato: le teorie del complotto sono solo un sacco di balle.
Ma se anche si dovesse tornare a parlarne sia chiaro che la cittadinanza offerta a tesi che confutano quella ufficiale sull’11 settembre non sarà generalizzata, perché un conto è accusare l’amministrazione teo-neo-conservatrice di Bush, un conto è smascherare l’approccio teologico-politico che rende quell’Amministrazione agìta da un disegno di portata quasi «metafisica».
In questo senso il disvelamento e lo sdoganamento «da sinistra» della grande menzogna dell’11 settembre pare quasi fare il paio con il sostegno che oggi da altri ambienti della Sinistra viene alla difesa dell’11 settembre.
E’ ciò che ha fatto «Diario della settimana», il periodico diretto da Enrico Deaglio, che nel numero del 29 settembre dedicava ai fatti dell’11 settembre un ampio servizio, ove le cosiddette teorie cospirazioniste venivano definite come «una boiata pazzesca».
Monica Ricci Segantini su Il Corriere della Sera, definendo a sua volta le teorie del complotto come «un ammasso di balle», lo fa argomentando proprio che «lo sostiene ‘Diario della settimana’, rivista incontestabilmente di sinistra».
Come dire: se perfino una rivista ed un direttore di Sinistra sostengono che le teorie complottiste sono una boiata pazzesca, allora vuol dire che lo sono davvero.
Sul medesimo quotidiano di via Solferino, Pierluigi Battista ribadisce il suo entusiasta «grazie a Deaglio, che ha portato in Italia il lavoro certosino di trenta giornalisti del Popular Mechanics, possiamo finalmente capire quale cumulo di menzogne e di teoremi bislacchi sia al centro della grande fantasia complottista».
Insomma la Sinistra «istituzionale» e quella per così dire «antagonista» si dividono sulla valutazione dei fatti dell’11 settembre, ma, in prospettiva, non sulla visione della realtà e sul modo di pensarla e costruirla.
Qui, come in America, l’«hard-power» dei neo-teo con fa il paio con il «soft-power» della tradizione liberal americana e ove quest’ultima corregga un domani l’estremismo neo-con, non ne muterà le comuni valutazioni sul destino del mondo, della storia e sui valori che debbono reggerla. Sarà solo una questione di accenti e sfumature diverse.
Ciò che occorre comprendere - lo dico ai lettori di sinistra - è che non basta sostituire Bush con qualche bel candidato democratico, per ridare la verginità all’America e a se stessi, anche se - temo - finirà proprio così: la colpa di ciò che è accaduto, quando la grande menzogna sarà smascherata e resa però impotente a mettere in discussione l’ordine che l’ha partorita, sarà attribuita all’integralismo religioso dei «Compassionate Christian Conservatives», al partito della Bibbia e del creazionismo, alla religione trasformata in politica, all’ipocrisia dei valori che coprivano in realtà interessi e vizi, all’intolleranza per ciò che è diverso, rilanciando contro l’«America del profondo» tutti i valori democratici, egualitaristi, pacifisti, libertari della tradizione americana.
E’ uno schema già sperimentato, in contrapposizione al maccartismo, durante tutta la fase della contestazione negli anni sessanta e settanta: il risultato fu l’ulteriore distruzione della società, la secolarizzazione sempre più estesa, l’abbandono della religione, il rilassamento dei costumi, la rivendicazione di nuovi diritti, l’innalzamento dei vizi a libertà, la disgregazione del tessuto familiare, la ricerca di spiritualità psichiche, il dilagare delle droghe, l’esaltazione di ogni forma di tolleranza, la demonizzazione di ogni identità: insomma una globalizzazione all’insegna del livellamento, dell’egualitarismo, del pacifismo, del sensismo, del sincretismo, ancora più funzionali al potere unico dominante e che renderanno ancora più omologati e sottomessi i popoli, senza bisogno per giunta di ricorrere neppure alle armi.
Sinistra e Destra, conservatori e liberali, «cristianisti» e laicisti, atei e spiritualisti sono due facce, anzi due tempi o due fasi del medesimo modello di divenire storico: tesi ed antitesi sono nient’altro che i due momenti della dinamica dello sviluppo storico secondo lo schema di quella dialettica hegeliana che ha il suo fondamento archetipico nella Gnosi.
Chi aderisce a questa prospettiva sa bene che le due leve della Storia vanno attivate entrambe, sicché non deve sorprendere di riconoscere nei neo-con di oggi i trotzkisti rivoluzionari di ieri e nei rivoluzionari di ieri i sostenitori dei neo-con di oggi.
A tale proposito la vicenda di Enrico Deaglio è paradigmatica, non tanto in sé, quanto per la storia politica da cui proviene.
Prima di diventare direttore di «Diario della settimana», direttore del quotidiano «Reporter» collaboratore per La Stampa, Il Manifesto, Epoca, Panorama, giornalista televisivo per Mixer, conduttore della terza e ultima edizione di «Milano, Italia» per Raitre, conduttore sempre per Raitre, di «Ragazzi del ‘99» e negli anni successivi di «Così va il mondo», «Vento del Nord», «l’Elmo di Scipio», tutti programmi di inchiesta giornalistica di attualità, Enrico Deaglio, nato a Torino l’11 aprile 1947, ha lavorato come medico presso l’ospedale Mauriziano Umberto I, presso il quale aveva vissuto come «allievo interno» negli anni dell’università.
Fu solo alla metà degli anni ‘70, che egli cominciò a fare il giornalista a Roma, presso il quotidiano Lotta Continua, di cui è stato direttore dal 1977 al 1982.
La «covata di Lotta Continua» annovera oggi alcuni tra i giornalisti e politici più noti del panorama nostrano: oltre a Deaglio, Adriano Sofri, Marco Boato, Toni Capuozzo, Paolo Cento, Erri De Luca, Antonio Demuro, Fiorella Farinelli, Fulvio Grimaldi, Paolo Hutter, Peppino Impastato, Gad Lerner, Paolo Liguori, Luigi Manconi, Andrea Marcenaro, Giampiero Mughini, Carlo Panella, Mauro Rostagno, Carlo Rossella (per citarne alcuni) sono tutti equamente distribuiti tra destra e sinistra, tutti disposti a litigare su Berlusconi o su Prodi, ma tutti inequivocabilmente concordi nel lodare gli immortali principi dell’ottantanove, la democrazia americana, i valori liberal, l’Occidente.
E non sembra affatto un caso.
La storia di Lotta Continua è contaminata dall’inizio.
Il settimanale Il Borghese del 1-10-97, a pagina 32, ha scritto chiaro e tondo che tale giornale veniva «(...) stampato da un rappresentante della CIA a Roma».
Nessuno smentì e non si ebbero notizie di querele.
La notizia in realtà non era nuova ed era stata ben documentata.
Su Il Giorno del 31 luglio 1988, il giornalista Marco Nozza pubblicava un articolo denso di particolari in cui si racconta che la tipografia che stampava Lotta Continua, la «Tipografia Art-Press», si trovava nei locali della stessa redazione in via Dandolo al numero 10.
«La storia -scriveva Il Giorno - nasconde aspetti davvero molto strani […] perché, al medesimo indirizzo, esisteva la Dapco. E la Dapco era l’editrice del Daily American, il giornale degli americani di Roma».
Il Daily risultava di proprietà di una società il cui amministratore unico era un americano degli Stati Uniti, tale Robert Hugh Cunningham, un collaboratore eminente di Richard Helm, quando Richard Helm era capo della CIA.
Questo signor Cunningham aveva come socio un vecchio americano ultrasettuagenario, tale Samuel Meek, che aveva amministrato il Daily American dal 1964 e agiva, anche lui, per la CIA.
Sia pure solo come fiduciario, non come vero e proprio agente.
L’gente vero era Robert Hugh Cunningham.
Certo un conto è la Dapco e un conto è la Art-Press, la tipografia che stampava Lotta Continua.
Giuridicamente in effetti è così: la società Dapco, i cui soci erano dunque Robert Hugh Cunningham e Samuel Meek, si costituì a Roma, il giorno 1 dicembre 1971, con atto a rogito presso il notaio Domenico Zecca.
I soci della Art-Press risultano invece tre: Cunningham padre, madre e figlio.
Amministratore della Dapco era Cunningham senior, amministratore della Art-Press era il figlio Robert Hugh Cunningham. Junior.
Intanto nel ‘71, stesso anno di fondazione della Dapco, presso la Cancelleria delle società commerciali, esistente nel Tribunale civile e penale di Roma, due signori presentano un documento dal quale risulta che accettano di diventare «amministratori della Spa Rome Daily American con deliberazione dell’assemblea ordinaria del 27 settembre 1971».
Sono Matteo Macciocco, nato a Olbia (Sassari) il 1 aprile 1929, domiciliato a Milano in via Turati 29 e Michele Sindona, avvocato, nato a Patti (Messina) l’8 maggio 1920, domiciliato a Milano in via Visconti di Modrone 30.
Sì, Michele Sindona, proprio lui!
«Nel ‘71, dunque, Sindona - scrive Il Giorno - succede a Cunningham senior, nella gestione del Daily American».
Ma con il fallimento di Sindona, fallisce anche il Daily American, subito sostituito dal Daily News.
I suoi proprietari sono Robert Hugh Cunningham senior e Robert Hugh Cunningham junior.
Mentre fallisce il Daily American, anche Lotta Continua cambia tipografia.
Insomma sia la Dapco che stampava il giornale americano, sia la «Tipografia Art-Press» che stampava Lotta Continua, perdono i loro clienti e la sede di in via Dandolo 10 resta vuota: «è nata infatti una nuova società, che si è fissata la durata ‘fino al 31 dicembre 2010’.
Nome: «Tipografia 15 giugno»; soci: Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio…
Tutti quelli che si presentano davanti al notaio di Roma, che stavolta è Franco Galiani, si dichiarano cittadini italiani.
L’ultimo della fila, no; questo è un cittadino statunitense.
Come si chiama? Robert Hugh Cunningham junior, sempre lui.
Il figlio, ormai ha preso il posto del padre.
E si muove meglio del padre, perché non soltanto si dà da fare (molto bene) con quelli di Lotta Continua, ma tiene sotto controllo (sotto controllo?) anche le frange accalorate di Autonomia, di cui divulga (su giornali e riviste) le idee più eversive, più deleterie.
Verso gli anni Ottanta, prende a languire lo slancio di Lotta Continua e il giornale si spegne proprio mentre, negli Stati Uniti, appare la stella nuova, quella di Reagan.
A questo punto, da parte di Cunningham junior non c’è nemmeno più la preoccupazione di nascondere quello che, effettivamente, rappresenta.
E Reagan, appena eletto presidente degli Stati Uniti, lo nomina responsabile del partito repubblicano in Europa.
Per che cosa?
Per l’informazione; Robert Hugh Cunningham diventa l’uomo più reazionario dell’équipe di Washington, Rambo tra i Rambo; ed è ancora un giovanotto: ha appena superato i quaranta.
Robert Hugh Cunningham junior nel giugno del 1988 - è scritto in un altro articolo di Marco Nozza - mentre ha un ufficio a Washington ed uno a Roma in via Barberini dove pubblica il Daily News, rilascia all’Espresso un’intervista in cui precisa la nuova dottrina Reagan: «con Carter forse potevamo anche pensare che convenisse non avere molto a che fare con gli Stati Uniti; ora basta! L’amministrazione Reagan avrà un atteggiamento duro con gli avversari e pienamente disponibile con gli amici. E chi sono gli amici?» - gli chiede l’intervistatore - «Io posso dire quello che ho scritto nel mio rapporto ad Haig. E cioè che la DC resta il nostro partner principale. Ma non tutta». (4)
Un altro episodio è significativo: dopo il fallimento del Daily News, Robert Hugh Cunningham Junior tornò in possesso del Daily American: qui entrò in rotta di collisione con la redazione, arrivando a sospendere gli stipendi e a chiudere fisicamente a chiave l’ufficio della redazione. Spiegava Christofer Winner, il caporedattore: «La verità è che noi siamo sempre stati equidistanti. Cunningham ci vorrebbe più reaganiani». (5)
Niente male per un ex-militante di Lotta Continua!
Che c’entra tutto questo con Deaglio?
Questo decidetelo voi: io mi limito a ricordare che - secondo la biografia che compare sul sito della RAI - Deaglio è stato proprio in quegli anni (per ben 5 anni dal 1977 al 1982!) il direttore di Lotta Continua. (6)
Oggi Deaglio è il direttore di «Diario della settimana»: giornale di sinistra, secondo quanto ne dice Monica Ricci Segantini su Il Corriere della Sera.
Ma di chi è la proprietà di «Diario della settimana»?
Della Editoriale Diario spa di Milano, che è posseduta da Persia srl con un capitale di € 1.999.999 e da Gulli Marco per € 1.
E di chi è la proprietà di Persia srl?
In quote eguali di € 516.456 cadauna di Mondadori Formenton Cristina, Formenton Luca e Formenton Macula Mattia.
Chi sono questi signori?
Citiamo, per stare sul sicuro, dal sito di Magistratura Democratica: «Il 21 dicembre 1988 Cristina Formenton Mondadori (figlia di Arnoldo Mondadori e vedova di Mario Formenton) e i suoi figli Luca, Pietro, Silvia e Mattia, si impegnano a vendere alla CIR di Carlo De Benedetti, entro il 30 gennaio 1991, 13.700.000 azioni dell’Amef (finanziaria della Mondadori) contro 6.350.000 azioni ordinarie Mondatori. Poco dopo, però, i Formenton si alleano con Berlusconi e lo mettono a presiedere la casa editrice. I Formenton a questo punto non vogliono dar corso all’accordo del 1988, sicché tre arbitri (Pietro Rescigno, Natalino Irti e Carlo Maria Pratis, rispettivamente designati da CIR, dai Formenton Mondadori e dal primo presidente della Suprema Corte di Cassazione) vengono incaricati di dirimere la controversia. Si giunge così al lodo arbitrale che dà ragione alla CIR. De Benedetti ottiene il controllo della maggioranza assoluta (50,3 % del capitale ordinario) di Mondadori. I Formenton, però, non si arrendono e decidono di impugnare il lodo davanti alla Corte d’Appello di Roma, facendosi assistere da tre insigni avvocati: Agostino Gambino, Romano Vaccarella e Carlo Mezzanotte (per inciso: Gambino sarà designato quale ‘saggio per il blind trust’ nel primo governo Berlusconi e poi diverrà ministro delle Telecomunicazioni nel governo Dini; Vaccarella e Mezzanotte sono ora giudici costituzionali).
La Corte d’appello decide con un collegio formato dal presidente Valente, dal relatore Vittorio Metta e dal terzo giudice, Giovanni Paolini.
Se la sentenza non arrivasse entro il 30 gennaio 1991, il patto di vendita delle azioni dai Formenton a De Benedetti dovrebbe essere eseguito. I giudici tuttavia sono assai tempestivi: la camera di consiglio si conclude il 14 gennaio 1991 e Vittorio Metta già il giorno seguente, il 15, sottopone al presidente la sentenza di centosessantotto pagine, che il 24 gennaio 1991 viene infine pubblicata. La Corte d’Appello, con essa, dichiara che parte degli accordi tra CIR e i Formenton è in contrasto con la disciplina delle società per azioni. Il lodo arbitrale viene pertanto annullato e la Mondadori torna sotto il controllo di Berlusconi». (7)
Ecco qui i volti che si celano dietro la «sinistra» barba di Enrico Deaglio, dietro la copertina semipatinata di «Diario della settimana», dietro la Editoriale Diario spa e Persia srl, nome scelto dai due rampolli Formenton probabilmente per ricordare il padre Mario, nato a Teheran e da Cristina Mondadori Formenton, per rivivere magari gli anni ruggenti passati col marito nella capitale iraniana ai tempi dello Scià, prima del ritorno a Verona.
Eccoli qua i campioni dell’editoria alternativa, quelli che promettono di vendere a De Benedetti e poi vendono a Berlusconi, gli esponenti brillanti del bel mondo dell’editoria, quelli che ci regalano le verità «vere» sull’11 settembre, quelli che bollano come boiate pazzesche le teorie complottiste ed esibiscono il fantomatico lavoro certosino di trenta giornalisti del Popular Mechanics, senza dire che era stato redatto in realtà dal solo Benjamin Chertoff, «our senior researcher» («il nostro ricercatore più esperto»), nipote - come già riportato da Maurizio Blondet - di Michael Chertoff, l’israelo-americano che Bush ha messo alla guida del Dipartimento Homeland Security e - stando a quanto scrive Barry Camish (8) - frankista.
Eccola qui la borghesia progressista, la sinistra al caviale che normalizzerà gli antagonisti anti-americani tra le spire delle proprie pagine di Diario, quando tornerà l’America buona, oppiacea e progressista che tanto piace in quegli ambienti.
Chissà se i miei amici di sinistra hanno letto di quella cena «per pochi intimi in casa di Cristina Mondadori in onore di Letizia Moratti, candidata sindaco di Milano. Fra gli ospiti anche Piero Ostellino, ex direttore de Il Corriere della Sera, che ha spiegato a lungo perché bisognerebbe eleggere Massimo D’Alema al Quirinale e perché questo invece non avverrà. Molto ammirato comunque il nuovo look di Letizia, smagrita, meno austera, più alla mano, colloquiale. E’ piaciuta a tutti». (9)
Eccola qui la sinistra «illuminata», cosmopolita, moderna, quella che oggi serve le tesi dell’America conservatrice di Bush e domani quelle di un presidente liberal, democratico e magari negro o gay (un tocco «di colore» e di eccentricità - si sa - non guasta mai per razionalizzare le contraddizioni di un sistema), quella che domani ammetterà, come già è stato per il comunismo, che sì, forse, ci si era sbagliati, ma… per carità … solo per amore della Libertà, della Democrazia, del Progresso, della Tolleranza.
Come cantava Gaber: «A me l’America non mi fa niente bene. Troppa libertà. Bisogna che glielo dica al dottore. A me l’America mi fa venir voglia di un dittatore. Ohhhhh!!! Sì, di un dittatore. Almeno si vede, si riconosce. Non ho mai visto qualcosa che sgretola l’individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. ome sono geniali gli americani, te la mettono lì. La libertà è alla portata di tutti come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà». (10)
Domenico Savino
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Note
1) Monica Ricci Segantini, «Il complotto dell’11 settembre? Una grande bufala», Corriere della Sera, 29 settembre 2006.
2) Pierluigi Battista, «Particelle elementari - Le Twin Towers e la rivincita degli ‘ingenui’», Il Corriere della Sera - 02/10/2006.
3) Marco Nozza, «Lotta Continua, la CIA e Sindona - Storia inedita di un giornale e di una tipografia», Il Giorno, 31 luglio 1988.
4) Marco Nozza, «Caro signor Cespuglio è tutto documentato», Il Giorno, 4 agosto 1988.
5) Il Giornale, 9 luglio 1983, l’articolo è a firma di Massimiliano Scafi
6) http://www.raitre.rai.it/R3_biografia/0,5435,40,00.html
7) http://www.magistraturademocratica.it/md.php/20/803
8) http://www.conspiracyarchive.com/Com...y_Pulls_It.htm.
Barry Camish è un controverso giornalista e scrittore israelo-canadese ed un ex agente dei servizi segreti israeliani, autore tra il resto del libro «Chi ha ucciso Yitzhàk Rabìn», ENA Editrice Nuovi Autori, secondo cui non fu Yigàl Amìr, ad uccidere Rabìn. Stando a quanto afferma Chamish, Amìr fu a sua volta vittima di un'operazione-trappola orchestrata dalla Shabàk (il servizio di sicurezza interno di Israele), «e non uccise l’ex premier israeliano. Ad Amìr sarebbe stata fornita dagli agenti della Shabàk una pistola caricata a salve. Lui avrebbe sparato al premier, e sarebbe stato colto in flagrante. Ciò avrebbe offerto al governo israeliano il pretesto per scatenare su vasta scala la repressione contro coloro che si opponevano al ‘Processo di pace’. Subito dopo i colpi sparati da Amìr, secondo la ricostruzione fornita da Chamish, Rabìn, vivo e vegeto, ‘fu trascinato via, e ficcato dentro alla sua limousine, dove il vero assassino stava in agguato. E poi, quello che doveva essere il viaggio di un minuto verso l’ospedale, divenne una gimkana di oltre otto minuti per le oscure vie di Tel Aviv. In quel periodo l’omicida completò la sua opera, e lasciò l'auto». Da http://www.archiviostorico.info/Rubr...ccisorabin.htm.
9) Da Dagospia http://213.215.144.81/public_html/in...icenomi_M.html
10) Giorgio Gaber, «L’America» dall’album «Gaber 96/97».
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