"scusi, Arturo, dov'è il bagno?"
"A sinistra"


"scusi, Arturo, dov'è il bagno?"
"A sinistra"


La sinistra in declino
di Arturo Diaconale
All’indomani delle elezioni europee e dello scampolo di amministrative di giugno, sembrava che la sinistra fosse sulla cresta dell’onda, che il governo di centro destra si trovasse sull’orlo del fallimento, che la fine della legislatura fosse ormai alle porte e che Silvio Berlusconi, esaurita la propria parabola avesse come unica preoccupazione la preparazione della propria fuga all’estero. Ovviamente per scongiurare l’ipotesi prospettatagli a suo tempo da Massimo D’Alema di finire a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. Passata la pausa estiva, però, la ripresa autunnale si apre in uno scenario completamente diverso.
Il Cavaliere appare in decisa risalita e pronto ad affrontare senza eccessivi patemi d’animo la lunga campagna elettorale che si apre nelle prossime settimane per concludersi solo con le politiche del 2006. Al tempo stesso il centro sinistra figura in caduta libera. Non solo a causa delle desolanti polemiche interne che sono seguite al fallimento del “triciclo” e sono culminate nei giorni scorsi con la giubilazione della leadership di Romano Prodi da parte di Francesco Rutelli e di Clemente Mastella. Ma, soprattutto, con la dimostrazione di inquietante pochezza messa clamorosamente in mostra dai personaggi di maggiore spicco dello schieramento dell’opposizione.
Gli esempi di tale pochezza si sprecano. Ma i principali sono quelli offerti dalle recentissime interviste di Massimo D’Alema e di Romano Prodi. Il Presidente del Ds, evidentemente preoccupato delle possibilità di ripresa del centro destra, ha pateticamente chiesto l’abbinamento delle politiche con le regionali sostenendo che la richiesta è motivata dal fatto che nell’ultimo anno di legislatura il governo non potrà fare granché.
L’ex presidente della Commissione Ue ha proposto a sua volta un programma comune dell’Ulivo fondato su grandi idee innovative ma si è guardato bene dall’indicare una sola di tali idee. Ed ha lasciato al noto innovatore Sergio Cofferati il compito di annunciare che questo fantomatico programma sarà pronto nei prossimi mesi. D’Alema scambia la legislatura con una fisarmonica da aprire e chiudere a seconda della propria musica. Prodi tenta di colmare il vuoto di idee innovatrici della sinistra con l’aria fritta. Entrambi rappresentano la dimostrazione vivente che questo centro sinistra non è in grado di governare ed è destinato a perdere anche a dispetto delle carenze e degli errori del centro destra. Il ché è un bene per Berlusconi ma è un guaio per il paese. Una opposizione che non sa fare il proprio mestiere rischia di deresponsabilizzare la maggioranza. Figuriamoci poi se la maggioranza in questione è quella attuale!
Arturo Diaconale


La sinistra si divide sulle riforme
La Camera dei Deputati approva il Senato federale ma l’opposizione entra in fibrillazione e non riesce a trovare una posizione comune. Ds, Margherita, Socialisti di Boselli e Verdi si astengono mentre Rifondazione, Comunisti unitari e centristi mastelliani votano contro. E subito dopo il voto parte la solita giostra delle accuse reciproche.
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La Francia talibana da "L'Opinione"
di Valerio F ioravanti
Non esistono solo libri e film su Bush e la Cia, ne esistono anche, molto ignorati, sulla Francia. Il 27 agosto è uscito “Quand la France préfereit les taliban”, di Françoise Causse. Descrive l’ostilità di Chirac, e del ministro degli esteri Jospin contro Massud, il Leone del Panshir, quello che oggi verrebbe definito “un musulmano moderato”, unico afgano ad aver firmato la carta per i diritti delle donne. Quando, pochi mesi prima di essere assassinato da Al Qaida, Massud cercò sostegno in Europa, non fu ricevuto dai francesi. Ma negli arsenali dei talebani sono stati trovate batterie di missili “Milan” francesi nuovi. L’altro libro, “Escadrons de la mort, l’école française” di Marie-Monique Robin, svela che furono i francesi, inviando come “consulenti militari” gli ufficiali reduci dalla battaglia di Algeri, a insegnare ai golpisti argentini, brasiliani e cileni le tecniche della controguerriglia. Esamina i rapporti segreti tra il governo di Valéry Giscard d’Estaing con Videla e Pinochet, e la prassi di segnalare gli esuli cileni e argentini che da Parigi decidevano di rientrare in patria, dove venivano subito arrestati, e risultano tuttora “desaparecidos”. Chissà se a Cannes darebbero la palma d’oro a un qualche Michael Moore che traesse un film da questi libri.
Valerio Fioravanti
18-09-04


Mastella rimane nelle istituzioni ma non nella Gad
di Ruggiero Capone
Clemente Mastella ha ritirato le dimissioni da vicepresidente della Camera. Ad annunciarlo ha provveduto il presidente Pier Ferdinando Casini, leggendo in Aula una lettera inviatagli dallo stesso Mastella: Casini ha ringraziato il suo vice, rinnovandogli la sua solidarietà. Il Campanile è ora più forte e sfida il leader della Gad (Romano Prodi). “A questo punto chiedo a Prodi di rimettere in discussione tutte e 14 le candidature cercando L’unanimità su ognuna”, tuona il segretario nazionale dei Popolari-Udeur dalla sede del partito di largo Arenula.
Ma dalla sinistra si rendono conto che quello di Mastella è ormai un prezzo di fuga, che la Gad non può pagare, a patto di non accettare una rottura con Rifondazione comunista. E che gli ultimatum e le richieste di Clemente Mastella non fossero di gradimento del centro-sinistra era chiaro da tempo: non a caso le indicazioni dei Popolari-Udeur per le suppletive non erano state nemmeno tenute in considerazione dalla Gad. Questo aveva costituito una importante cartina tornasole per il Campanile.
Ad issare un robusto muro contro le ambizioni regionali dell’Udeur aveva provveduto di persona Antonello Cabras (responsabile enti locali della Quercia), che giudicava “ingiustificate le pretese di Mastella”, e perché la scelta delle candidature e dei programmi spetta alla Gad che ha consolidato “un orientamento del centrosinistra a favore di Boccia in Puglia, attuale assessore nella giunta Emiliano di Bari, mentre Rifondazione Comunista mantiene la candidatura di Nicki Vendola”.
E sempre Cabras aveva fatto capire che forse “si potrebbero valutare alcuni suggerimenti dell’Udeur”, lasciando intendere che i giochi in Puglia, Basilicata, Calabria, Puglia e Molise erano già stati fatti e che il Campanile avrebbe dovuto portare solo consenso ai candidati di Ds e Margherita. La Gad sembrava intenzionata a dare ai mastelliani solo qualche piccolo comune e la provincia di Caserta. Troppo poco. Così il deputato Alessandro De Franciscis (capo della segreteria politica dell’Udeur) oggi non è più disposto a correre per la presidenza della Provincia di Caserta.
La questione delle candidature non condivise non è che la punta d’un iceberg molto profondo, infatti tra mastelliani e centro-sinistra regna la totale diversità nella visione politica e programmatica. “Non condividiamo la proposta avanzata da D’Alema sulla legge elettorale - ha spiegato Paolo Cirino Pomicino (eurodeputato Udeur) - non condividiamo la politica fiscale annunciata da Prodi, non condividiamo quest’atteggiamento che vuole rincorrere Berlusconi su qualsiasi terreno: abbiamo una grande difficoltà a stare in un’alleanza dove non ci si riunisce mai per elaborare uno straccio di programma perché, come mi ha detto Rutelli, appena ci sediamo per discutere rompiamo immediatamente. Questo non è un modo per diventare alternativa di governo, in politica capra e cavoli non si possono mettere insieme - chiosa Pomicino - Io sostengo la tesi dell’uscita dal centrosinistra”.
Ed anche il deputato dell’Udeur Massimo Ostilio, con una lettera ai segretari del centro-sinistra, si è “formalmente dichiarato indisponibile a candidarsi a sindaco di Taranto per la Gad”. “La discussione in atto nella coalizione - scrive Ostilio - dura ormai da troppo tempo e segna irrimediabilmente il passo, con un confronto che non ci consente, allo stato, una designazione condivisa dall’intero schieramento”.
E che il riposizionamento a centro, e fuori dalla Gad, sia ormai inarrestabile lo dimostrano le dichiarazioni di Mauro Fabris (capogruppo al Senato dei Popolari-Udeur): “Noi non abbiamo posto problemi di poltrone ma questioni esiziali per l’alleanza: il programma, la leadership, la rappresentanza plurale della Gad: da oggi, con le rinunce di Ostillio a Taranto, di De Franciscis a Caserta e degli amici dell’Udeur della Basilicata, noi non chiediamo più nulla”. Intanto Antonio Bassolino esprime una solidarietà a Mastella piuttosto pelosa ed interessata. “Vuole solo i nostri voti”, commentano gli uderrini di Napoli.
E lo stesso Bassolino ammette: “Finora non avevo ancora convocato una riunione dei partiti, perché l’Udeur aveva posto il problema di una sua più forte rappresentazione nel Mezzogiorno”. E non resta che credere a chi sostiene che la Gad aveva già deciso di demolire il Campanile, ed all’insaputa dell’Udeur: ma non avevano fatto i conti con don Clemente, il parroco di Ceppaloni.
Ruggiero Capone
capone@opinione.it


Quale riformismo
Perché l’opposizione non sceglie di chiamarsi semplicemente socialista
Troviamo straordinario ed a suo modo esemplare, l’editoriale del direttore di "Repubblica" Ezio Mauro sul travaglio ed il destino della sinistra. Da una parte egli ci si spiega, riandando indietro negli anni, come l’idea originaria dell’Ulivo fosse di per sé escludente dell’identità laica repubblicana: "A Bologna le due culture post comunista e cattolico democratica si cercarono l’una con l’altra nella loro antica diversità e si riconobbero come una possibile piattaforma costituzionale, repubblicana, riformista". Ci scusi Mauro, ma dove lo trova il riformismo nella cultura comunista e in quella cattolica, proprio non riusciamo a capirlo. Così come dubitiamo che possa rilanciarlo l’onorevole D’Alema su questa stessa base. Il riformismo è nato contro la cultura cattolica e quella comunista. Tanto che l’unico comunista che predicò le riforme, Gorbaciov, portò immediatamente il suo sistema al collasso. Mentre tra la cultura cattolica e la riforma, c’è di mezzo il protestantesimo e quindi la crisi della cultura cattolica.
Per cui possiamo stupirci se le cose in questo connubio post cattocomunista, come scrive Mauro, "sono rimaste a mezz’asta, incapaci di dare una moderna identità europea"? In verità ci saremmo stupiti del contrario.
La cosa poi fantastica è che Mauro la pensa come Marc Lazar, il quale dalla sua cattedra a Parigi aveva detto che la sinistra "era impronunciabile, ineffabile, irriconoscibile", perché essa stessa non sapeva cos’era, mentre alla sua entità indefinita "non corrisponde nemmeno un nome". E qui Lazar se ne intende e sa che la filosofia scolastica vedeva bene: se non c’era il nome, non c’era nemmeno la cosa. Lazar ritiene che la sinistra sia condannata all’indicibile, e forse non sbaglia. Ma sbaglia Mauro nell’equiparare i due nomi centenari della sinistra italiana sullo stesso piano, quello comunista, finito con la caduta del muro di Berlino e quello socialista, suicidatosi a Tangentopoli.
Ora, non è che noi abbiamo particolare passione per la tradizione socialista, ma mentre è certo che non esiste un comunismo fuori dall’esperienza e dal fallimento della stesso in Unione Sovietica - al più bisogna reinventarlo, più ancora che rifondarlo - ci sembra insensato o ipocrita ridurre la questione socialista a Tangentopoli. Basta guardare alla Spagna, alla Francia, alla Germania, in cui i socialisti hanno alti e bassi, hanno subìto i loro guai giudiziari, eppure nessuno ne ha ridiscusso la sostanza. Poi c’è sempre il laburismo britannico, se il socialismo non si ritiene adeguato. E queste forze resistono per la semplice ragione che davvero al loro interno mantengono una tradizione riformatrice moderata, opposta a quella massimalista rivoluzionaria, senza la quale una società non può rinnovarsi. Perché allora la sinistra o il centrosinistra italiano, non hanno fatto una scelta razionale, l’unica che li mettesse davvero in sintonia con la sinistra europea?
L’unica ragione che vediamo è che post comunisti e post democristiani, preferiscono nessun nome o nome ridicoli, da fumetto, come Gad o Fed, piuttosto che il nome dei loro antagonisti classici. E se non amano il nome, perché mai dovrebbero sposarne la politica? Noi che collaborammo con i socialisti, con tutte le possibili distinzioni e contrasti, non a caso siamo finiti fuori da quell’alleanza e nostro malgrado. Come si fa a non capire che il problema politico di Rutelli e quello strategico di Prodi, sono l’unica possibile realtà per la coalizione, la quale non può avere una struttura unitaria, perché solcata da una divisione profonda, e le varie componenti non possono difendere la propria identità, perché, altrimenti, aprono un conflitto insolubile nella coalizione stessa?
"Risolvano il problema della loro natura", scrive un Mauro sgomento per tanto sconquasso, citando Norbero Bobbio alla fine del suo articolo. Ma Bobbio sapeva benissimo che se post comunisti e post cattolici avessero dovuto risolvere il problema della loro natura, una forza si sarebbe opposta al socialismo e l’altra al comunismo. Non sappiamo bene cosa Bobbio pensasse dell’Ulivo, ma certo egli non credeva nel compromesso storico. Figuratevi se gli italiani possano poi contare su una sua così confusa ed indistinta riedizione. Per cui o il centrosinistra si rimette in discussione e lo fa per davvero, o nel suo destino, su cui si interroga Mauro, c’è già scritta solo una parola: "sconfitta".
Roma, 23 dicembre 2004




Originally posted by nuvolarossa
Quale riformismo
Perché l’opposizione non sceglie di chiamarsi semplicemente socialista
Quale riformismo
Perché la maggioranza non sceglie di chiamarsi semplicemente bananas


Il bananas vive sempre una sua vita spericolata nella linea grigia tra legalità ed illegalità.
Alcune volte va bene e si incassa, altre volte, come all'hacker Storace, va male e si grida al complotto come insegna il Manuale del pollista, l'importante alla fine del viaggio in questa valle di lacrime sarà poter dire: "pero' ci siamo divertiti".
E poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy bar.

