Che ne dite di quest'articolo apparso su Il Foglio del 21/10 scritto dall'ottimo Alessandro Giuli? Premesso che fuori da AN c'è solo folklore, anche AN un po' di disgusto lo causa o no? Siete tutti disposti a fare i PiPiEnnini? O avete voglia di battervi nel vostro partito senza fare i servi di qualche cortigiano/colonnello?
On. Fini, a forza di essere un po’ di tutto annoierà e nessuno le crederà

Onorevole Gianfranco Fini, dopo la sua lezioncina
israeliana sul fascismo come
“male assoluto” – s’era nel 2003 – ora sopraggiunge
in lei la certezza languida che per dialogare
con l’islam è bene abbattere un film
complicato come quello di Renzo Martinelli
(“Il mercante di pietre”), perché portatore di
“becera propaganda antislamica”. Ai suoi lati
continua a schiumare una scia tragicomica,
visibile nel volto dei luogotenenti che speravano
di averle allestito un cineforum atlantista
e compiacente. Ma poi in un attimo, quando
lei è uscito dalla sala masticando nicotina
e insofferenza per quel film, si sono smarriti
e non sanno più come prenderla. Negli ultimi
anni lei aveva già stupito con altre illuminazioni
culturali che abbiamo preso seriamente.
Come si conviene quando a parlare è un
politico avviato al Ventennio di leadership
postfascista. Una posizione senza rivali (a
parte diciotto trascurabili mesi rautiani),
morbida e abbronzata come lei, anche per
questo destinata a durare più del fascismo.
Abbiamo appreso di lei che è via via diventato,
a intermittenza: democratico per necessità;
berlusconiano per un colpo di fortuna
storico ma statalista per eredità corporativa;
filoamericano per amore di John Wayne ma
anche euroburocrate per stare al passo coi
tempi e con gli amici di Giuliano Amato; cattolico
perché ha voluto che An nascesse sotto
il cielo chiesastico, ma poi d’improvviso seguace
dei referendari favorevoli alla fecondazione
assistita, e per ragioni che non ha
mai saputo spiegare. Possiamo proseguire,
onorevole Fini, e darle nell’ordine del folliniano
umbratile (negli ultimi anni della legislatura
amministrata dal centrodestra e immiserita
da infinite verifiche) o del casiniano
indomito, giacché con il capo degli ex dc condivideva
l’aspirazione a sublimare la propria
carriera da eterna riserva repubblicana. E’
un pensiero ancora condiviso, visto che ha
nuovamente scalciato per prenotarsi la premiership
dei moderati. A proposito, in quale
veste parlava, ieri, onorevole Fini? Come il
recente teorico del partito unitario di centrodestra
affiliato ai Popolari europei? Quel partito
che per parecchi anni ha considerato come
una trappola berlusconiana? Ovvero
esternava come un Sarkozy d’importazione,
fiducioso che la bella copia parigina le conferirà
quell’investitura negatale nella piatta
contesa domestica? Oppure cosa? Il problema,
onorevole Fini, è che a forza di voler essere
un po’ di tutto finirà per annoiare e nessuno
crederà più a certe sue ragionevoli vacuità.
Per fare un esempio: a meno di autoesiliarsi
dalla politica, si può essere credibili
nel ruolo di chi fa la guerra in medio oriente
forte di un’ideologia che poi riverbera dentro
casa liberalizzando, detassando, attaccando
rendite e luoghi comuni. E si può essere altrettanto
credibili professando amicizia verso
gli aspiranti califfi, sedotti dai fasti del socialismo-
nazionale panarabo e pronti a rivendicare
in patria la forza dell’io collettivo
primonovecentesco. Ma non si può innocentemente
pascolare a vista, le orecchie dritte
per captare la direzione dello spirito giornaliero
e volgere la propria poltrona nel verso
della corrente. In mancanza d’idee, accetti almeno
se può, onorevole Fini, il consiglio d’un
più giovane residuo del totalitarismo. Si rilegga
le pagine che il suo benefattore Giorgio
Almirante dedicò, nella “Autobiografia di un
fucilatore”, alla così detta “guerra delle parole”.
Quel conflitto quotidiano con la megamacchina
culturale del conformismo pigro e
dominante che anche oggi consegna alla minorità
ideologica, politica, lessicale perfino,
gli sconfitti o i superbi come lei. Rilegga, onorevole
Fini, non può farle che bene.