IL CARDINALE DELL'ULIVO CHE VOLEVA SCOMUNICARMI
Da sempre la stampa italiana e internazionale accredita al cardinal
Martini un'immagine progressista, illuminata e tollerante. No
Martini, no party. Anche nella sua ultima intervista all'Espresso
egli ostenta inviti al dialogo, ad astenersi dal giudizio e si
oppone a condanne e anatemi, ma nella realtà...
di Antonio Socci
Da sempre la stampa italiana e internazionale accredita al cardinal
Martini un'immagine progressista, illuminata e tollerante. No
Martini, no party. Anche nella sua ultima intervista all'Espresso
egli ostenta inviti al dialogo, ad astenersi dal giudizio e si
oppone a condanne e anatemi. E tuttavia l'unico che (dai tempi del
Concilio) ha sottoposto dei laici a un tribunale dell'Inquisizione è
proprio lui. Il Giornale di Montanelli - che per primo dette notizia
del fatto - titolò in prima pagina: "A Milano è tornata
l'Inquisizione".
Accadde nel 1987, quando la diocesi di Milano, guidata da Martini,
sottopose a processo canonico il sottoscritto ed altri due
giornalisti. Il caso - su cui i commentatori, a cominciare da Indro
Montanelli, versarono fiumi d'inchiostro - riguardava noi che
eravamo laici, non degli ecclesiastici, né dei teologi e dunque era
particolarmente assurdo, anche perché noi non eravamo imputati per
aver messo in discussione dei dogmi della fede cattolica (alla
quale, anzi, aderivamo totalmente), ma solo per aver espresso
liberamente le nostre idee critiche sugli intellettuali cattolici
che si erano accodati al conformismo progressista. Era paradossale,
perché si poteva mettere in discussione l'Immacolata Concezione, ma
non Scoppola, padre Sorge, Prodi, Alberigo, Dossetti o Lazzati. In
quegli anni nei libri dei teologi, che magari insegnavano nei
seminari e nelle università ecclesiastiche, si metteva in
discussione tutto (dalla resurrezione di Gesù, alla storicità dei
Vangeli, dai dogmi su Maria, al primato di Pietro), ma a finire
sotto la scure dell'Inquisizione (milanese) fummo noi che, stando
dalla parte del Papa, osavamo mettere in discussione il "magistero
parallelo" degli intellettuali: sia quello di certi teologi che
quello degli intellettuali progressisti.
Come finì? Finì che la Curia di Milano impose un'abiura, come ai
tempi del caso Galileo: non poté ottenerla dal sottoscritto, ma la
ottenne dal giornale per il quale scrivevo che, essendo un
settimanale cattolico, non poteva dire no al cardinale di Milano.
Dovette subire, con tanti saluti alla libertà di coscienza e alla
tolleranza.
L'INTERVISTA ALL'ESPRESSO
La vicenda mi è tornata in mente in questi giorni proprio per la
clamorosa intervista di Martini all'Espresso. Che rappresenta un
segnale politico-ecclesiale molto esplicito. Innanzitutto per la
scelta - come ha detto monsignor Maggiolini - di affidare
riflessioni così delicate a "un settimanale non soverchiamente pio"
come l'Espresso. Poi per avere deciso la forma del "dialogo
filosofico" con un senatore neo eletto dei Ds, il professor Ignazio
Marino, che è in predicato di fare il ministro della Sanità nel
governo Prodi e che il cardinale ha definito "credente", dando una
notizia sorprendente perché dai suoi argomenti non si sarebbe
evinto. Ma l'intervista ha un peso anche nella Chiesa.
Il vaticanista dell'Espresso, Sandro Magister, ha sottolineato che è
stata fatta (e lanciata con clamore) proprio «negli stessi giorni in
cui i media di tutto il mondo illustravano e commentavano il primo
anno da Papa di Benedetto XVI». Osserva Magister: «Durante il
pontificato di Giovanni Paolo II, il cardinale Martini è stato
universalmente considerato come il più autorevole esponente
dell'opposizione "progressista". E il medesimo giudizio continua a
circolare, su di lui, anche in rapporto al Papa attuale». Magister
sottolinea tutti passaggi in cui Martini si oppone o si differenzia
dall'insegnamento del Papa e della Chiesa. E conclude ricordando che
il Papa lo scorso 6 aprile aveva avuto per lui parole molto belle,
in pubblico, in piazza San Pietro: «due settimane dopo il cardinale
Martini», nota Magister, «ha risposto con il primo grande atto di
opposizione a questo Pontificato, ai livelli alti della Chiesa».
Questo è l'aspetto più grave. Perché Martini è il simbolo a cui
guarda quel mondo cattoprogressista che sta anche dietro a Romano
Prodi. Certo, ci sono nell'intervista martiniana passaggi
particolarmente pesanti. Come quello in cui il prelato chiede alla
Chiesa «il superamento di quel rifiuto di ogni forma di fecondazione
artificiale» (e addirittura attribuisce questo rifiuto non alla
Chiesa,ma - vagamente - a «non pochi ambienti», come se la Chiesa
fosse un centro culturale).
Ma il problema maggiore è che Martini sembra ridurre tutti questi
gravi argomenti morali (fecondazione, aborto, contraccezione,
eutanasia), su cui la Chiesa ha un magistero preciso e che impegna i
fedeli, a livello dell'opinabile, dove non esistono autorità, ma
ciascuno, cattolico o no, può avere la sua idea e fare come crede.
Ciò ricorda più la prassi dei protestanti che la Chiesa Cattolica.
Nell'intervista ovviamente ci sono anche spunti interessanti, che
potrebbero pure essere accolti, ma colpisce il sostanziale
soggettivismo.
GLI ATTACCHI A WOJTYLA
È questo, credo, che induce un osservatore attento come Magister, a
ritenere il pronunciamento di Martini come «il primo grande atto di
opposizione a questo Pontificato, ai livelli alti della Chiesa».
Del resto non sorprende chi ricorda l'ostilità di questo mondo
cattoprogressista verso Giovanni Paolo II. Particolarmente dura fu
negli anni in cui la stampa laica e di sinistra accusava Papa
Wojtyla di essere un integralista, un polacco anticomunista, un
reazionario, un fondamentalista. In un libretto uscito dal Mulino
nel 2003, "A colloquio con Dossetti e Lazzati", dove Leopoldo Elia e
Pietro Scoppola pubblicano le loro conversazioni del novembre 1984
con i due vecchi intellettuali cattolici, l'ostilità per Papa
Wojtyla tracima da ogni parte (perfino con la critica di Dossetti al
rinnovo del Concordato). Ma c'è anche la liquidazione snobistica del
cardinale Ratzinger. Dossetti ha alcuni passaggi un pochino
megalomani («la mia esperienza assembleare ha capovolto le sorti del
Concilio stesso... io agivo come partigiano»). Ma soprattutto in
Lazzati emerge la virulenta ostilità verso certi movimenti cattolici
che sembra addirittura odiare. Dice poi Lazzati: «rapporti fra Cei e
Papa non sono certo i migliori... il Papa non si rende conto della
situazione italiana, chiuso com'è nel modello della sua esperienza
polacca... non per niente appoggia movimenti come Comunione e
liberazione e l'Opus Dei». E ancora: «Il Concilio si sta svuotando».
Dossetti aggiunge che è «un'infedeltà gravissima di ordine
sostanziale a tutti i livelli». Poi a proposito dell'Opus Dei
Dossetti ha parole molto pesanti. Sono gli stessi apologeti di
Lazzati a rilevare che «il suo giudizio sul pontificato di Wojtyla è
senza sconti». Lo scrivono Malpensa e Parola nel volumone "Lazzati"
(Il Mulino) dove danno anche una ricostruzione faziosa e
completamente sbagliata dal "caso Lazzati" (quello del mio processo
ecclesiastico) addirittura coinvolgendo «un cardinale amico» e l'on.
Andreotti (che non c'entrarono per niente) nella pubblicazione dei
nostri articoli.
L'"autonomia" dalla Chiesa di Roma di questo "magistero parallelo"
(Martini e compagni) ricorda l'autonomia rivendicata da Romano
Prodi, degno erede politico di questi ambienti, nel recente
referendum sulla fecondazione assistita. Definendosi "cattolico
adulto" Prodi liquidò le indicazioni morali molto vincolanti della
Chiesa sul voto nel referendum e declassò automaticamente il popolo
cristiano a "minorenni". Del resto il suo programma sui temi della
vita, sui Pacs e via dicendo è quello che è. E poi c'è la forte
polemica che ha investito Prodi quando George Bush pose il veto al
finanziamento di alcuni organismi internazionali accusandoli di
appoggiare le politiche demografiche ed abortive, soprattutto nel
terzo mondo, e «la Commissione europea», presieduta da Prodi, ha
scritto Lucetta Scaraffia «ha deciso di colmare con i propri
fondi... stanziando 32 milioni di euro», scelta fatta «senza
obiezioni pubbliche del presidente».
L'AMBIGUITÀ PRODIANA
Non so come se la sarà cavata Prodi con la sua coscienza (perché il
Codice di diritto canonico è molto pesante in questa materia). Ma
avrà certamente trovato un modo da "cattolico adulto". Del resto lo
stesso caso della "seduta spiritica" sul "caso Moro", a volerla
considerare seriamente (la Chiesa condanna molto duramente lo
spiritismo), dimostra anch'essa una certa disinvoltura dottrinale,
soprattutto da parte di un docente universitario cattolico, che è
stato proposto nelle parrocchie come cattolico esemplare. Ma forse
questo è il "cattolicesimo adulto". E lo deve essere anche quello di
Giuseppe Alberigo, simbolo del mondo cattolico progressista che fu
assistente di Dossetti al Concilio. Il professore, che per decenni,
con il suo centro bolognese, ha diffuso un'immagine ideologica e di
parte del Concilio (recentemente criticata anche dal cardinal
Ruini), in una stupefacente intervista alla "Repubblica", se n'è
uscito fra l'altro con questo racconto che, nelle sue intenzioni,
dovrebbe spiegare come e perché il Concilio "ruppe con l'immobilismo
degli anni Cinquanta". Eccolo: «in quegli anni talvolta veniva a
casa un padre benedettino, pio e assai famoso. Si fermava anche a
dormire. Una sera, sul finire del 1953, al momento delle preghiere
chiamò me e mia moglie Angelina: "E ora preghiamo per la morte del
Pontefice". Con mia moglie ci guardammo stupefatti: Papa Pio XII
stava benissimo. Lui, quieto, replicò al nostro disagio: "Ora il
Santo Padre è un peso per la Chiesa. Preghiamo perché il Signore se
lo prenda presto"». E questo era il religioso "pio e famoso".
Il popolo cattolico stava, allora come oggi, con il Papa, ma
il "magistero parallelo" lo pretende al suo seguito. Come Pannella.
Libero 27 aprile 2006




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