si vabbè però postatelo !


si vabbè però postatelo !


Entro domani sera lo invio io. Un poco di pacienza però
un articolo costruito su luoghi comuni con la voglia di deridere determinate situazioni e determinati ambienti...


NAZILANDIA
Movimenti: Prove di muscoli e tatuaggi. Inni nazionalisti e parate militaresche. Ma anche mobilitazione per gli alloggi, per la famiglia, per i “valori cristiani. Da Forza Nuova al Fronte d’Azione Sociale, passando per i gruppi Fahrenheit 451 o Casa Pound, ritratto dell’Italia in camicia nera, di Paolo Berizzi Foto di Alessandro Costelli.
La luce dei neon inonda l’interno del caseificio, s’infrange sulle teste rasate dei Camerati, sulle braccia coperte di rune e animali e intrecci celtici, come le croci, abbarbicate sulle pareti zeppe di bandiere italiane, e bianche rosse e nere, i colori di Forza Nuova. Odore di caglio, e di mosche. Fuori, gli ultimi barlumi del giorno si fissano sui muri abitati dai manifesti col discobolo di Mirone, e altri più vistosi con su scritto “case popolari agli italiani”, “no al commercio cinese”, “tradizione, formazione, rivoluzione”. Fa ancora abbastanza caldo nella campagna viterbese. Il venticello che si alza dal lago di Bolsena, a poche centinaia di metri da qui, accarezza i drappi fascisti. I loro proprietari si guardano intorno con fiera espressione di orgoglio e di sfida. Spunta il muso di un bulldog. Eccolo aggirarsi tra le tende canadesi piantate dai camerati della Falange spagnola nel prato che costeggia la strada provinciale che attraversa l’alta Tuscia. Orlando, il capo dei falangisti, lo accarezza. Viene da Madrid. È un tipo tarchiato, la barba crespa, rossiccia, i polpacci tatuati. “Hola!”, scatta sull’attenti, protendendo il braccio destro in alto nel saluto romano. In fondo a un pomeriggio di fine settembre, in un clima sospeso e un po’ surreale – immaginate un raduno di neofascisti in un caseificio; i paesani che si infilano nello spaccio aziendale per comprare caciotte e intanto, lì fuori, i nuovi balilla che spinano birra e si sfidano a braccio di ferro e tiro alla fune, tra un dibattito sull’”uomo nuovo di fronte alla decadenza” e un concerto di “rock identitario” con le sue rime impregnate di cameratismo -, in questo strambo clima da “fascisti su Marte”, il falangista Orlando sta in piedi davanti al capannone. Guarda ammirato il programma del Campo d’Azione di Forza Nuova, terza edizione. Un fine settimana all’insegna dell’orgoglio destro. Prove muscolari e tatuaggi runici, decibel a manetta, inni nazionalisti, boschi tolkeniani, parate militaresche, memoria e progetti di lotta. Sembra chiedersi, il militante spagnolo, cosa c’entri tutta questa roba con l’odore di caglio. In effetti, per essere un raduno fascista, come primo impatto non è proprio una cannonata. Chi arriva dal piccolo borgo di Marta deve pure sopportare l’onta di una visione politicamente scorrettissima: la faccia di Che Guevara. Campeggia sull’insegna di un ristorante, gestito – dicono le “blackshirts” – “da un ex brigatista rosso del posto”. Ma tant’è.
I “soldati politici” – come amano definirsi e come è stampato sulle magliette nere in vendita a 10 euro nello spazio del merchandising nostalgico – hanno sfidato (e sconfitto) i timori del prima. Coi No Global che avevano minacciato azioni di disturbo, e le forze dell’ordine che avevano blindato una fetta di campagna e la strada provinciale che va da Viterbo a Marta. “Colpa della sinistra persecutrice” dice Massimo Perrone, segretario forzanovista del Lazio. “La festa doveva svolgersi in un luogo pubblico e meno circoscritto. Ma ce lo hanno vietato. Continuano a dipingerci come degli animali feroci e pericolosi. In realtà, i veri violenti, quelli che sfondano le vetrine e distruggono le città, sono i “compagni””.
I giovani di estrema destra si sentono in qualche modo diversi da tutti; disprezzati da una società che loro quasi sempre disprezzano. Divorano libri che nessuno legge; cantano inni e canzoni fuori dal tempo; sembrano coltivare l’originalità a ogni costo, una forma di individualismo esasperato che però diventa legame “di sangue” quando si riconoscono come simili.
“Daje co’ sta storia che semo tutti sordati senza cervello, fanatici de strada. Fregnacce…”, stringe le spalle un ex missino ciociaro, che si fa chiamare “Cotica”, e basta. Sistema la branda nel capannone dove passerà la notte con un centinaio di camerati, dice che “qui si trova gente vera, che non ti tradisce, che non si gira dall’altra parte se stai nella merda”.
Forza Nuova è un pianeta della vasta galassia della destra radicale di oggi. Forse il più grande, forse il più dinamico; di certo il più visibile. Hanno un capo, il segretario nazionale Roberto Fiore, che per un niente non è diventato alleato della Casa delle Libertà alle ultime politiche. Era tutto pronto, ma Berlusconi alla fine ha preferito evitare: motivi di opportunità. Pensare che consiglieri e assessori forzanovisti sono presenti in molti comuni italiani. Molto tempo e molte cose sono cambiate da quando – era il 1997 – i due fascisti in esilio per reati ideologici, Roberto Fiore e Massimo Morsello, fondarono, a Londra, Forza Nuova.
Fascismo. Tradizionalismo cattolico. Lotta anti immigrazione. Aborto. Massoneria. Ripristino concordato Stato-Chiesa del 1929. Sono questi i cardini del partito, collegato alla Falange spagnola, agli Heideriani, all’Npd tedesco e al Front National di Le Pen. Ispirata alla Guardia di Ferro, movimento cattolico integralista, ultranazionalista ed antisemita romeno, Forza Nuova a mano a mano aumenta il suo peso; e anche la sua sete di egemonia su tutta l’estrema destra nazionale. La fortissima identità ideologica lo porta a fare a meno della contaminazione con altri gruppi che, anzi, subiscono spesso una emorragia dei propri militanti proprio a vantaggio del movimento di Fiore. La Fiamma Tricolore di Luca Romagnoli, Azione Sociale della Mussolini, Libertà d’Azione, il Fronte nazionale sociale di Adriano Tilgher. E poi gli altri cespugli del sottobosco “nero” sparsi in Italia. Gli aretini della “Torre di Gnicche”, i senesi di “Pollice Verso”, il Veneto Fronte Skin, i bresciani “Noi stessi”, i bergamaschi di “Altro stile”. Senza contare la vastissima, e sempre più crescente, mappa geopolitica del pianeta ultras. C’erano anche ultrà di Roma (“Boys”, “Tradizione e Distinzione”) e Lazio (“Irriducibili”, “Banda noantri”) tra i militanti che si sono sfidati a tiro alla fionda al raduno della destra extraparlamentare al Terminillo. La domenica in curva allo stadio Olimpico sfoggiano cappelli con il fascio littorio o lo stemma della divisione belga delle SS “Charlemagne”: Fanno proseliti dai microfoni delle radio romane, annunciano cortei, consigliano come sfuggire alla Daspo (la diffida a frequentare gli stadi), caldeggiano la lettura dei testi di Evola e Freda.
Paolo Caratossidis, un passato da ultrà del Padova, nel curriculum la celebre aggressione in diretta tv al presidente dei musulmani d’Italia Adel Smith, è coordinatore nazionale di Forza Nuova: “Ai nostri ragazzi insegniamo a combattere individualismi e prepotenze. Quelle politiche, quelle economiche, quelle sociali. Non dobbiamo salvaguardare nessuna categoria né interesse. Siamo liberi e difendiamo lo Stato”. I militanti scesi a Viterbo dal Veneto, un centinaio, a bordo di furgoncini, le bandiere col vecchio simbolo del movimento, una specie di svastica sghemba e rielaborata (per sfuggire al reato di apologia), lo salutano con la deferenza riservata al capo. Non c’è nessun movimento politico che si fonda sulla leardeship così come quelli della destra radicale. Dal più grande al più piccolo. Per non dire dell’iconografia, dei rimandi, dei nostalgismi, di tutto quell’arredo che a qualcuno ancora mette i brividi. Una scritta in elfico (“il nome del mio ex fidanzato”) e un altro tatuaggio celtico ingombrano i polsi di Elisa Gasparroni, 23 anni, di Ancona, una folta chioma color ruggine che un tempo, e in altri luoghi, si sarebbe definita punk, ma qui, nel prato del raduno forzanovista, richiama solo la vista su una delle poche donne presenti. “In politica la componente femminile è ancora bassina”, dice. “Io ho iniziato a 17 anni. Se odio qualcuno? Nessuno. Amo l’Italia, e basta”. “Boia chi molla”, le fa eco un camerata siciliano. È venuto in bermuda e felpa nera “per fare quadrato”. Che non si capisce bene che cosa voglia dire. Parlano di “emergenza abitativa” questi ragazzi con gli anfibi e i bomber militari, di “cristianità”, di “famiglia”, di “valori”, di “uomo virtuoso”, di “perfezione morale”. Non tutti, a dire la verità. Molti sembrano chiedere al Campo d’azione null’altro che un bella orgia di saluti romani, di “me ne frego”, di generiche, sinistre minacce di rivolta, di auspicati ritorni a quando “si stava meglio”.
Quando “non c’erano tutti sti immigrati e il Comune che gli dà subito la casa e intanto i nostri barboni sono sotto i ponti a morire” dice Luca, detto Caspio, da Rieti, un duro e puro dicono gli amici. Porta lunghe basette che affondano nell’acne dei suoi vent’anni; si agita sotto il palco nelle note un po’ truci dei Legittima Difesa e di Brigada 1238; rimarca l’appartenenza scandendo “Npd”! Npd!”, a tutta voce, in piedi su una sedia di plastica, e intanto Ugo Voigt, applauditissimo leader del Nationaldemokratische Partei Deutshland, il partito neonaziosta tedesco, invita i ragazzi di Verona a farsi una birra con lui. “L’Europa”, tuona, “sta sprofondando di fronte alla decadenza globale capitalista-terzomondista. Salviamola! Non permettiamo che i nuovi globalizzatori facciano scomparire le nostre identità”. Marco Gladi viene dalle Marche: “Il fascismo è finito con la morte di Mussolini, però ci ha tramandato l’innovazione, l’avanguardia”.
Gli stessi valori puoi trovarli, sospendendo il giudizio, nella mentalità dei ragazzi di Casa Pound, il più famoso centro sociale italiano di destra. Fascismo dello origini, quello “di sinistra”, movimentista e trasgressivo: è questa l’aria che si respira in via Napoleone III a Roma. Quartiere Esquilino, a due passi dalla Stazione Termini. La sede di Casa Pound (in memoria di Ezra Pound, il poeta modernista americano accusato di filofascismo e collaborazionismo con i nazisti) è un palazzo umbertino di sei piani con terrazza panoramica. Dal 2003 ci abitano una ventina di famiglie. Tutta gente che prima non aveva una casa. Il portavoce del centro sociale è Gianluca Iannone, ex Movimento Politico Occidentale (fondato dal militante neo fascista Maurizio Boccacci, oggi membro della segreteria della Fiamma Tricolore), un omone, bermuda militari e sneaker, che anche cantante del gruppo rock “cult” Zetazeroalfa. Due figli, voce roca alla Barry White, Iannone riceve nella sala riunioni al sesto piano dell’edificio (di proprietà del demanio). “Siamo l’ultima ambasciata d’Italia…”, esordisce. In un quartiere pieno di immigrati, soprattutto cinesi, Casa Pound, oltre che un esperimento, riuscito, di occupazione alternativa, vuole essere una specie di baluardo nazionalista.
“Prima vengono gli italiani, specie quelli bisognosi, poi gli stranieri” dice Iannone. E per gli italiani bisognosi Casa Pound qualcosa ha fatto. “Abbiamo iniziato con questo palazzo nel 2003. Poi sono seguite altre occupazioni. Al Torrino, a Boccea, ai Parioli (nel palazzo che Stefano Ricucci vendette a Sergio Billè finito nel centro di un’inchiesta giudiziaria sui “furbetti del quartierino”, ndr)”. Indymedia, il sito della sinistra estremista, parlò di “nera estate romana”. Nacque il coordinamento “Case d’Italia”. Furono coniate due sigle: Osa (Occupazioni a scopo abitativo) e Onc (occupazioni non conformi). “Alla base della nostra politica c’è il concetto di “mutuo sociale” (divenuta un proposta di legge presentata da Fiamma Tricolore, il partito di Luca Romagnoli in cui è confluita Casa Puond): costruire case dignitose per cui le famiglie diventino proprietari dell’immobile pagando un mutuo non superiore a un quinto delle loro entrate”, spiega Iannone. Chi abita a Casa Puond non paga un euro. Solo un obolo mensile per le spese dell’autogestione condominiale. “Io ci vivo con mia madre”, dice Manolo, 30 anni, prima di accompagnarci sul suo scooter alla libreria “La testa di ferro”, tra i testi più venduti Diario di uno squadrista toscano di Mario Piazzesi e Militia di Léon Degrelle, esposti accanto alla biografia del Che. Entrando a Casa Puond si attraversa un corridoio pieno di scritte colorate. Sono i nomi di tutti i padri, o vari riferimenti culturali del centro sociale. Si va da Platone a Lucio Battisti, da Céline a Capitan Harlock, da Enea a Mussolini, da Nietzsche a Tolkien passando per Giulio Cesare e Filippo Corridoni. La gente sorride se ti incontra per le scale. Anche le teste rasate sorridono. Alla finestra del primo piano, dove c’è la sala comune della palazzina, sventola un tricolore. Bottiglie (vuote) di birra e vino ordinate in un angolo. Il pianto di un neonato in braccio alla giovine madre sul divano sormontato dai murales con la scritta “Resta sveglio” (c’è sempre un militante di guardia, e una telecamera veglia sul portone d’ingresso, ogni tanto con i rivali “rossi” vola qualche scazzottata), “Marciare, non marcire”, “A chi l’Italia? A noi”.
Una cinquantina di militanti, come simbolo una tartaruga stilizzata- “è la casa in movimento” – a casa Pound non si parla solo di fascio e alloggi popolari; si fanno molte altre cose. Per esempi ascoltare il “daje camòn rock” degli Zetazeroalfa, rileggere il romanzo cult di Ray Bradbury Farenheit 451 (che dà il nome a questa comunità di “strani fascisti”, cani sciolti che prima si davano appuntamento al pub Cutty Sark, storico luogo di ritrovo della destra romana), parlare di boxe tailandese, sentirsi un po’ come lo street fighter Tyler Durden (il protagonista di Fight Club, scritto da Chuck Palaniuk e portato al cinema da David Fincher). Le “tartarughe tribali” sono genti di strada. Molti militanti vengono da certe borgate dove capita che i “fasci” siano più a sinistra della sinistra. Dice ancora Iannone: “Noi ce l’abbiamo coi poteri forti, con la sinistra al caviale che lascia la povera gente per strada e foraggia i centri sociali pieni di immigrati e spacciatori. Usiamo toni duri, le nostre regole sono laiche ma decise. Chi pensa che siamo degli stupidi picchiatori fascisti, dovrebbe venire a farsi un giro qui”.
Roma, insieme a Padova, è storicamente il laboratorio della destra radicale. Da qui si levano i segnali del vento che tira. E oggi nella capitale è tutto un riorganizzarsi di gruppi destrissimi, le cui attività e i cui militanti disegnano sulla mappa della città una serie di cerchi concentrici dai contorni non sempre facilmente definibili. Ai Parioli come a Primavalle, all’Eur come al Quarticciolo, il difficile quartiere dove è nato Paolo Di Canio, il più famoso “camerata” del pallone. A parte il pragmatismo socio-abitativo di Casa Pound, camminando dentro questi cerchi concentrici si ha l’impressione di attraversare un mondo che si aggrappa a una diversità praticamente impossibile e che lotta contro tutto e tutti: a volte anche contro sé stesso. I soldati politici, o “soldati fascisti”, come dice di sé Maurizio Boccacci, sono attratti dall’eroismo tragico, dal sacrificio inutile, dalla morte gloriosa e perdente dei cavalieri sconfitti, fossero i Sioux americani o i Kamikaze giapponesi. Si muovono “borderline”, tra mille contraddizioni, respingendo ogni volta la retorica “unionista” dei loro capi branco. Ogni anno li ritrovi lì, uniti, in apparenza, ma sempre divisi, agli appuntamenti fissi, a gridare che esistono e che mai si uniformeranno a niente. Due date: il 28 ottobre, commemorazione della marcia su Roma con visita alle tombe dei fascisti al Verano, e 25 aprile, festa della liberazione, sempre al verano per quello che loro considerano lutto nazionale. Il nemico più difficile da sconfiggere, oltre all’immagine oleografica che sempre li accompagna, e che li vuole neri, duri e cattivi, è il tempo che avanza. I loro detrattori dicono che diventeranno presto roba da modernariato. Loro rispondono che sono rimasti gli unici modernisti della politica degli ideali. E che sono anzi sempre di più. Poi salutano romanamente, e se vanno. Tornano nel loro nero mondo, che per quanto deformato e a volte ripugnante è sempre uno specchio che parla dei giovani e forse anche di noi. Se non altro perché, come diceva Seneca, “Nihil humanum mihi alienum puto”: niente di ciò che è umano mi è davvero estraneo.
tratto dall’inserto “Donne” di Repubblica, sabato 28 ottobre 2006.
p.s.: mancono i due inserti "galassia neofascista" e "chi si muove in Europa".


volevo scannerizzare le pagine e postarlo in versione integrale.
ma senza torturarvi prima non è divertente.
hobbit2 mi ha rovinato il gioco e non ve lo posto più.


ma berizzi non è lo stesso che scrisse della fantomatica riunione dei capi hooligans europei nella città natale di hitler?




lupo posta lupo posta lupo posta
grazie hobbit2


haider nn mi risulta abbia legami con fn da un bel po' di tempo.....
l'articolo per me è spazzatura se lo legge uno che nn sa!
le foto meglio!
VOTA ZETAZEROALFA