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Discussione: il che a destra?

  1. #51
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    "Cristo ha tradito l'ebraismo, ma, opinava Nietzsche in una pagina meravigliosa di previsioni, per meglio servire l'ebraismo rovesciando la tavole dei valori tradizionali della civiltà elleno-latina." Benito Mussolini, 4 giugno 1919
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    Citazione Originariamente Scritto da teschio rosso Visualizza Messaggio
    scusa ma chi sarebbero gli 'europei' contro cui il Che si schierò in Congo ?

    premetto che non conosco bene la storia del Congo ma non mi pare che gli 'europei' siano a casa loro laggiù.. se si tratta dei colonialisti allora non ci vedo niente di male, anche una certa anima del fascismo fu anticolonialista
    incollo un articolo che trovo illuminante proprio su questo tema:

    LA RIVOLTA DEI POPOLI GIOVANI
    Gabriele D’Annunzio e la “Lega dei Popoli Oppressi”



    di Adriano Scianca


    Chissà se nel 1919, scrivendo Das Recht der jungen Völker, Il diritto dei popoli giovani, Moeller Van Den Bruck sia stato ispirato anche dalle notizie che negli stessi anni giungevano da Fiume. Anche lì, nell’ultima polis greca (o, a seconda della prospettiva, nel primo avamposto del nuovo mito) c’era chi parlava di popoli in rivolta contro l’ordine dell’usura e del capitale uscito vincitore dalla prima guerra mondiale. Popoli giovani contro popoli vecchi, appunto. Per l’autore tedesco, la vecchiaia di un popolo è l’esaurimento della spinta creativa, l’esser sazi e appagati del proprio ruolo storico:“Segno di vecchiaia […] è il mortifero rifugiarsi nelle glorie di un tempo che fu”; giovinezza, al contrario, è il dimorare presso l’origine in modo sempre dinamico, costruttivo, originale. Ma, di fatto, “in sé, nessun popolo è giovane o vecchio”; piuttosto, “essere giovani è una decisione”. Giovane è chi prende in mano il proprio destino. Nulla di diverso da ciò che avveniva a Fiume, dove l’Italia nuova, l’Italia giovane reclamava il suo posto nella storia. Anche se ciò voleva dire farla finita con un’altra Italia, l’italietta servile, accomodante, vile e parolaia. Questa Italia decadente e senescente, del resto, non era altro che l’Italia “occidentale”, l’Italia che, tradendo se stessa, si imbellettava per essere ammessa nei salotti buoni della plutocrazia plasmandosi ad immagine e somiglianza della “terra del tramonto” contro cui D’Annunzio si scaglia con accenti quanto mai attuali: “Liberiamoci dall’occidente che non ci ama e non ci vuole. Volgiamo le spalle all’occidente che ogni giorno più si isterilisce e s’infetta e si disonora in ostinate ingiustizie e in ostinate servitù. Separiamoci dall’occidente degenere che, dimentico d’aver contenuto nel suo nome ‘lo splendore dello spirito senza tramonto’, è divenuto un’immensa banca giudea in sevizio della spietata plutocrazia transatlantica”. Da qui l’idea di una “Lega dei Popoli oppressi” - una sorta di Società delle Nazioni alternativa - che avrebbe dovuto guidare e coordinare la battaglia dei “popoli giovani” contro gli usurai globali. Anche in questo caso, del resto, le parole di fuoco del Vate non lasciavano spazio a dubbi di sorta: “E gli inermi saranno armati. E la forza sarà opposta alla forza. E la nuova crociata di tutte le nazioni povere o impoverite, la nuova crociata di tutti gli uomini poveri e liberi, contro le nazioni usurpatrici e accumulatrici di ogni ricchezza, contro le razze da preda e contro la casta degli usurai che sfruttarono ieri la guerra per sfruttare oggi la pace, la crociata novissima ristabilirà quella giustizia vera da un maniaco gelido crocefissa con quattordici chiodi spuntati e con un martello preso in prestito al cancelliere tedesco del ‘pezzo di carta’…Fiumani […] la vostra causa è la più grande e la più bella che sia oggi opposta alla demenza e alla viltà [del vecchio] mondo. Essa si inarca dall’Irlanda all’Egitto, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Romania all’India. Essa raccoglie le stirpi bianche e le stirpi di colore”. E altrove: “L’orizzonte della spiritualità di Fiume è vasto come la terra… abbraccia tutte le stirpi oppresse, tutte le credenze contrastate, tutte le aspirazioni soffocate, tutti i sacrifizii delusi. È l’orizzonte dell’anima libera e vindice. Come il vessillo rosso dei ribelli del Nilo porta la Mezzaluna e la Croce, esso comprende tutte le rivolte e tutti i riscatti della Cristianità e dell’Islam”. Del resto in quegli anni l’idea dell’Italia “nazione proletaria” - e quindi naturalmente portata a solidarizzare con tutti i popoli schiacciati dal giogo del colonialismo occidentale - era piuttosto diffusa in tutte le forze politiche: se il PSI riceveva delegazioni degli indù il lotta contro gli inglesi, L’Idea Nazionale, giornale dei nazionalisti, intervistava esponenti del nazionalismo egiziano. Ma anche i Fasci di combattimento, sul loro quotidiano, si dichiaravano già solidali con le rivendicazioni del nazionalismo arabo. Il 28 aprile 1919 su Il Popolo d’Italia si leggeva: “L’Inghilterra schiaccia a cannonate i tentativi di liberazione dei popoli soggetti al suo dominio e si ricorda del wilsonismo soltanto quando sono in gioco non gli interessi, ma i diritti dell’Italia… Noi rispondiamo: viva Malta! Viva l’Irlanda! L’Egitto agli egiziani!”. E Mussolini stesso: “L’Italia, anche per la sua posizione geografica […], potrebbe domani assolvere il compito di far saltare l’impero inglese asiatico-africano, tanto più che i fenomeni indigeni non mancano e la cronaca di questi giorni n’è piena… L’Irlanda è lontana, ma l’Egitto è a poche ore di navigazione. Vogliamo sperare che l’Italia vedrà totalmente consacrato il suo diritto. Caso contrario, la nostra politica di domani non potrà che essere orientata a stabilire un po’ di giustizia fra noi proletari e la più grassa e borghese nazione del mondo” (su tutto ciò ed anche sulle notizie riportate in seguito vedi Stefano Fabei, Il fascio, la svastica e la mezzaluna, Mursia, Milano 2002). Fu in tale contesto che nacque l’idea della “Lega dei Popoli Oppressi”, con la quale Fiume dannunziana si schierava a fianco delle “insurrezioni dello spirito” contro i “divoratori di carne umana”. Il 13 gennaio del 1920, Giovanni Giurati, capo Gabinetto di D’Annunzio, incontrava a Parigi Sa’âd Zaghlûl, esponente del nazionalismo egiziano. Il dirigente arabo si dimostrava, però, prudente e generico, seppur caloroso nel dimostrare affetto per il poeta e la sua avventura. Non mancavano, nel frattempo, appelli allo Sinn Fein irlandese e contatti con la stessa Unione Sovietica. Il 28 aprile 1920, veniva annunciata l’adesione alla lega di delegazioni egiziane, irlandesi, di paesi islamici e balcanici. Tuttavia, la mancanza di fondi ed un’incomprensione generale del pericolo americano (che invece a Fiume era posto con lungimiranza accanto a quello inglese) frenavano ogni iniziativa concreta del nuovo organismo. Il quale, curiosamente, proseguì la sua attività ancora per qualche anno per iniziativa autonoma di esponenti arabi contattati da Léon Kochnitzky, il poeta belga posto da D’Annunzio a capo della lega, tanto da organizzare un congresso a Genova tra il 10 e il 18 maggio 1922. Qualche anno dopo – quando la politica del neonato regime fascista si farà più prudente, almeno temporaneamente – saranno i fratelli Strasser, nell’ala sinistra dello NSDAP, a riprendere l’idea. E sempre nello stesso ambiente, anche uno Johann von Leers, ormai dopo la presa al potere di Hitler, esprimerà idee simili. Al ripiego reazionario di uno Spengler, agitatore dello spettro dei “popoli di colore” in armi contro la “razza bianca”, von Leers – esprimendo il punto di vista nazionalsocialista – risponderà che “ogni rafforzamento del Giappone, ogni rafforzamento della Cina, in genere ogni formarsi di una nuova potenza nel mondo extraeuropeo equivale all’indebolirsi delle grandi potenze dell’Europa occidentale, che hanno combattuto la Germania nella guerra mondiale (…). Per il fantasma degli ‘interessi comuni della razza bianca’ dobbiamo conservare e appoggiare ancora queste potenze nella loro egemonia mondiale? Dobbiamo noi, ‘in nome della razza bianca’, salvaguardare il dominio coloniale francese, grazie al quale la Francia trascina le sue truppe negre per il mantenimento di un predominio contro la Germania? (…) La ‘comunità della razza bianca’, l’’impero dei popoli bianchi’ preconizzato da Spengler non è niente altro che una reviviscenza del vecchio cosmopolitismo liberale, della borghesia mondiale dell’epoca liberale sotto le insegne della razza. Ciò non ha proprio nulla a che fare coi veri interessi del popolo tedesco” (citato in Il Gotteskampf di Johann von Leers, prefazione di Claudio Mutti a Johann von Leers, l’Inghilterra, avversario del continente europeo, Quaderni di Geopolitica, Edizioni all’insegna del Veltro). Come è andata a finire lo sappiamo: la tensione tra l’usura ed i popoli liberi è a lungo rimasta latente per poi scoppiare in un tremendissimo conflitto aperto. Ai tempi si parlò di guerra del sangue contro l’oro. E quest’ultimo, disgraziatamente ha avuto la meglio. È significativo che all’epoca molte avanguardie religiose – sicuramente induiste, musulmane e buddiste ma non, come è ovvio, ebraiche, protestanti e, seppur con significative eccezioni, cattoliche – si siano apertamente schierate dalla parte dell’Asse e contro i “divoratori di carne umana”. Anche questo vorrà pur dir qualcosa.


    Adriano Scianca

  2. #52
    Nazione e Popolo
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    Citazione Originariamente Scritto da teschio rosso Visualizza Messaggio
    scusa ma chi sarebbero gli 'europei' contro cui il Che si schierò in Congo ?

    premetto che non conosco bene la storia del Congo ma non mi pare che gli 'europei' siano a casa loro laggiù.. se si tratta dei colonialisti allora non ci vedo niente di male, anche una certa anima del fascismo fu anticolonialista
    In Congo i discendenti dei coloni belgi si trovarono stretti in una morsa tra il filoamericano Mobutu e Il rosso Mulele sostenuto da Cina ed URSS ed aiutato militarmente da un contingente cubano guidato dal Guevara. Le potenze europee diedero loro solo un tiepido sostegno, e nella guerra civile che seguì l'indipendenza della colonia belga gli europei, difesi solo da un manipolo di mercenari, che peraltro inflissero dure sconfitte all'"imbattibile" guerrigliero sudamericano dovettero subire orribili massacri ad opera dei rossi e videro la distruzione della civiltà europea e della fiorente economia del Congo. Non voglio tessere un elogio del colonialismo europeo che proprio in Congo scrisse una delle sue pagine più buie, ma solo ricordare il triste destino dei tanti europei d'Africa abbandonati a loro stessi e vittime della ferocia dei "popoli oppressi in marcia verso il socialismo" perchè "oppressori imperialisti", complice il tanto osannato Che Guevara.

  3. #53
    TORINO E' GRANATA
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    BOUGIA NEN autentico, cioè come per l'Esercito Piemontese, io NON ARRETRO MAI !!
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    bravo Gemini RICORDIAMO "L'EROE" ARGENTINO....

  4. #54
    DaBak
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    Citazione Originariamente Scritto da Marco-Torino Visualizza Messaggio
    hai ragione, devo andare a riprendere tutto.
    Mi sembra (adesso mi fai venire i dubbi!) che in degli scritti di gioventù (18 anni) scrisse che tra i suoi idoli c'erano vari personaggi, tra cui Mussolini.
    Non scrisse su di lui, ma lo elencò assieme ad altri.

    Stasera proverò a cercare dappertutto!


  5. #55
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    Citazione Originariamente Scritto da angus Visualizza Messaggio
    scusate se mi intrometto nel vostro forum...(oddio alla fine siamo tutti socialisti,c mq...). Ho saputo che alcuni movimenti di estrema destra hanno preso in passato il pensiero e l'azione di ernesto guevara come uno dei loro riferimenti politici. vorrei sapere se è vero ed in tal caso le motivazioni di questa decisione spparentemente strana. grazie
    Da una parte c'è il rispetto per il proletario e per il rivoluzionario, non lo vedrei male tra i miti da prendere in considarazione, anche se per i miei gusti è un personaggio un po' troppo inflazionato. Cmq prima di mettere simili eroi in mano ai nostri baldi giovani sarebbe meglio che qualcuno gli faccia dei distinguo ben precisi, altrimenti corriamo il serio rischio di trovare dei camerati che appoggiano la lotta dei cessi sociali, al punto di fare un fronte comune in Val di Susa contro la TAV...

    Meno male che poi si sono fermati....

    L'altra sera, ho preso il pargoletto che a 10 anni è già anticomunista, e ci siamo messi a guardare "Diaro della Motocicletta" alla fine del film mi ha detto che però il Che non gli sembrava un comunista, e così gli ho spiegato che il Che ha servito la causa comunista perchè mai nessuno gli ha spiegato cos'era veramente il FASCISMO altrimenti avrebbe servito il Peronismo e l'America Latina oggi sarebbe un posto favoloso dove io e lui potremmo vivere felicemente.

  6. #56
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    Citazione Originariamente Scritto da Gemini Visualizza Messaggio
    In Congo i discendenti dei coloni belgi si trovarono stretti in una morsa tra il filoamericano Mobutu e Il rosso Mulele sostenuto da Cina ed URSS ed aiutato militarmente da un contingente cubano guidato dal Guevara. Le potenze europee diedero loro solo un tiepido sostegno, e nella guerra civile che seguì l'indipendenza della colonia belga gli europei, difesi solo da un manipolo di mercenari, che peraltro inflissero dure sconfitte all'"imbattibile" guerrigliero sudamericano dovettero subire orribili massacri ad opera dei rossi e videro la distruzione della civiltà europea e della fiorente economia del Congo. Non voglio tessere un elogio del colonialismo europeo che proprio in Congo scrisse una delle sue pagine più buie, ma solo ricordare il triste destino dei tanti europei d'Africa abbandonati a loro stessi e vittime della ferocia dei "popoli oppressi in marcia verso il socialismo" perchè "oppressori imperialisti", complice il tanto osannato Che Guevara.
    Discorso molto antiimperialista il tuo...

    Volendo potrei postarti cosa fece baldovino in congo con gli indigeni, ma sono sicuro che per te sono solo dei negri di merda e quello che meritano è di essere schiacciati come merde.Esattamente quello che fanno gli americani a te e allora in questo caso ti stanno sul cazzo.
    Solo che la giustizia è tale solo se quello che ha valore per te vale anche per altri, era giusta ieri e lo è anche oggi e domani, altrimenti non è giustizia.

    Liberi popoli in liberi Stati...questo era il fascismo e se hai bisogno delle colonie non ti comporti da predone e da padrone ma da colono, esattamente come ha fatto il fascismo.

  7. #57
    TERPAVBOMB
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    Citazione Originariamente Scritto da ulfenor Visualizza Messaggio
    Ora non ricordo se era adinolfi che stimava il che o qualche altro personaggio del nostro ambiente.
    Sono estimatore di ernesto guevara de la serna....
    Oltre Adinolfi anche Massimo Fini

    da "IL RIBELLE"

    La prima volta che seppi di Guevara fu nel '56, o nel '52, non ricordo bene. A quell'epoca Guevara non era ancora un'icona della sinistra (il Sessantotto era di là da venire), tanto che il mio «incontro» con il «Che» avvenne sulle pagine di «Gente», il settimanale di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari. Scartabellando nella mazzetta dei giornali che mio padre, direttore del «Corriere Lombardo», portava ogni giorno a casa, trovai questo servizio fotografico sul rivoluzionario cubano. Mi ricordo in particolare un'immagine di Guevara a torso nudo, sdraiato mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu colpita dalla straordinaria bellezza dell'uomo. Nelle didascalie si raccontava di questo giovane medico argentino che, con altri ribelli, era sbarcato nella Cuba di Batista per combattere per la libertà di un Paese non suo. Il settimanale di Rusconi gli dimostrava una certa simpatia. Lo interpretava come un eroe romantico, un «cavaliere dell'ideale», in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora integrato, «globale», come oggi, e quello che avveniva nella lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori di casa nostra. Il Sessantotto cambiò radicalmente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a morire in Bolivia per un'altra causa non sua, abbandonando dopo pochi anni i comodi agi del potere appena conquistato (L'Avana era caduta nelle mani dei «castristi» il 2 gennaio del 1959), divenne il simbolo stesso della Rivoluzione, più di Lenin, più di Mao, più di Stalin. Ernesto Guevara, divenuto definitivamente «il Che», fu il mito della generazione che aveva vent'anni nel Sessantotto, almeno della sua componente libertaria. Perché piaceva tanto, perché piaceva più di tutti? Perché «il Che», con i suoi ideali, col suo agire totalmente disinteressato, nobilitava e mascherava alcune inconfessabili pulsioni della mia generazione: la voglia di violenza, la voglia di guerra. La nostra infatti era la prima generazione che non aveva fatto la guerra e che non l'aveva nemmeno vissuta. Era la prima generazione per la quale la guerra, a causa della bomba atomica, era diventata tabù, l'innominabile. Ma anche i giovani del Sessantotto, come sempre i giovani, avevano voglia di menar le mani. E rimpiangevano la guerra, anche se non osavano confessarlo nemmeno a se stessi. E «il Che» legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia, se non le armi almeno i bastoni, i cubetti di porfido, le molotov (parlo per la generazione, non per me, io abbandonai il Sessantotto dopo la sua prima fase libertaria, che durò tre mesi, quando vidi che si era presa l'abitudine di sprangare dieci contro uno chi la pensava diversamente, una forma di slealtà intollerabile che mi pareva non c'entrasse niente con la Rivoluzione, tantomeno con Guevara). Se «incontrava» nella sinistra extraparlamentare, Ernesto «Che» Guevara piaceva molto meno a quella ortodossa. I comunisti italiani gli rimproveravano una certa vaghezza e fumisteria ideologica (mi ricordo in proposito alcuni sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, che avesse abbandonato il potere. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere. Se si ha il potere, si ha il dovere di usarlo. Senza contare poi che Guevara, con quel passare da una rivoluzione all'altra (prima di Cuba ci aveva già provato nel 1953, giovanissimo, in Guatemala), sembrava incarnare un po' troppo da vicino quella «Rivoluzione permanente» teorizzata da Leone Trotzkij che allora era off limits per i comunisti che, nonostante il rapporto Kruscev del 1956, rimanevano profondamente, intimamente e inguaribilmente stalinisti. Dopo il Sessantotto il mito di Guevara conobbe una certa eclissi. I comunisti continuavano a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza, gli ex contestatori, invecchiati, inseritisi nell'un tempo odiato «sistema», divenuti manager, imprenditori, direttori di giornale, conduttori televisivi, passati spesso alla destra, lo avevano relegato fra le debolezze di gioventù, preferendo rimuovere quella loro imbarazzante infatuazione. Verso la fine degli anni Ottanta, in occasione del ventennale della morte, Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per essere più precisi, di quella che allora si chiamava la «nuova destra» o «destra radicale». Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra, in realtà, con il suo ardore per l'azione, è un dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della Rivoluzione. È stato l'ultima incarnazione del mito dell'eroe romantico. Oggi, assorbita anche la «nuova destra» dal potere, appecoronatasi definitivamente la sinistra ai dettami del «nuovo ordine mondiale» americano, alle leggi del mercato e della «libera intrapresa», Guevara resiste come prodotto puramente consumistico (i gadget, le magliette, i berretti, i tatuaggi), in virtù dell'enorme capacità del sistema produttivo di inglobare e far proprio anche ciò che gli è più antitetico risputandolo fuori come business. Cosa che sta agli antipodi dell'idealismo, un po' ingenuo, del «Che». Di recente è stato coinvolto in una polemica sgradevole fra gli scrittori latino-americani Vargas Llosa e Sepulveda, per gli atti di spietatezza cui anche Guevara fu costretto nella sua attività di guerrigliero. La rivoluzione, come la guerra, si sa, non è una festa da ballo. Chi rischia la vita sul campo, lealmente, ha diritto a una certa durezza. «Le idee in nome delle quali si versa il sangue, proprio e altrui – dice Trotzkij – sono, proprio per questo fatto, degli assoluti e non si può trattarle come verità relative che possono essere disinvoltamente confrontate con le altre». E lo stesso Trotzkij, uomo di moralità integerrima, rivoluzionaria e personale, dovette soffocare nel sangue la rivolta dei marinai di Kronstadt, anarchici che pur sentiva vicini. Non si possono giudicare gli atti di guerra o di guerriglia con l'ipocrita «buonismo» di chi sta seduto in poltrona in tempo di pace (ipocrita perché poi basta che le nostre vite vengano messe a rischio, anche solo ipotetico, che si diventa ben più feroci di Guevara e di Trotzkij, come si è visto dopo l'11 settembre). Comunque sia, per noi che fummo anarchici e libertari nella nostra giovinezza, e lo rimaniamo, «il Che» è un mito che non rinneghiamo. Perché, fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o, più probabilmente, nessuna, «il Che» resta un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dalla realpolitik, dalla forza del denaro, dalla perdita di ogni valore, giusto o sbagliato o illusorio che sia, di un uomo che non solo ha combattuto il Potere, ma lo ha intimamente e sinceramente disprezzato al punto di aver la forza di abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, un sogno. Incarna, in modo assoluto, la figura commovente, perché eternamente perdente, del Ribelle. «Hasta la vista, comandante Che Guevara».
    La prima volta che seppi di Guevara fu nel '56, o nel '52, non ricordo bene. A quell'epoca Guevara non era ancora un'icona della sinistra (il Sessantotto era di là da venire), tanto che il mio «incontro» con il «Che» avvenne sulle pagine di «Gente», il settimanale di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari. Scartabellando nella mazzetta dei giornali che mio padre, direttore del «Corriere Lombardo», portava ogni giorno a casa, trovai questo servizio fotografico sul rivoluzionario cubano. Mi ricordo in particolare un'immagine di Guevara a torso nudo, sdraiato mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu colpita dalla straordinaria bellezza dell'uomo. Nelle didascalie si raccontava di questo giovane medico argentino che, con altri ribelli, era sbarcato nella Cuba di Batista per combattere per la libertà di un Paese non suo. Il settimanale di Rusconi gli dimostrava una certa simpatia. Lo interpretava come un eroe romantico, un «cavaliere dell'ideale», in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora integrato, «globale», come oggi, e quello che avveniva nella lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori di casa nostra. Il Sessantotto cambiò radicalmente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a morire in Bolivia per un'altra causa non sua, abbandonando dopo pochi anni i comodi agi del potere appena conquistato (L'Avana era caduta nelle mani dei «castristi» il 2 gennaio del 1959), divenne il simbolo stesso della Rivoluzione, più di Lenin, più di Mao, più di Stalin. Ernesto Guevara, divenuto definitivamente «il Che», fu il mito della generazione che aveva vent'anni nel Sessantotto, almeno della sua componente libertaria. Perché piaceva tanto, perché piaceva più di tutti? Perché «il Che», con i suoi ideali, col suo agire totalmente disinteressato, nobilitava e mascherava alcune inconfessabili pulsioni della mia generazione: la voglia di violenza, la voglia di guerra. La nostra infatti era la prima generazione che non aveva fatto la guerra e che non l'aveva nemmeno vissuta. Era la prima generazione per la quale la guerra, a causa della bomba atomica, era diventata tabù, l'innominabile. Ma anche i giovani del Sessantotto, come sempre i giovani, avevano voglia di menar le mani. E rimpiangevano la guerra, anche se non osavano confessarlo nemmeno a se stessi. E «il Che» legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia, se non le armi almeno i bastoni, i cubetti di porfido, le molotov (parlo per la generazione, non per me, io abbandonai il Sessantotto dopo la sua prima fase libertaria, che durò tre mesi, quando vidi che si era presa l'abitudine di sprangare dieci contro uno chi la pensava diversamente, una forma di slealtà intollerabile che mi pareva non c'entrasse niente con la Rivoluzione, tantomeno con Guevara). Se «incontrava» nella sinistra extraparlamentare, Ernesto «Che» Guevara piaceva molto meno a quella ortodossa. I comunisti italiani gli rimproveravano una certa vaghezza e fumisteria ideologica (mi ricordo in proposito alcuni sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, che avesse abbandonato il potere. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere. Se si ha il potere, si ha il dovere di usarlo. Senza contare poi che Guevara, con quel passare da una rivoluzione all'altra (prima di Cuba ci aveva già provato nel 1953, giovanissimo, in Guatemala), sembrava incarnare un po' troppo da vicino quella «Rivoluzione permanente» teorizzata da Leone Trotzkij che allora era off limits per i comunisti che, nonostante il rapporto Kruscev del 1956, rimanevano profondamente, intimamente e inguaribilmente stalinisti. Dopo il Sessantotto il mito di Guevara conobbe una certa eclissi. I comunisti continuavano a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza, gli ex contestatori, invecchiati, inseritisi nell'un tempo odiato «sistema», divenuti manager, imprenditori, direttori di giornale, conduttori televisivi, passati spesso alla destra, lo avevano relegato fra le debolezze di gioventù, preferendo rimuovere quella loro imbarazzante infatuazione. Verso la fine degli anni Ottanta, in occasione del ventennale della morte, Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per essere più precisi, di quella che allora si chiamava la «nuova destra» o «destra radicale». Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra, in realtà, con il suo ardore per l'azione, è un dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della Rivoluzione. È stato l'ultima incarnazione del mito dell'eroe romantico. Oggi, assorbita anche la «nuova destra» dal potere, appecoronatasi definitivamente la sinistra ai dettami del «nuovo ordine mondiale» americano, alle leggi del mercato e della «libera intrapresa», Guevara resiste come prodotto puramente consumistico (i gadget, le magliette, i berretti, i tatuaggi), in virtù dell'enorme capacità del sistema produttivo di inglobare e far proprio anche ciò che gli è più antitetico risputandolo fuori come business. Cosa che sta agli antipodi dell'idealismo, un po' ingenuo, del «Che». Di recente è stato coinvolto in una polemica sgradevole fra gli scrittori latino-americani Vargas Llosa e Sepulveda, per gli atti di spietatezza cui anche Guevara fu costretto nella sua attività di guerrigliero. La rivoluzione, come la guerra, si sa, non è una festa da ballo. Chi rischia la vita sul campo, lealmente, ha diritto a una certa durezza. «Le idee in nome delle quali si versa il sangue, proprio e altrui – dice Trotzkij – sono, proprio per questo fatto, degli assoluti e non si può trattarle come verità relative che possono essere disinvoltamente confrontate con le altre». E lo stesso Trotzkij, uomo di moralità integerrima, rivoluzionaria e personale, dovette soffocare nel sangue la rivolta dei marinai di Kronstadt, anarchici che pur sentiva vicini. Non si possono giudicare gli atti di guerra o di guerriglia con l'ipocrita «buonismo» di chi sta seduto in poltrona in tempo di pace (ipocrita perché poi basta che le nostre vite vengano messe a rischio, anche solo ipotetico, che si diventa ben più feroci di Guevara e di Trotzkij, come si è visto dopo l'11 settembre). Comunque sia, per noi che fummo anarchici e libertari nella nostra giovinezza, e lo rimaniamo, «il Che» è un mito che non rinneghiamo. Perché, fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o, più probabilmente, nessuna, «il Che» resta un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dalla realpolitik, dalla forza del denaro, dalla perdita di ogni valore, giusto o sbagliato o illusorio che sia, di un uomo che non solo ha combattuto il Potere, ma lo ha intimamente e sinceramente disprezzato al punto di aver la forza di abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, un sogno. Incarna, in modo assoluto, la figura commovente, perché eternamente perdente, del Ribelle. «Hasta la vista, comandante Che Guevara».

  8. #58
    lorenzo V
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    Anche Il Valentina !

  9. #59
    TERPAVBOMB
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    Anche Il Valentina !
    no la Gardini

  10. #60
    ulfenor
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    Oltre Adinolfi anche Massimo Fini

    da "IL RIBELLE"

    La prima volta che seppi di Guevara fu nel '56, o nel '52, non ricordo bene. A quell'epoca Guevara non era ancora un'icona della sinistra (il Sessantotto era di là da venire), tanto che il mio «incontro» con il «Che» avvenne sulle pagine di «Gente», il settimanale di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari. Scartabellando nella mazzetta dei giornali che mio padre, direttore del «Corriere Lombardo», portava ogni giorno a casa, trovai questo servizio fotografico sul rivoluzionario cubano. Mi ricordo in particolare un'immagine di Guevara a torso nudo, sdraiato mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu colpita dalla straordinaria bellezza dell'uomo. Nelle didascalie si raccontava di questo giovane medico argentino che, con altri ribelli, era sbarcato nella Cuba di Batista per combattere per la libertà di un Paese non suo. Il settimanale di Rusconi gli dimostrava una certa simpatia. Lo interpretava come un eroe romantico, un «cavaliere dell'ideale», in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora integrato, «globale», come oggi, e quello che avveniva nella lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori di casa nostra. Il Sessantotto cambiò radicalmente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a morire in Bolivia per un'altra causa non sua, abbandonando dopo pochi anni i comodi agi del potere appena conquistato (L'Avana era caduta nelle mani dei «castristi» il 2 gennaio del 1959), divenne il simbolo stesso della Rivoluzione, più di Lenin, più di Mao, più di Stalin. Ernesto Guevara, divenuto definitivamente «il Che», fu il mito della generazione che aveva vent'anni nel Sessantotto, almeno della sua componente libertaria. Perché piaceva tanto, perché piaceva più di tutti? Perché «il Che», con i suoi ideali, col suo agire totalmente disinteressato, nobilitava e mascherava alcune inconfessabili pulsioni della mia generazione: la voglia di violenza, la voglia di guerra. La nostra infatti era la prima generazione che non aveva fatto la guerra e che non l'aveva nemmeno vissuta. Era la prima generazione per la quale la guerra, a causa della bomba atomica, era diventata tabù, l'innominabile. Ma anche i giovani del Sessantotto, come sempre i giovani, avevano voglia di menar le mani. E rimpiangevano la guerra, anche se non osavano confessarlo nemmeno a se stessi. E «il Che» legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia, se non le armi almeno i bastoni, i cubetti di porfido, le molotov (parlo per la generazione, non per me, io abbandonai il Sessantotto dopo la sua prima fase libertaria, che durò tre mesi, quando vidi che si era presa l'abitudine di sprangare dieci contro uno chi la pensava diversamente, una forma di slealtà intollerabile che mi pareva non c'entrasse niente con la Rivoluzione, tantomeno con Guevara). Se «incontrava» nella sinistra extraparlamentare, Ernesto «Che» Guevara piaceva molto meno a quella ortodossa. I comunisti italiani gli rimproveravano una certa vaghezza e fumisteria ideologica (mi ricordo in proposito alcuni sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, che avesse abbandonato il potere. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere. Se si ha il potere, si ha il dovere di usarlo. Senza contare poi che Guevara, con quel passare da una rivoluzione all'altra (prima di Cuba ci aveva già provato nel 1953, giovanissimo, in Guatemala), sembrava incarnare un po' troppo da vicino quella «Rivoluzione permanente» teorizzata da Leone Trotzkij che allora era off limits per i comunisti che, nonostante il rapporto Kruscev del 1956, rimanevano profondamente, intimamente e inguaribilmente stalinisti. Dopo il Sessantotto il mito di Guevara conobbe una certa eclissi. I comunisti continuavano a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza, gli ex contestatori, invecchiati, inseritisi nell'un tempo odiato «sistema», divenuti manager, imprenditori, direttori di giornale, conduttori televisivi, passati spesso alla destra, lo avevano relegato fra le debolezze di gioventù, preferendo rimuovere quella loro imbarazzante infatuazione. Verso la fine degli anni Ottanta, in occasione del ventennale della morte, Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per essere più precisi, di quella che allora si chiamava la «nuova destra» o «destra radicale». Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra, in realtà, con il suo ardore per l'azione, è un dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della Rivoluzione. È stato l'ultima incarnazione del mito dell'eroe romantico. Oggi, assorbita anche la «nuova destra» dal potere, appecoronatasi definitivamente la sinistra ai dettami del «nuovo ordine mondiale» americano, alle leggi del mercato e della «libera intrapresa», Guevara resiste come prodotto puramente consumistico (i gadget, le magliette, i berretti, i tatuaggi), in virtù dell'enorme capacità del sistema produttivo di inglobare e far proprio anche ciò che gli è più antitetico risputandolo fuori come business. Cosa che sta agli antipodi dell'idealismo, un po' ingenuo, del «Che». Di recente è stato coinvolto in una polemica sgradevole fra gli scrittori latino-americani Vargas Llosa e Sepulveda, per gli atti di spietatezza cui anche Guevara fu costretto nella sua attività di guerrigliero. La rivoluzione, come la guerra, si sa, non è una festa da ballo. Chi rischia la vita sul campo, lealmente, ha diritto a una certa durezza. «Le idee in nome delle quali si versa il sangue, proprio e altrui – dice Trotzkij – sono, proprio per questo fatto, degli assoluti e non si può trattarle come verità relative che possono essere disinvoltamente confrontate con le altre». E lo stesso Trotzkij, uomo di moralità integerrima, rivoluzionaria e personale, dovette soffocare nel sangue la rivolta dei marinai di Kronstadt, anarchici che pur sentiva vicini. Non si possono giudicare gli atti di guerra o di guerriglia con l'ipocrita «buonismo» di chi sta seduto in poltrona in tempo di pace (ipocrita perché poi basta che le nostre vite vengano messe a rischio, anche solo ipotetico, che si diventa ben più feroci di Guevara e di Trotzkij, come si è visto dopo l'11 settembre). Comunque sia, per noi che fummo anarchici e libertari nella nostra giovinezza, e lo rimaniamo, «il Che» è un mito che non rinneghiamo. Perché, fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o, più probabilmente, nessuna, «il Che» resta un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dalla realpolitik, dalla forza del denaro, dalla perdita di ogni valore, giusto o sbagliato o illusorio che sia, di un uomo che non solo ha combattuto il Potere, ma lo ha intimamente e sinceramente disprezzato al punto di aver la forza di abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, un sogno. Incarna, in modo assoluto, la figura commovente, perché eternamente perdente, del Ribelle. «Hasta la vista, comandante Che Guevara».
    La prima volta che seppi di Guevara fu nel '56, o nel '52, non ricordo bene. A quell'epoca Guevara non era ancora un'icona della sinistra (il Sessantotto era di là da venire), tanto che il mio «incontro» con il «Che» avvenne sulle pagine di «Gente», il settimanale di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari. Scartabellando nella mazzetta dei giornali che mio padre, direttore del «Corriere Lombardo», portava ogni giorno a casa, trovai questo servizio fotografico sul rivoluzionario cubano. Mi ricordo in particolare un'immagine di Guevara a torso nudo, sdraiato mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu colpita dalla straordinaria bellezza dell'uomo. Nelle didascalie si raccontava di questo giovane medico argentino che, con altri ribelli, era sbarcato nella Cuba di Batista per combattere per la libertà di un Paese non suo. Il settimanale di Rusconi gli dimostrava una certa simpatia. Lo interpretava come un eroe romantico, un «cavaliere dell'ideale», in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora integrato, «globale», come oggi, e quello che avveniva nella lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori di casa nostra. Il Sessantotto cambiò radicalmente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a morire in Bolivia per un'altra causa non sua, abbandonando dopo pochi anni i comodi agi del potere appena conquistato (L'Avana era caduta nelle mani dei «castristi» il 2 gennaio del 1959), divenne il simbolo stesso della Rivoluzione, più di Lenin, più di Mao, più di Stalin. Ernesto Guevara, divenuto definitivamente «il Che», fu il mito della generazione che aveva vent'anni nel Sessantotto, almeno della sua componente libertaria. Perché piaceva tanto, perché piaceva più di tutti? Perché «il Che», con i suoi ideali, col suo agire totalmente disinteressato, nobilitava e mascherava alcune inconfessabili pulsioni della mia generazione: la voglia di violenza, la voglia di guerra. La nostra infatti era la prima generazione che non aveva fatto la guerra e che non l'aveva nemmeno vissuta. Era la prima generazione per la quale la guerra, a causa della bomba atomica, era diventata tabù, l'innominabile. Ma anche i giovani del Sessantotto, come sempre i giovani, avevano voglia di menar le mani. E rimpiangevano la guerra, anche se non osavano confessarlo nemmeno a se stessi. E «il Che» legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia, se non le armi almeno i bastoni, i cubetti di porfido, le molotov (parlo per la generazione, non per me, io abbandonai il Sessantotto dopo la sua prima fase libertaria, che durò tre mesi, quando vidi che si era presa l'abitudine di sprangare dieci contro uno chi la pensava diversamente, una forma di slealtà intollerabile che mi pareva non c'entrasse niente con la Rivoluzione, tantomeno con Guevara). Se «incontrava» nella sinistra extraparlamentare, Ernesto «Che» Guevara piaceva molto meno a quella ortodossa. I comunisti italiani gli rimproveravano una certa vaghezza e fumisteria ideologica (mi ricordo in proposito alcuni sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, che avesse abbandonato il potere. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere. Se si ha il potere, si ha il dovere di usarlo. Senza contare poi che Guevara, con quel passare da una rivoluzione all'altra (prima di Cuba ci aveva già provato nel 1953, giovanissimo, in Guatemala), sembrava incarnare un po' troppo da vicino quella «Rivoluzione permanente» teorizzata da Leone Trotzkij che allora era off limits per i comunisti che, nonostante il rapporto Kruscev del 1956, rimanevano profondamente, intimamente e inguaribilmente stalinisti. Dopo il Sessantotto il mito di Guevara conobbe una certa eclissi. I comunisti continuavano a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza, gli ex contestatori, invecchiati, inseritisi nell'un tempo odiato «sistema», divenuti manager, imprenditori, direttori di giornale, conduttori televisivi, passati spesso alla destra, lo avevano relegato fra le debolezze di gioventù, preferendo rimuovere quella loro imbarazzante infatuazione. Verso la fine degli anni Ottanta, in occasione del ventennale della morte, Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per essere più precisi, di quella che allora si chiamava la «nuova destra» o «destra radicale». Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra, in realtà, con il suo ardore per l'azione, è un dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della Rivoluzione. È stato l'ultima incarnazione del mito dell'eroe romantico. Oggi, assorbita anche la «nuova destra» dal potere, appecoronatasi definitivamente la sinistra ai dettami del «nuovo ordine mondiale» americano, alle leggi del mercato e della «libera intrapresa», Guevara resiste come prodotto puramente consumistico (i gadget, le magliette, i berretti, i tatuaggi), in virtù dell'enorme capacità del sistema produttivo di inglobare e far proprio anche ciò che gli è più antitetico risputandolo fuori come business. Cosa che sta agli antipodi dell'idealismo, un po' ingenuo, del «Che». Di recente è stato coinvolto in una polemica sgradevole fra gli scrittori latino-americani Vargas Llosa e Sepulveda, per gli atti di spietatezza cui anche Guevara fu costretto nella sua attività di guerrigliero. La rivoluzione, come la guerra, si sa, non è una festa da ballo. Chi rischia la vita sul campo, lealmente, ha diritto a una certa durezza. «Le idee in nome delle quali si versa il sangue, proprio e altrui – dice Trotzkij – sono, proprio per questo fatto, degli assoluti e non si può trattarle come verità relative che possono essere disinvoltamente confrontate con le altre». E lo stesso Trotzkij, uomo di moralità integerrima, rivoluzionaria e personale, dovette soffocare nel sangue la rivolta dei marinai di Kronstadt, anarchici che pur sentiva vicini. Non si possono giudicare gli atti di guerra o di guerriglia con l'ipocrita «buonismo» di chi sta seduto in poltrona in tempo di pace (ipocrita perché poi basta che le nostre vite vengano messe a rischio, anche solo ipotetico, che si diventa ben più feroci di Guevara e di Trotzkij, come si è visto dopo l'11 settembre). Comunque sia, per noi che fummo anarchici e libertari nella nostra giovinezza, e lo rimaniamo, «il Che» è un mito che non rinneghiamo. Perché, fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o, più probabilmente, nessuna, «il Che» resta un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dalla realpolitik, dalla forza del denaro, dalla perdita di ogni valore, giusto o sbagliato o illusorio che sia, di un uomo che non solo ha combattuto il Potere, ma lo ha intimamente e sinceramente disprezzato al punto di aver la forza di abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, un sogno. Incarna, in modo assoluto, la figura commovente, perché eternamente perdente, del Ribelle. «Hasta la vista, comandante Che Guevara».
    Sapevo di adinolfi ma non di fini...

 

 
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