Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito La riserva dei rinnegati

    Draghi, quello capace e utile di cui ora il potere diffida

    Roma. “Sono Mario Draghi, risolvo problemi”. Impalpabile com’è, mai gli verrebbe in mente di presentarsi in questa foggia a uno dei grandi o piccoli del pianeta che ha l’obbligo di frequentare dacché la sua figura attraversa la scena della finanza mondiale.
    Tutti sanno però che Mario risolve problemi ed è la ragione per la quale, dovesse affondare il secondo governo di Romano Prodi, Giorgio Napolitano potrebbe chiedergli di formare un nuovo e più largo esecutivo di sistema.
    Ed è appunto l’ombra da gran riserva proiettata dall’alto della Banca d’Italia che fa del cinquantanovenne Draghi il rinnegato numero uno dai bazolian-prodiani vacillanti, spaventati da questo tecnico della provvidenza tanto elogiato un anno fa, quando si trattava di archiviare la stagione di Antonio Fazio.
    Lui non ci fa caso, e forse sa che il caso non esiste.
    Romano per sorte, anglosassone per carriera e italiano per convinzione, Draghi proviene da quella caratteristica cultura rinascimentale – sua moglie Serena discende dalla consorte di Francesco de’ Medici– avvezza a considerare la dea Fortuna come una donna da conquistare in silenzio.
    E’ capace di mettere in soggezione perfino i banchieri statunitensi che più diffidano della Little Italy. Quelli che fin dal 1984, quando Mario già dirigeva l’esecutivo della Banca mondiale, lo incrociavano nella hall del Watergate di Washington o al Four Season mentre sorseggiava muto un gin-tonic. Non necessariamente in compagnia, a volte accanto ad Alan Greenspan.
    Con la faccia liturgica di sempre, gli occhi scuri e svelti, assorti in una quiete che i suoi ammiratori definiscono “michelangiolesca”.
    In apparenza banale nelle sue scarpe nere e lucide sotto il vestito sempre blu, la camicia invariabilmente bianca come pretende siano le coscienze di coloro che lo circondano, Draghi veste la divisa laica del civil servant repubblicano fin da quando i suoi maestri (Federico Caffè e Franco Modigliani) lo spinsero giovanissimo a scalare in successione l’Università di Cambridge e il Mit di Boston.
    E lui che alpinista lo è anche fuori metafora ed è di casa con moglie e figli nella svizzera Gstaad – dove abitano solo gli gnomi delle favole e i finanzieri – di fatto ha scalato con acribia ogni vetta che gli sia stata indicata.
    A trentasei anni insegnava già Economia internazionale a Firenze.
    Poi, oltre alla Banca mondiale, ha diretto la rappresentanza europea della Goldman Sachs International e, come dicono gli uomini di mondo, lo ha fatto come un proconsole di rango.
    Non come certi ultimi arrivati di Goldman costretti fino a ieri a far squadra con gli ex governatori di qualche banca centrale del terzo mondo.

    Un Tesoro con i fiocchi
    In Italia, si sa, Draghi è stato per dieci anni, dal 1991 al 2001, direttore generale del Tesoro su iniziale designazione dell’allora ministro Guido Carli. Significa che mentre i governi gli transitavano uno via l’altro sotto il naso lui continuava a custodire il registratore delle casse nazionali e a scrivere le regole dei giochi finanziari.
    Ma nel curriculum c’è anche un’allure di manovratore al limite della spericolatezza che Mario s’è guadagnato nel giugno 1992, navigando per il Tirreno sul panfilo della regina Elisabetta (Britannia) in compagnia dei più influenti signori della City (c’era anche George Soros) impegnati in un vasto programma di privatizzazioni europee.
    Molto si è fantasticato su quell’incontro denso di foschia. Fatto sta che, nella prospettiva di rotta di quella crociera da motori immobili della finanza, Draghi ha guidato le prime dismissioni di Telecom, Eni, Enel, Finmeccanica e così via.
    Questa sua fama di demoplutocrate lo rende ancora oggi affascinante e un po’ sospetto per un ceto politico complottista, a torto o a ragione, com’è quello italiano. I seguaci del pensiero brevilineo temono il ragionare spietato che Draghi offre da anni, in forma bella, equidistante e poliglotta, alla destra e alla sinistra di governo.
    Lui non aspetta alcuna chiamata. Gli basta spiegare che il sistema della politica italiana si sta addormentando nello schema pigro di un conflitto che non consente riforme liberali, come scrive il suo amico Francesco Giavazzi.
    Un paio di settimane fa era a Londra con i dirigenti di Bankitalia. Non è dato sapere come abbia risposto alla domanda dei suoi amici della City riuniti intorno a un tavolo riservato del Mark’s Restaurant:
    “Allora, farete pure voi una grande coalizione?”.

    da il Foglio di oggi

    saluti

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Nessuno tocchi Caino

    Bassolino dice no all’esercito

    Roma. Il tabaccaio non doveva difendersi. La vetrina in frantumi per un proiettile intimidatorio, il pregiudicato e l’aiutante di sedici anni arrivati lì in scooter per svuotare la cassa, e una pistola puntata sulla testa del figlio. Il tabaccaio non doveva difendersi e invece aveva anche lui una pistola da ex poliziotto, l’ha usata, ha sparato e ucciso chi voleva rubare tutto, chi poteva
    ammazzare lui e il figlio. Ne ha ucciso uno, poi ha inseguito e ferito l’altro, il più giovane che scappava con in tasca i soldi della rapina precedente, pochi euro di una taralleria. Il tabaccaio è indagato, naturalmente, per omicidio volontario.
    E forse gli conviene rinchiudersi in carcere, perché i parenti e gli amici del morto lo vogliono far fuori. Hanno cercato di assaltare il negozio, assediano la casa.
    Non doveva difendersi, perché il venerdì sera è dei criminali, e i negozi di Crispano anche.
    E’ la realtà rovesciata in cui la difesa è un atto eccezionale, inaspettato e offensivo, da vendicare col sangue: le donne di Scampia si riuniscono in un feroce esercito femminile contro i poliziotti, il turista rapinato in un vicolo del centro, che da solo riesce ad acciuffare il ladro e riprendersi la roba, viene randellato dall’insurrezione dei napoletani presenti, perché all’ordine malavitoso non ci si ribella.
    E’ il posto dove gli spacciatori mettono le grate ai portoni dei palazzacci di Scampia, per non far passare i poliziotti, i piani alti sono disabitati perché non hanno vie di fuga e i criminali organizzano i posti di blocco con le perquisizioni.
    E’ anche il posto dove una donna eredita il traffico di droga del marito camorrista e dei figli già ammazzati, e viene ammazzata a sua volta in un negozio di scarpe, davanti a un’altra figlia.
    La normalità, allora, è un coltello in tasca, per gli ex fidanzati della propria donna, per chi ti guarda male, per chi ha qualcosa da dire, per chi potrebbe osare difendersi.
    Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa del Senato, vuole mandare a Napoli l’esercito, militari che impongano l’ordine, che presidino, scuotano e ribaltino lo stato delle cose. Antonio Bassolino, presidente della Campania, dice che è roba da stupidi. “Solo uno stupido può pensare che delitti come quello di Pozzuoli si possano evitare con l’esercito”.
    Bassolino ha in mente invece il patto per la sicurezza, da stringere con Rosa Russo Iervolino e il ministro Giuliano Amato il prossimo 9 novembre: più uomini e mezzi, videosorveglianza delle strade, illuminazione a giorno delle periferie. Anche “più cultura”.
    Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, non è invece per niente scandalizzato dall’idea dell’esercito. “Fronteggiare l’insicurezza, la paura”, deve essere la priorità, e Napoli fa paura, un tabaccaio rapinato e assediato dalla società civile ormai mescolata mostruosamente a quella criminale fa una paura pazzesca.

    I nuovi barbari
    Silvio Perrella, scrittore e critico letterario palermitano trapiantato a Napoli (ha appena pubblicato per Neri Pozza “Giù Napoli”) spiega che sono questi “i nuovi barbari: è il fenomeno tribale e in espansione in cui la comunità criminale si sente offesa dalla ribellione, si sente smarcata, perché è inconcepibile che dall’altra parte ci sia una risposta, visto che una risposta finora non c’è mai stata. Il tabaccaio è una risposta, e altre ne verranno, ma da Napoli stessa, non dall’esercito che non servirebbe a nulla: saranno risposte con spargimento di sangue, finché non si riuscirà a tradurre il sangue in movimento civile”. Perché i nuovi barbari non permettono che ci si ribelli al metodo criminale.
    Lo scrittore napoletano Raffaele La Capria dice al Foglio che succede spesso: la difesa del reato, il gruppo selvaggio che si scaglia contro l’ordine perché si sente esso stesso ordine, a Napoli è normale. “Prima la camorra era confinabile in una zona precisa, anche mentale, ora è dilagante, e quel che sconvolge è la reazione, l’adattamento della gente: i criminali sono più familiari, qualcosa di più apparentato e gestibile, qualcosa che non opprime perché non viene da fuori ma nasce dentro e quindi si conosce. La legge invece è ostile, l’ordine pubblico inaccettabile”.
    La Capria dice che “la situazione è spaventosa, il tabaccaio che non ha il diritto di difendersi, che deve temere il linciaggio è un romanzo, è roba terribile e non da barzelletta. Però c’è una storiella che un po’ spiega il mondo rovesciato, la percezione allucinata della realtà: quella dei rapinatori che salgono sull’autobus per rapinare i viaggiatori e il conducente, e ci sono due vecchiette sedute in fondo. Una dice all’altra: mi so’ presa una paura, mi credevo che era o’ controllore”.
    In un posto così, dice La Capria, “l’esercito non serve a nulla, è come curare un tumore con l’aspirina: per combattere il potere criminale bisogna conoscerlo, e conoscere Napoli significa comprendere che, per ragioni storiche, e non antropologiche come ha sostenuto Giorgio Bocca, questa città è un piccolo, circoscritto, problema insolubile dell’umanità”.
    Nove omicidi in otto giorni, e una realtà capovolta e spiazzante che Romano Prodi estende a “tutto il Mezzogiorno: è un problema generale, il discorso è complessivo”.
    Più cultura, non l’esercito, oppure più educazione dei giovani come chiede il neoarcivescovo, il cardinale Crescenzio Sepe. E mentre si scrive un altro morto ammazzato a Porta San Gennaro (Vincenzo Prestigiacomo, parente del boss Giuseppe Misso detto Peppe o’ nasone), e una donna ferita perché beveva un caffè lì vicino.
    “Quale cultura – dice al Foglio lo scrittore e giornalista Ruggero Guarini – quella di Bassolino? Distribuiamo gratis nei quartieri spagnoli i libri di Benedetto Croce? Non si è mai visto un regime totalitario rovesciato dalla cultura”.
    Il regime totalitario è quello criminale, talmente penetrato tra i cittadini, mescolati nelle strade gli uni accanto agli altri, che la distinzione è impossibile, e una rapina armata è semplicemente il normale svolgersi di un venerdì sera alle porte della città, un regolamento di conti fra camorristi è agenda quotidiana e la difesa è invece un atto solitario e spiazzante, assolutamente privo di solidarietà (se non individuale, nascosta, silenziosa e impaurita).
    “La morale non scritta ha deciso che è il bottegaio la feccia dell’umanità - dice Guarini – perché si tollerano la violenza e la rabbia degli insorti e si bolla come malvagia la reazione dell’ordine pubblico, oppure si lincia il povero che cerca di difendere da solo la propria vita e la propria roba”. E allora l’unico strumento culturale che resta “è l’esercito”.
    “Perché la vera iniquità è la tolleranza, da parte del ceto politico e giudiziario, della piccola criminalità: è la piccola criminalità che sfregia continuamente i poveri, che rende la vita impossibile, che corrompe la dignità di chi apre un negozietto, compra una casa in periferia, prova a dirsi da solo: ce l’ho fatta, posso stare tranquillo. E bisogna togliersi dalla testa l’idea della redenzione: i criminali vanno in carcere, se non ci sono vanno costruite. Perdonare è il massimo dell’ingiustizia, non certo della bontà”.
    E difendersi è il massimo della tracotanza, e dell’azzardo.

    il Foglio

    saluti

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Monti, quello che non chiede nulla e ….

    ….avrebbe potuto tutto

    Roma. Quando Mario Monti prende la parola si alza sempre qualcuno e dice: “Eccolo, si propone”. Esempi.
    Gennaio 2005, regnante Silvio Berlusconi, Monti scrive un fondo sul Corriere della Sera e allude a un patto tra il centrosinistra riformista e la Confindustria montezemoliana: “Una splendida occasione per un governo che si sentisse davvero liberale”.
    Il giorno dopo, non appagati dalla tirata antiCav., da sinistra gli danno dell’aspirante candidato premier al posto di Romano Prodi.
    Nel maggio del 2006, governante Prodi, i maldicenti (noi compresi, ahinoi) interpretano in senso autopromozionale un articolo di Monti che collega lo scandalo delle partite manipolate ai guai strutturali del calcio assistito dallo stato: “Vuole prendere il posto di Franco Carraro”.
    Ma l’aspetto che più inquieta di Monti è quella sua insistita convinzione che l’Italia, elettoralmente divisa a metà, farebbe bene ad allestire una grande coalizione riformista.
    Diversamente addio sogni di modernizzazione, come ha ripetuto in settembre alla Stampa di Torino:
    “Sono convinto che i problemi dell’Italia siano così profondi, così difficili da aggredire che forse non si riuscirebbe a risolverli neppure se per un certo tempo tutte le energie del paese fossero rivolte a ciò in modo concorde. Figurarsi, poi, se le energie sono in gran parte dissipate nell’aggredire non i problemi reali, ma gli avversari politici”. E i maldicenti: “Eccolo, Monti si ripropone”.
    Cercherebbe di legittimare la propria voglia di stanziarsi in un palcoscenico centrale della politica italiana. Ma è davvero tutto qui il programma del tecnocrate che in dieci anni (1994-2004) ha sorvegliato il mercato interno e la concorrenza europei con due mandati successivi, uno promosso da Berlusconi e l’altro da Massimo D’Alema, nella Commissione di Bruxelles?
    Evidentemente no.
    Si tratta di un’ombra che Monti, presidente della Bocconi e consulente di Goldman Sachs, condivide con gli altri editorialisti del Corsera. E’ la sfortuna, si fa per dire, d’essere un commis de l’Etat cui è impossibile esternare senza venir letto in modo palindromo.
    Si dimentica che Monti avrebbe potuto occupare il ministero dell’Economia liberato a forza da Giulio Tremonti nel luglio 2004, ma rifiutò e sopraggiunse Domenico Siniscalco.
    Si dimentica che avrebbe potuto avere il medesimo podio sul quale recita Tommaso Padoa-Schioppa.
    Si dimentica che l’uomo di establishment fa un punto d’onore del non chiedere nulla ai politici tenuti sotto imparziale giudizio. Aspetta semmai una chiamata, se proprio vogliano.
    Si trascura che Monti, discendente di un medico condotto imparentato con Raffaele Mattioli della Comit – perciò quasi un pronipote di Enrico Cuccia – è pagato per disegnare architetture istituzionali e controllare se gli edifici della politica e della finanza rispondono ai requisiti minimi di libertà, equità e concorrenza.
    E’ raro che un sorvegliante si metta a lavorare di calcestruzzo. Ma chissà.

    Per Prodi resta il temibile Mister Europe
    C’è una ragione solida se a sinistra ripetono che, tramontasse questo governo, bisognerà rivotare (Prodi, Fassino, D’Alema) e basta ciance sui tecnici alle larghe intese (Giovanni Bazoli).
    Il fatto è che Monti è rimasto il “Mister Europe” (Financial Times) che scuoteva pubblicamente la testa davanti alle topiche franco-tedesche dell’allora europresidente Prodi.
    E non ha smesso di pensare che un civil servant abbia il dovere d’intervenire quando la necessità delle cose lo impone, ma deve avere la libertà di non dipendere da un premier sotto ricatto sindacale.
    L’esatto contrario di quanto al momento sta facendo Padoa-Schioppa.
    Si aggiunga che per Monti, come per gli amici Francesco Giavazzi e Michele Salvati (tutti corrieristi come lo fu un tempo Tremonti), c’è un posto speciale nel cuore degli ulivisti assaliti dalla realtà come Francesco Rutelli.
    E poi non era, Monti, una risorsa bipartisan per la successione al vertice della Banca d’Italia?
    Non era un candidato del Cav. alla presidenza della Repubblica?
    Sì e sì.
    E vuoi che il gran consiglio prodiano, sapendolo sempre lì, bravo e attento ai vasti programmi, non lo rinneghi come un cattivo presentimento?

    Su il Foglio

    saluti

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Ciampi, quello che sofre per i....

    ....banchieri che sbagliano

    Roma. Fresco presidente emerito, invece d’immalinconire come alcuni predecessori nella nostalgia del settennato quirinalizio, Carlo Azeglio Ciampi ha preferito rimanere in cuor suo il governatore della Banca d’Italia che custodì la cassaforte nazionale dal 1979 al 1993.
    L’uomo che per quasi quattordici anni ha tacitamente sorvegliato sul Tesoro, prima di dirigerlo da ministro tecnico prodiano dal ’96 al ’99, con alle spalle già un anno di premierato (’93-’94).
    Lo si capisce per via della rete di relazioni che non ha mai dismesso da capo dello stato, e che adesso rinsalda da senatore a vita non presenzialista in commissione Finanze. E nei fine settimana familiari trascorsi nella sua casa sul Tirreno laziale leggendo i dossier dell’ufficio studi di Confindustria e i documenti di Bankitalia.
    Carte che gli fanno avere due amici cari come Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo, con i quali va sempre volentieri a colazione. Con loro, così come con l’ex assistente Antonio Puri Purini (ora ambasciatore a Berlino), Ciampi può confidare il proprio dispiacere di rinnegato.
    Criticato dal centrodestra con il quale ha avuto rapporti non sempre facili ma franchi, durante il quinquennio di governo berlusconiano; e rinnegato dal centrosinistra prodiano cui pure ha votato la fiducia a Palazzo Madama.
    Certi rammarichi nascono proprio al Senato, dove l’ex presidente ha subìto le polemiche dell’opposizione quando si è trattato di eleggere Franco Marini presidente dell’assemblea.
    Perché a un presidente emerito – pensava lui –non si dovrebbe rimproverare un voto spassionato, offerto come sempre in veste istituzionale e costruttiva, ma soprattutto non bisognava neppure chiederglielo.
    Anche di qui nasce la diffidenza reciproca tra lui e Romano Prodi. Uno stato d’animo acuito dalla compulsiva campagna d’elezione del suo successore al Quirinale, durante la quale si è per giorni insistito sull’eventualità inedita di un Ciampi bis.
    Né lui né la moglie Franca avevano intenzione di assecondare la voce della riconferma, peraltro bipartisan, implicita nella richiesta di seguire uno “schema Ciampi” nella scelta dei nomi.
    Tuttavia si sa che a risolvere bruscamente l’equivoco, prima del protagonista, sono stati Prodi e quei settori della sinistra (anche diessina) che avevano imputato a Ciampi una certa arrendevolezza nei confronti delle leggi concepite dal centrodestra. Sebbene tre di queste, compresa la Gasparri, fossero tornate indietro con il timbro “incostituzionale”.

    La sofferenza per i rovesci di Padoa-Schioppa
    La vicenda infelice del Ciampi bis è stata percepita come un primo rinnegamento. Ma è cosa vecchia e periferica rispetto a quanto accaduto nel mese scorso, quando Ciampi si è lasciato intervistare su Repubblica e ha espresso un concetto preciso:
    “Manca la missione. Questo è il vero problema dell’Italia di oggi. Non si vede un grande obiettivo, generale e condiviso, che il paese possa comprendere e che dia un senso a tutto ciò che si sta facendo”.
    Parole da ex presidente, diffuse in omaggio alla visione patriottica, religiosamente laica e quasi sentimentale, caratteristica di un tecnocrate azionista come sarà fino alla fine Ciampi.
    Nulla di particolarmente originale, e non è un demerito, se paragonato alle esternazioni ciampiane degli anni scorsi, intonate in chiave antideclinista e solidale.
    Invece Prodi se l’è presa e un paio di settimane dopo, mentre la maggioranza veniva battuta al Senato sul decreto legge che riguarda gli sfratti, ha risposto non elegantemente: “Mi si dice che manca la missione, ma la missione di svegliare questo paese non è più grande del farlo entrare nell’area dell’euro? O di non essere l’ultimo paese in Europa?”.
    A quel punto il rinnegato Ciampi ha preferito tacere. Se voterà o meno la Finanziaria, non si sa.
    Di certo l’ha studiata accigliandosi per la mancanza di visione e per la debolezza che mostra nei confronti della sinistra comunista. Nessuno poi oserà negare che Ciampi ieri abbia davvero sofferto, leggendo sul Financial Times la retrocessione dell’amico e commensale Tommaso Padoa-Schioppa in coda alla classifica dei ministri del Tesoro europei.

    Su il Foglio di oggi

    Se è vera la notizia che Ciampi lascia il Senato a favore di un “aspirante” dipietrino pare che non se la sia poi presa proprio tanto male.
    E su TPS, probabilmente, sente la sferzata sulla pelle del ministro bruciare anche sulla sua.
    Infine: qual’era la “missione” del ministro Ciampi, del premier Ciampi, del Presidente Ciampi?

    saluti

 

 

Discussioni Simili

  1. Rinnegati
    Di amospiazzi nel forum Destra Radicale
    Risposte: 47
    Ultimo Messaggio: 17-02-06, 23:33
  2. Rinnegati
    Di Wallace_60 nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 15-07-05, 21:28
  3. RINNEGATI d'EUROPA
    Di Gundam nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 31-12-02, 02:25
  4. RINNEGATI d'EUROPA
    Di Gundam nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 30-12-02, 15:58
  5. An e AG traditori e rinnegati
    Di C.Z.Codreanu nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 14-10-02, 21:45

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito