Draghi, quello capace e utile di cui ora il potere diffida
Roma. “Sono Mario Draghi, risolvo problemi”. Impalpabile com’è, mai gli verrebbe in mente di presentarsi in questa foggia a uno dei grandi o piccoli del pianeta che ha l’obbligo di frequentare dacché la sua figura attraversa la scena della finanza mondiale.
Tutti sanno però che Mario risolve problemi ed è la ragione per la quale, dovesse affondare il secondo governo di Romano Prodi, Giorgio Napolitano potrebbe chiedergli di formare un nuovo e più largo esecutivo di sistema.
Ed è appunto l’ombra da gran riserva proiettata dall’alto della Banca d’Italia che fa del cinquantanovenne Draghi il rinnegato numero uno dai bazolian-prodiani vacillanti, spaventati da questo tecnico della provvidenza tanto elogiato un anno fa, quando si trattava di archiviare la stagione di Antonio Fazio.
Lui non ci fa caso, e forse sa che il caso non esiste.
Romano per sorte, anglosassone per carriera e italiano per convinzione, Draghi proviene da quella caratteristica cultura rinascimentale – sua moglie Serena discende dalla consorte di Francesco de’ Medici– avvezza a considerare la dea Fortuna come una donna da conquistare in silenzio.
E’ capace di mettere in soggezione perfino i banchieri statunitensi che più diffidano della Little Italy. Quelli che fin dal 1984, quando Mario già dirigeva l’esecutivo della Banca mondiale, lo incrociavano nella hall del Watergate di Washington o al Four Season mentre sorseggiava muto un gin-tonic. Non necessariamente in compagnia, a volte accanto ad Alan Greenspan.
Con la faccia liturgica di sempre, gli occhi scuri e svelti, assorti in una quiete che i suoi ammiratori definiscono “michelangiolesca”.
In apparenza banale nelle sue scarpe nere e lucide sotto il vestito sempre blu, la camicia invariabilmente bianca come pretende siano le coscienze di coloro che lo circondano, Draghi veste la divisa laica del civil servant repubblicano fin da quando i suoi maestri (Federico Caffè e Franco Modigliani) lo spinsero giovanissimo a scalare in successione l’Università di Cambridge e il Mit di Boston.
E lui che alpinista lo è anche fuori metafora ed è di casa con moglie e figli nella svizzera Gstaad – dove abitano solo gli gnomi delle favole e i finanzieri – di fatto ha scalato con acribia ogni vetta che gli sia stata indicata.
A trentasei anni insegnava già Economia internazionale a Firenze.
Poi, oltre alla Banca mondiale, ha diretto la rappresentanza europea della Goldman Sachs International e, come dicono gli uomini di mondo, lo ha fatto come un proconsole di rango.
Non come certi ultimi arrivati di Goldman costretti fino a ieri a far squadra con gli ex governatori di qualche banca centrale del terzo mondo.
Un Tesoro con i fiocchi
In Italia, si sa, Draghi è stato per dieci anni, dal 1991 al 2001, direttore generale del Tesoro su iniziale designazione dell’allora ministro Guido Carli. Significa che mentre i governi gli transitavano uno via l’altro sotto il naso lui continuava a custodire il registratore delle casse nazionali e a scrivere le regole dei giochi finanziari.
Ma nel curriculum c’è anche un’allure di manovratore al limite della spericolatezza che Mario s’è guadagnato nel giugno 1992, navigando per il Tirreno sul panfilo della regina Elisabetta (Britannia) in compagnia dei più influenti signori della City (c’era anche George Soros) impegnati in un vasto programma di privatizzazioni europee.
Molto si è fantasticato su quell’incontro denso di foschia. Fatto sta che, nella prospettiva di rotta di quella crociera da motori immobili della finanza, Draghi ha guidato le prime dismissioni di Telecom, Eni, Enel, Finmeccanica e così via.
Questa sua fama di demoplutocrate lo rende ancora oggi affascinante e un po’ sospetto per un ceto politico complottista, a torto o a ragione, com’è quello italiano. I seguaci del pensiero brevilineo temono il ragionare spietato che Draghi offre da anni, in forma bella, equidistante e poliglotta, alla destra e alla sinistra di governo.
Lui non aspetta alcuna chiamata. Gli basta spiegare che il sistema della politica italiana si sta addormentando nello schema pigro di un conflitto che non consente riforme liberali, come scrive il suo amico Francesco Giavazzi.
Un paio di settimane fa era a Londra con i dirigenti di Bankitalia. Non è dato sapere come abbia risposto alla domanda dei suoi amici della City riuniti intorno a un tavolo riservato del Mark’s Restaurant:
“Allora, farete pure voi una grande coalizione?”.
da il Foglio di oggi
saluti




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