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FdV77
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Lega, sfida Maroni-Calderoli. "Ma il partito ormai è finito"
Giovedí 02.11.2006 11:00
Disillusione, amarezza e frustrazione. Ovvero la consapevolezza di essere ormai al capolinea, a un punto di non ritorno, alla fine di un grande sogno durato più di vent'anni. Sono i sentimenti che si respirano in Via Bellerio, quartier generale della Lega Nord. Il movimento ha perso da tempo mordente e guadagna le prime pagine dei giornali soltanto con le infelici battute di Calderoli ("Napoli è come la fogna", è stata l'ultima in ordine di tempo).
Il problema del Carroccio fondamentalmente è uno solo: Umberto Bossi non è più quello di prima. Ha certamente superato i momenti più difficili dopo la terribile malattia che lo colpì l'11 marzo 2004, ma non è più in grado di guidare un partito fatto su misura per lui. Creato e gestito dallo stesso Senatùr. Sono lontani i tempi in cui arringava per ore le folle di leghisti sul prato verde di Pontida o nella Venezia culla della Padania, ora si limita a sparute comparsate come quella di Vicenza, in cui viene trattato come un simpatico nonnetto da Berlusconi e Fini. Tante pacche sulle spalle, qualche battuta ("ci sono tante donne perché ce l'abbiamo ancora duro") e poco altro.
Il nodo però è tutto politico. Dopo il fallimento del referendum sulla devolution di giugno e la sconfitta elettorale, il Carroccio è uscito con le ossa rotte. Diviso, anzi lacerato al suo interno, e incapace di rilanciarsi sulla scena politica. Con l'Umberto di un tempo certamente avrebbe potuto essere nuovamente l'ago della bilancia, far pesare i suoi pur risicati numeri, giocare d'astuzia con quell'intelligenza politica che ha sempre contraddistinto il Senatùr e che da tutti gli è stata riconosciuta. E invece nulla. La Lega è rimasta fedele a Berlusconi, in un abbraccio mortale. Fino a quando il Cavaliere l'ha scaricata lanciando la Grande Coalizione e ignorando le invettive padane.
E così sono riemerse fortemente le vecchie contrapposizioni tra le due anime del movimento. Roberto contro Roberto, ovvero Calderoli contro Maroni. Il primo che ancora crede nella Casa delle Libertà e che faticosamente tenta di rilanciare il rapporto con Forza Italia e Alleanza Nazionale. Il secondo che ha definto senza mezzi termini "morta" la CdL e che ha non ha avuto problemi a mettere in discussione la leadership del Centrodestra di Berlusconi. Da sempre Maroni è il capofila della parte leghista che predica una maggiore autonomia, il ritorno alla vecchia lotta solitaria stile anni novanta. E che sarebbe anche pronto a votare la Finanziaria di Prodi in cambio del federalismo. Non solo. L'ex ministro del Welfare tentò nei mesi scorsi di intavolare un dialogo con i Ds (Chiti e Violante) proprio sul tema delle riforme istituzionali. Operazione poi bloccata dallo stesso Bossi, probabilmente su input del Cavaliere. Da qui una certa irritazione di Bobo da Varese anche nei confronti degli atteggiamenti del capo supremo. D'altronde, come dimenticare il '94, quando Maroni subito dopo il ribaltone fu a un passo dall'addio al movimento.
Ma la contrapposizione tra i due colonnelli leghisti è soltanto una faccia della medaglia. L'altra, quella più desolante, si scopre parlando con i parlamenti del Carroccio. I quali, a microfono spento, si lasciano andare. "Ormai non c'è più nulla da fare, tutti i partiti sono e saranno sempre centralisti. Siamo rimasti soli, non ci sono più speranze. Niente di niente, è tutto finito", sottolinea un senatore del Carroccio. "Berlusconi e Prodi non sono poi tanto diversi. Il Cavaliere pensa alla Grande Coalizione, altro che federalismo", confessa sconsolato un onorevole. E anche parlare di successione all'interno del Carroccio è inutile. Bossi è sempre stato la Lega. Punto e basta. Nessuno ha il carisma per sostituirlo, senza il Senatùr i veneti andrebbero per conto loro e nei lombardi inizierebbe una lotta intestina tra bergamaschi e varesotti.
Qualche nome è stato fatto, ovviamente. Rosy Mauro, consigliere regionale al Pirellone e 'tutrice' di Bossi nella malattia, è l'ultimo in ordine di tempo. Ma, sarà anche per le sue origini meridionali, la pasionaria ruspante non viene nemmeno presa in considerazione. Roberto Castelli, uomo preciso e puntiglioso, svolge il suo ruolo di capogruppo al Senato, ma si è volutamente autoescluso dalla corsa alla leadership. Rimane ovviamente il delfino della prima ora, quel Giancarlo Giorgetti rimasto lontano dal Parlamento per mesi a causa di una frattura al bacino. L'ex presidente della Commissione Bilancio della Camera è certamente l'uomo più stimato, anche dal Centrosinistra. Serio e lungimirante, ma odia scendere in campo in prima persona e non parla mai con i giornalisti. Insomma, un'ipotesi impraticabile.
C'è poi Marco Reguzzoni, giovane presidente della provincia di Varese, battagliero e astuto, ma anche lui senza quel carisma necessario per guidare il partito. In Veneto ci sono figure di spicco, come il vicepresidente della Regione Veneto Luca Zaia e la numero uno della provincia di Vicenza Manuela Dal Lago. Ma i lombardi mai accetteranno un capo non lombardo. E infine la proposta forse più suggestiva: il figlio dello stesso Bossi. Che però ha solo poco più di 18 anni e quindi ha ancora molti anni di gavetta davanti a sé. "Sarebbe una bella cosa", confessa un parlamentare padano. Che però poi si lascia andare sconsolato: "Peccato che ci vorranno almeno quindici anni... e non credo proprio che nel 2021 la Lega esisterà ancora".