Roma. Fosse vero, come cantava Sergio Endrigo, che “per fare tutto ci vuole un fiore”, Francesco Rutelli – florealmente addobbato con una Margherita – starebbe a posto.
Un fiore non basta né per fare tutto né per fare un partito, manco uno democratico e di bocca buona. Né basta un albero, sennò pure Fassino con la Quercia sarebbe sistemato. Né bastano due alberi, sennò si aggiungeva l’Ulivo e la faccenda era conclusa.
Che poi, bastasse un fiore, c’è pure la Rosa – Internazionale socialista e possibile Interflora – solo si fosse voluta associare la Margherita, vezzosamente piantata nel praticello liberale e intenzionata a non muoversi da lì. Insomma, un fiore ci sta bene, ma col cavolo che per fare tutto ti basta un fiore.
Se nella canzoncina con un fiore risolvevi tutto, ci facevi persino il tavolo o se volevi la terra, per mettere in piedi questo benedetto Partito democratico non pare bastevole tutta la flora della penisola.
La riprova, sui giornali di ieri.
Se uno apriva l’Unità a pagina nove, dove si davano ai compagni notizie sui progressi del costituente partito prodiano: una rapida occhiata per capire immediatamente che bisognerà ancora per un bel po’ farsi forza e coraggio.
Titolo grande: “Partito democratico. Si accelera su scuola e rivista”.
Caspita, che vertigine.
Sotto, altro particolare incoraggiante: “Anche Andrea Ranieri scriverà il manifesto”, inteso come atteso documento fondante.
Cribbio, come avrebbero detto altri.
A lato, i progressi del Partito democratico in quel di Bologna: “Ha già una sede. E avrà un sito”.
Accidenti, uno scatenamento.
Va a finire che poi a qualcuno viene la tentazione di dar retta a quello che, nella parte inferiore della pagina, dice Gavino Angius:
“Da Orvieto non è partito nulla”.
E magari il Partito democratico ancora meno.
Dunque, c’è una rivista, c’è il sito bolognese e c’è la scuola nazionale.
Ci fosse pure il partito, sarebbe meraviglioso. Ma per ora se ne fa un gran parlare, se ne fa un gran litigare, se ne fa un gran rinfacciare, ma ancora non se ne fa nulla.
E appunto, non che non se ne senta il bisogno.
A parte Prodi, che se non gli fanno il Partito democratico non ha pace e non dà pace, sono in corso nella società italiana fenomeni che spingono al fatale esito.
In tale interregno gramscianamente inquietante, già si moltiplicano gli allarmi.
Come quello, sempre sull’Unità, di un lettore:
“Attenzione, la destra vuole impossessarsi anche del rock’n’roll” – facendo ritrovare la sinistra democratica tutta in compagnia dei Pooh.

Le ultime decisioni prese chissà se aiutano.
Gad Lerner nel comitato editoriale della rivista è certo un appropriato sostegno, il conforto di “una cabina di regia permanente” è un passo decisivo, l’auspicato avvio di “Orvieto 2” (già finito quello uno?) è un buon segno, affollata ma non meno democratica la “squadra dei nove” che deve
scrivere il “manifesto”. Ma il democratico notabilato che sta prendendo piede intorno al fantasma del Partito democratico rischia di produrre molte analisi cartacee, molte costituenti, infiniti convegni, epopee gazebiane, ma un partito chissà.
E infatti non a caso a via Nazionale – essendo al momento piuttosto inabissata la Margherita – Piero Fassino va ripetendo a chi incontra che “la cosa che può uccidere il Partito democratico è l’indifferenza”, parente strettissima della noia che si sente salire, in compagnia, si spiega, di “questo
marasma della soggettività nuova” che la retorica costituente richiede.
Al vertice diessino, per la verità, non sono entusiasti delle famose tre relazioni di Orvieto.
Quella molto “togliattiana” di Roberto Gualtieri (“Di Togliatti noi continuiamo a pensare un gran bene - ironizza un dirigente dei Ds – ma portarlo nel Partito democratico ci pare un po’ esagerato”), quella di Pietro Scoppola (“Mica possiamo presentare il nuovo partito essenzialmente come un incontro tra ex comunisti ed ex democristiani”), per tacere di Salvatore Vassallo, l’urlo di Prodi che ha raggelato gli alleati, quello di “una testa, un voto”, massima summa del gazebismo dilagante.
E siccome qualcosa si è mosso comunque, a volte gli effetti sono comici.
Come quando Gregorio Gitti, ultrà del Partito democratico da fare in fretta e in furia, ha fatto chiamare dal suo addetto stampa a via Nazionale: “Abbiamo preso un accordo con Primopiano per un faccia a faccia tra il dottor Gitti e l’onorevole Fassino…”.
Proposta accolta a metà tra la risata e lo sconcerto.
“Ecco un problema da risolvere in fretta per il bene del Partito democratico –ironizza un esponente della segreteria Ds – Da un lato dobbiamo distruggere l’indifferenza intorno al progetto, ma dall’altro anche una certa mancanza di senso della realtà e di senso dell’umorismo”.

Il Foglio

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