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    Predefinito Il "candidato" con Di Pietro

    Luigi De Magistris fu nominato magistrato di tribunale l'8 luglio 1996. Giunse a Catanzaro quell'anno stesso, ventinovenne, e si presentò ai colleghi incitando sin da subito alla «moralizzazione della cosa pubblica». Quest'ultima espressione comparirà nell'ordine d'arresto della sua prima inchiesta importante, la 1471/96.

    La clinica degli orrori
    Così ribattezzarono un'indagine grazie alla quale ventuno incensurati di una clinica privata, Villa Nuccia, finirono in galera con le accuse più turpi: violenza contro un centinaio di malati mentali, omicidio dei medesimi, favoreggiamento di latitanti, falsi certificati per esonerare dei figli di mafiosi dal militare, cose del genere.
    De Magistris mostrò già allora una certa disinvoltura nel contestare il peggio: sequestro di persona, omicidio, falso, maltrattamenti, associazione per delinquere finalizzata alla corruzione.
    Il clamore mediatico fu enorme, e la stampa prese finalmente conoscenza del personaggio: La vita in diretta (Raidue) si soffermò sul caso per settimane. T
    utto era fondato sulle confidenze rese a De Magistris da Mario Ammirato, un ex infermiere; oltre alle sue parole, il nulla.
    Le richieste d'arresto iniziavano così: «Nell’ambito dell’attività di indagine rivolta alla moralizzazione della cosa pubblica...».
    Era partita la lunga rincorsa di Luigi De Magistris verso fantomatiche lobby di potere da perseguire a tutti i costi.

    Tra gli arrestati principali c'era il primario Antonino Bonura, già medico militare pluridecorato con alle spalle diverse missioni all'estero: peraltro era medico legale nella stessa Procura che l'aveva arrestato, e dopo la carcerazione gli venne un infarto.
    De Magistris, a un anno dal primo arresto, lo incarcerò una seconda volta: fu l'unico errore di cui il magistrato ebbe a scusarsi pubblicamente.
    È di allora anche un primo tentativo di coinvolgere in qualche modo Giuseppe Chiaravalloti, ai tempi avvocato generale presso la Corte d'Appello e futuro presidente della Regione: il pm lo tirò in ballo sul presupposto che in clinica avesse abbracciato Antonino Bonura.

    De Magistris chiese i rinvii a giudizio del caso ma l’udienza preliminare sfociò in una sentenza di non luogo a procedere per tutti: Vittoria Palazzo, Corrado Decimo, Vincenzo Lombardi, Achille Tomaino, Massimo Aria, Giuseppe Giannini, Francesco Trapasso, Alfonso Colosimo, Salvatore Moschella e Giovanni Ferragina. Prosciolti.
    De Magistris impugnò la sentenza, ma il 22 gennaio 1999 la Corte d’Appello di Catanzaro confermò i proscioglimenti in toto.
    La vicenda, complicatissima, si inerpicherà in un totale di undici processi in dieci anni, e alla fine saranno assolti tutti gli imputati tranne uno:
    Mario Ammirato, proprio lui, il confidente di De Magistris.
    Il cardiopatico Bonura e il trapiantato di fegato Salvatore Moschella, invece, ricevettero rispettivamente 50mila e 180mila euro per ingiusta detenzione.
    Ma la clinica era ormai sputtanata e dovettero cederla.
    La Corte d'Appello liquidò ingenti riparazioni anche per gli altri.

    Sono di allora i primi scontri con Giancarlo Pittelli, avvocato dei succitati e negli anni a venire parlamentare di Forza Italia: per De Magistris una sorta di nemico pubblico.
    Sempre in campo sanitario, Pittelli fronteggerà il magistrato in molti altri procedimenti tra i quali uno discretamente demenziale: De Magistris accusò di falso alcuni farmacisti comunali che a suo dire non avevano obliterato alcune fustelle, ossia i talloncini dei prezzi che ci sono sulle scatole dei medicinali; tuttavia verrà fuori che i farmacisti non avevano potuto obliterare le fustelle perché De Magistris, per altro procedimento, gli aveva già sequestrato l'apparecchietto per l’obliterazione. Archiviazione.

    L'abuso che non c'era
    Il secondo clamoroso buco nell'acqua fu il procedimento 496/97, in cui De Magistris accusò di abuso d'ufficio gli amministratori comunali Giovanni Alcaro, Giuseppe Mazzullo, Lucia Rubino, Valerio Zimatore, Domenico Tallini, Michelino Lanzo, Costantino Mustari e Fausto Rippa.
    L'accusa, in sostanza, fu quella d'aver riassunto in comune questo Fausto Rippa con una delibera irregolare.
    A stabilire che lo era, regolare, c'era già una sentenza del Tar, la numero 864 del 5 settembre 1995: ma De Magistris chiese il rinvio a giudizio lo stesso, e il 15 dicembre 1997 il giudice decise per il non luogo a procedere.
    Motivazione: insussistenza del fatto.
    L'appello di De Magistris verrà dichiarato inammissibile.

    Provveditore, anzi procuratore
    L'indagine sulla costruzione del nuovo palazzo di giustizia di Catanzaro (609/96) fu naturalmente un altro flop.
    De Magistris ipotizzò dei generici «tentativo di abuso d’ufficio» e «tentativo di truffa aggravata» ai danni di Giuseppe Gatto e Antonio Rinaldi e Valerio Zimatore.
    L'impostazione accusatoria implicava necessariamente la complicità dei vertici della magistratura catanzarese, che formalmente non furono però indagati. Era ancora presto.
    Ovviamente il sequestro del palazzo in costruzione venne subito revocato dal Tribunale della libertà, ma attorno a De Magistris cominciarono a succedere delle cose strane.
    La trascrizione delle intercettazioni telefoniche di Giuseppe Gatto, infatti, fu artefatta: non solo la frase «provveditore generale» fu sostituita con «procuratore generale», ma tra parentesi fu messo il nome di Giuseppe Chiaravalloti, appunto procuratore generale a Reggio Calabria. Quest'ultimo, stupito, trasmise una rimostranza al Comando Generale dei Carabinieri: ma fu lui che fu inquisito per calunnia e diffamazione ai danni del capitano responsabile della trascrizione telefonica.
    Ovviamente Chiaravalloti sarà prosciolto in udienza preliminare e anche in Appello, mentre il capitano responsabile della trascrizione se la caverà con delle sanzioni disciplinari; ma a questo buco nell'acqua, poi, si aggiungerà la richiesta di processare i succitati Gatto e Rinaldi e Zimatore con la decisione del giudice, il 25 febbraio 1998, di non processare nessuno.
    De Magistris fece appello. Respinto.
    Non pago, De Magistris trasmise alla Procura di Messina (competente su Reggio Calabria) una nota dove si ipotizzava che Chiaravalloti avesse rivelato dei segreti d'ufficio: ma il giudice archiviò.
    Dalla sentenza peraltro si evinse che De Magistris aveva indagato su Chiaravalloti quando il medesimo era ancora avvocato generale a Catanzaro, ossia nella stessa sede giudiziaria dove operava De Magistris: una procura, cioè, aveva indagato su se stessa.

    Come ti salto il giudice
    Se molti giovani avvocati rammentano De Magistris anche se non l’hanno mai incontrato, è per via della sua inchiesta su presunte irregolarità negli esami di procuratore legale a Catanzaro. Più che presunte, le irregolarità erano certe: risultò evidente, su 2.301 partecipanti all'esame, che 2.295 avevano copiato. Il problema è che De Magistris, pur indagando praticamente tutti i 2.000 candidati, non ebbe modo di dimostrarlo: il procedimento finì in nulla. Restò notevole la pretesa del magistrato affinché i commissari d'esame, davanti ai carabinieri, aprissero anzitempo le buste degli elaborati col rischio di invalidarle tutte.

    Era un De Magistris ancora acerbo, comunque. Certe fisse, come quella d'inquisire soprattutto politici e magistrati, erano già ben delineate: ma ogni volta sbatteva la capa contro i controlli di legittimità dei suoi colleghi, ossia giudici, gip, gup, riesame, Appello, Cassazione, annullamenti, assoluzioni, proscioglimenti. Il De Magistris che tornerà a Catanzaro nel 2002, dopo un interregno nella natia Napoli, risolverà ogni problema adottando soprattutto un genere di provvedimenti che per essere spiccati non abbisognano neppure della fastidiosa convalida di un giudice: perquisizioni, sequestri probatori, interdizioni, fermi di polizia eccetera. Anche la sua propensione a intercettare mezzo mondo, alleandosi con le fantasie spionistiche dei vari Gioacchino Genchi, era tutto sommato ancora timida.
    Si stava solo scaldando.

    F.Facci su www.ilgiornale.it 30 04 09

    saluti

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    Predefinito Riferimento: Il "candidato" con Di Pietro

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    Luigi De Magistris fu nominato magistrato di tribunale l'8 luglio 1996. Giunse a Catanzaro quell'anno stesso, ventinovenne, e si presentò ai colleghi incitando sin da subito alla «moralizzazione della cosa pubblica». Quest'ultima espressione comparirà nell'ordine d'arresto della sua prima inchiesta importante, la 1471/96.

    La clinica degli orrori
    Così ribattezzarono un'indagine grazie alla quale ventuno incensurati di una clinica privata, Villa Nuccia, finirono in galera con le accuse più turpi: violenza contro un centinaio di malati mentali, omicidio dei medesimi, favoreggiamento di latitanti, falsi certificati per esonerare dei figli di mafiosi dal militare, cose del genere.
    De Magistris mostrò già allora una certa disinvoltura nel contestare il peggio: sequestro di persona, omicidio, falso, maltrattamenti, associazione per delinquere finalizzata alla corruzione.
    Il clamore mediatico fu enorme, e la stampa prese finalmente conoscenza del personaggio: La vita in diretta (Raidue) si soffermò sul caso per settimane. T
    utto era fondato sulle confidenze rese a De Magistris da Mario Ammirato, un ex infermiere; oltre alle sue parole, il nulla.
    Le richieste d'arresto iniziavano così: «Nell’ambito dell’attività di indagine rivolta alla moralizzazione della cosa pubblica...».
    Era partita la lunga rincorsa di Luigi De Magistris verso fantomatiche lobby di potere da perseguire a tutti i costi.

    Tra gli arrestati principali c'era il primario Antonino Bonura, già medico militare pluridecorato con alle spalle diverse missioni all'estero: peraltro era medico legale nella stessa Procura che l'aveva arrestato, e dopo la carcerazione gli venne un infarto.
    De Magistris, a un anno dal primo arresto, lo incarcerò una seconda volta: fu l'unico errore di cui il magistrato ebbe a scusarsi pubblicamente.
    È di allora anche un primo tentativo di coinvolgere in qualche modo Giuseppe Chiaravalloti, ai tempi avvocato generale presso la Corte d'Appello e futuro presidente della Regione: il pm lo tirò in ballo sul presupposto che in clinica avesse abbracciato Antonino Bonura.

    De Magistris chiese i rinvii a giudizio del caso ma l’udienza preliminare sfociò in una sentenza di non luogo a procedere per tutti: Vittoria Palazzo, Corrado Decimo, Vincenzo Lombardi, Achille Tomaino, Massimo Aria, Giuseppe Giannini, Francesco Trapasso, Alfonso Colosimo, Salvatore Moschella e Giovanni Ferragina. Prosciolti.
    De Magistris impugnò la sentenza, ma il 22 gennaio 1999 la Corte d’Appello di Catanzaro confermò i proscioglimenti in toto.
    La vicenda, complicatissima, si inerpicherà in un totale di undici processi in dieci anni, e alla fine saranno assolti tutti gli imputati tranne uno:
    Mario Ammirato, proprio lui, il confidente di De Magistris.
    Il cardiopatico Bonura e il trapiantato di fegato Salvatore Moschella, invece, ricevettero rispettivamente 50mila e 180mila euro per ingiusta detenzione.
    Ma la clinica era ormai sputtanata e dovettero cederla.
    La Corte d'Appello liquidò ingenti riparazioni anche per gli altri.

    Sono di allora i primi scontri con Giancarlo Pittelli, avvocato dei succitati e negli anni a venire parlamentare di Forza Italia: per De Magistris una sorta di nemico pubblico.
    Sempre in campo sanitario, Pittelli fronteggerà il magistrato in molti altri procedimenti tra i quali uno discretamente demenziale: De Magistris accusò di falso alcuni farmacisti comunali che a suo dire non avevano obliterato alcune fustelle, ossia i talloncini dei prezzi che ci sono sulle scatole dei medicinali; tuttavia verrà fuori che i farmacisti non avevano potuto obliterare le fustelle perché De Magistris, per altro procedimento, gli aveva già sequestrato l'apparecchietto per l’obliterazione. Archiviazione.

    L'abuso che non c'era
    Il secondo clamoroso buco nell'acqua fu il procedimento 496/97, in cui De Magistris accusò di abuso d'ufficio gli amministratori comunali Giovanni Alcaro, Giuseppe Mazzullo, Lucia Rubino, Valerio Zimatore, Domenico Tallini, Michelino Lanzo, Costantino Mustari e Fausto Rippa.
    L'accusa, in sostanza, fu quella d'aver riassunto in comune questo Fausto Rippa con una delibera irregolare.
    A stabilire che lo era, regolare, c'era già una sentenza del Tar, la numero 864 del 5 settembre 1995: ma De Magistris chiese il rinvio a giudizio lo stesso, e il 15 dicembre 1997 il giudice decise per il non luogo a procedere.
    Motivazione: insussistenza del fatto.
    L'appello di De Magistris verrà dichiarato inammissibile.

    Provveditore, anzi procuratore
    L'indagine sulla costruzione del nuovo palazzo di giustizia di Catanzaro (609/96) fu naturalmente un altro flop.
    De Magistris ipotizzò dei generici «tentativo di abuso d’ufficio» e «tentativo di truffa aggravata» ai danni di Giuseppe Gatto e Antonio Rinaldi e Valerio Zimatore.
    L'impostazione accusatoria implicava necessariamente la complicità dei vertici della magistratura catanzarese, che formalmente non furono però indagati. Era ancora presto.
    Ovviamente il sequestro del palazzo in costruzione venne subito revocato dal Tribunale della libertà, ma attorno a De Magistris cominciarono a succedere delle cose strane.
    La trascrizione delle intercettazioni telefoniche di Giuseppe Gatto, infatti, fu artefatta: non solo la frase «provveditore generale» fu sostituita con «procuratore generale», ma tra parentesi fu messo il nome di Giuseppe Chiaravalloti, appunto procuratore generale a Reggio Calabria. Quest'ultimo, stupito, trasmise una rimostranza al Comando Generale dei Carabinieri: ma fu lui che fu inquisito per calunnia e diffamazione ai danni del capitano responsabile della trascrizione telefonica.
    Ovviamente Chiaravalloti sarà prosciolto in udienza preliminare e anche in Appello, mentre il capitano responsabile della trascrizione se la caverà con delle sanzioni disciplinari; ma a questo buco nell'acqua, poi, si aggiungerà la richiesta di processare i succitati Gatto e Rinaldi e Zimatore con la decisione del giudice, il 25 febbraio 1998, di non processare nessuno.
    De Magistris fece appello. Respinto.
    Non pago, De Magistris trasmise alla Procura di Messina (competente su Reggio Calabria) una nota dove si ipotizzava che Chiaravalloti avesse rivelato dei segreti d'ufficio: ma il giudice archiviò.
    Dalla sentenza peraltro si evinse che De Magistris aveva indagato su Chiaravalloti quando il medesimo era ancora avvocato generale a Catanzaro, ossia nella stessa sede giudiziaria dove operava De Magistris: una procura, cioè, aveva indagato su se stessa.

    Come ti salto il giudice
    Se molti giovani avvocati rammentano De Magistris anche se non l’hanno mai incontrato, è per via della sua inchiesta su presunte irregolarità negli esami di procuratore legale a Catanzaro. Più che presunte, le irregolarità erano certe: risultò evidente, su 2.301 partecipanti all'esame, che 2.295 avevano copiato. Il problema è che De Magistris, pur indagando praticamente tutti i 2.000 candidati, non ebbe modo di dimostrarlo: il procedimento finì in nulla. Restò notevole la pretesa del magistrato affinché i commissari d'esame, davanti ai carabinieri, aprissero anzitempo le buste degli elaborati col rischio di invalidarle tutte.

    Era un De Magistris ancora acerbo, comunque. Certe fisse, come quella d'inquisire soprattutto politici e magistrati, erano già ben delineate: ma ogni volta sbatteva la capa contro i controlli di legittimità dei suoi colleghi, ossia giudici, gip, gup, riesame, Appello, Cassazione, annullamenti, assoluzioni, proscioglimenti. Il De Magistris che tornerà a Catanzaro nel 2002, dopo un interregno nella natia Napoli, risolverà ogni problema adottando soprattutto un genere di provvedimenti che per essere spiccati non abbisognano neppure della fastidiosa convalida di un giudice: perquisizioni, sequestri probatori, interdizioni, fermi di polizia eccetera. Anche la sua propensione a intercettare mezzo mondo, alleandosi con le fantasie spionistiche dei vari Gioacchino Genchi, era tutto sommato ancora timida.
    Si stava solo scaldando.

    F.Facci su www.ilgiornale.it 30 04 09

    saluti
    ------------------------------

    Il cabarettista del Travaglino, che ieri ha dimenticato di dire il nome del magistrato che gli ha scritto l’intervento, in questi giorni sta gridando alla censura perché i giornali non hanno scritto che lui ha vinto un premio giornalistico in Germania.
    Il dubbio che di certe notizie non freghi niente a nessuno, non solo nel suo caso, non pare offuscare le sue certezze di cancelleria.

    Confondere l’opinione pubblica coi sottosviluppati che lo plaudono può indurre alla dissociazione mentale, ma il nostro Mortimer non ha da lamentarsi: gli stessi giornali, infatti, hanno pure omesso che nello stesso giorno Travaglio è stato ricondannato per diffamazione.
    Dopo la condanna che aveva già beccato nell’ottobre scorso (ormai ne ha diverse) si era lagnato perché i giornali ne avevano parlato troppo: ora almeno sarà contento.
    Lui comunque ha risolto così: nel suo blog, e nei suoi articoli, ha citato solo il premio e ha nascosto la condanna.

    Detto questo, mette tristezza star qui a rinfacciarsi le sentenze. Inciampare nella diffamazione, per un giornalista, è normale: le penne migliori hanno sempre dei casellari giudiziari pasticciati.
    Ma cominciò proprio lui, anni fa, ad additare certi colleghi banalmente condannati: ora che gli tocca, e che grida «terribile» come un tangentista qualsiasi, non deve stupirsi se la sua categoria alterna una primaverile indifferenza al considerarlo un animoso coglione.

    F.Facci su www.ilgiornale.it di oggi

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    Predefinito Riferimento: Il "candidato" con Di Pietro

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    Il cabarettista del Travaglino, che ieri ha dimenticato di dire il nome del magistrato che gli ha scritto l’intervento, in questi giorni sta gridando alla censura perché i giornali non hanno scritto che lui ha vinto un premio giornalistico in Germania.
    Il dubbio che di certe notizie non freghi niente a nessuno, non solo nel suo caso, non pare offuscare le sue certezze di cancelleria.

    Confondere l’opinione pubblica coi sottosviluppati che lo plaudono può indurre alla dissociazione mentale, ma il nostro Mortimer non ha da lamentarsi: gli stessi giornali, infatti, hanno pure omesso che nello stesso giorno Travaglio è stato ricondannato per diffamazione.
    Dopo la condanna che aveva già beccato nell’ottobre scorso (ormai ne ha diverse) si era lagnato perché i giornali ne avevano parlato troppo: ora almeno sarà contento.
    Lui comunque ha risolto così: nel suo blog, e nei suoi articoli, ha citato solo il premio e ha nascosto la condanna.

    Detto questo, mette tristezza star qui a rinfacciarsi le sentenze. Inciampare nella diffamazione, per un giornalista, è normale: le penne migliori hanno sempre dei casellari giudiziari pasticciati.
    Ma cominciò proprio lui, anni fa, ad additare certi colleghi banalmente condannati: ora che gli tocca, e che grida «terribile» come un tangentista qualsiasi, non deve stupirsi se la sua categoria alterna una primaverile indifferenza al considerarlo un animoso coglione.

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    Le battaglie del magistrato

    Di ritorno a Catanzaro dopo quattro anni a Napoli, nel 2002, Luigi De Magistris tornò a scatenarsi con inchieste caratterizzate da perquisizioni, fermi di polizia e soprattutto sequestri, atti che non abbisognavano di nessun controllo da parte dei colleghi.
    Tra le sue nuove fisse, quella di sequestrare grandi alberghi o maxi strutture turistiche ancora in costruzione, creando spaventosi danni economici e mandando a spasso quantità incredibili di lavoratori.

    Sequestri e dissequestri
    Nel 2003 sequestrò due villaggi turistici a Botricello (Catanzaro) e mise sotto indagine diciotto persone.
    Il sequestro durò quattro anni e ogni finanziamento europeo del caso, circa nove miliardi di lire, andò perso.
    Il 13 maggio 2007, dopo quasi tre anni di udienza preliminare, il giudice Tiziana Macrì proscioglierà tutti i malcapitati e ne citerà la «condotta corretta e trasparente».
    Non mancò la comica: mentre i villaggi erano sotto sequestro, affidati quindi a dei custodi giudiziari, capitò un avvelenamento collettivo dei villeggianti: ma De Magistris mandò un avviso di garanzia ai proprietari estromessi.
    Meno divertente sarà la maniera in cui De Magistris, in altri procedimenti, cercherà di delegittimare il giudice Tiziana Macrì a dispetto del suo noto impegno in processi contro la criminalità organizzata.

    Altro sequestro, nel marzo 2004, fu quello dei cantieri per la costruzione del paese-albergo di Davoli Marina nonchè di una struttura abitativa in località Berenice: De Magistris si concentrò sulla concessione edilizia n. 15 del 23/5/2003 e indagò un po’ di persone, suo solito.
    Orbene: il Tribunale della libertà revocò il sequestro per totale insussistenza dei presupposti, e il dissequestro divenne definitivo perché De Magistris, come moltissime altre volte, non fece neanche ricorso. Incalcolabili i danni alle imprese e ai titolari del progetto.

    A casa 1800 lavoratori
    Ma il capolavoro di De Magistris, a margine dell’evanescente e mai conclusa inchiesta «Toghe lucane», resterà il sequestro del Centro Turistico Ecologico Marinagri. Si tratta di un grande comprensorio ecologico e turistico, in fase di ultimazione, che prevede un porto marino e imponenti strutture ricettive e residenziali.
    Il magistrato tentò di sequestrarlo una prima volta nel 2007, ma il Tribunale della libertà e la Cassazione gli risposero picche.
    De Magistris ottenne ugualmente il sequestro, un anno dopo, in virtù di presunte violazioni del Piano di Assetto Idrogeologico: piano che la competente Autorità di Bacino aveva già ritenuto assolutamente regolare. De Magistris, per farla breve, sosteneva che il centro turistico fosse a rischio inondazione.
    Marinagri è stato promosso dalla Regione Basilicata e finanziato dallo Stato con 15 milioni di euro; il suo iter procedurale iniziò nel 1987 ed è passato al vaglio di governi, regioni, comuni e competenze.
    Un gruppo di privati ha già costruito e contrattualizzato opere per 100 milioni di euro, di cui 80 già pagati a 47 imprese appaltatrici: si parla di 1726 lavoratori fermi da più di un anno (senza contare i 293 acquirenti italiani ed esteri) e questo perché De Magistris non ha concluso l’inchiesta prima di salutare e candidarsi.
    Ora si confida che l’inchiesta finisca un po’ come tutte quelle di De Magistris, e che insomma scatti il dissequestro. L’Autorità di bacino, una decina di giorni fa, ha ribadito che Marinagri non correrà rischi di inondazione per almeno 500 anni. Il nuovo pm che ha ereditato l’inchiesta, Vincenzo Capomollo, si è già detto favorevole al dissequestro.
    Ma tutto tace, anche perché a complicare le cose c’è che De Magistris, nella sua inchiesta a strascico, ipotizzò collegamenti illeciti tra gli amministratori della struttura e alcuni magistrati di Potenza e Matera, più politici vari.
    Le persone coinvolte furono 14, e tra queste il senatore Nicola Buccico di An e i procuratori Giuseppe Chieco, Giuseppe Galante, Felicia Genovese e Iside Granese. Tra le accuse, ovviamente, quelle di aver cercato d’insabbiare un’inchiesta che era di sabbia già di suo.

    A Policoro, dove vivono centinaia di famiglie investite dal sequestro di Marinagri, hanno addirittura costituito una «Associazione vittime di De Magistris» che ha già migliaia di iscritti. Il presidente di Marinagri, Vincenzo Vitale, ha chiesto al magistrato un risarcimento di 25 milioni di euro, mentre Antonio Tisci, capogruppo di An in Basilicata, l’ha messa così: «Sembra ormai un malvezzo di quella magistratura che segue le orme di Antonio Di Pietro quello di iniziare indagini, rendersi conto di non poterle portare a termine, gettare fango su un territorio e poi candidarsi utilizzando indagini incomplete come unico strumento di comunicazione».
    «De Magistris», ha scritto invece Nino Grasso, editorialista de La Nuova, «è come quei somari che a scuola fanno un uso disinvolto dei verbi e dell’ortografia, salvo addebitare ai professori l’incapacità di leggere tra le righe del suo tema».

    Arriva Ballarò
    De Magistris, nelle pause, sequestrava anche ospedali regionali.
    Agli albori del 2004, infatti, chiese il sequestro preventivo dell’intero Pugliese-Ciaccio di Catanzaro: ma il gip respinse la richiesta. Chiese anche l’arresto di dieci persone accusate di associazione per delinquere per via di un appalto di lavanderia: ma il gip concesse le manette solo per tre.
    Poi, il 24 febbraio 2004, De Magistris il sequestro se lo dispose da solo, con un provvedimento controfirmato anche da un altro magistrato. Immaginarsi il clamore: arrivarono anche le telecamere di Ballarò, e l’11 marzo Giovanni Floris dedicò al caso quasi un’intera puntata che fece molto arrabbiare i politici locali.
    Il Tribunale della libertà comunque revocò il sequestro dell’ospedale il 18 marzo successivo, ed evidenziò macroscopici errori di diritto.
    Il provvedimento fu definitivo anche perché De Magistris, dopo aver sequestrato un ospedale, non fece neanche ricorso perché fosse ri-sequestrato: forse aveva cambiato idea, e comunque le telecamere di Ballarò se n’erano già andate.
    Il procedimento, com’era chiaro sin dall’inizio, finì a Roma per competenza: e in quella sede, il 29 luglio 2007, il gip dichiarerà inutilizzabili tutte le intercettazioni disposte da De Magistris, e decreterà il non luogo a procedere per tutti. Prosciolti.

    La regola
    Ma non c’è spazio per elencare tutti i fallimenti di De Magistris, tutti gli innocenti sbattuti su giornali sempre informatissimi.
    A un certo punto il pm s’inventò che un giornalista di un periodico (subito arrestato) aveva ordito un piano per delegittimare alcuni magistrati di Reggio Calabria.
    Contestò l'associazione per delinquere all’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena e anche agli avvocati Ugo Colonna e Francesco Gangemi, ma il Riesame annullò tutti gli arresti spiegando che le intercettazioni erano inutilizzabili anche perché tra gli interlocutori figuravano dei parlamentari.
    Informazioni di garanzia raggiunsero anche il sottosegretario Giuseppe Valentino (An) il presidente della Commissione antimafia Angela Napoli (Forza Italia) sinché il presidente dei gip archiviò tutto, denunciando gravi violazioni costituzionali nel comportamento di De Magistris.
    La Corte d’appello di Catanzaro s’incaricò di versare i danni a tutti gli innocenti arrestati.

    Innocente era anche Rosa Felicetti, stimata professoressa catanzarese già protagonista di encomiabili iniziative nel mondo del volontariato.
    De Magistris la mandò ad arrestare assieme ad altre 56 persone con un’accusa da brivido: associazione per delinquere finalizzata all’introduzione di clandestini da avviare a lavoro, alla prostituzione e al traffico d'organi.
    L’accusa a Rosa Felicetti si tradurrà nell’aver assunto una badante clandestina per la madre morente, eventuale reato che, notò il gip, non prevedeva neppure il carcere.
    E in ogni caso reato non fu: le assoluzioni con formula piena furono la regola.
    Una delle regole di Luigi De Magistris, ormai maturo per affrontare le tre inchieste gemelle (Poseidon, Why not e Toghe lucane) che trasformeranno ogni sconfitta della giustizia in un suo successo politico.

    (3 - Fine)

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