TURCHIA, PONTE D’EURASIA
Carlo Terracciano
“I Turchi hanno la vocazione imperiale. Essi sono per eccellenza i sovrani della terra.
I loro imperi, nessuno dei quali è simile all’altro, presentano tuttavia, per duemila anni, dei caratteri comuni fondamentali.
Sono dei mosaici di popoli che essi tentano di far vivere insieme nell’armonia lasciando loro, sotto un potere fortemente centralizzato e dispotico, la loro identità, la loro lingua, la loro cultura, la loro religione, spesso i loro capi…
Ai giorni nostri uno dei propositi della repubblica di Turchia è quello di essere insieme mussulmana ed europea”.
(Jean-Paul Roux, Storia dei Turchi. Duemila anni dal Pacifico al Mediterraneo).
Narra la leggenda che i Turchi, messisi alla ricerca di una nuova, fertile terra da conquistare e colonizzare, videro davanti a loro un grande lupo grigio che, attraverso deserti e montagne, li condusse alla meta promessa: l’Anatolia.
Il chiaro riferimento totemico ci rimanda ad un lontano passato nel quale popolazioni nomadi di cacciatori-allevatori correvano libere nell’immenso spazio settentrionale dell’Eurasia, dalle gelate steppe siberiane agli aridi deserti del centro Asia, fino ai contrafforti del Pamir e dell’Altai; per riversarsi talvolta in ondate travolgenti a sud, verso Mongolia, Cina, Iran.
In tempi “storici” i cavalieri, eredi dell’Urvolk originario delle pianure eurasiatiche, si lanciarono alla conquista dell’impero d’occidente, di Roma, oramai indebolita da secoli di conquiste e di pacificazione del bacino delMediterraneo.
E’ l’epoca definita nei testi di storia europea delle “invasioni barbariche”.
In quel vero e proprio crogiolo di popoli che si combattono e poi si fondono, rappresentato dall’area tra il lago Baikal e Balhaš, è probabilmente da collocare l’area di origine di quelli che poi saranno i turchi moderni.
Il termine “türk” significa “forte”, “i forti”, per cui, come fa notare il Roux nella Storia dei Turchi, esso starebbe ad indicare più una struttura politica e militare che non un popolo, nel senso oggi corrente del termine.
Esso era spesso abbinato a qualificativi come “celeste” e “divino” (kök, gök) quasi ad indicarne la missione superiore, la dimensione sacrale, sotto il Grande Cielo dello sciamanismo siberiano.
Un altro mito, quello dei discendenti dal capo turco Bumin (metà del VI secolo dell’era cristiana), è ancora una volta associato al lupo, in una versione che rievoca l’altro mito di fondazione a noi più noto e vicino: quello di Roma e dei gemelli Romolo e Remo allattati dalla lupa.
I loro avi, i T’ü-küe, erano stati sterminati da un popolo vicino. Solo un bambino di dieci anni si era salvato per la sua giovane età.I vincitori però gli tagliarono i piedi (forse i tendini del piede) e lo lasciarono in un acquitrino coperto d’erba. E qui egli fu adottato da una lupa che lo nutriva di carne. Divenuto adulto egli si unì alla lupa, che rimase gravida. Inseguita poi dai guerrieri del re nemico informato dei fatti, la lupa era fuggita nel regno di Turfan e, in una grande caverna contenente una vasta prateria, aveva generato dieci figli. Questi, divenuti a loro volta adulti, si erano uniti a dieci donne dei popoli circostanti. Dalla loro discendenza ebbero origine altrettanti clan, le “Dieci Frecce”, tra cui quello di Bumin (il clan reale Ashina).
Lo stesso mito rimanderebbe a quello di un popolo chiaramente indoeuropeo, descritto come formato da uomini con occhi azzurri e barba rossa.
Dei, uomini, lupi riconducibili poi anche alla mitologia nordica (Asatru di Odino), ad ulteriore riprova della matrice unica originaria indoeuropea di tale tradizione, a prescindere dall’etnia, sicuramente già composita al momento in cui questi popoli si affacciano alla storia dell’Asia centrale e dell’Europa.
Anche gli Ugrofinni hanno una base linguistica certo non indoeuropea e più vicina ai turchi (Uiguri); eppure le nazioni moderne che nascono da queste migrazioni sono considerate europee a tutti gli effetti: Finlandia, Estonia, Ungheria.
Differente semmai sarà l’appartenenza religiosa, che porterà gli Ugrofinni ad abbracciare il cristianesimo nelle sue varie versioni (cattolica, protestante ed ortodossa), mentre i Turchi si convertiranno all’Islam, già arrivato in Asia centrale agli inizi dell’ottavo secolo d.C. (la vittoria sui Cinesi al fiume Talas è del 751).
Del resto i Turchi Ottomani od Osmanli (“figli di Osman”), stanziati nel 1225 attorno al lago Van, nella Turchia orientale, avranno notoriamente importanza determinante sulla storia d’Europa dal 1400 in poi.
Con Murad II, dopo le prime sconfitte in Europa, la vittoria arrise alle truppe turche a Varna e Kossovo Polje (1448), ponendo le basi della conquista di Costantinopoli da parte di suo figlio Mehmed II, “il Conquistatore”. A contrastare il condottiero che portava il nome del Profeta dell’Islam, il Basileus bizantino che aveva quello del Cesare romano (Costantino il Grande) cui è attribuito il trionfo del cristianesimo: Costantino XI Paleologo. Il 29 maggio del 1453 Mehmed II entra nella basilica di Santa Sofia per pregare rivolto a La Mecca. E’ il momento del simbolico passaggio di mano della funzione imperiale per la Seconda Roma, Costantinopoli, poi divenuta Istanbul.
Questa data, assieme a quella del 1492, “scoperta” dell’America, viene considerata da molti storici come il passaggio dal Medioevo all’Età moderna.
Dunque per cinquecento anni, mezzo millennio, l’Impero dei Turchi sarà parte integrante della politica europea.
Con Solimano il Magnifico (1520-1566) l’Impero Ottomano conosce il suo apogeo, sia nella cultura e nelle arti che nelle conquiste: da Baghdad a Belgrado a Buda (con la vittoria su Luigi II a Mohács).
Nel 1529 i Turchi sono per la prima volta sotto le mura di Vienna.
Nel Mediterraneo la guerra corsara, condotta da Europei convertiti (Greci, Croati, Italiani), assicura al nascente impero tutta la costa africana: Algeri, Tunisi, Gerba, Tripoli, ma anche Rodi e giù nel Mar Rosso fino ad Aden e agli stretti che aprono le rotte dell’Oceano Indiano.
Le conquiste nei Balcani e in tutto il bacino del Mediterraneo, per non dire dei territori ad est, verso il Caucaso e l’Iran, le conversioni di interi popoli d’Europa, i Giannizzeri (spesso giovanissimi balcanici allevati per divenire la guardia scelta pretoriana della Sublime Porta e del suo Califfo), gli harem su cui tanto si è favoleggiato in epoca romantica, tutto contribuì a miscelare le etnie, i popoli, le culture dell’Europa e dell’Asia, Europei e Turchi. Tanto che oggi sarebbe veramente arduo stabilire la linea genetica dei discendenti di un impero plurisecolare esteso all’incrocio di tre continenti e che nella sua massima espansione (1683) andava dalla Podolia sul Dnepr fino ad Aden, dall’Algeria al Caucaso, dalle porte di Vienna a Bagdad, a Bassora e oltre, lungo la costa araba del Golfo Persico. E dall’altro lato della penisola arabica arrivò alle città sante dell’Islam, a Medina, a La Mecca, poi perse con il tracollo della Iª Guerra Mondiale.
Una lunga decadenza durata due secoli e mezzo con alterne vicende, che comunque vide l’Impero turco protagonista della storia europea al pari di tutti gli altri regni ed imperi.
Nella Iª Guerra Mondiale l’Impero Ottomano si unì agli imperi centrali europei, Secondo Reich tedesco e Impero austro-ungarico, subendo quindi la sconfitta che lo smembrò, come quello del tradizionale rivale viennese, riducendolo alla sola penisola anatolica.
Anzi, in base agli accordi segreti del 1916 la stessa penisola veniva smembrata a vantaggio della Grecia (parte europea, Smirne, isole dell’Egeo), della Francia (zone confinanti con il Mandato di Siria), dell’Armenia (da Trebisonda ad Erzurum), dell’Italia (Dodecanneso e prospiciente costa meridionale di Antalya), mentre Istanbul e tutta la striscia anatolica del Mar di Marmara venivano internazionalizzate. Ad est poi doveva sorgere il primo nucleo di uno stato curdo.
Dal 1919 al ’23 (29 ottobre 1923, data di fondazione della moderna repubblica turca) Mustafa Kemal, poi Atatürk (“Padre dei Turchi”), condurrà la lotta di riconquista di tutta la penisola, ponendo la capitale alsuo centro, Ankara; ma riportando sotto la rossa bandiera con la falce di luna e la stella anche la Tracia europea.
Restata neutrale nella Seconda Guerra Mondiale, la Turchia aderirà alla NATO nel 1952, come la rivale Grecia, anche a causa del suo confine con l’ex-URSS.
Nell’Alleanza Atlantica essa rappresenta quindi l’estremo avamposto orientale che si salda all’inizio con il Patto CENTO dei paesi arabi e mediorientali filo occidentali.
Il disfacimento dell’Unione Sovietica e del suo Patto di Varsavia, la questione curda, la Guerra del Golfo del 1991 e la penetrazione americana nell’area centro asiatica e mediorientale successiva all’11 settembre 2001, ridisegnano lo scenario geostrategico in un’area d’Eurasia fondamentale per il controllo dell’intera massa continentale nel XXI secolo.
Dal 1996 in poi la Turchia, la cui politica interna e soprattutto internazionale è sotto lo stretto controllo delle forze armate, ha ratificato una serie di accordi di cooperazione anche militare con Israele che ridisegnano le strategie e le alleanze del Vicino Oriente.
La posizione geopolitica della moderna Turchia ritorna quindi ad essere determinante per la politica europea, asiatica e mondiale in genere.
La Repubblica di Turchia (Türkiye Cumhuriyeti), si estende a tutta la penisola di Anatolia per una superficie di 774.815 kmq, circa due volte e mezzo l’Italia, con una popolazione valutata sui 66 milioni nel 2000 (erano 61 e mezzo nel 1996) distribuita non omogeneamente sulle 74 provincie amministrative in cui è suddivisa.
Il 15-20% della popolazione è rappresentato dai Curdi, una popolazione indoeuropea di religione islamica prevalentemente sunnita con minoranze sciite, che è stanziata anche nel nord dell’Iraq, in Iran, in Siria.
Le coste turche su tre mari (Mar Nero, Mar di Marmara e Mediterraneo) si estendono per ben 8330 km. Da un punto di vista tettonico poi l’altopiano anatolico non è che l’estrema propaggine occidentale di quel vasto complesso montuoso che attraversa tutta l’Asia dal Caspio ai deserti dell’Asia centrale, dividendoli dal subcontinente indiano, fino alle propaggini cinesi e indocinesi.
La piccola parte europea è separata dal Mar di Marmara, a sua volta collegato al Mar Nero dallo stretto del Bosforo e al Mediterraneo dai Dardanelli; un punto cruciale di passaggio tra pianura sarmatica-Caucaso-Mar Nero e mondo euro-mediterraneo fin dalla remota antichità, come ci ricorda l’Iliade.
Oggi due ponti attraversano il Bosforo ad Istambul, dando continuità territoriale al quasi perfetto rettangolo turco.
Con la perdita dell’Europa balcanica l’ex capitale si trova in posizione eccentrica rispetto alla moderna Turchia, mentre la scelta di Ankara è perfetta dal punto di vista del dettame geopolitico, ponendosi quasi al centro della penisola, ma verso la parte più popolosa e sviluppata del paese.
Per quanto detto sopra, la Turchia rappresenta geopoliticamente un vero e proprio PONTE tra Europa e Asia mediorientale e non solo.
Ed è un ponte anche dal punto di vista etnico, fondendo in un unico stato la componente originaria turanica del centro dell’Asia, quella europea, retaggio di 500 anni di storia (ma anche di recenti immigrazioni e future aspettative politiche) e la religione e cultura islamica, seppur assimilata in forma del tutto particolare e recuperata solo di recente dal successo di movimenti islamisti “moderati” come quello di Erdogan.
Ricordiamo che con Atatürk si affermò il carattere laico dello stato e l’uso dei caratteri latini nella scrittura della lingua turca.
La richiesta turca di entrare nella Unione Europea è stata finora disattesa anche sulla base di una presunta “unità cristiana” dell’Europa, per quanto frantumata sia detta unità tra le varie confessioni: cattolica, chiese protestanti, chiese nazionali ortodosse.
A parte il fatto che gli stati moderni europei non sono più confessionali,almeno dalla Rivoluzione francese in poi, la chiusura europea alla Turchia su base religiosa è ovviamente pretestuosa, se solo si consideri come l’Albania e la Bosnia (causa di recenti interventi occidentali a loro favore e contro la Serbia “ortodossa”) siano paesi, almeno ufficialmente e altrettanto “laicamente” (ci si perdoni la contraddizione) a grande maggioranza islamica.
E forti minoranze musulmane, legalmente riconosciute, sono presenti in stati come la Macedonia, la Bulgaria, la Moldova, la Serbia stessa (il Sangiaccato), per non parlare ovviamente della Federazione Russa.
Senza considerare l’immigrazione araba oramai assimilata e quella turco-curda in particolare, che, solo in Germania, conta un milione e mezzo di lavoratori con le loro famiglie.
La posizione della moderna Turchia, che appare così ambigua se paragonata alla penisola d’Europa, assume un aspetto totalmente diverso se si pensa alle reali divisioni delle masse continentali studiate dalla GEOPOLITICA.
Questa dottrina infatti considera nella sua unità storica e geografica l’insieme dell’EURASIA (molto semplificando: Europa + ex URSS, fino al Pacifico e allo stretto di Bering, quindi con tutta la Siberia e il centro Asia).
In una tale visione a respiro pluricontinentale, rispetto alle artificiose suddivisioni scolastiche dei continenti che siamo stati indotti a conoscere, l’altopiano anatolico con un’altitudine media di 1000 metri, come già notato, non rappresenta che il confine occidentale di quella catena di deserti e montagne che hanno realmente separato durante i millenni l’Eurasia propriamente detta dall’ “Asia Gialla” (Mongolia, Manciuria, Cina, Indocina) e dal subcontinente indiano (attuali Pakistan, India, Bangladesh, Sri Lanka).
Di questa ben identificabile entità geopolitica non soltanto la Turchia rappresenta il fronte meridionale ( e il fronte orientale del bacino del Mediterraneo), ma è tutto il TURAN, l’insieme degli attuali stati turcofoni, ad essere una fascia etno-culturale proiettata al centro dell’Asia, fino alla Cina ed al Pamir.
Azerbaigian, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan, ed ampi territori della medesima Federazione Russa hanno legami storici, culturali, religiosi con Ankara.
Assieme al Tagikistan, di lingua e cultura iranica, questi stati rappresentano oggi la prima linea della penetrazione americana verso l’Heartland eurasiatico, dopo l’invasione da sud dell’ Afghanistan.
Ma è la stessa politica interna della Repubblica turca ad essere oggi ad un bivio, anzi di fronte ad una triplice scelta, ogni cui opzione sembra in contraddizione con le altre due.
Sintetizzando al massimo potremmo dire che la Turchia si trova a scegliere fra le tre opzioni del suo passato: il TURAN, L’ISLAM, L’EUROPA.
Il nazionalismo turco, come quello dei “Lupi Grigi” che prendono il nome dall’animale totemico originario, sogna il PANTURANISMO, con un ruolo attivo di Ankara nelle regioni turcofone al di qua e al di là del Caspio.
La stessa alleanza con Israele, nonostante la fede islamica della quasi totalità della popolazione turca e curda, è una risposta all’accerchiamento dei paesi arabi, contrari sia al predominio turco a nord sia all’esistenza dell’entità sionista a sud.
Né va dimenticato l’Iran della Rivoluzione Islamica, oggi più impegnato a difendersi dall’accerchiamento americano-sionista ad est ed a ovest, piuttosto che all’esportazione del modello rivoluzionario islamico.
La presenza della compatta componente curda, omogenea per continuità e contiguità territoriale benché divisa tra i vari stati ufficiali, complica ancor più il quadro della regione mediorientale tra Mediterraneo, Caspio e Golfo Persico.
La Turchia ovviamente sarebbe interessata a mantenere l’influenza sui nuovi stati turcofoni, culla della sua civiltà, rinati all’indipendenza dalla disintegrazione sovietica del dopo Afghanistan.
Un’influenza che è talvolta alleata, ma in prospettiva concorrenziale, con la presenza USA nell’area geopolitica centro-asiatica, dopo l’invasione americana dell’Afghanistan.
Intanto la Russia di Putin, impantanata in Cecenia, sembra in piena ritirata politica ed economica dai paesi della CSI (Confederazione degli Stati Indipendenti), un’alleanza nata già morta dalle ceneri dell’URSS.
La vittoria del partito islamico turco, le manifestazioni di piazza pacifiste, nonché la resistenza del parlamento turco a permettere l’invasione americana dell’Iraq da nord (anche per il timore di veder nascere un Kurdistan libero, naturale magnete e santuario per i Curdi di Turchia), sembra riavvicinare il governo di Ankara ai paesi islamici confinanti: Siria, Iran e lo stesso Iraq.
Nonostante l’ovvia pressione dei militari in senso contrario.
Non bisogna infatti dimenticare che le forze armate turche, tra le più possenti della regione, esercitano da sempre una sorta di controllo più o meno istituzionale sulla politica della Repubblica di Turchia, un controllo che si esprime in censure e veri e propri colpi di stato.
La terza opzione geopolitica della Turchia è oggi proprio l’Europa, della quale molti Turchi, nonostante tutto, si sentono ancora parte integrante.
E questo nonostante il rinvio sine die di Bruxelles alla richiesta di adesione, sia per motivi storico-religiosi, di cui dicemmo, sia geografici; altrettanto pretestuosi questi ultimi di quelli, data la presenza della Turchia in un lembo dell’Europa comunemente intesa e mentre da più parti si richiede l’adesione all’U.E. persino di Israele!
L’adesione della Turchia nel 1952 alla NATO aveva comunque già legato i destini del paese a quelli dell’Europa peninsulare ed insulare.
A maggior ragione l’adesione degli stati dell’ex Patto di Varsavia alla NATO sembrava ricompattare il continente, seppure sotto il controllo statunitense, e quindi avvicinare anche la penisola anatolica all’Europa.
Ma gli ultimissimi avvenimenti internazionali, dall’11 settembre in poi, e in specie la nuova crisi irachena, introducono delle variabili completamente impreviste e impongono ad Ankara ed alle forze politiche e sociali turche scelte che, in un senso o nell’altro, saranno decisive sia per la Turchia che per l’Europa, a sua volta lacerata.
Non è dato sapere quanto durevole e compatto potrà essere nel prossimo futuro l’inedito asse Parigi-Berlino allargato fino a Mosca e, più lontano ancora, a Pekino e alle capitali arabe e islamiche non completamente asservite all’imperialismo americano del nuovo millennio.
Sarà la cosiddetta FRAMANIA (Francia+Germania) il primo nucleo di un’Europa veramente unita?
E saprà questa aprirsi verso est alla Russia, anche “scavalcando” gli staterelli orientali neofiti della NATO e dell’alleanza con gli USA in funzione di garanzia da Mosca?
In tal caso potrà la Turchia rappresentare per la nuova geopolitica eurocentrica un ponte verso l’Asia, il Medio Oriente, il Turan?
Del resto all’asse centrale europeo appena in fieri si contrappongono, come prevedibile, la Gran Bretagna (oramai parte integrante della talassocrazia anglofona americana), la Danimarca, la Spagna.
Il tradimento anti-europeo da parte del governo reazionario in Italia, appiattito sulle posizioni dell’egemonismo talassocratico a stelle e strisce, nonostante la volontà della popolazione italiana contraria alla guerra d’aggressione, ha inferto un duro colpo alle possibilità di equilibrio.
Non tanto per il peso politico dell’Italia in Europa e nel mondo, praticamente uguale a “zero”, ma per la sua posizione geopolitica e per il peso relativo della sua economia e dimensione.
Un tradimento, non primo e non ultimo nella storia d’Italia, che sarà comunque scontato in futuro a caro prezzo.
In tale nuovo e inatteso contesto internazionale la Turchia potrebbe avere un ruolo importantissimo, non foss’altro per quella sua posizione geostrategica di “ponte d’Eurasia”, di anello di congiunzione tra l’Europa e l’area del Golfo Persico e del Vicino Oriente così strategicamente importante e determinante anche per le economie mondiali, con i suoi giacimenti petroliferi.
Intanto nell’altra area, quella del Caspio, si individuano anche più importanti possibilità di estrazione dell’oro nero, esattamente nelle regioni abitate da popolazioni turaniche e islamiche.
Uno dei motivi che scatenarono la Prima Guerra Mondiale fu di pretto carattere geopolitico: la volontà congiunta degli imperi coloniali occidentali di allora, Francia e Gran Bretagna con l’aggiunta dell’Impero russo, di spezzare l’asse trasversale europeo tra gli Imperi Centrali (germanico ed austrungarico) e la Turchia.
Con quella alleanza infatti il Secondo Reich tedesco stava aprendo all’Europa continentale le porte dell’Oriente.
Il previsto asse ferroviario Berlino-Vienna-Istambul-Bagdad-Bassora avrebbe portato la Germania a spezzare l’accerchiamento marittimo mondiale, in specie britannico, consentendole di raggiungere la zona principe dell’energia mondiale.
Allora come oggi Europa e Vicino Oriente avevano interessi comuni rispetto alla talassocrazia anglo-americana.
Ancora una volta dunque la storia ritorna, nonostante tutto e tutti, sulle vie indicate dalla geopolitica e dagli interessi vitali dei popoli allo spazio vitale e alle fonti energetiche.
Ampliando lo sguardo ad una panoramica mondiale, possiamo dire che il braccio di ferro di oggi tra le potenze continentali europee (Russia compresa) e gli Stati Uniti con i suoi vassalli è determinante per i destini del mondo intero.
In questi mesi ed anni si sta giocando la partita per il controllo delle fonti energetiche mondiali e per le basi geostrategiche di dominio della massa eurasiatico-africana.
In tale contesto, ne va di conseguenza, il ruolo della Turchia sarà determinante, proprio perché l’Anatolia rappresenta lo spazio geopolitico di raccordo tra Europa, Medio Oriente e Centro Asia turcofono che arriva al confine dei due colossi asiatici, Russia siberiana e Cina occidentale.
D’altra parte l’attuale crisi irachena (e domani la quasi certa aggressione all’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele) sta mandando in frantumi l’ordine internazionale e le alleanze militari e politiche successive agli accordi di Teheran, Jalta, Potsdam.
L’ONU è completamente esautorata ed impotente di fronte all’arroganza di Washington.
La NATO appena allargata ad est è un guscio vuoto, che sopravvive inutilmente all’ormai superato ruolo di contenimento dell’URSS.
La Turchia, che dell’Alleanza Atlantica era il bastione proteso ad oriente, si troverebbe completamente isolata senza il retroterra europeo, di fronte ad un mondo arabo in esplosione, con la questione curda rinfocolata dalla probabile dissoluzione irachena, il centro asiatico turanico invaso dalle armate e dai dollari americani.
Senza dimenticare le rivendicazioni greche e la spinosa questione della divisione di Cipro.
Il destino della nuova Turchia sembra quindi segnato dalla sua stessa collocazione geopolitica. Per ironia della sorte quello europeo è a sua volta strettamente connesso a quello turco.
Se la nuova alleanza centro-europea, da Parigi a Mosca, reggerà oltre le contingenze della crisi mediorientale (e questo qualunque sia l’esito della guerra, e a maggior ragione nel caso di una rapida vittoria anglo-americana su Bagdad), sarà necessario, indispensabile per l'Europa come per la Turchia riannodare e rinsaldare l’alleanza dell’inizio del secolo scorso.
La guerra dei continenti, lo scontro mortale tra Eurasia e America, fra potenza di terra e talassocrazia planetaria è stata dichiarata, anche se non a tutti in Europa e oltre sono ben chiari i ruoli e la posta in gioco.
L’11 settembre 2001 ha rappresentato una riedizione in grande dell’attentato di Sarajevo che servì da detonatore per il conflitto mondiale.
Dalla guerra mondiale l’impero ottomano uscì distrutto e ridotto alla Turchia attuale, ma il nazionalismo turco seppe offrire al suo popolo una nuova compattezza e consapevolezza nazionale.
Anche l’Europa uscì distrutta, asservita e divisa da due guerre civili europee allargate al pianeta, a tutto vantaggio della nuova potenza americana.
Eppure la “Vecchia Europa” sembra ancora una volta sapersi rigenerare e, in prospettiva remota, potrebbe riscattare unita la sua libertà e indipendenza.
Dal 1400 in poi Turchi ed Europei si sono incontrati e scontrati per secoli.
Poco dopo la caduta di Bisanzio, alla fine del secolo, l’Europa marittima scopriva le vie del Nuovo Mondo, circumnavigava l’Africa, conquistava la Siberia per aggirare il blocco dell’Impero Ottomano e dei regni turanici.
Oggi più che mai il destino dell’Eurasia e del mondo riscopre la necessità vitale di una nuova alleanza tra i popoli del suo spazio geopolitico per fronteggiare la più grande minaccia che sia mai apparsa sulla Terra: l’asservimento ad un’unica superpotenza che vuole piegare e sottomettere il mondo intero.
Di fronte ad un simile orribile destino comune, l’unica possibilità di resistenza, di riscatto, di riscossa è il fronte unito di tutti i popoli del “Mondo Libero”, al di là ed al di sopra delle differenze e delle divisioni locali, degli interessi egoistici, degli opportunismi momentanei.
Europa, Asia, Africa, America Latina hanno oggi un unico reale interesse: unirsi e combattere per la difesa delle proprie libertà, del proprio avvenire.
E l’altopiano anatolico, la “fortezza turca” fra tre mari e tre continenti è una delle chiavi di volta di questa alleanza eurasiatica.
da "Eurasia", a. I, n. 1




Rispondi Citando
