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Discussione: Napoli

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    Predefinito Napoli

    Il Viminale fallito

    Roma. Che il premier Romano Prodi sia giunto ieri a Napoli è una novità per i collezionisti di foto ricordo (subito quella con il cardinale Crescenzio Sepe) e di propositi rinunciatari:
    “Non è con l’uso dell’esercito che si combatte la criminalità. La malavita deriva dall’inquinamento della vita economica, del mondo degli affari, da una violazione continua della legge. Su questo l’esercito può fare poco”.
    La vera notizia era che nel frattempo, in pieno centro storico, qualcuno stava accoltellando un pregiudicato e qualcun altro, a Pozzuoli, stava sparando a un incensurato.
    Il fatto che oggi giungerà a Napoli il ministro dell’Interno Giuliano Amato, per firmare un “patto con la città” e proporre un rinforzino paramilitare – 1.300 uomini in più tra le forze dell’ordine, un impianto di videosorveglianza attivo nei punti nevralgici di Napoli e l’aumento del parco automezzi, purché non si parli di esercito – è una novità che non fa ombra alla vera mezza notizia: soltanto oggi il capo del Viminale si decide a mettere piede nel capoluogo campano ritornato da almeno sei mesi quel “paradiso abitato dai diavoli” di cui disse a suo tempo Benedetto Croce.
    Amato è l’ultimo dei nomi impropri se messi in relazione a una parola stornata dal lessico pedagogico che s’è impadronito dei così detti uomini d’ordine: repressione.
    Ma un buon intellettuale può muoversi a proprio agio sulla scia di una continuità fallimentare alla quale da circa un quindicennio si è piegata la rispettabilità del Viminale.
    Che fu un ministero della sicurezza nazionale ai tempi degli opposti estremismi, delle stragi golpiste e anche di quelle mafiose, ma oggi non lo è più perché è rimasto un ministero come tanti, frammentato in dipartimenti uno solo dei quali impegnato nella lotta al crimine.
    Gli altri, ingigantiti da una progressiva e costosa burocratizzazione, si occupano di enti locali e leggi elettorali, culti e libertà civili, vigili del fuoco e protezione civile.
    “Un problema strutturale”, dice al Foglio Alfredo Mantovano, ex sottosegretario all’Interno nella passata legislatura.
    Mantovano protegge comprensibilmente l’operato del suo ex superiore Giuseppe Pisanu:
    “Abbiamo debellato i brigatisti e garantito almeno un anno di tranquillità a Napoli con l’invio di 1.500 effettivi. L’intervento più massiccio”.
    Eppure ci risiamo, malgrado eccezioni come la cattura di Provenzano, con “un sistema che predilige la tattica dei collaboratori di giustizia al contrasto robusto e s’immobilizza mentre il male avanza”.
    Ma è dall’inizio degli anni Novanta, mentre in Italia stava per riaprirsi il fronte brigatista e già venivano scavate le prime ridotte dell’islamismo terrorista, che il motore politico della presenza statuale nel territorio ha cominciato a balbettare la propria inadeguatezza.
    E a bruciare i propri uomini migliori nella competizione con le autorità giudiziarie.
    Basti ricordare la linea di caduta che corre tra due prefetti napoletani, Umberto Improta e Renato Profili.
    Il primo, già questore di Cosenza, Milano e Roma, prese a schiaffoni la camorra, organizzò un capolavoro di G7 partenopeo per conto del neopremier Silvio Berlusconi, ma poi nel 1995 la magistratura emise un avviso di garanzia nei suoi confronti perché lo sospettava di legami con il malaffare. Ne è uscito immacolato cinque anni dopo, il tempo di ammalarsi e morire triste nel gennaio 2002: “Non sono un eroe”.
    Il secondo, Profili, è il prefetto che divide la propria impotenza a metà con il questore Oscar Fioriolli. Nel marzo di quest’anno, l’uomo che ieri ha accolto Prodi in prefettura aveva detto: “Napoletani, proteggetevi da soli”.
    Al posto di “napoletani” si può tranquillamente scrivere calabresi: c’è voluto l’omicidio di un vice presidente di assemblea regionale, Francesco Fortugno, perché a Reggio Calabria scendesse con qualche potere speciale un prefetto con la faccia dura, Luigi De Sena, guardacaso ex prefetto di Napoli.

    Le responsabilità ben suddivise
    Prima di lasciare Napoli occorre suddividere certe responsabilità che stanno emergendo più forti delle angosce, compresa quella del capo dello stato, napoletano ed ex capo del Viminale dal maggio 1996 all’ottobre 1998.
    Rosa Russo Iervolino è tre volte responsabile: come attuale sindaco di Napoli fresco di secondo mandato, come parlamentare più volte eletta in Campania e come titolare dell’Interno dall’ottobre 1998 al dicembre 1999.
    Accanto a lei c’è Antonio Bassolino, predecessore di Rosetta e attuale governatore regionale al quale si chiede conto dell’eclissi di quel “rinascimento napoletano” da lui contrabbandato come la fine dell’età oscura. Non era vero, come mai?
    Prova a spiegarcelo Vincenzo Scotti: “Nessuno ha voluto riconoscere nella deindustrializzazione di Napoli la causa dell’attuale crisi. Nessuno, mentre chiudevano l’Ilva e le altre fabbriche, si è domandato per quale motivo saltavano migliaia di posti di lavoro e nelle piazze non accadeva quasi nulla”.
    La risposta alla domanda mai posta è che “il ruolo di ammortizzatore sociale l’ha svolto la camorra”.
    Scotti è stato ministro dell’Interno durante gli ultimi governi presieduti da Giulio Andreotti (1990-92), e dopo il biennio familista di Antonio Gava.
    Scotti viene ricordato come quello dell’operazione “Vespri siciliani”, la risposta armata (150 mila soldati del patrio esercito) alla strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta.
    A Scotti è lecito chiedere la ragione della continuità nelle sconfitte impersonata al Viminale, oltre ai già citati, da uno come Nicola Mancino, altra figura del sud percepita come elemento di mediazione e protezione del consenso, mentre la magistratura faceva da supplente.
    E poi dall’esordiente leghista Roberto Maroni, dagli anodini Antonio Brancaccio e Giovanni Rinaldo Coronas, da Enzo Bianco, esternatore a vuoto, e da Claudio Scajola, non ne parliamo.
    L’ex ministro risale agli anni dell’immediato dopoguerra, quelli dell’uomo forte Mario Scelba al Viminale (1947-53): “Allora l’apparato repressivo vedeva nei grandi prefetti dello stato altrettanti presidi militari plenipotenziari, mentre il capo della polizia sommava al suo ruolo quello politico-amministrativo”.
    Era uno stato interventista. “Merito di Palmiro Togliatti e Alcide de Gasperi, i quali alla caduta del fascismo optarono per la continuità della forma statuale. La Dc ha conservato negli anni questa impostazione, usando con vigore lo strumento repressivo e mantenendo sempre un rapporto del Vicinale con l’opposizione”.
    Secondo Scotti la funzione aurea dell’Interno è durata “fintantoché il ministero è stato il punto di colloquio tra governo e opposizione, non sottoposto a spoils system”.
    Come in uno stato d’eccezione. Infatti: le caserme dei carabinieri erano aperte 24 ore su 24.
    “A chi legge la diffusione della criminalità comparando i dati di Napoli e della Sicilia con quelli della delinquenza nelle grandi metropoli mondiali, rispondo che la camorra e la mafia sono una minaccia all’ordine democratico”.
    Come tali vanno trattate, energicamente, da Roma: “Al di sopra delle autonomie locali che moltiplicano le polizie c’è un bene unitario che deve prevalere: la sicurezza che si conserva ripristinando la sovranità dal centro”.

    Da il Foglio di oggi

    saluti

  2. #2
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    Napoli e la scuola liberaldemocratica/Una tradizione affossata dai vari massimalisti
    Giunte di ogni colore nemiche del rinnovamento

    di Renato d'Emmanuele

    La cultura liberaldemocratica ha di bello che a rileggerla a distanza di decenni dimostra intatta la sua freschezza e la sua attualità, malgrado le critiche rivolte da massimalisti di ogni risma. Lo stesso Ugo La Malfa doveva subire dagli avversari l'appellativo di Cassandra, per i suoi moniti sulle spese dissennate della pubblica amministrazione e le deficienze strutturali del sistema economico italiano, dimenticando che Cassandra non faceva altro che predire sventure che si sarebbero invariabilmente verificate. Non magie, ma analisi.

    In questi giorni Napoli sta affondando sotto il piombo dei proiettili esplosi negli agguati di camorra e sotto il malaffare di una classe dirigente interamente responsabile di ciò che sta accadendo. Ma è davvero tutto nuovo, tutto inedito? Davvero la sinistra al governo in città si trova a vivere una situazione più grande e sfuggente dei poteri che sono affidati a sindaco, presidente di provincia e governatore regionale? O Napoli sta vivendo l'ennesima fase acuta di un degrado civile che la infetta da decenni, senza soste? Viene in aiuto la lettura di pagine del passato. Fine anni Settanta, 1978 per la precisione. La camorra ammazza in media cento persone l'anno nella sola provincia di Napoli, il centro storico della città marcisce nel degrado e nell'incuria, intere zone della città sono sommerse dai rifiuti, la speculazione edilizia la fa da padrona. In periferia nuovi quartieri sorgono come funghi, privi di ogni controllo, senza alcun piano regolatore. Rosario Romeo è uno storico liberale che ben conosce Napoli. E' meridionale, siciliano, nativo di Giarre. Insegna Storia moderna presso la Sapienza di Roma ed è autore di numerosi studi sul Risorgimento, tra cui una monumentale biografia sul conte di Cavour che ancora oggi è considerata dal mondo accademico di indiscussa superiorità. Nel 1979 diventerà rettore della Luiss e nel 1984 verrà eletto al Parlamento europeo in quota Pri nella lista comune e "federalista" promossa da repubblicani e liberali. Nel 1978 Rosario Romeo è da alcuni anni editorialista del "Giornale" di Indro Montanelli, dove scrive con assiduità di politica interna ed europea, di terrorismo e violenza politica, dei problemi dell'università. Il 24 settembre di quell'anno pubblica sulle colonne del "Giornale" una lunga riflessione dal titolo "Napoletanità". Partendo da un episodio marginale di storia risorgimentale relativo al periodo in cui la burocrazia piemontese, dopo la spedizione dei Mille, si scontra con i residui apparati del vecchio stato borbonico, Romeo ricorda come già a metà Ottocento la città apparisse "brulicante di gente senza mestiere e senza voglia di averne, capitale della piccola truffa e della camorra, festaiola e pittoresca al limite del grottesco, ignorante, superstiziosa, sprofondata in condizioni igieniche inammissibili in un paese civile". Dinanzi a queste convinzioni che andavano radicandosi negli italiani del centronord, l'opinione pubblica locale, come ricorda Romeo, rispondeva "con l'esaltazione indiscriminata della napoletanità, mescolanza di scetticismo amabile e di duttilità, in cui ogni indulgenza e ogni debolezza si giustificavano nel nome di una presunta umanità di rapporti, che di fatto finiva spesso per garantire l'indisturbato prosperare di arbitri e prepotenze". La stessa cantilena che il sindaco Rosa Russo Iervolino recita nel ricordare che scippi, rapine e omicidi avvengono in ogni città del mondo e che non bisogna tralasciare il buon carattere dei napoletani, il clima radioso e la buona riuscita della Notte Bianca e dell'annuale concerto in piazza di Capodanno. Rosario Romeo prosegue nell'analisi e, procedendo nella lettura dell'articolo, ci sembra di leggere un pezzo del novembre 2006 anziché del settembre 1978: "A Napoli i migliori propositi di rinnovamento si sono sempre scontrati con una rete tenacissima e invisibile, stesa a protezione dello stato di cose esistente (…) L'amministrazione del comune è da tempo diventata proverbiale per il doppio primato del numero dei dipendenti e dell'inefficienza. Il funzionamento di ogni sorta di istituzioni, dagli ospedali alle banche, è inceppato da una sorta di ideologia della reciproca assistenza che impone la creazione di una fitta rete di relazioni speciali e di piccoli privilegi alla persona. Settori tra i più importanti dell'economia devono fare i conti con l'ipoteca della camorra di cui alimentano anche i mille rivoli della miserabile economia del vicolo". Un quadro chiarissimo in cui sembra di riconoscere, trasportando i fatti del 1978 ai giorni nostri, la proliferazione delle società miste comunali e regionali, le decine di commissioni consiliari speciali, il parassitismo della burocrazia, l'elargizione elettoralistica dei corsi di formazione professionale e dei contratti di lavoro socialmente utile. L'affondo di Rosario Romeo è impietoso: "Si sono incentivate attese parassitarie antiche e nuove, accompagnate da forme inedite di aggressiva rissosità". Nel 1978 Napoli è governata, e lo sarà fino al 1983, da una giunta di sinistra imperniata sul Pci e guidata da Maurizio Valenzi. Il giudizio di Romeo è drastico: "L'amministrazione di sinistra è fallita non meno delle precedenti". Così come la diarchia Bassolino-Iervolino è fallita rispetto al governo pentapartitico degli anni Ottanta, pure additato come esempio di malgoverno e collusione con la criminalità. L'editoriale di Romeo si chiude con una richiesta alle nuove generazioni: "Molti dei giovani migliori pensano di emigrare. Eppure oggi più che mai la città ha bisogno degli eredi della tradizione del novantanove". Ma noi che scriviamo oggi, e che giovani ancora viviamo a Napoli, vediamo che i giovani degli anni Settanta, arrivati al governo degli enti locali, hanno ripreso gli stessi vizi dei loro padri e nessun germe della Repubblica partenopea del 1799 è attecchito. E ci domandiamo se non sia davvero il caso di emigrare, per tornare da turisti e rattristarsi per la bellezza tradita della città e l' "armonia perduta" che ci ha raccontato Raffaele La Capria. Con un bagaglio di letture e sensibilità liberaldemocratiche che non attecchiscono e anzi vengono sbeffeggiate da una classe dirigente che si mostra ancora interamente borbonica. E interprete della politica delle "tre effe": festa, farina e forca.

    tratto da http://www.pri.it

  3. #3
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    Ma come diavolo fanno a combattere la camorra, quando hanno appena svuotato le carceri con l'indulto?

    Ma questi sinistrati sono veramente schizofrenici e dissociati mentali!!

  4. #4
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    La sinistra dopo aver epurato MAGISTRALMENTE Di Donato, Gava, Pomicino, Scotti, etc pose (in modo autoreferenziale) le proprie credenziali di presunta discontinuità politica nel tessuto urbano, la quale discontinuità avrebbe debellato la camorra con il loffio "rinascimento napoletano".

    A distanza di circa 15 anni si possono tirare le somme: la camorra è più pericolosa e rampante che mai nonostante le panzane propagandistice dell'Ulivo-Mortadella.

  5. #5
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    Vedi Napoli e poi muori
    Per combattere davvero la camorra occorre una svolta radicale

    Ha ragione chi sostiene che la questione della criminalità nel napoletano è innanzitutto una questione culturale.

    Considerando proprio questo aspetto non abbiamo mai pensato che l'esercito schierato nella metropoli vesuviana o nelle zone limitrofe avesse un qualche senso. Ma a maggior ragione l'intervento deve essere immediato, iniziando con il modificare atteggiamenti radicati nella popolazione, che sono estranei e sovvertitori del vivere civile. Galli della Loggia, ad esempio, invoca nell'editoriale del "Corriere della Sera" "una capillare azione di pedagogia di massa in risposta alla capillare penetrazione nel corpo sociale dell'illegalità camorristica". A Napoli si passa con il rosso comunemente.



    Non si rispettano i sensi unici, non si indossa il casco in motorino e tantomeno la cintura di sicurezza alla guida dei veicoli. Se i primi due casi possono essere episodici, il terzo ed il quarto sono comuni e costanti. Come è possibile che la polizia municipale li tolleri? Come è possibile che il sindaco non si sia mai posto un problema a riguardo? La lotta all'illegalità comincia dal saper fermare le sue forme più quotidiane e diffuse. Perché se non si è in grado di far rispettare le norme elementari dello Stato, come si può pretendere poi di saper far osservare la legge in casi di ben maggiore importanza? Per questo motivo noi abbiamo puntato l'indice contro le istituzioni campane, che non si capisce cosa abbiano fatto in questi anni, visto che nemmeno hanno saputo fronteggiare aspetti minimi di vita urbana, da cui pure bisogna partire.

    Il governo non invierà i soldati, benissimo; non ritiene opportuno e nemmeno ha preso in considerazione l'ipotesi di commissariare comune e regione; esclude nelle parole del Presidente del Consiglio l'emergenza, anche se invece di emergenza parla il leader del principale partito della coalizione, Fassino. Cosa vuole fare allora in sostanza il governo? Metterà in atto fra un mese il piano Amato per la sicurezza. Un mese è troppo tardi ed un piano per la sicurezza in questo contesto appare insufficiente. Serviva un segno di svolta e serviva subito. Invece ci si compiace che i morti ammazzati siano cinque in meno dell'anno scorso. Si nega beatamente che l'indulto abbia complicato le cose, quando invece il problema andrebbe almeno contemplato. E' stata data l'ennesima prova di costernante inadeguatezza da parte del governo perfino sul versante che pure richiederebbe un impegno prioritario, come quello dell'ordine pubblico.

    Roma, 3 novembre 2006

    tratto da http://www.pri.it

  6. #6
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    Vedi Napoli e ... poi Schioppa


  7. #7
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    Non concordo sull'individuare la causa prima del fenomeno camorristico attuale nella "cultura".
    Sono lombardo ma quel poco che ho conosciuto a Napoli e dintorni mi ha dato l'impressione di atmosfera gaudente, allegra, scanzonata, menefreghista e portata allo scherzo.
    Il "capo" e i suoi "camorristi" non sono per niente così.
    Secondo me, e questo non vale solo per Napoli, la causa nasce dalla "rivoluzione giudiziaria", quella che ha tolto alle forze dell'ordine la titolarietà e la responsabilità delle "indagini".
    C'è evidentemente qualcosa che non funziona quando il "magistrato" comanda il poliziotto o il carabiniere.

    saluti

  8. #8
    il patto del tortino
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    Citazione Originariamente Scritto da Blue Jay Visualizza Messaggio
    Ma come diavolo fanno a combattere la camorra, quando hanno appena svuotato le carceri con l'indulto?

    Ma questi sinistrati sono veramente schizofrenici e dissociati mentali!!
    La camorra non la si combatte a colpi di arresti. Ci sono metodi più efficaci per debellarla, è una mentalità radicata in quei quartieri dove vi è un alto tasso di devianza, non puoi mica mettere in carcere 70-80-90 mila persone, nemmeno se metti dentro i capiclan lo risolvi perché esistono regolamenti all'interno delle cosche che gli permettono di funzionare anche senza di loro, sono esperienze ormai collaudate che con il carcere non si eliminano. si devono creare le alternative giuste e legali alla vita criminale in quelle zone, potenziare la scuola pubblica e i servizi sociali, creare opportunità lavorative, ecc.

  9. #9
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    Il fatto è che la certezza della pena sia invece necessaria per risolvere (o almeno cominciare a risolvere) il problema Napoli.
    Arrestare un boss forse serve RELATIVAMENTE a poco, ma condannarlo all'ergastolo, tagliarlo fuori dalla società civile a vita, punirlo insomma, serve da monito anche per i guaglioni che gli stanno intorno.

    Si dice infatti che tanti pescetti piccoli diventino camorristi appunto perché, a conti fatti, la vita del camorrista sembra essere più soddisfacente di quella del napoletano onesto. Vediamo PRIMA di rendere la vita del camorrista un inferno, e POI (di conseguenza direi) anche la vita del napoletano onesto se ne gioverà.

    Continuare a dare soldi alle amministrazioni serve solo a peggiorare la situazione.

 

 

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