"IL mondo è agli inizi di una grande transizione storica in cui cerchiamo di porre le basi per la vittoria finale della democrazia, per il trionfo contro l'ideologia dell'odio e per la sconfitta del terrorismo e degli stati canaglia. Ma ciò non avverrà nel nostro tempo e potrebbe accadere in un futuro lontano". Impeccabile, nel suo abito nero, Condoleezza Rice spiega il mondo e le sue aree di crisi.

Segretario Rice, perché tante aree di crisi sfidano simultaneamente gli Stati Uniti? Oltre all'Iraq e all'Iran ci sono la Corea del Nord, il Venezuela e il Nicaragua, dove Daniel Ortega potrebbe tornare al potere nelle elezioni del 5 novembre. Non ha nostalgia della guerra fredda, quando sapevamo chi era il nemico?

"All'università ho studiato scienze politiche e la guerra fredda era una sorta di sistema internazionale. Ha detto bene, era chiarissimo chi fosse il nemico. Con il crollo dell'Unione Sovietica e la fine di quel sistema molti pensarono che il risultato sarebbe stata la fine della storia, nella definizione del mio amico Francis Fukuyama. Allora non ci rendevamo conto che si stavano profilando alcune minacce non tradizionali: l'ascesa del terrorismo transnazionale, stati alla ricerca di armi di distruzione di massa, come l'Iran e la Corea del Nord, e un Medio Oriente che si pensava stabile ma in realtà godeva di una falsa stabilità. Credo che ora sia evidente in Medio Oriente una certa turbolenza, nel momento in cui le persone iniziano a riorganizzarsi intorno a principi e aspettative politiche differenti. Siamo agli esordi di una grande transizione storica. Non ho dubbi che si verificherà, ma potrebbe essere in un lontano futuro".

C'è chi crede che l'America non abbia il coraggio di affrontare una guerra che potrebbe protrarsi per decenni.

"Abbiamo la volontà di farlo. Ma bisogna che gli americani vedano dei progressi. Io non ne dubito. E' importante continuare ad essere presenti, in modo da capire il sacrificio che stiamo richiedendo. Ma è più facile raccontare le violenze piuttosto che i lenti progressi politici".

L'ex segretario di stato James Baker è co-presidente di una commissione bipartisan sulla politica americana in Iraq. Baker indica la necessità di un piano B. Ne è informata?

"No, sono impaziente di parlare con lui. Si tratta di un gruppo di persone eccellenti, di grande esperienza. Sono certa che dalla commissione verranno raccomandazioni molto utili. Tutti siamo in cerca di buone idee. Ovviamente le buone idee non sono di nostro esclusivo monopolio".

Tra le fila dei democratici e nei media c'è chi sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero colloquiare con i loro nemici, Siria, Iran e Corea del Nord. Sarebbe proficuo se attuassimo un confronto diretto, senza condizioni preliminari?

"E' meglio se al tavolo siedono non solo gli Stati Uniti e la Corea del Nord ma anche altre parti in causa. Ma è una falsa credenza che non abbiamo avuto colloqui diretti con la Corea del Nord. Nel contesto dei negoziati a sei (il vice segretario di stato n. d. r.) Chris Hill ha partecipato ad una cena con i nordcoreani. Non abbiamo intrapreso un negoziato diretto con i nordcoreani perché nel caso in cui infrangessero un accordo che riguarda esclusivamente gli Stati Uniti, come nel '94, non si troverebbero ad affrontare pressioni da parte cinese o russa".

Nel caso in cui i democratici riconquistassero la maggioranza alla Camera e al Senato l'amministrazione Bush continuerebbe a proporre la stessa politica?

"Il presidente è stato molto chiaro nel difendere le motivazioni che rendono valida la nostra politica. Mi chiede se abbiamo avuto buoni risultati in tutte queste aree di crisi? Per ora no. Ma siamo a metà dell'opera in molti casi. Gli americani faranno le loro scelte, ma credo che il presidente abbia sostenuto efficacemente la bontà delle nostre iniziative politiche".

Restando in tema di elezioni, che cosa dice del voto in Nicaragua e del possibile ritorno al potere di Daniel Ortega?

"Vedremo se, realmente, il Nicaragua intende tornare sui suoi passi. Il nostro obiettivo è garantire elezioni libere e regolari e che l'opposizione non subisca intimidazioni. Molto sta nell'adottare politiche orientate alla libera economia di mercato, provengano esse da sinistra, come in Brasile o in Cile o da destra. Noi non abbiamo problemi a trattare con governi di sinistra. Trattiamo con il Cile, molto efficacemente con il Brasile, con l'Uruguay".

Ma non con il Venezuela e di certo non con Cuba.

"Avevamo in genere ottime relazioni con il Venezuela, ma ci vuole un presidente che rispetti le istituzioni democratiche. E che non si intrometta negli affari dei suoi vicini".

L'Egitto pare orientato verso un programma nucleare.

"Gli egiziani stanno prendendo una decisione riguardo al loro fabbisogno energetico. Mi è stato detto che dispongono di riserve di petrolio per circa 15 anni e di gas naturale per 34 anni: non basta a soddisfare le esigenze di un'economia in crescita. Il nucleare civile costituisce una reale alternativa per le nazioni, se vogliamo che non siano così dipendenti dal petrolio in luoghi in cui preferiremmo che non lo fossero. Ma si deve ridurre drasticamente il rischio che un paese possa portare avanti un programma di armamento nucleare mascherandolo come programma per il nucleare civile. Su questo verte il dibattito sul caso Iran. Si può avere il nucleare civile, ma non la tecnologia che può portare alle armi nucleari".

Lei è stata molto criticata dai blog ebraici conservatori per le sue recenti osservazioni a proposito dello stato palestinese, il suo impegno nei confronti di uno stato che viva fianco a fianco con Israele. Questa è stata la politica dell'amministrazione fin dall'inizio.

"Sì. Un qualsiasi sondaggio condotto nei territori palestinesi rivelerà che il 70 per cento delle persone sono prontissime a vivere fianco a fianco con Israele perché vogliono solo vivere in pace. Certo abbondano gli estremisti con cui sarà difficile trattare, Hezbollah in Libano, Hamas nei territori palestinesi devono essere trattati alla stregua di terroristi. Ma la grande maggioranza dei palestinesi vuole semplicemente una vita migliore. E' una popolazione istruita. Hanno una cultura di società civile. Non credo proprio che le madri desiderino che i loro figli crescano per diventare terroristi suicidi. Credo che le madri vogliano che i loro figli da grandi vadano all'università. E se si possono creare le condizioni giuste è questo che faranno".

Viviamo tempi affascinanti. Si fanno profezie sulla fine del Tempo, si parla e si vocifera di guerre, di nazioni che si sollevano l'una contro l'altra, di Gog e Magog. Lei ha studiato le scritture ed è credente, conosce l'argomento. So che il presidente ne è affascinato. Lei ci riflette mai?

"Io credo che esista un disegno nell'universo e credo in un essere superiore. Ma non sono in grado di capire quale sia il nostro ruolo in tutto questo. Tutti noi siamo affascinati dalle profezie e dal secondo avvento. Mio padre, mio nonno e mio zio erano tutti ministri presbiteriani. Credevano che fosse importantissimo esercitare l'intelletto su questi temi ed io sono loro molto grata, perché non ho mai avuto l'impressione che intelletto e fede fossero in qualche modo in conflitto".

Se il presidente la vorrà è disposta a restagli accanto per gli ultimi due anni?

"Dipende dal presidente. Non ho altri programmi per i prossimi due anni".

Trenta, quaranta anni fa nessuno avrebbe mai immaginato che un'afro-americana potesse pensare di candidarsi alla presidenza. Lei sembra avere tutti i requisiti necessari: Non c'è nulla che potrebbe persuaderla a candidarsi come presidente degli Stati Uniti?

"Tra quei requisiti nel mio caso manca il desiderio. Una cosa così bisogna volerla. E io non la voglio. Amo questo paese e cercherò altri modi per servirlo ancora".