Il presidente Bush ha ben affrontato un punto centrale durante la conferenza stampa di ieri, avvisando i “nemici” dell’America di non scambiare le vicissitudini della democrazia del suo paese per una “mancanza di volontà”. Peccato che poi abbia compromesso il messaggio accettando le “dimissioni” di Donald Rumsfeld nel giorno successivo alla sconfitta elettorale del suo partito, e solo una settimana dopo aver espresso il desiderio di avere al proprio fianco il suo segretario alla difesa fino alla fine del mandato.
Capiamo bene che Rumsfeld ormai fosse diventato una calamita di grane politiche, e che dopo sei anni Bush possa avere voglia di qualcun altro a guida della politica di difesa, dopo che i democratici hanno chiesto la testa del capo del Pentagono. Ma i tempi dell’allontanamento del segretario e la concitata spiegazione fornita da Bush su tempi e cause hanno mandato un messaggio di ritirata, invece che di risoluzione. La nomina di Robert Gates d’altronde non ci rassicura sulla direzione politica intrapresa dal presidente.
Quando verrà l’ora di scrivere la storia del nostro tempo, Rumsfeld probabilmente ne uscirà molto meglio di quanto non pensino i suoi numerosi critici.
Il segretario è stato una testa di turco perfetta: per i democratici, per i generali, cui non piaceva il suo modo di gestire le questioni civili all’interno del Pentagono, e soprattutto per gli ex sostenitori della guerra, desiderosi di addossare la colpa della sollevazione irachena a una singola persona, piuttosto che ascriverla alle inevitabili complessità e battute d’arresto di ogni guerra.
Tutti ormai danno per scontato l’agio con cui le forze armate statunitensi hanno spodestato i talebani in Afghanistan, per cui forse vale la pena di ricordare le tante previsioni di un nuovo Vietnam, di un esito simile a quello cui erano approdati i sovietici.
E poi la velocità con cui si è messo fine al regime di Saddam Hussein, in parte dovuta all’insistenza di Rumsfeld su una strategia rapida e leggera, in modo da evitare quello che si sarebbe potuto trasformare in un assedio prolungato di Baghdad.
John Keegan, storico militare, ha detto che quella campagna ha rappresentato “il più lungo passo mai compiuto in così breve tempo” da operazioni militari, il che ha salvato, all’epoca, migliaia di vite umane.
Rumsfeld ha anche rappresentato una presenza forte all’interno del Pentagono: ha insistito affinché le forze americane imparassero ad operare in modo coordinato e ha assunto diversi responsabili di unità per soppiantare idee e armi obsolete. Per anni gli editorialisti americani hanno gridato al disastro del Pentagono, per poi criticare Rumsfeld che si era guadagnato l’antipatia di qualche generale per aver messo mano alla situazione.
Possiamo biasimare il segretario della Difesa per aver sottovalutato la rivolta in Iraq, ma è in ottima compagnia, in particolar modo in compagnia della Cia.
La paternità della strategia dei “piccoli passi” seguita dalle forze americane va in pari misura a Rusmfeld e al generale John Abizaid. E il peggiore errore commesso in Iraq, ovvero l’inutile lentezza nella creazione di istituzioni politiche e di sicurezza nel paese, è da attribuire più a L. Paul Bremer, a Condoleezza Rice e ai funzionari della Cia e del dipartimento di stato, compresa Meghan O’Sullivan, attuale vice consigliere alla Sicurezza nazionale.
Si sono rifiutati di dare per tempo il loro sostegno a un governo iracheno di “esuli”, per trovarsi poi con un governo costituito in larga misura da quegli stessi esuli, dopo che, finalmente, si erano tenute le elezioni.
Per ragioni che un giorno ci saranno chiare, Bush ha gestito malamente il dibattito sui suoi collaboratori alla sicurezza nazionale, rispetto alla strategia da seguire in Iraq a guerra conclusa.
Ad ogni modo, il presidente potrebbe sentire in futuro la mancanza di un parafulmini come Rumsfeld sulla questione irachena; forse ora sarà la Rice a candidarsi per quella posizione.
Il che ci riporta a Gates, la cui nomina ci induce a interrogarci sul fatto se Bush non voglia dare un segnale di svolta nella sua politica, o, peggio, di una retromarcia in Iraq. Gates è un buon funzionario, ha comprovata esperienza nel campo della sicurezza nazionale. Ma molta di questa esperienza è maturata all’interno della Cia, un ente incapace di giudicare correttamente la natura del nemico per tutta la durata del conflitto.
Gates fa anche parte del gruppo di studio Baker-Hamilton, costituito dal Congresso per esaminare le opzioni politiche possibili in Iraq, e speriamo che la sua nomina non significhi che Bush ha già concesso il suo placet alle raccomandazioni che dovrebbero essere pubblicate a breve.
Una delle proposte riguarderebbe un nuovo impegno nelle trattative con Iran e Siria, che vanificherebbe tutto il “programma di libertà” del presidente.
Ciò che maggiormente preoccupa della situazione in Iraq è il fatto che Gates sia stato vice consigliere per la Sicurezza nazionale sotto Brent Scowcroft nel 1991, quando Bush padre abbandonò la rivolta sciita seguita alla prima guerra del Golfo.
Una delle ragioni per cui il governo iracheno di Nouri al Maliki ha incontrato tante difficoltà nello smantellare le milizie sciite deriva proprio dai timori degli sciiti di essere nuovamente abbandonati dagli Stati Uniti, e lasciati soli ad affrontare la rivolta dei sunniti baathisti.
Se il presidente Bush vuole rassicurare gli sciiti su questo punto e su Gates, deve annunciare che i recenti sforzi di riappacificare il fronte politico dei terroristi sunniti in Iraq sono andati a vuoto. Immaginiamo che Gates sarà sottoposto a un fuoco incrociato su questo tema e su tanti altri durante le audizioni senatoriali per la conferma della nomina.
Almeno, dovrebbe.
© Wall Street Journal
per gentile concessione di MF (traduzione di Elia Rigolio)
da il Foglio di ieri
saluti




Rispondi Citando