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Discussione: Rumsfeld a casa e...

  1. #1
    Segafredo
    Ospite

    Predefinito Rumsfeld a casa e...

    Quando i topi scappano
    Maurizio Blondet
    04/11/2006
    Rumsfeld pronto ad andarsene?

    STATI UNITI - «E' ora che Rumsfeld se ne vada», dice il titolo dell'editoriale.
    Ma la cosa inaudita è che tale titolo appare - a meno che non venga bloccato in tempo dalla censura - non su giornali civili, ma Army Times, e in contemporanea su Air Force Times, Navy Times e Marine Corps Times.
    Sono le riviste ufficiose delle forze armate, lette dai militari. (1)
    Ecco cosa i neocon hanno regalato all'America: un ammutinamento, per ora a mezzo stampa.
    Qualche passo dell'editoriale congiunto:
    «La dura amara verità non è venuta dai leader di Washington. Il presidente Bush, ìl vicepresidente Dick Cheney e il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld hanno elargito una rosea rassicurazione dopo l'altra: 'mission accomplished', i ribelli 'con le spalle al muro', 'sappiamo quel che stiamo Facendo', sono solo alcuni esempi».

    L'amara verità, continua l'articolo, viene dai generali, dagli ufficiali, dai sergenti.
    «Da due anni i sergenti, i capitani e i maggiori che addestrano gli iracheni dicono ai loro capi che le truppe irachene non hanno alcun senso di identità nazionale, si arruolano solo per la paga, disertano, e non sono autonome nella difesa.
    E colonnelli e generali hanno chiesto ai loro superiori più truppe. I dirigenti dei servizi, più fondi.
    Durante tutto questo tempo, Rumsfeld ha assicurato che le cose sono perfettamente sotto controllo. Oggi, il presidente dice che si terrà Rumsfeld fino alla fine del suo mandato alla Casa Bianca.
    Questo è un errore.
    Una cosa è quando la maggioranza degli americani pensano che Rumsfeld ha fallito; ma quando a rompere apertamente con il loro ministro della Difesa sono i capi militari, allora è chiaro che egli sta perdendo il controllo dell'istituzione che apparentemente guida.
    Questi ufficiali sono stati leali nel promuovere in pubblico una guerra che privatamente temevano sarebbe stata un fallimento. Ciò in aderenza ad oltre due secoli di tradizione americana di subordinazione dell'apparato militare alle autorità civili […]
    Rumsfeld ha perso credibilità presso i comandanti, la truppa, il Congresso e il pubblico in generale. La sua strategia ha fallito, e la sua capacità di comandare è compromessa. E' sul ministro che pesa il biasimo per i nostri fallimenti in Iraq, ma sono le truppe a portarne le ferite.
    Questo non ha nulla a che fare con le elezioni di medio termine. Qualunque partito vinca il 7 novembre, è venuta l'ora, signor Presidente, di affrontare la dura amara verità. Donald Rumsfeld deve andarsene».

    In qualunque Paese occidentale, una simile scesa in campo sarebbe intesa come un colpo di Stato.
    In USA, i comandanti in uniforme stanno probabilmente, e disperatamente, cercando di evitare l'apertura di una nuova guerra d'aggressione in Iran; e forse, stanno segnalando che non tollereranno un nuovo 11 settembre false flag per salvare l'Amministrazione.
    Evidentemente, il voto di medio termine autorizza speranze; il clima è cambiato.
    Lo suggerisce anche una ancor più inaudita intervista che apparirà sul magazine domenicale del New York Times, firmata da Dexter Filkins: l'intervistato è Ahmad Chalabi, il bancarottiere iracheno e lobbista che più ha fatto per «vendere» l'attacco a Saddam, e che Wolfowitz, quando era viceministro e braccio destro di Rumsfeld, volle mettere a capo del governo provvisorio collaborazionista a Baghdad. (2)
    «La colpa di tutto è di Wolfowitz», dice ora Chalabi.
    Non sono stato io, dice ora, ad inventare le armi di distruzione di massa di Saddam.
    Sono stati i ministri di Bush che «sono venuti da me a chiedere: potete aiutarci a trovare qualcosa contro Saddam?».
    Chalabi si sente tradito, perché Wolfowitz gli aveva promesso che gli USA se ne sarebbero andati presto lasciando al potere lui, magari insieme a tipi come Muktada al-Sadr.
    Invece, si lagna, «E' stato un teatrino di marionette. Ci hanno messo al comando, ma senza darci alcun potere. Il peggio del peggio».
    Lui dava buoni consigli, giura; ma «gli americani tradiscono gli amici. E' meglio essere nemici degli americani».


    Ahmad Chalabi

    Il fatto più piccante dell'intervista è che Chalabi viola un tabù rispettato da tutti i media USA, anche i più critici: si può criticare Rumsfeld ed anche Bush, ma nessuno ha mai chiamato in causa Wolfowitz, il vero autore del disastro con il suo gruppetto di neoconservatori consulenti al Pentagono.
    Wolfowitz, ebreo, è intoccabile; e adesso irraggiungibile, sulla più alta poltrona della Banca Mondiale.
    I topi scappano dalla nave che affonda.
    Schwarzenegger, dalla California, ha chiesto pubblicamente una data precisa per iniziare il ritiro dei soldati dall'Iraq.
    Debora Price, la deputata repubblicana dell'Ohio, che si batte per essere rieletta l'ottava volta, ha gridato: «Io non c'entro con quello che succede in Iraq» (aveva votato a favore della guerra), poi interrompendo l'intervista con la CNN perché irritata dalle domande.
    La vittoria dei democratici sembra dunque possibile.

    Che faranno per l'Iraq?
    Lo dice per tutti loro Peter W. Galbraith sul Sunday Times del 29 ottobre: «La spartizione in tre è la sola via d'uscita dall'Iraq». (3)
    Ecco cosa faranno.
    Il che induce l'amico Umberto Pascali a scrivermi da Washington: «Quod erat demonstrandum. I neocon hanno fatto la loro parte, ora tocca ai democratici finire il lavoro».
    Il lavoro prescritto cioè negli anni '80 da Kivunim, la rivista dell'Organizzazione Mondiale Sionista: spaccare i Paesi islamici nelle loro linee etniche e religiose, ridurli a staterelli, o meglio ancora atomizzarli.
    Chiunque vinca a Washington, la lobby non perde mai.


    Maurizio Blondet




    Sull'ultima parte in grassetto vorrei dire che: quando Bush e Kerry si sfidavano per le elezioni, in Italia tutti si sbracciavano per Kerry. Solo che, ignari e manovrati, non sapevano che Kerry in Usa diceva che lui non aveva nessuna intenzione di andarsene da Afghanistan e Iraq
    Inoltre la spartizione in tal modo dell'Iraq farà ancor più casini: lo dicono tutti gli analisti mediorientali, lo dice il buon senso. Soltanto dare uno stato ai Curdi (cosa su cui sarei d'accordo, ma dipende dai modi...) farà incazzare la Turchia e l'Iran come delle bestie. Secondo me, se continuano così, si suicideranno da soli.

  2. #2
    Vittima del kali yuga
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    Predefinito

    quoto: come diceva una vignetta usa prima delle elezioni bush-kerry: chiunque vinca, noi perdiamo

  3. #3
    ordineteutonico
    Ospite

    Predefinito

    Blondet secondo me per una volta ha torto. Non si puo´ amalgamare olio e aceto. Sunniti e sciiti. Curdi e sunniti. Gli ultimi decenni ne sono una prova lampante. Massacri e oppressione per tenere in piedi una costruzione di matrice coloniale fatta e costruita dall´impero anglo-giudeo per servire i propri scopi.
    Un Iran allargato non sarebbe di nessuna utilita´ ne´ a U$rael ne al Regno di Giuda. Un kurdistan secessionista un pugno nello stomaco al loro alleato turco, i sunniti liberi dalla faida con curdi e sciiti perderebbero certo di importanza, ma la fine delle lotte intestine intrairaquene li rafforzerebbe comunque.
    Se io fossi al posto di Bush in questo momento farei esattamente cio´ che sta facendo lui. Fomentare lo scontro di fazione tenendo comunque in piedi la costruzione artificiale dell´Iraq. Solo in questo modo sono in grado di applicare la massima romana dividi et impera con profitto.

 

 

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