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Trieste, la solitudine
della bella incompresa
A Trieste si vive tanto bene - sostiene il Sole 24 Ore nella sua graduatoria della qualità della vita - che si ha voglia di morire - conclude Ida Magli nel suo editoriale sul nostro giornale del 28 dicembre. Magli ha colto il significato del triste primato dei suicidi di questa città: qui si pensa tanto da percepire anche la ricchezza e l'ordine come sofferenza. Ma non è più, come nel secolo scorso, una peculiare bellezza del pensiero a suscitare il disagio esistenziale. Tutt' al più lo enfatizza, e a tal punto da trasformarsi in bruttezza. Perché non sono stati i governi, che l'hanno assoggettata, a non permetterle di vivere la propria cultura come ‘forma di sé', costringendola a un'italianità lacerata e divisa. E' stata Trieste a non avere il coraggio di vivere la sua cultura: si vergognava di essere diversa. E di rimanere sola. La scelta dell'italianità ha rappresentato l'affermazione della propria identità, dovuta alla paura di finire «s'ciava», schiava, degli austriaci prima e degli slavi poi. Era l'unica via per essere liberi. Lo capì subito l'élite finanziaria ebrea che sostenne l'irredentismo nascente. Purtroppo l'italianità divenne demagogia in tutta Italia e a Trieste si celebrò la sua parodia nell'accanimento delle persecuzioni alla razza semita. Proprio perché diversa. A Trieste c'è un fuori e un dentro. E a questo fuori il dentro non riesce a conformarsi. Quasi che, nello sforzo di ottemperare al du must, tu devi, e rispettare il verboten, vietato, l'anima si ribelli. Certo, in questa città si applicano con rigore austro-ungarico le leggi fatte a Roma, ma proprio ciò fa sì che vengano considerate insopportabili. Stridono i rapporti umani che, regolamentando il fuori, fanno soffrire il dentro. Trieste che non ha voluto rimanere sola, emarginata, fuori dall'Italia, si sente incompresa e si chiude dentro di sé. Come una bella donna aristocratica che è stata educata a non manifestare i propri sentimenti. Sorride: tutto è in ordine, anche se niente per lei è davvero a posto. Così, con la ‘grazia scontrosa' che le attribuisce Umberto Saba, Trieste ha patito le ingiustizie, tra cui la secolare emarginazione ferroviaria. Finché, di tempo in tempo, si è ribellata urlando tutta la sua solitudine. Come se dovesse ancora crescere, si sente spesso abbandonata dalla madre-patria: le manca la famiglia, quella cultura italiana fatta di punti fermi, tradizioni e valori che possono sorreggere un'esistenza. Poiché non è una città, ma molte città, non riesce ad essere tutta d'un pezzo. Vuole, crede di essere libera e non lo è. Disprezza i ‘crucchi', ma dimostra un rigore tutto austriaco. Non sopporta gli slavi, ma deve a loro la ricchezza. Detesta i profughi e si è fatta colonizzare dagli esuli istriani. E' razzista ma convive con genti di altre nazionalità e culture. E' laica eppure va a messa. Odia e ama, proprio come Ovidio, e non sa veramente perché e si tormenta. Ida Magli sottolinea che invece a Cosenza, dove secondo la graduatoria si vive peggio, non ci si suicida. Ma lì c'è la madre italiana dentro, nella famiglia, e fuori. Qui c'è piuttosto una madre yiddish, errante, che non può trasmettere il senso delle radici, dell'appartenenza a un luogo, ma solo della colpa. E di sensi di colpa si muore. Ma c'è anche un'altra spiegazione. Contradditoria fino a un certo punto, però. Trieste è anche ai primi posti nella classifica dell'impiego del tempo libero, perché il triestino lo ritiene una priorità nella graduatoria delle qualità della vita. Cantando ‘che la vadi ben, che la vadi mal, tutti allegri e mai passion, viva là e po' bon', cerca di risolvere il disagio sociale con il menefreghismo. Fa la cicala e spende per divertirsi più di quanto guadagna. Forse per uno struggente bisogno di coccolarsi. Quando tuttavia la vita volge al termine, la perdita della ricchezza è percepita come una sofferenza da chi aveva scelto di non pensare più. E il pensiero ‘che importa soffrire quando molto si è goduto', che per Charles Baudelaire era una legge, un equilibrio, risulta insopportabile.
di Elisabetta de Dominis




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