1 Prete Gianni per grazia di Dio re potentissimo su tutti i re cristiani. Salutiamo l'imperatore di Roma ed il re di Francia nostri amici. (*) Vi facciamo sapere di noi, del nostro stato e del governo della nostra terra. Vale a dire delle nostre genti e delle nostre specie di bestie. E per ciò che voi dite, che i nostri greci o genti greche non concordano nell'adorare Dio come fate voi nella vostra terra, (**) noi vi facciamo sapere che adoriamo e crediamo il Padre, il Figlio e il Santo Spirito, che sono tre persone in una deità e un vero Dio soltanto. E vi accertiamo e informiamo per mezzo delle nostre lettere sigillate col nostro sigillo circa lo stato e la condotta della nostra terra e delle nostre genti. E se volete qualcosa che possiamo fare informatecene perché lo faremo assai volentieri. E se voi volete venire per di qua nella nostra terra, per il bene che di voi abbiamo udito dire noi vi faremo signore dopo di noi, e vi doneremo grandi terre, signorie ed abitazioni.
(*) Si noti che, delle versioni tradotte da Gioia Zaganelli, la latina e l'anglo-normanna sono indirizzate all'imperatore di Costantinopoli, ovvero rispettivamente "Emanueli, Romeon gubernatori" e "Al treis gentil empereur | De Costentinoble rei e seignur" (Manuele I Comneno, 1143-1180), mentre quella in antico francese è indirizzata "a Fredri, l'emperour de Rome", che per la data della lettera dovrebbe essere Federico I Barbarossa, 1152-1190, morto nella III crociata, anche se può darsi che il traduttore francese avesse piuttosto in mente, anacronisticamente, Federico II Stupor Mundi, 1212-1250, che a differenza del primo, fu effettivamente incoronato re dei romani nel 1212, e imperatore a Roma nel 1220.
Si tenga tuttavia presente che i Romani (Rûm) in tutto il medio oriente erano i bizantini, tanto che la XXX sura del Corano, che parla delle guerre tra bizantini e persiani, s'intitola appunto Al Rûm.
Nell'intitolazione della versione del 1758, indirizzata - come quella da me tradotta, alla quale verosimilmente è legata - all'imperatore di Roma ed al re di Francia, s'interpreta il primo come il Papa, che avrebbe allora dovuto essere Alessandro III, 1159-1181, ma sembra più credibile che i due destinatari, nell'intenzione dell'estensore francese, fossero Federico Barbarossa e Luigi VII il Giovane, 1137-1180, ovvero, anacronisticamente, gli alleati Federico II e Filippo II Augusto, 1180-1223, se non addirittura Filippo IV il Bello, 1285-1314 - di cui cerca mediante alcune interpolazioni faziose di sostenere le spoliazioni operate a danno di Templari ed ebrei - ed Enrico VII di Lussemburgo, 1308-1313.
(**) Le parole "noz grecs ou gens gregoises ne saccordent a adorer dieu comme vous faictes en vostre terre" sembrano qui riflettere una contestazione fatta al Prete Gianni circa il fatto che le genti del suo regno avrebbero praticato la religione greco-ortodossa, il che costituirebbe un riferimento temporale al 1054, anno dello scisma tra cattolici e ortodossi, di soli 11 anni precedente alla data presunta della Lettera. In realtà, in base alle supposte localizzazioni del regno del Prete Gianni, più facile sarebbe che il suo cristianesimo fosse stato di tipo nestoriano o monofisita, piuttosto che greco-ortodosso. E in effetti c'è qui una precisa discordanza rispetto alla versione latina, nella quale parole affini a queste sono rivolte non già al Prete Gianni, bensì da questi all'imperatore di Costantinopoli.
Itemque (*) sappiate che noi abbiamo la più alta corona che sia in tutto il mondo. Così come oro, argento e pietre preziose. E buone fattorie, villaggi, città, castelli e borghi.
Item sappiate anche che noi abbiamo sotto il nostro comando quarantadue re, potentissimi e buoni cristiani.
Item sappiate che noi sostentiamo con le nostre elemosine tutti i poveri che sono nella nostra terra, siano essi nostri concittadini o stranieri, per l'amore e l'onore di Gesù Cristo
Item sappiate che noi abbiamo promesso e giurato nella nostra buona fede di conquistare il sepolcro di Nostro Signore e tutta la terra promessa. E se voi volete noi l'avremo, se Dio vuole, purché abbiate in voi grande e buon ardimento, così come ci è stato riferito che avete buon coraggio, vero e leale. Ma tra voi altri francesi avete alcuni del vostro lignaggio e delle vostre genti che stanno coi saraceni, nei quali voi avete fiducia e pensate che vi aiutino e debbano aiutare, ed essi sono falsi e traditori Ospitalieri. (*) E sappiate che noi 2 li abbiamo distrutti, quelli che erano nella nostra terra, perché così si deve fare di coloro che vanno contro la fede.
(*) Ospitalieri erano detti gli appartenenti agli ordini che si occupavano di assistere i malati, ed in particolar modo quelli che, chiamati dapprima cavalieri di San Giovanni, divennero poi cavalieri di Rodi ed infine cavalieri di Malta. È verosimile che il traduttore trecentesco francese abbia introdotto questo passo sui faulx et traitres hospitaliers, come pure quello sui faulx templiers del § 55, compiacendo a Filippo il Bello (1285-1314) - a cui sarebbe pertanto contemporaneo - relativamente alla distruzione da costui ordita e compiuta a danno dei Templari, mediante il sequestro dei loro beni nel 1307, la soppressione dell'ordine nel 1312 - complici papa Clemente V e il Concilio di Vienne - e lo sterminio dei suoi appartenenti, tra cui il Gran Maestro Jacques Bernard de Molay, arso sul rogo l'11 marzo 1313. Si noti inoltre che le proprietà dei Templari passarono alla Corona in Francia e Spagna ed agli Ospitalieri negli altri paesi. Tra le voci che si diffusero all'epoca ci fu anche quella che i Templari, convinti eretici, si fossero ripetutamente accordati con i musulmani a danno dei cristiani.
Item sappiate che la nostra terra è divisa in quattro parti perché vi sono le Indie. (*) E nell'India Maggiore giace il corpo di San Tommaso l'Apostolo (**) per il quale Nostro Signore Gesù Cristo fa più miracoli che per santi che stiano in Paradiso. (***) E quell'India è nella regione d'oriente giacché è vicina a Babilonia la deserta, e così è prossima ad una torre che si chiama Babele. Nell'altra regione innanzi a settentrione v'è grande abbondanza di pane, di vino, di carni e di ogni cosa che sia buona a sostentare il corpo umano.
(*) Tutt'altro che chiara questa divisione in quattro parti. Nel testo della Zaganelli tale quadripartizione non c'è, si parla solo delle tre Indie. Al qual proposito bisogna tenere presente che, mentre in epoca antica l'India veniva distinta in India intra Gangem (India tra Indo e Gange) e India extra Gangem (India di là dal Gange e Indocina),nel Medioevo la si considerava piuttosto triplice: la Maggiore (Prima, Superior) era l'attuale India; la Minore (Secunda, Inferior) l'Indocina; la Mezzana (Tertia, Meridiana) l'Abissinia e territori vicini. Come poi possa l'India Maggiore essere vicina a Babilonia non è evidente, a meno che non si guardino le carte dell'epoca. Per esempio T'Serstevens tra le pp. 48 e 49 riporta un mappamondo dell'XI secolo dove l'India è proprio a fianco dell'Assiria, da cui è divisa dall'Indo, mentre la Partia è posta tra Assiria e Siria. Anche quelle di Cosma Indicopleuste (VI secolo, riprodotta da Landström, p. 65) e di Beatus (VIII secolo, riportata da Landström, p. 89) consentono analoghe interpretazioni.
(**) Circa san Tommaso Apostolo, così si esprime Eusebio da Cesarea (258/265-337/340), Storia Ecclesiastica, III, 1, 1 (trad. it. Francesco Maspero e Maristella Ceva, Rusconi, Milano, 1979): «Quanto agli apostoli e ai discepoli del Salvatore nostro dispersi per tutta la terra, la tradizione riferisce che Tomaso ebbe in sorte la Partia, Andrea la Scizia e Giovanni, vissuto e morto ad Efeso, l'Asia».
Circa poi la permanenza dell'apostolo in India, ecco quanto ne dice Otto Hophan ne Gli apostoli, trad. it. di Mons. Gioachino Scattolon, Marietti, Torino, 1951, pp. 180-181:
"Le antiche informazioni, capeggiate dallo stesso Origene (+ 253), parlano d'una attività apostolica di Tommaso fra i Parti; vengono ricordati pure i popoli dei Medi, Persiani, Ircani e Bactriani, che abitavano i territori degli odierni Iran, Irak, Afganistan e Belucistan; una leggenda deliziosamente ingenua dice che Tommaso incontrò fra i Persiani gli stessi Maghi, che un dì avevano reso omaggio al Bimbo di Betlem, e amministrò loro il battesimo.
La leggenda, secondo la quale Tommaso si sarebbe spinto ancor più innanzi, sino cioè alla vera India odierna, ebbe a suo favore anche scrittori cattolici solo dalla metà del secolo quarto; questa notizia non è in sé inconciliabile con le più antiche; nell'India stessa è sopravvissuta sino ad oggi l'opinione che Tommaso giungesse nella regione per la «via di seta», attraverso cioè la Persia e il Tibet. Quasi negli stessi anni, molti fuggitivi giudeocristiani sarebbero arrivati per via di mare in Cochin, dove il nostro Apostolo avrebbe faticato, finché più tardi si sarebbe inoltrato nel Travancore. Una antica tradizione siriaca chiama Tommaso «guida e maestro della Chiesa dell'India, ch'egli fondò e resse». I così detti «cristiani di Tommaso», che sono sopravvissuti sino al nostro tempo nella costa del Malabar - quelli uniti a Roma ascendevano nel 1937 a 700.000 credenti -, vedono in questo Apostolo il loro padre spirituale. Nonostante però tutti questi indizi, che pur meritano considerazione, la scienza cristiana trova difficoltà ad ammettere come efficaci le prove, che si adducono a favore d'un'attività di Tommaso nell'India. V'è anche un'altra opinione, secondo la quale egli avrebbe predicato il Vangelo addirittura in Cina; ma neppure questa si può dimostrare storicamente vera
Ancor più incerte e in gran parte fantastiche sono le informazioni sull'attività apostolica di Tommaso, che rigurgitano di miracoli; forse nessun altro Apostolo è stato quanto lui, l'«incredulo», soffocato dalla esuberanza della leggenda. Tutte queste notizie leggendarie dipendono dagli «Atti di Tommaso» apocrifi, che furono scritti nella prima metà del secolo terzo in ambienti gnostici, probabilmente a Edessa, e ben presto furono rielaborati da un cattolico siriaco o greco. Il loro contenuto in breve è il seguente: nella spartizione del mondo fra gli Apostoli, Tommaso tirò la sorte per l'India, ma per un sentimento di paura si rifiutò d'andarvi; per questo è venduto dal Signore stesso come schiavo al commerciante indiano Abbanes, che per incarico del suo re Gundaphar - alcune monete ritrovate attestano che un re indiano di nome Gundaphar fra gli anni 20-50 dopo Cristo è storicamente esistito - cerca un architetto. Tommaso, insieme con Abbanes, s'incammina silenzioso per il viaggio in India; il re accorda piena fiducia allo sconosciuto «architetto» e mette a sua disposizione enormi ricchezze per la costruzione del palazzo reale; l'Apostolo dispensa queste somme, fissate per la costruzione, ai poveri, con la motivazione che facendo così egli costruiva al re un palazzo in Cielo. Il principe inviperisce; ma gli appare il fratello defunto che lo rassicura della verità e della magnificenza di quel palazzo all'al di là, costruitogli da Tommaso; il re e suo fratello, risorto a nuova vita, si fanno battezzare.
Tommaso s'inoltra nel regno vicino, dove induce parecchie donne di stirpe principesca a eleggere la verginità anziché il matrimonio - idee gnostiche, ostili al corpo e al matrimonio, fanno spesso capolino proprio negli Atti di Tommaso -; e per questo il re Mazdai ordina a quattro soldati di infilzarlo nello spiedo. La morte di spiedo sarebbe sino ad oggi una punizione per i delitti politici secondo la costituzione del Siam. Come luogo della morte, la tradizione ricorda «Kalamina», località che sino ad oggi non si è potuta identificare con certezza; forse è in relazione col grande «monte di Tommaso» presso Mailapur [vicino a Madras], sul quale nel 1547 fu costruita una chiesa in onore dell'apostolo Tommaso, supponendolo il luogo della sua morte; sull'altare si trova la croce di pietra di Tommaso, con iscrizioni del sesto, settimo e ottavo secolo.
È difficile sceverare nella leggenda di Tommaso la verità dalla finzione. Verso la metà del secondo secolo lo gnostico Eracleone afferma che l'Apostolo morì di morte naturale. La chiesa di Edessa si gloria del suo sepolcro, che in una predica il Grisostomo enumera fra i quattro sepolcri conosciuti degli Apostoli; la leggenda indiana cerca di andare incontro a questo dato, mentre riferisce che la maggior parte delle reliquie di Tommaso fu trasportata a Edessa nel secolo terzo; nel 1258 sarebbero passate da Edessa nell'isola greca di Chios e di qui, più tardi, a Ortona, dove attualmente sono onorate".
Una storia abbastanza simile è raccontata anche nella Leggenda aurea di Jacopo da Varagine. Per gli Atti di Tommaso, che contengono tra l'altro il celebre Inno della Perla, si cfr. per es. Gli Apocrifi del Nuovo Testamento, a c. Luigi Moraldi, UTET, Torino, 1971, vol. 2, pp. 1225-1350.
Alcune tradizioni fanno giungere Tommaso fino a Taprobane (Ceylon, oggi Sri Lanka); M. Gainet ne La Bible sans la Bible ou Histoire de l'Ancien et du Nouveau Testament par les seuls témoignages profanes, Bar-le-Duc, 1871, vol. 2, p. 583, dice che «Niceforo assicura che egli [Tommaso] ha evangelizzato l'isola di Taprobane». Altre tradizioni fanno di un re di Ceylon un suo seguace, il quale sarebbe stato per taluni addirittura uno dei Re Magi.
E a proposito di tale collegamento di Tommaso coi Magi, si legga quanto scrive Friedrich Wilhelm (Anslie T. Embree e Richard Wilhelm, India, 17° vol. della Storia Universale Feltrinelli, trad.del 17° volume della Fischer Weltgeschichte a c. di Maria Attardo Magrini, Milano, 1968, cap. 9, p. 108):
«Sotto Gundofarr (c. 19-65 d.C.), un principe dei Parti, sorge un grande regno indo-partico, che si estende dal Sistan fino a Mathurâ e Saurâshtra. Questo potente sovrano, che in greco è chiamato Gondophares (cui corrisponde il persiano Vindapharna, "conquistatore dello splendore"), è stato collegato per due versi con la storia del cristianesimo. È nominato come uno dei tre Re Magi che vennero dall'Oriente a visitare il Bambino Gesù a Betlemme: il suo nome, attraverso l'armeno "Gathaspar", sarebbe divenuto Gaspare. E secondo gli Atti apocrifi di San Tommaso, l'apostolo dell'India Tommaso avrebbe predicato la buona novella nel regno di Gudnaphar (così è qui indicato il nome del re).
La sua attività missionaria si sarebbe estesa fino all'India del sud, dove, a quanto dicono gli Atti, avrebbe subito il martirio nei pressi di Madras. A lui si ricollegano i cosiddetti cristiani tomiti. Solo il monaco Cosma Indicopleuste, che nel VI secolo percorre anche l'India del sud e Ceylon, ci dà notizie più precise e riferisce di aver trovato in quelle regioni comunità cristiane. Si trattava probabilmente di Nestoriani, giuntivi dalla Persia».
(***) Di tali miracoli (guarigioni di febbri e di lebbra, conversioni) parla a lungo Marco Polo nel Milione, dove si dice anche che "Lo corpo di santo Tomaso apostolo è nella provincia di Mabar in una picciola terra che non v'à molti uomini, né mercatanti non vi vengono, perché non v'à mercatantia e perché 'l luogo è molto divisato. Ma vèngovi molti cristiani e molti saracini in pellegrinaggio, ché li saracini di quelle contrade ànno grande fede in lui, e dicono ch'elli fue saracino, e dicono ch'è grande profeta, e chiàmallo varria, cio(è) «santo uomo»" (cap. 172 nella versione scaricabile da http://www.liberliber.it/biblioteca/p/polo/, corrispondente al cap. CLIII nell'ed. Edipem; varria potrebbe essere il termine arabo walî, "amico" nel senso di amico di Dio).
7Item nella nostra terra ci sono gli Elefanti e un'altra specie di bestie che si chiamano Dromedari, e cavalli bianchi, e bovi selvatici che hanno sette corna, e orsi bianchi, e leoni molto strani di quattro specie. Vale a dire rossi, verdi, neri e bianchi. Ed asini selvatici che hanno due piccole corna. E lepri selvatiche che sono grosse come un montone, e cavalli verdi che corrono più velocemente d'ogni altra bestia ed hanno due piccole corna.
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Item sappiate che noi abbiamo gli uccelli chiamati Grifoni, e portano facilmente un bue o un cavallo nel loro nido per dare da mangiare ai loro uccelletti
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Itemque sappiate che abbiamo un'altra specie di uccelli i quali hanno signoria su tutti gli altri uccelli del mondo e hanno colore di fuoco e le loro ali sono taglienti come un rasoio. E vengono chiamati Alerioni (*) ed in tutto il mondo non ve ne sono che due e vivono per lo spazio di sessant'anni poi vanno ad annegarsi nel mare. Tuttavia dapprima covano, e covano due o tre uova (**) che covano per un periodo di quaranta giorni, e poi escono dal guscio e divengono uccelletti. Ed allora i grandi, vale a dire padre e madre, se ne partono e vanno ad annegarsi nel mare come s'è detto. E tutti gli uccelli che allora li incontrano fanno loro compagnia fino a tanto che essi sono annegati.
(*) Nel testo in francese antico tradotto dalla Zaganelli (riga 61) si trova la forma "alerions". Gli alerioni sono presenti in araldica. Ne dice il Tommaseo, citando Rosso Antonio Martini, Esequie della Serenissima Elisabetta Carlotta d'Orleans, 1754: "L'Alerione è nell'arme un aquilotto disarmato, cioè senza becco e senza piedi, con l'ali distese. Se ne contano negli scudi fino a sedici, ed alcuni dicono che e' dimostrano avere, chi pigliò quest'armi, ucciso tanti nemici in guerra quanti alerioni egli pose nello scudo". E la Grammatica araldica di Felice Tribolati (Hoepli, Milano, 1904, p. 122) definisce alerioni "le aquile mutilate, ossia senza becco e senza piedi". Difficile capire il legame tra tale simbologia ed il racconto qui riferito.
(**) Ben poco chiaro come, essendo sempre gli Alerioni in tutto il mondo due, possano deporre tre uova. Il testo antico-francese della Zaganelli in effetti dice (66) che «fanno due uova» (font deus oés), e non accenna che possano essere di più.
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E quando quelli sono annegati, essi se ne tornano e vanno dagli uccelletti e li nutrono fintanto che siano grandi e possano volare e procurarsi 3 di che vivere.
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Item sappiate che da queste parti ci sono altri uccelli chiamati Tigri (*) e sono di così gran forza e virtù che s'impadroniscono facilmente d'un uomo completamente armato e del suo cavallo e l'uccidono.
(*) Che queste "tigri" diventino uccelli sembra una corruzione specifica di questa versione perché nella versione di Gioia Zaganelli (77-78) si parla più esattamente di "une autre maniere de biestes ki ont a non tygres, et si sont menours d'olifans, et si deveurent moult d'autres biestes" - sono le normali tigri, insomma.
12Item sappiate che in una regione della nostra terra, nel deserto, c'è una razza d'uomini che sono cornuti, i quali non hanno che un occhio davanti, e tre o quattro dietro. E vi sono donne che sono eguali agli uomini.
13Item nella nostra terra vi è un'altra razza di gente che non vivono che di carne cruda d'uomini e di donne, e punto non esitano a morire. E quando uno di loro è morto, sia anche il padre o la madre, essi lo mangiano bell'e crudo. E dicono che mangiare carne umana è buona e naturale cosa, e che fanno ciò in remissione dei loro peccati. E quelle genti sono maledette da Dio e sono chiamate Got e Magot (*) e vi sono più nazioni di quelle genti che di tutte le altre genti. Le quali si spanderanno per tutto il mondo alla venuta dell'anticristo. Giacché sono della sua alleanza e della sua compagnia. E tali genti sono quelle che chiusero il re Alessandro in Macedonia e lo misero in prigione e sfuggì loro. (**) Tuttavia Dio invierà loro dal cielo folgore e fuoco ardente che tutti li arderà e confonderà (***) e pure l'anticristo e per tal modo saranno distrutti e rovinati. Tuttavia di queste genti invero noi ne portiamo molti con noi alla guerra quando vi vogliamo andare, e diamo loro permesso e licenza di mangiare i nostri nemici, sicché di mille non ne rimane uno che non sia divorato e rovinato. E poi li facciamo ritornare nella loro terra. Giacché se dimorassero lungamente con noi essi ci mangerebbero tutti.
14Item abbiamo un'altra razza di gente nella nostra terra che hanno i piedi proprio come un cavallo e dietro ai talloni hanno quattro coste forti e taglienti con cui combattono in modo tale che nessuna armatura può resistervi e questi sono buoni cristiani e lavorano volentieri la propria terra e la nostra e ci danno grandi rendite ogni anno.
154 Itemque abbiamo in un'altra parte del deserto una terra che si estende in lunghezza per quarantadue giornate. E si chiama Femminia la Grande, e non preoccupatevi che sia in terra saracena, giacché quella di cui diciamo è nella nostra terra. Ed in quella terra sono tre regine, oltre alle altre dame che ricevono da esse le proprie terre. E quando quelle tre regine vogliono andare in battaglia, ognuna di esse conduce con sé centomila donne in armi. Senza le altre che conducono i carri, (*) i cavalli, gli elefanti che portano le armi e le vivande. E sappiate che esse si battono come fossero uomini. E sappiate che nessun uomo maschio dimora con loro se non per nove giorni, durante i quali si può divertire e sollazzare con loro e generare, ma non di più, ché altrimenti sarebbe morto.
16Item quella terra è circondata d'un fiume che viene dal Paradiso Terrestre ed è chiamato Cyson (*) ed è tanto grande che nessuno può passarlo se non in grandi navi o in grandi barche.
17Item sappiate che in quella terra vi è un'altra contrada che si chiama Pisonia, (*) che è piccola e non si estende che dieci giornate di lunghezza e sette di larghezza. E le persone sono piccole come un bambino di sette anni, ed i loro cavalli piccoli come un montone, e sono buoni cristiani e lavorano volentieri, e nessuno fa loro guerra fuorché gli uccelli, che vengono ogni anno allorché essi debbono raccogliere il loro grano e vendemmiare. E dunque il re di quella terra si arma di tutta la sua potenza contro i detti uccelli e fanno grande carneficina gli uni contro gli altri. E poi gli uccelli fanno ritorno.
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Item nella nostra terra vi è abbondanza di pane, di vino, di carni e di ogni cosa che sia buona a sostentare il corpo umano.
18Item sappiate che nella nostra terra vi sono i Sagittari, che dalla cintura in su hanno forma d'uomo e per contro in basso hanno forma di cavallo. E portano nelle loro mani archi e frecce e tirano più fortemente d'ogni altra razza di genti, e mangiano carne cruda. E taluni della nostra corte li catturano e li tengono incatenati e la gente viene a vederli per gran meraviglia.
19
Item sappiate che nella nostra terra ci sono i Liocorni, che hanno sulla fronte un corno soltanto, e ve n'è di tre razze, 5 di verdi, di neri ed anche di bianchi, e talvolta uccidono il leone. Ma il leone li uccide con molto ingegno, giacché quando il liocorno è stanco si mette a fianco di un albero, e il leone gira intorno, ed il liocorno crede di colpirlo col suo corno e colpisce l'albero con tal vigore che non lo può più togliere, sicché il leone lo uccide.
20
Item sappiate che nell'altra parte del deserto ci sono genti che solevano avere un'altezza di LX cubiti mentre ora non ce l'hanno che di venti, e non possono uscire dal deserto, giacché a Dio punto non piace. Perché se stessero fuori potrebbero invero combattere tutto il mondo
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Item sappiate che nella nostra terra vi è un uccello che si chiama Fenice ed è l'uccello più bello del mondo. Ma in tutto il mondo non ve n'è che uno, che vive cent'anni e poi se ne sale verso il cielo così vicino al sole che il fuoco s'apprende alle sue ali, e allora discende nel suo nido e si arde. E di queste ceneri si forma un verme e poi si muta di nuovo in un uccello, alla fine di cento giorni, tanto bello com'era prima.
22
Item nella nostra terra vi è abbondanza di pane, di vino, di carni e di ogni cosa che sia buona a sostentare il corpo umano.
23
Item sappiate che in una regione della nostra terra non può entrare nessuna bestia che per sua natura porti veleno.
24Item sappiate che tra noi e i saraceni corre un fiume che si chiama Indo (*) e viene dal Paradiso Terrestre ed è tutto pieno di pietre preziose e percorre la nostra terra in molte parti con piccoli fiumi e grandi, e là si trovano molte pietre preziose, vale a dire smeraldi, zaffiri, diaspri, calcedoni, (**) rubini, carbonchi, scobassi (***) e molte altre pietre preziose che non ho nominato. E di ciascuna conosciamo nome e virtù
25Item sappiate che nella nostra terra vi è un'erba chiamata Permanente. E chi ne porta su di sé può incantare il diavolo e domandargli chi è, dove va, che fa in terra, e può farlo parlare. E per questo il diavolo non osa dimorare nella nostra terra.
26Itemque sappiate che nella nostra terra cresce il pepe, (*) il quale non è mai seminato e cresce tra gli alberi e i serpenti. E quando 6 è maturo inviamo i nostri uomini per raccoglierlo ed essi fanno fuoco nel bosco e tutto arde, e quando il fuoco è passato fanno grandi mucchi di pepe e di serpenti, e lo si riunisce e poi lo si porta a casa e lo si lava in II o tre vasche (**), e poi lo si fa seccare al sole. E in quella maniera diventa nero, buono e forte.
(*) Il Malabar era ben noto come paese del pepe. Così si esprime Cosma Indicopleuste (VI secolo): «Nel Mare Indiano sull'isola di Ceylon, nell'India propriamente detta, v'è una chiesa cristiana con sacerdote e fedeli - come pure sulla Costa di Male [la costa del Malabar], dove cresce anche il pepe, e nella località chiamata Calliana» (cit. da Landström, p. 65).
Il Manuale del Droghiere di Luigi Manetti (Hoepli, Milano, 1926), a p. 45, dice: «Commercialmente il pepe dividesi in pepe pesante o duro ed è il più stimato (provenienza: Malabar, Alepy, Tellitchery); pepe semi-pesante o semi-duro (Saigon, Singapore); pepe leggero o tenero (Penang, Giava, Sumatra)»
(**) Interpreto qui caves come cuves. L'idea sembra essere che si porti a casa il pepe con molte scorie e poi lo si separi da esse con dei lavaggi, anche "pour oster le venin des serpens" cioè «per trarne fuori il veleno dei serpenti» (vers. Zaganelli, 194-195).
Si paragoni tuttavia, relativamente al processo di raccolta descritto, quanto dice Luigi Manetti nel sopra citato Manuale del Droghiere, pp. 44-45: «Il pepe è il grano o frutto del Piper nigrum. Si raccolgono i granelli verdi che vengono poscia asciugati al sole e quindi esposti al calore di un fuoco coperto. In queste condizioni il frutto si copre di rughe o pieghe irregolari incrociantisi e formanti quasi dei poligoni, ed assume il color nero. Per ottenere il pepe bianco si lasciano maturare i frutti finché abbiano assunto colorazione rossa, quindi secchi, sono posti in sacchi ed immersi per un paio di giorni nell'acqua di mare o nell'acqua leggermente carica di calce. Poscia si asciugano e si sfregano tra le mani e con tale operazione il tegumento esterno si stacca ed il frutto presentasi di color bianco grigiastro». Sembra che nella Lettera siano state rimescolate fasi dell'uno e dell'altro processo, scambiando un fuoco controllato per l'incendio del bosco ed escogitando la pseudospiegazione del veleno dei serpenti per giustificare i lavaggi.
27Itemque sappiate che vicino a quella regione vi è una fontana tale che chi può berne dell'acqua tre volte a digiuno non avrà malattie per XXX anni, e che quando ne avrà bevuto gli sembrerà d'aver mangiato tutte le migliori vivande e spezie del mondo; ed è tutta piena della grazia del Santo Spirito. E chi può bagnarsi nella fontana, se ha l'età di cent'anni o di mille, torna all'età di trentadue anni. E sappiate che noi nascemmo e fummo santificati nel ventre di nostra madre, e così abbiamo trascorso cinquecentosessantadue anni (*) e ci siamo bagnati nella fontana sei volte.
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Item sappiate che nella nostra terra nasce il Mare di Sabbia, e corre assai forte e genera onde terribili. E nessun uomo, salvo noi, può attraversarlo, per nulla che si faccia. E noi ci facciamo portare dai nostri grifoni così come fece Alessandro quando andò a conquistare il castello incantato. (*)
(*) In una pagina del bel sito del Liceo Sabin di Bologna - http://www.liceosabin.it/ipertesti/marcopolo/il_milione/realfantasy/link18_2.htm - è riprodotta una lastra scolpita della Basilica di San Marco rappresentante Alessandro trainato in cielo dai grifoni, accompagnata da una citazione tratta da un volgarizzamento italiano (purtroppo non meglio specificato) di un originale francese del Romanzo di Alessandro (fine del XIII o inizio del XIV secolo): «Et quindi si partì Alessandro colla sua oste e venne al mare Rosso, e quivi misse il campo allato a una grande montagna, sì che Alessandro parea che toccasse il cielo. E incontanente pensò in suo cuore di fare uno ingigno, collo quale elli potesse andare infino al cielo. E incontanente comandò alli suoi maestri di legname, che facessono una gabbia, là dove elli stesse in mezzo. Poi fece legare a ciascuno canto della gabbia quattro uccelli grifoni, e sopra loro vi fece legare quattro quarti di carne di bue legati in grande pertiche; e anche prese due lance, e mìssevi ispugna d'acqua. E quando Alessandro fu dentro della gabbia con tutte queste cose, li grifoni ch'erano affamati, viddono la carne, si levarono in volo per prenderla, e così portorono la gabbia con tutto Alessandro su nell'arie sì alto che Alessandro che guardava inverso a terra, li parea come una aia, o come una piccola piazza; e l'acqua li parea ch'avvolgesse la terra come uno dragone. E quando Alessandro fu andato tanto in alto, come li piacque, prese le pertiche della carne, e abbassolle inverso la terra; e li grifoni volarono in verso la carne, tanto che puosono Alessandro lontano dalla sua oste bene una giornata sanza nullo male. Poi si misse alla via a piedi, con gran travaglio venne alli suoi cavallieri; e quando lo viddono, fècionne grande allegrezza, e adoràvanlo come si fosse Iddio».
Un bassorilievo della cattedrale di Friburgo con lo stesso soggetto (circa 1200) si trova riprodotto all'indirizzo http://www.fh-augsburg.de/~harsch/gallica/Chronologie/12siecle/Alexandre/ale_bran.html come illustrazione del Roman d'Alexandre di Alexandre de Bernay, nel quale così viene descritto l'episodio (1,3, 73-76):
«Et la voie du ciel refu par lui tentee,
Quant la chaiere d'or en fu lassus portee
Par les quatre grifons, a qui fu acouplee».
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Item a lato di quel mare passa un fiume e in esso si trovano molte pietre preziose e tante buone erbe che sono utili per ogni medicina.
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Item sappiate che tra noi e i Giudei (*) passa un fiume che è pieno di pietre preziose e corre talmente forte che nessuna persona può varcarlo tranne il sabato, quando riposa; e tutto ciò ch'esso trova lo porta con sé nel Mare di Sabbia. E ci è necessario vigilare su quel passo, perché abbiamo su quella frontiera quarantadue castelli, i più belli e forti che ci siano al mondo, e abbiamo gente che li guarda. Vale a dire diecimila cavalieri e seimila balestrieri e quindicimila arcieri e quarantamila sergenti a cavallo e in armi che vigilano sui passaggi suddetti affinché, qualora il gran re d'Israele dovesse venire con la sua compagnia, non possa attraversare con questi giudei, i quali sono due volte di più che i cristiani ed i saraceni.
(*) Da qui in avanti si parla spesso d'Israele e di Giudei, con un certo sentimento di minaccia, nel che si mescolano - mi pare - due cose diverse. L'una è una lontana reminiscenza del Regno ebraizzato dei Khazari a nord del Caucaso e di altre popolazioni vicine egualmente passate al giudaismo per un tempo più o meno lungo; l'altra è la tendenza dell'estensore trecentesco a giustificare Filippo il Bello, come già nelle sue persecuzioni contro i Templari, anche in quelle verso gli Ebrei, che egli espulse dalla Francia nel 1306, naturalmente incamerandone i beni, conformemente alla sua attitudine di ladro e falsario di moneta.
Per i Khazari cfr. la Nota del Traduttore premessa a Yehûdâh ha-Lêwî, Il re dei Khàzari, trad. it. di Elio Piattelli, Bollati Boringhieri, Torino, 1960 e 1991, pp. 8-9, nota 4: «La conversione dei Khàzari all'ebraismo è storica. Essi formavano un regno indipendente, situato nella regione che sta tra il Caucaso, il Volga e il Don. Il loro re Bulan si convertì all'ebraismo nell'ottavo secolo. Uno dei suoi discendenti, Obadiah, riuscì a diffondere la fede ebraica nel suo popolo, soprattutto fra le classi aristocratiche. Il regno dei Khàzari era conosciuto e rispettato dagli imperatori bizantini. L'undicesimo re di questa dinastia, Giuseppe (960 circa) fu in corrispondenza con Chasday ibn Shaprût, consigliere del Califfo di Cordova `Abd ar- Rachmân III. Pochi anni dopo, il regno dei Khàzari cominciò a declinare, e presto la sua potenza venne meno di fronte alle forze coalizzate del principe di Kiew e dell'impero bizantino». La capitale del regno dei Khazari era Atil (o Itil), presso la foce del Volga. Alcune testimonianze medievali - occidentali, ebraiche, arabe - circa l'ebraicità dei Khazari sono riproposte in: http://www.khazaria.com/khazar-quotes.html.
Giovanni da Pian del Carpine, che dal canto suo considerava cristiani i Khazari (e può essere che all'epoca sua lo fossero, tutti o in gran parte, divenuti), parlava però, alla fine del tredicesimo secolo, di«Brutachi,che si dice siano ebrei, e che hanno la testa rasa» (T'Serstevens, p. 148). Di tali Brutachi m'è parso di capire che nessuno sappia nulla.
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7 Giacché essi hanno le due parti del mondo. E sappiate che il gran re d'Israele ha con sé trecento re e quattromila principi, e duchi e conti tutti giudei che gli obbediscono.
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Item sappiate che se i giudei potessero attraversare quel passo cristiani e saraceni sarebbero tutti morti.
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Itemque sappiate che noi lasciamo passare ogni sabato ottocento o mille giudei per far mercato. Ma essi non entrano punto nei nostri villaggi, bensì fan mercato fuori, per il sospetto che noi nutriamo verso di loro, e non vendono che placche d'oro e d'argento, ché essi punto non hanno altra moneta. E quando hanno tenuto il loro mercato se ne ritornano al proprio paese.
Item sappiate che abbiamo quarantadue castelli vicini l'uno all'altro un tratto di balestra e non più. (*)
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Item sappiate che abbiamo ad una lega lì vicino una città che si chiama Orionda (*) la Grande, la più bella e più forte che ci sia al mondo. E vigila su di essa uno dei nostri re, il quale riceve dal gran re d'Israele il tributo, giacché egli ci deve ogni anno duecento cavalli carichi d'oro e d'argento e di pietre preziose ed inoltre le spese che si fanno in quella città e nei suddetti castelli.
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Item in una regione della nostra terra vi è una montagna nella quale nessuno può abitare per il gran calore che vi fa, e in quel luogo 8 si nutrono alcuni vermi che non possono vivere senza fuoco. E nei pressi di quella montagna noi sempre teniamo quarantamila persone che vi fanno un gran fuoco. E quando quei vermi sentono il calore del fuoco, escono dalla terra e se n'entrano nel fuoco. E in quel luogo producono una pelle simile a quella che fanno i bachi da seta. E di quella pelle facciamo le nostre vesti e quelle delle nostre donne, le quali indossiamo nelle feste annuali. E quando vogliamo lavarle le immergiamo nel fuoco ed allora ritornano ad essere belle e fresche. (*)
(*) Il verme del fuoco dovrebbe essere la mitica Salamandra, e la seta incombustibile l'amianto. Della Salamandra scriveva Brunetto Latini ne Il Libro delle Bestie, cap. XIV (volgarizzato da Bono Giamboni, Perino, Roma, 1891): «la salamandra vive entro nel mezzo del fuoco, senza alcuno dolore, e senza alcuno dannaggio di suo corpo, anzi ispegne il fuoco col suo vento».
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Itemque sappiate che nessun re cristiano ha tante ricchezze quante ne abbiamo noi, in quanto nessun uomo che voglia guadagnare può nella nostra terra essere povero.