Maurizio Blondet
17/11/2006
Il Congresso Ebraico Mondiale ha concluso una sua importante riunione operativa a Parigi: si è trattato, come ha detto il miliardario Edgar Bronfman, presidente del Congresso, di mettere a punto le azioni da concertare «nel contesto della politica degli Stati europei e dell’Unione Europea».
Ovviamente si sono coordinati i progetti, a cui le varie comunità giudaiche d’Europa dovranno dedicarsi, per «combattere l’antisemitismo»; si sono inoltre esaminati «i risultati e le prospettive delle campagne di solidarietà per Israele».
Aleksander Machkevitch, presidente del Congresso Ebraico Eurasiatico, ha sottolineato che questa era la prima riunione delle comunità ebraiche del mondo dal conflitto del Libano, e che non a caso era stata tenuta in Europa, dove si sono manifestate ostilità all’aggressione israeliana.
Per questo un posto speciale è stato assegnato ai colloqui con il presidente francese Chirac, col primo ministro De Villepin, con il ministro degli Interni l’ebreo Nicholas Sarkozy, e con l’arcivescovo di Parigi Andrè Vingt-Trois: «Parigi può svolgere una parte importante nel combattere l’antisemitismo che cresce nei Paesi che sono entrati di recente nell’Unione», ha detto Machkevitch.
Naturalmente, il potere eurocratico ha subito obbedito.
I giudei del Congresso sono stati salutati dalla commissaria europea per gli Esteri Benita Ferrero-Waldner e dal commissario per i Diritti Umani Thomas Hammarberg.
L’incontro è ovviamente in relazione con la creazione, a settembre, della prima vera lobby israeliana che agisce a viso aperto presso l’UE.
Subito vi hanno aderito oltre 300 parlamentari europei, funzionari, politici e ministri, che si definiscono «Amici di Israele».
Finanziato da ricchi uomini d’affari ebrei, lo scopo dell’organismo è «trasformare l’Europa in un alleato di Israele», ha detto il capo della nuova lobby, Michel Gur-Ari.
A questo fine appunto occorreva, ha aggiunto, un centro capace di collegare meglio le reti filo-israeliane che esistono tra i membri del parlamento europeo e dei parlamenti nazionali, «anche di Paesi dove tali lobby non esistono attualmente».
La nascita di «Amici di Israele» è stata celebrata con un galà a Bruxelles, a cui ha partecipato il ministro degli Esteri israeliano, affiancato da numerosi membri della Knesset.
Ovviamente si sono precipitati a farsi vedere alla festa i ministri degli Esteri di numerosi Paesi europei e presidenti di parlamenti (non precisamente identificati dai prudenti comunicati della lobby).
Ospite d’onore applauditissimo Shlomo Gilboa, membro del consiglio comunale di Haifa, che ha presentato la sua come la città-martire bombardata da Hezbollah.
«Stiamo difendendo la nostra esistenza, e allo stesso tempo difendiamo l’Occidente».
I risultati di questa attività sono già notevoli.
Lo rivela un comunicato (che devo ad un lettore) dei Comitati Unitari di Base (Cobas), la formazione di extrasinistra italiana.
I Cobas, che hanno indetto a Roma una manifestazione di solidarietà con i palestinesi, si sono visti rifiutare i treni per far confluire i militanti e manifestanti.
Ecco il comunicato, illuminante: «Che la lobby filo-israeliana in Italia sia potentissima lo verifichiamo da tempo. Ma quello che sta succedendo in queste ore, nei confronti della manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese del 18 novembre a Roma, lascia esterrefatti. Ieri i quotidiani ‘Il Giornale’ e ‘Il Tempo’ contenevano, tra i vari attacchi a tale manifestazione, sconcertanti dichiarazioni del portavoce della comunità ebraica di Milano, Yasha Reibman, che si scandalizzava per l’accordo fatto dai COBAS con Trenitalia per la manifestazione del 18. Tale accordo veniva definito ‘gravissimo e senza precedenti’ e, a detta di Reibman, portava Trenitalia ‘a sposare una manifestazione aggressiva’».
In realtà tale accordo era analogo a quello che i COBAS (come tutte le associazioni di una qualche dimensione, ma anche come qualsiasi gruppo numeroso di turisti) hanno stipulato innumerevoli volte con le Ferrovie.
In tali accordi Trenitalia non regala niente ma, in cambio di una presenza di migliaia di persone sui treni, offre sconti proporzionali a quelli che fa a comitive numerose.
Mai in tutta la nostra storia (e in quella di qualsiasi altra organizzazione) qualcuno era intervenuto per far annullare un accordo del genere.
Retbmann lo ha fatto e ci è pure riuscito: Trenitalia si è piegata al diktat della lobby filo-israeliana e ci ha annunciato poco fa l’annullamento dell’accordo.
Ed ha annullato anche gli accordi per i treni diretti a Milano, ove pure ci sarà una manifestazione assai «morbida» nei confronti di Israele, equidistante tra la difesa di Israele e quella dei palestinesi, ove parteciperanno Rutelli e Fassino, Margherita, DS e tutto lo schieramento governativo, le cui posizioni sono state sintetizzate oggi da D’Alema che, perentoriamente, lo ha posizionato «dalla parte di Israele», vantandosi di aver fatto bloccare i finanziamenti al legittimo governo palestinese e di averne rifiutato il riconoscimento, in quanto diretto da Hamas.
Se il governo italiano fosse autonomo da USA e da Israele dovrebbe ricordare a Trenitalia che le ferrovie statali si mantengono con i biglietti e con le tasse dei cittadini italiani e non con finanziamenti israeliani, e che i manifestanti del 18 hanno diritto, come qualsiasi altro gruppo numeroso, di usufruire delle agevolazioni previste all’uopo da Trenitalia.
Ma è facile prevedere che i D’Alema, i Rutelli e i Fassino non apriranno bocca, riconfermando la loro sudditanza all’asse statunitense-israeliano che li rende del tutto sordi alle tragedie del popolo palestinese e di tutte le vittime della guerra globale USA e israeliana.
Il comunicato è a firma di Piero Bernocchi, il capo carismatico dei Cobas.
Ho conosciuto questo personaggio nei giorni roventi del G-8 a Genova: un duro, un agitatore comunista a sinistra di Rifondazione.
Ora rischia di finire come David Irving: ha avuto il coraggio di titolare il comunicato di cui sopra «La potenza della lobby filo-israeliana».
La lobby non glielo perdonerà.
Questa potenza, poi, è resa tale dalla viltà degli altri: Trenitalia teme più i giudei che i no-global, e si piega.
Inutile dire che nessun giornale ha pubblicato il comunicato.
Un altro lettore mi segnala (confesso che m’era sfuggito) un’altra attività inquietante sul suolo italiano.
Un enorme e sfarzoso villaggio turistico viene costruito da cosiddetti «imprenditori israeliani» nell’area a nord di Crotone, una zona di alto valore paesaggistico ed archeologico prospiciente ad una riserva marina.
Il lato più allarmante sta nelle dimensioni del progetto: si estenderà su oltre mille ettari di superficie, avrà almeno 10 mila posti letto, numerosi alberghi a cinque e sei stelle, piscine e parchi, un inevitabile «Disney Village», campi da golf e uno stadio da 120 mila posti.
Dunque non un villaggio turistico, ma una vera città ebraica, collegata allo stato ebraico da voli quotidiani: 50-60 al giorno, secondo le vanterie e gli annunci degli «imprenditori».
Una entità extra-territoriale degli interessi israeliani più oscuri, dove Mossad e il riciclaggio delle mafie «russe» con passaporto israeliano avranno sicuramente le mani in pasta.
L’imprenditore del colossale «villaggio kasher» è infatti David Appel: il miliardario immobiliarista in affari con Gilad Sharon, il figlio di Sharon.
Ossia l’invididuo che ha coinvolto Sharon padre e figlio in uno scandalo immobiliare insabbiato a fatica in Israele, per una faccenda di terreni non edificabili presso Gerusalemme, e che l’intervento del generale avrebbe reso edificabili (dietro compenso di appartamenti e ville, a quanto pare).
Nel 1999, David Appel era stato coinvolto anche nel tentato acquisto di un’isola greca, zona archeologica non edificabile, su cui voleva costruire un altro mega-villaggio.
Appel aveva ottenuto da Sharon, allora ministro degli Esteri, che facesse pressioni su personalità politiche greche (la lobby serve a molti scopi); a fare le dovute pressioni era stato anche Ehud Olmert, allora sindaco di Gerusalemme: anche lui ha ottenuto un bell’appartamento, su cui i giudici hanno indagato.
Ma soprattutto, Gilad Sharon aveva ricevuto da Appel un contratto di consulenza da 3 milioni di dollari.
Non sono in grado di controllare se i politici greci abbiano fatto resistenza: se è così, saranno già iscritti nella lista degli «antisemiti» da abbattere.
David Appel
Certo è che nella lista non ci sarà il sindaco di Crotone, Pasquale Senatore di AN: anzi a febbraio scorso ha entusiasticamente presentato al pubblico e al consiglio comunale il grande progetto.
Era affiancato da David Appel, da Rami Avivi consigliere di Appel, dagli architetti: Smulick Schimnschoni e David Valter (quest’ultimo ebreo è dell’Università di Firenze).
Il sindaco «amico di Israele» ha vantato che 15 mila crotonesi troveranno lavoro nella struttura, felici di essere i servi noachici degli eletti.
Sarà interessante vedere la parte che la malavita calabrese avrà nell’operazione: quella stessa malavita che tiene lontani, con ricatti e taglieggi, gli imprenditori turistici italiani ed è perciò la causa del mancato sviluppo della Calabria, accoglierà gli israeliani?
Sospetto che accordi siano già stati presi in anticipo fra le due entità criminali.
Anche la n’Drangheta è «amica di Israele».
Sì: la lobby non sarebbe potente, se troppi non fossero così vili o complici.
A questi «amici d'’Israele» che fanno politica - Gianfranco fini, soprattutto - forse converrà ricordare che questo servilismo non paga.
Provino a guardare in che situazione si trovano George Bush e Tony Blair: per Israele hanno fatto tutto, e sono arrivati al suicidio politico.
Israele, oltretutto, porta sfiga.
Sicchè è opportuno riportare un appello segnalatomi da un altro lettore: si raccolgono firme per chiedere la revoca dell’accordo militare tra Italia e Israele.
Si tratta, leggo, «dell’accordo siglato nel 2003 a Parigi dai ministri della Difesa Martino e Mofaz, e diventato come legge dello Stato (la numero 94) e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 giugno 2005».
Il comunicato continua: «La petizione, partita originariamente via internet, si è concretizzata con centinaia di moduli scaricati dai siti dell’Associazione Sardegna-Palestina e del Forum Palestina ed hanno cominciato a circolare in uffici, scuole, università, banchetti per strada. Un tam tam spontaneo e impressionante che rivela quanto sia sentita e diffusa l’esigenza di un atto politico concreto da parte del governo italiano di protesta verso Israele contro la politica di annientamento seguita verso il popolo palestinese.
Tra i primi firmatari ci sono scienziati come Angelo Baracca ed Edoardo Magnone, saggisti come Manlio Dinucci, pacifiste storiche come Nella Ginatempo, studiosi come Joseph Halevi e Claudio Moffa e tantissime altre personalità e persone comuni. La richiesta di revoca dell’accordo di cooperazione militare Italia-Israele sarà anche il tema centrale della manifestazione nazionale convocata da un ampio arco di associazioni di solidarietà con la Palestina per sabato 18 novembre a Roma. Le altre richieste riguardano la revoca dell’embargo dell’Unione Europea (e dell’Italia) contro la popolazione palestinese e la revoca degli accordi economici tra gli enti locali italiani e le istituzioni israeliane. Obiettivo della richiesta di queste sanzioni, è un cambiamento radicale della politica israeliana verso i palestinesi, condizione necessaria per riaprire un vero negoziato di pace fondato sulla giustizia e non sui fatti compiuti e la minaccia militare».
Maurizio Blondet
I moduli per l’appello-petizione possono essere richiesti a sardegnapalestina@libero.it oppure scaricati dal sito www.forumpalestina.org
Chi non vuole essere servo noachico, firmi.
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parlavo dei cobas e degli altri menzionati da blondet, quando vedranno che dovranno rivalutare un uomo con i baffetti
e a mamma $ion diranno scusaci non lo faremo più 