‘Quo vadis’, Berlusconi?
Articolo di Personaggi d'Italia, pubblicato mercoledì 21 ottobre 2009 in Spagna.
[El País]
La decisione della Corte costituzionale italiana di annullare la legge Alfano e di privare dell’immunità le quattro più alte cariche dello Stato ha provocato in Berlusconi un’esplosione simile a quella annunciata negli ultimi minuti del film Il Caimano di Nanni Moretti. Si è trattato di una reazione nella quale si sono mescolate prepotenza ed irritazione, paura mal celata e un’aggressività dai tratti paranoici. Pochi giorni prima aveva dovuto incassare una sentenza sul lodo Mondadori: 750 milioni di risarcimento e la conferma d’aver corrotto due giudici. La sentenza della Corte costituzionale non presuppone nessuna condanna, ma torna a renderlo vulnerabile.
La carriera di Silvio Berlusconi si è convertita in un permanente esercizio d’imposizione della sua volontà sulla legge e sulle istituzioni, esercizio che si allontana sempre di più dai costumi democratici. Perciò il paragone con un altro leader carismatico del secolo scorso, non è inutile. Innanzitutto, alla maniera di Mussolini, nel suo discorso coniuga brutalmente l’affermazione dell’eccezionalità della sua persona, vedasi il suo grottesco “Viva l’Italia! Viva Berlusconi!” davanti ai giornalisti, con la denigrazione e il disprezzo assoluti, ripetuto ad ogni frase e ripreso in coro dai suoi sostenitori, nei confronti dei suoi oppositori. Questi, ovvero la “sinistra”, non sono i suoi avversari, ma nemici dell’Italia che vanno distrutti. Il “popolo italiano” è suo. Il suo predecessore, il Governo Prodi, non è esistito; è stato un Governo ombra. Si torna al linguaggio degli anni Venti.
Adesso, stranamente, antichi squadristi sono diventati democratici (Fini), ma il loro ruolo è messo in ombra dall’azione massiva dei mezzi d’informazione che garantiscono a San Silvio un monopolio di parte dinnanzi all’opinione pubblica. Alcuni sono più volgari (Il Giornale) ed altri più sofisticati (come Porta a porta di Bruno Vespa), mentre, come se fosse il Duce, addomestica i quotidiani indipendenti (La Stampa, Il Corriere: entrambi hanno addolcito l’espressione dispregiativa verso il Presidente della Repubblica italiana: “non m’interessa quello che dice Napolitano” in un “non m’interessa quello che dice il capo dello Stato”). Contro l’opposizione rigorosa, come quella del quotidiano La Repubblica, non essendo più possibile oggi né il ricorso al manganello né la chiusura forzata, mette in gioco da una parte le calunnie e dall’altra misure di strangolamento. Come per Chavez, la televisione e la stampa libera sono nemici dichiarati. Ammette solo un’attitudine di rigorosa obbedienza, il cui esempio sarebbe il già menzionato Porta a porta.
Inoltre, esattamente come il suo precursore, conosciuto per la sua mascolinità, Lui, Silvio, assume pubblicamente il ruolo di super macho, non solo quando si vanta delle sue “conquiste” sessuali, chissà poi consumate come, ma anche quando si permette di insultare in diretta su Rai 1 un’oppositrice sessantenne. Non sono ostentazioni gratuite, ma il riflesso della vecchia concezione del potere che comprende il Codice di Manu, che raggiunge la virilità con il bastone come emblema e i Bramini: il potere è il pene del governante che penetra il popolo, controparte femminile. Nella sua versione attualizzata, grazie al suo proverbiale vigore e all’incantesimo dell’efficace propaganda del Grande Seduttore, questa controparte femminile è ora incarnata dalle “masse” (Mussolini), dal “popolo”, dagli “elettori” (Berlusconi). Oggi con la televisione come strumento decisivo.
I meccanisni della democracia rappresentativa e l’autonomia del potere giudiziario sono di troppo, accettati solo come elementi di adorno, giacché interferiscono nell’unica relazione politica che deve esistere, quella tra il Capo che decide e quelli che manifestano durante le elezioni/pleibisciti la loro fedele adesione a Lui, proprio Lui, come ironizzava una canzoncina dell’epoca fascista. Secondo quanto rivela constantemente nelle sue dichiarazione deve contare solo il potere ricevuto dagli “elettori”, il suo (nonostante non si sia mai avvicinato al 50%). Il ruolo degli altri rimane relegato a quello di marionette, compreso quello di un presidente della Repubblica che dovrebbe forzare il voto dei giudici della Corte costituzionale a favore dell’immunità di Don Silvio. Oppure si converte in un qualcuno che dev’essere denigrato, non meritando neppure la citazione di “capo dello Stato”, un ostacolo inammissibile. Non esiste un potere neutrale super partes, precisa. Da qui l’attacco calunnioso al presidente Napolitano, “già sapete da dove viene”, il cui abbattimento permetterebbe a Berlusconi di mettere in moto un ribaltone all’ordine costituzionale.
L’obiettivo di corto raggio della sua politica sarà l’eliminazione di coloro i quali (i “comunisti” del Partito Democratico, “la sinistra”, i giudici) cercano di impedire la sua benefica guida di un’ “Italia che vuole tranquillità, che vuole calma nel lavoro”. Il contenuto di queste parole, che il Duce pronunciò nel gennaio 1925, viene ora ripreso da Berlusconi per avvallare la sua volontà di portare felicità agli italiani attraverso il suo buon governo.
A Il Giornale è mancato il tempo per lanciare un manifesto pro-Berlusconi del “paese che produce” per finire con “l’Italia degli imbroglioni”. Esattamente come il suo precursore, non molla e minaccia “vedrete di che pasta sono fatto”. Non c’è bisogno che lo spieghi. Giocherà tutte le carte per convertire la democrazia rappresentativa italiana in un regime autocratico su base plebiscitaria. Carl Schmitt sarebbe stato entusiasta di fargli impersonificare, come in passato Mussolini, la figura del katechon, quello che s’impone, davanti all’Anticristo sinistroide e al caos, figura inventata da San Paolo e aggiornata da Schmitt, che s’incarica di garantire a discapito delle leggi, l’ordine sociale (vedasi lo studio chiarificatorio di C. Jimenez Segado).
Cos’ha fatto l’Italia oggi per meritarsi questo, come in passato il fascismo degli anni venti? Senza dubbio nella gestazione delle difficoltà dell’ultimo secolo contano le malformazioni territoriali dello Stato ad opera del Risorgimento, la tardiva modernizzazione, l’interferenza costante di una Chiesa abituata ad un’egemonia secolare, il decisivo trauma causato dall’intervento nella Grande Guerra e dal fatto che la crisi organica di quel dopoguerra e della Prima Repubblica non sfociarono in una trasformazione organica di stampo progressista ma, al contrario, diedero luogo a soluzioni conservatrici, dal taglio autoritario e intrise di corruzione.
Dopo la caduta del muro, i residui del comunismo servirono da alibi per invocare nuovamente l’apparizione del katechon. Così dalla costola dello pseudo-socialista Craxi nacque Berlusconi, formatosi nel mondo del grande commercio fraudolento del miracolo italiano e con l’immagine di un fascismo modernizzatore per sfondo. Il mondo della televisione rende inutili gli squadristi. Per soffocare il pluralismo politico sono sufficienti la manipolazione massiva dell’opinione pubblica attraverso i suoi media, il raggiro della legge e una costante pressione aggressiva contro gli oppositori. Tutto segue una sua logica.
‘Quo vadis’, Berlusconi? | Italia Dall'Estero
E' un articolo chiaramente schierato e fazioso. Credo che però, nel suo intento calunniatorio, abbia anche degli spunti interessanti.




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