Maurizio Blondet
19/11/2006
Anch’io trovo irritante al massimo grado che donne musulmane vadano per le nostre strade non solo col velo, ma col volto coperto.
Tanto più se è per sfida e rivendicazione identitaria, mi pare pericoloso.
Ma in Francia, una settantina di lavoratori musulmani dell’aeroporto sono stati privati della clearance, l’autorizzazione di sicurezza che consente di circolare liberamente nella parte interna dello scalo.
Se il primo fatto è irritante, questo è gravissimo e vergognoso.
Quei musulmani sono di fatto privati del lavoro in quanto musulmani.
Non è solo una lesione del diritto.
E’ la lesione del principio fondamentale della civiltà occidentale, quella stessa che pretendiamo (giustamente) che i musulmani, venuti tra noi, rispettino senza condizioni: ossia che ogni uomo è uguale davanti alla legge, qualunque religione professi.
Su questa strada, si arriva all’obbligo di portare cucita la mezzaluna gialla.
Il provvedimento francese è stato giustificato con ragioni di sicurezza, per scongiurare attentati sugli aerei.
Ciò dimostra con quanta facilità noi europei siamo disposti ad uscire dall’Occidente non appena qualcuno riesca ad eccitare la nostra paura.
Dall’11 settembre è nata un’industria della paura; grosse aziende di sicurezza la fomentano e ne cavano profitti. (1)
Accettiamo, per paura, limitazioni sempre più gravi della nostra libertà; e immediatamente siamo disposti a venir meno ai principi della nostra civiltà, per non correre rischi.
Ma venir meno ai principii comporta, fra l’altro, pericoli maggiori del rischio di un attentato. Quando, domani, i musulmani saranno maggioranza (2), non potremo invocare «contro» di loro, e a nostra difesa, il diritto a non essere discriminati per la nostra fede, o sesso o convinzioni politiche. Potranno risponderci: questo principio che invocate come sacro, siete stati voi i primi a violarlo, quando vi ritenevate ancora tanto forti da poterlo fare; dunque, il vostro principio non valeva nulla. Obbedite invece alla Sharia, che è una legge divina…
La mia paura - una paura non sfruttabile industrialmente - è che tutti noi ci stiamo preparando un futuro sanguinoso.
A forza di provocazioni e violazioni tutti noi - occidentali ed immigrati islamici - irresponsabilmente abbiamo preso la china che porterà i nostri figli ad ammazzarsi e ad odiarsi; da irresponsabili.
Tracciamo vignette blasfeme o portiamo il chador per sfida, senza vedere le conseguenze di questi nostri atti sulle generazioni future.
Nel clima di paura attuale, ciò può parere persino ineluttabile.
La prima necessità è che capiamo, noi e loro (i musulmani immigrati) che questa paura è invece «indotta», provocata artificialmente.
E a costo di farmi rimproverare una volta di più di «antisemitismo», affermo che a provocarla è Israele, con le sue lobby.
E’ Israele che non sa e non vuole vivere con gli altri; che non tratta con i suoi vicini, che chiama «terroristi» tutti, palestinesi ed hezbollah, e fino ai lontanissimi persiani.
Perchè questo atteggiamento non sia più visto per quello che è - una mostruosità paranoica e omicida - Israele deve trascinarci tutti nello stesso clima che esso vive.
Deve renderci tutti, noi occidentali, spaventati antagonisti dei «suoi» nemici; deve arruolarci nella falsa crociata contro gli infedeli.
E ci sta riuscendo con molta abilità, ma anche per l’irresponsabilità di noi tutti, immigrati e nati in Europa. (3)
Così, a poco a poco, anche noi diventiamo ciò che sono gli ebrei: «orientali».
Ciò, nel senso in cui l’«Oriente» è il contrario di Roma, un pullulare di tribù e linee di sangue dove il diritto è assente, e vale solo la sopraffazione.
Per sapere dove porta questa fuoriuscita dall’Occidente, basta guardare l’Iraq di oggi.
Là sciiti e sunniti, etnie e milizie si massacrano a vicenda e senza fine, per un motivo evidente: nessuna di esse sa o vuole affermare i propri diritti nel quadro del diritto universale.
Là, deposto Saddam, non è stata liberazione, ma caos e terrore.
Il diritto là non s’afferma perché, semplicemente, non ha difensori: perché, questo è il guaio, il diritto più vero e giusto non si impone da sé.
Occorre la volontà degli uomini pronti a difenderlo.
Così, noi occidentali dobbiamo ribellarci all’influsso ebraico.
E proclamare, con l’orgoglio di uomini d’Occidente, che quel modello - l’inimicizia perpetua - non è il nostro, non è Occidente.
Che esiste un altro modello, in cui possiamo convivere: il nostro, cui siete chiamati anche voi.
I musulmani tra noi - spero che qualcuno mi legga - debbono soprattutto guardare all’Iraq.
Si chiedano: è quello che volete, per i vostri figli che cresceranno in Italia e in Europa?
Dopotutto, tanti di voi sono venuti qui non solo per guadagnare, ma per vivere nella pace, nella libertà, e nella relativa assenza di sopraffazione, che ai vostri Paesi per lo più manca.
Questo spazio pacifico di cui godete è il diritto.
O quel tanto che ne rimane in Occidente.
Perciò diciamo ai musulmani che migrano qui: imparate ad essere occidentali, musulmani d’Occidente.
E non lo dico da maestro ad allievi ignoranti, al contrario: anche noi stiamo imparando a diventare occidentali.
Non lo siamo ancora, o lo siamo meno, e dobbiamo fare uno sforzo per esserlo di più.
Qualche musulmano, addirittura, ce lo insegna.
O insegna a diventare occidentale a certi occidentali che non si sono accorti di aver cessato di esserlo.
Come spiegarlo?
Porto ad esempio un titolo apparso su La Stampa del 12 novembre (pagina 14): «L’Ucoii: sì alla pena di morte».
L’Ucoii, come si sa, è una delle maggiori organizzazioni islamiche in Italia, e secondo i media la più oltranzista e integralista.
Solo che, letto il pezzo, quel titolo risulta falso e provocatorio, una delle tante irresponsabili provocazioni che facciamo ai musulmani, che li spingono all’antagonismo e alla ostilità senza motivo, e con gravi conseguenze future.
Perché l’Ucoi non ha detto «sì alla pena di morte».
Si è solo rifiutato di firmare la parte della cosiddetta «Carta dei valori», elaborata da Giuliano Amato, dove si legge fra l’altro «la pena di morte non è ammessa».
Ebbene: non solo l’Ucoii ha fatto benissimo a non firmare, ma l’ha fatto anche per me.
Come nato in Italia, io non vengo richiesto di firmare una «Carta dei valori» come condizione per essere cittadino, e già qui c’è una discriminazione anti-giuridica.
Ma se dovessi, non sottoscriverei il divieto della pena capitale.
E qui se io personalmente sia o no per la pena di morte non c’entra nulla; non firmerei, perché non accetto un divieto sulla discussione pubblica.
Tutto ciò che riguarda la vita pubblica, in Occidente, «deve» poter essere discusso.
Chi sostiene la tesi più impopolare e persino più estrema «deve» essere lasciato parlare, per esporre gli argomenti a sostegno della sua tesi.
Perché la maggioranza, che poi decide nello spazio pubblico, deve conoscere tutti gli argomenti, nessuno escluso, per poter decidere a ragion veduta.
Dunque l’Ucoii, non firmando, ha difeso anche il mio diritto di cristiano nato qui.
L’Ucoii viene fatta passare dalla parte del torto anche quando ha ragione, ma ha avuto ragione anche prima, quando ha rifiutato di riconoscere, come gli imponeva Giuliano Amato, «l’unicità dell’olocausto».
Anch’io, come italiano, voglio essere libero di non riconoscere tale «unicità», anzi ho molto da eccepire.
Non accetto tabù posti dallo Stato.
E mi è ben chiaro che quella Carta non ha nulla di occidentale, ossia di universale.
«Unicità dell’olocausto», «no alla pena di morte»… cosa diavolo è?
E’ una lista della lavanderia.
La lista dei «valori» cui tiene personalmente Giuliano David Amato e accettata, al più, dal conformismo corrente e dominante.
Una lista arbitraria, che può essere estesa o accorciata a piacere.
Io, come cattolico, potrei stilare una diversa lista della spesa, di «valori» che mi sono cari: no all’aborto, no al divorzio… è probabile che i musulmani la firmerebbero più volentieri.
Ma non sarebbe, come lista, molto migliore di quella di David Amato.
Perchè essere cittadino non significa accettare una lista di cose «positive».
Significa accettare i principi elementari del diritto.
Dato il grado di astrattezza formale di questi principii, è persino difficile elencarli a chi non abbia una mente filosofica: ma la loro natura è immediatamente riconoscibile, in quanto sono universali. Anche un musulmano li riconosce immediatamente come tali.
L’Ucoii, col suo rifiuto, ha dimostrato di conoscerli: infatti ha difeso, col diritto dei musulmani in Italia, anche il mio diritto di italiano che vuole vivere libero.
In altri casi l’Ucoii, per ristrettezza mentale, non difenderà il diritto universale.
Allora starà a noi difenderlo, anche per loro, quando dei Giuliani Amati in piena ristrettezza mentale lo violano.
Così il diritto universale si afferma: se viene difeso.
La cosiddetta Carta dei valori di Amato ha di mira l’imposizione della «laicità», la riduzione della fede e della morale a fatto privato, e a ciò l’Islam si oppone. Ma Amato e tanti altri equivocano (in mala fede) quando chiamano «laicità» lo spazio del diritto universale.
Esso non è laico né religioso.
Esso non è superiore, bensì «anteriore» ad ogni religione rivelata.
Perché non è un «contenuto»; è lo spazio formale in cui ognuno può vivere e convivere, e senza il quale l’esercizio stesso della religione, anzi della vita quotidiana, è impossibile, come si vede in Iraq.
La formula più generale del diritto universale è: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te».
Sono parole di Cristo, ma non occorre essere cristiani per approvarle.
Il Corano e gli hadit sono intessuti sui principii di questo diritto universale.
«A coloro che sono aggrediti è data autorizzazione [a difendersi]», così come «a coloro che sono stati cacciati senza colpa dalle loro case perché dicevano Allah è il nostro Signore»: per riconoscere questo diritto alla difesa (ai palestinesi, per esempio), non c’è bisogno di credere a Maometto; anzi, i cristiani debbono senz’altro riconoscerlo.
L’universalità del diritto - che è pre-religiosa, ma non «laicista» né relativista - è implicita anche nei detti di saggezza musulmani, al punto che - entro certi limiti - lo si estende anche agli animali. Si racconta (cito a memoria ) che Allah riconoscerà come merito quello di un uomo che, sceso in un pozzo profondo per dissetarsi, porta su acqua anche per un cane che ha paura di scendere.
Se ciò vale per un cane, che non solo è impuro per l’Islam, ma sicuramente non è musulmano, tanto più vale per ogni uomo, di qualunque fede.
Infatti per il Corano chi uccide ingiustamente un uomo è come uccidesse l’umanità intera: diritto universale, appunto.
Che protegge anche i non-musulmani.
Quanto alla necessità di difenderlo, cito ancora a memoria un detto: «Il miglior jihad è una buona parola di verità pronunciata davanti a un despota».
Ci vuole coraggio per la verità.
Perché il diritto universale è la verità oggettiva; come tale, dovrebbe imporsi da solo.
Ma invece ha bisogno di essere difeso per affermarsi tra gli uomini, perché gli uomini sono fin troppo capaci di vivere nella menzogna e nell’ingiustizia.
E questo è un compito comune da proporre a cristiani e musulmani.
«Se Egli avesse voluto, avrebbe potuto fare di voi una sola comunità… gareggiate nelle opere buone» (Corano, 5.48), ma il diritto universale non è né mio né tuo: è di tutti, serve a tutti.
Tu lo puoi invocare contro le ingiustizie che ti faccio, solo se ammetti che io posso invocarlo contro le tue ingiustizie.
Ma «Allah ha ordinato la giustizia e la benevolenza» (Corano 16,90).
Attenzione, anche la benevolenza: se una musulmana indossa il chador per sfida, per provocazione, per dirsi antagonista di coloro tra cui vive, viene meno alla benevolenza.
Se è indossato per irritare e offendere, è irresponsabile.
Molti musulmani devono imparare meglio; come molti cristiani devono imparare meglio ad essere cristiani, e molti occidentali stanno ancora imparando ad esserlo, e spesso se lo dimenticano e tornano indietro.
Questo spazio è ciò che noi chiamiamo diritto «naturale», non perché venga spontaneamente all’uomo, ma perché ci è scritto dentro, non lo facciamo noi: e chiunque subisca ingiustizia sente che cosa è il giusto e l’ingiusto.
Lo chiamiamo diritto romano, perché Roma elaborò meglio di ogni altro potere questo spazio neutro, in cui chiamò le genti più diverse.
Credo possano starci anche i musulmani: non perdono nulla della loro fede, non cedono ad alcun «laicismo», se ci stanno.
Garantiscono solo un avvenire senza sangue ai loro figli.
Imparate a diventare romani; viene da dire; stiamo imparando anche noi. (4)
Maurizio Blondet
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Note
1) Centinaia di aziende sono indotte a aumentare le spese per la vigilanza e «contro il terrorismo». In USA, le azioni delle imprese della difesa e della sicurezza sono alle stelle. Israele s’è costruito attorno un muro di 800 chilometri, gli USA un recinto di 900 chilometri al confine col Messico, l’Arabia Saudita sta per costruirne un altro di 700 chilometri al confine con l’Iraq. A Londra, per Halloween, è andato a ruba un costume per bambini equipaggiato con GPS, in modo che i genitori potessero sapere dov’erano i loro figlioletti impegnati a bussare casa per casa: prezzo, 500 sterline, ossia 800 euro. E ciò nonostante che i rapimenti di bambini non siano affatto in aumento. Frank Furedi, sociologo dell’università del Kent, diagnostica una «cultura della paura» eccitata da una «politica della paura» operata dai governi (basta pensare ai controlli, ridicolmente eccessivi, negli aeroporti). E aggiunge: la paura onnipervasiva è la controparte dell’avidità, altrettanto onnipervasiva. e porta l’esempio della Borsa: come là l’avidità fa acquistare in massa titoli sopravvalutandoli, e poi una prima correzione scatena vendite in massa da panico, così nella società. L’ideologia del mercante, del bottegaio e dell’usuraio oscilla tra l’avidità e la paura. (Barbara Wall, «Troubling as it may be, fear sells», Herald Tribune, 18 novembre 2006).
2) Sento l’obiezione di molti lettori: no, mai, sbattiamoli fuori, non c’è bisogno di convivere con loro. Ritengo questo atteggiamento irresponsabile, oltre che vuoto. Mentre loro protestano, inesorabilmente l’immigrazione cresce. Di un 1% l’anno della popolazione. Ciò significa che tra dieci anni, il 20-25 % degli abitanti sarà fatto di immigrati, uno su quattro. Chi vuole cacciarli, è un po’ in ritardo. Gli sgarbi, i pregiudizi e le provocazioni non seguiti da espulsioni di massa (impossibili) serviranno solo ad antagonizzare, offendere e rendere ostile gente con cui dovremo convivere: specie i nostri figli, tra vent’anni, quando abiteranno fra un 50 % di immigrati. Conviene?
3) Cullano questa irresponsabilità una quantità di nozioni sbagliate. Fra cui questa: che vivremmo meglio in un Paese a demografia calante, se non venissero ad affollarlo tanti immigrati. Che i nostri giovani, oggi disoccupati, troverebbero più facilmente lavoro se fossimo in meno, e dunque la manodopera più ricercata. Purtroppo è vero il contrario, e il problema è uno dei meglio studiati dall’economia. Quando, come oggi, il numero di coloro che si ritirano dal mondo del lavoro cresce del 40-60 % l’anno, è «un numero crescente di artigiani che va in pensione e cessa l’attività propria e della sua bottega; è un numero crescente di padroncini d’impresa che non trovano un successore e la cui impresa sparisce»: l’offerta di prodotti e servizi diminuisce in tal modo, riducendo le occasioni di impiego per le generazioni giovani, ancorchè scarse. Sono stati studiati gli effetti del rimpatrio forzato dei francesi dall’Algeria nel 1962, degli immigrati fuggiti in massa da Fidel in Florida, degli ebrei russi in Israele (un aumento rapidissimo del 12 % della popolazione): «Questi rialzi brutali della demografia non hanno mostrato alcun effetto negativo sulla disoccupazione. Anzi il livello di occupazione s’è rapidamente elevato, e il mercato ha assorbito i nuovi arrivati» (Gerard Bardier e Alexandre Delaigue, «Empli: le choc démographique ne résout rien», Le Monde, 16 novembre).
4) Un giovane lettore (temo con tendenze skinhead) mi ha eccepito, durante una conferenza, che questa mia posizione sugli immigrati mette in pericolo «la purezza del sangue». Non saprei cosa rispondere, perché ci sarebbe troppo da dire. Anzitutto, iraniani, pakistani, pashtun sono indo-europei purissimi; ciò non li rende meno musulmani, dunque difficili da integrare. Quanto agli italiani, non vige tra noi alcuna purezza di sangue. Infine, i Romani erano all’apparenza del tutto indifferenti alla difesa del «sangue». Anzi la romanità era una chiamata a gente di sangue e razza diverse per fare una cosa grande insieme: e questa chiamata era sincera, non finta. Settimio Severo era un berbero, un «moro»; ci fu un imperatore arabo, Filippo l’Arabo appunto. Gli imperi più vicini alla romanità, cioè quelli cattolici - spagnolo, portoghese, absburgico - furono i meno preoccupati di evitare mescolanze di sangue. Le «culture» e i «valori» ci dividono più della razza, e la soluzione del problema è politica. Lo Stato non va concepito come una famiglia più grossa, fatta di gente discesa dallo stesso antenato: questa è la concezione giudaica, e porta - come si vede - alla discriminazione e all’oppressione, fino al genocidio. In Occidente, lo Stato nacque come «sinecismo», sin-oikia: tribù diverse che «mettono su casa assieme», per condividere lo stesso destino comune.
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