Novant’anni fa si uccideva Jack London, un preannunciatore dell’alchimia mussoliniana.
Il 22 novembre 1916 moriva suicida a Glen Ellen, in California, uno dei più grandi scrittori di avventure di tutti i tempi.
Jack London era nato a San Francisco nel 1876. Figlio illegittimo, si era fatto uomo sui moli di Oakland e sulle acque della baia frequentando compagnie dei bassi.
Contrabbandiere, cercatore d’oro, cacciatore di foche, quest’avventuriero aveva una sete di cultura e un amore per i libri del tutto inusuali.
L’autore di “Martin Eden”, “Zanna Bianca” e “Il richiamo della foresta” fu anche saggista sociale: ne “Il popolo dell’abisso” racconta la povertà dell’East End di Londra.
Marxista, nietzscheano, razzialista e darwiniano, il grande avventuriero e, al contempo, il gran bardo degli avventurieri, è forse il miglior emblema anglosassone di quella miscela ideologica, spirituale e vitalistica che trovò in Mussolini il suo grande alchimista.




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