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    Predefinito 30 aprile 2012: Santa Caterina da Siena, vergine

    1 aprile 2012: Seconda domenica di Passione o delle Palme


    La partenza da Betania.

    Di primo mattino, Gesù lascia a Betania Maria sua madre, le due sorelle Marta e Maria Maddalena, con Lazzaro, e si dirige a Gerusalemme in compagnia dei discepoli. Trema la Vergine, nel vedere così il Figlio avvicinarsi ai suoi nemici, che bramano versare il suo sangue; però oggi, Gesù, non va incontro alla morte a Gerusalemme, ma al trionfo. Bisogna che il Messia, prima d'essere sospeso alla croce, sia, in Gerusalemme, proclamato Re dal popolo; e che di fronte alle aquile romane, sotto gli occhi dei Pontefici e dei Farisei rimasti muti per la rabbia e lo stupore, la voce dei fanciulli, mescolandosi con le acclamazioni della cittadinanza, faccia echeggiare la lode al Figlio di David.

    Avveramento della Profezia.

    Il profeta Zaccaria aveva predetta l'ovazione preparata dalla eternità al Figlio dell'uomo, alla vigilia delle sue umiliazioni: "Esulta grandemente, o figlia di Sion, giubila, o figlia di Gerusalemme; ecco viene a te il tuo Re, il Giusto, il Salvatore: egli è povero, e cavalca un'asina e un asinello" (Zc 9,9). Vedendo Gesù ch'era venuta l'ora del compimento di questo oracolo, prende in disparte due discepoli, e comanda loro di portargli un'asina ed un puledro d'asina che troveranno poco lontano di lì. Mentre il Signore giungeva a Betfage, sul monte degli Olivi, i due discepoli s'affrettano ad eseguire la commissione del loro Maestro.

    I due popoli.

    I santi Padri ci han data la chiave del mistero di questi due animali. L'asina figura il popolo giudeo sottoposto al giogo della Legge; "il puledro sul quale, dice il Vangelo, nessuno è ancora montato" (Mc 11,2), rappresenta la gentilità, non domata da nessuno fino allora. La sorte di questi due popoli sarà decisa da qui a pochi giorni: il popolo giudaico, per aver respinto il Messia, sarà abbandonato a se stesso e in suo luogo Dio adotterà le nazioni che, da selvagge che erano, diventeranno docili e fedeli.

    Il corteo del trionfo.

    I discepoli stendono i mantelli sull'asinello; allora Gesù, perché fosse adempita la figura profetica, monta su quell'animale (ivi 11,7) e s'accinge così ad entrare nella città. Nel contempo si sparge la voce in Gerusalemme che arriva Gesù. Mossa dallo Spirito divino, la moltitudine dei Giudei, convenuta d'ogni parte nella santa città per celebrare la festa di Pasqua, esce ad incontrarlo, agitando palme e riempiendo l'aria di evviva. Il corteo che accompagnava Gesù da Betania si confonde si confonde con quella folla trasportata dall'entusiasmo: ed alcuni stendono i loro mantelli sulla terra che Gesù dovrà calcare, altri gettano ramoscelli di palme al suo passaggio. Echeggia un grido: Osanna! E la grande nuova per la città è, che Gesù, figlio di David, vi sta facendo il suo ingresso come Re.

    Regalità del Messia.

    In tal modo Dio, con la potenza che ha sui cuori, approntò un trionfo al Figliol suo in questa città, che di lì a poco doveva a gran voce reclamare il suo sangue. Questo giorno fu un momento di gloria per Gesù; e la santa Chiesa vuole che tutti gli anni noi rinnoviamo tale trionfo dell'Uomo-Dio. Al tempo della nascita dell'Emmanuele, vedemmo arrivare i Magi dal lontano Oriente e cercare e chiedere, in Gerusalemme, del Re dei Giudei per offrirgli i loro doni; oggi è la stessa Gerusalemme che si muove al suo incontro. Questi due fatti sono in rapporto ad un unico fine: riconoscere la regalità di Gesù Cristo: il primo da parte dei Gentili, il secondo da parte dei Giudei. Mancava che il Figlio di Dio, prima di soffrire la Passione, ricevesse l'uno e l'altro omaggio insieme: e l'iscrizione che presto Pilato farà collocare sul capo del Redentore, Gesù Nazareno, Re dei Giudei, esprimerà il carattere indispensabile del Messia. Invano i nemici di Gesù si sforzeranno in tutti i modi di far cambiare i termini di quella scritta; non ci riusciranno. "Quel che ho scritto ho scritto", risponderà il governatore romano, che, senza saperlo, di sua mano dichiarò l'adempimento delle Profezie. Oggi Israele proclama Gesù suo Re; domani Israele sarà disperso in punizione del suo rinnegamento; ma Gesù da lui oggi proclamato Re, tale rimane nei secoli. Così s'adempiva esattamente l'oracolo dell'Angelo che parlò a Maria, annunciandole le grandezze del figlio che doveva nascere da lei: "Il Signore Dio gli darà il trono di David suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe" (Lc 1,32-33). Oggi comincia Gesù il suo regno sulla terra; e se il primo Israele non tarderà a sottrarsi al suo scettro, un nuovo Israele, sorto dalla porzione fedele dell'antico, e formato da tutti i popoli della terra, offrirà a Cristo un impero più vasto, che mai conquistatore sognò.

    Tale è il mistero glorioso di questo giorno, in mezzo alla tristezza della Settimana dei dolori. La santa Chiesa oggi vuole che siano sollevati i nostri cuori da un momento di allegrezza, e che salutiamo Gesù nostro Re. Ella ha perciò disposto il sevizio divino di questa giornata, in modo da esprimere insieme la gioia, unendosi agli evviva che risuonarono nella città di David; la tristezza, tornando subito a gemere sui dolori del suo Sposo divino. Tutta la funzione è suddivisa come in tre atti distinti, di cui successivamente spiegheremo i misteri e le intenzioni.

    La benedizione delle palme.

    La benedizione delle palme, o dei rami, è il primo atto che si svolge sotto i nostri occhi; e se ne può giudicare l'importanza dalla solennità di cui fa pompa la Chiesa. Si disse per tanto tempo, che il Sacrificio veniva offerto con l'unico intento di celebrare l'anniversario dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme. L'Introito, la Colletta, l'Epistola, il Graduale, il Vangelo e lo stesso Prefazio si succedevano come a preparare l'immolazione dell'Agnello senza macchia; ma arrivati al triplice: Sanctus! Sanctus! Sanctus! la Chiesa sospendeva queste formule solenni, e per mezzo dei suo ministro procedeva alla santificazione dei rami che sono lì accanto.

    Dopo la recente riforma, appena cantata l'antifona Osanna, questi rami, oggetto della prima parte della funzione, ricevono, in virtù di una sola preghiera seguita dall'incensazione e dall'aspersione di acqua benedetta, una forza che li eleva all'ordine soprannaturale e li rende capaci di santificare le anime, di proteggere i nostri corpi e le nostre case. Durante la processione, i fedeli devono tenere rispettosamente in mano questi rami e portarli poi nelle loro case come segno della loro fede e promessa dell'aiuto divino.

    Antichità del rito.

    È superfluo spiegare al lettore, che le palme ed i ramoscelli di olivo che ricevono in questo momento la benedizione della Chiesa, stanno a ricordare quelle con le quali il popolo di Gerusalemme onorò l'entrata trionfale del Salvatore; ma è opportuno aggiungere qualche parola sull'antichità di questa tradizione. Essa cominciò presto in Oriente, probabilmente dalla pace della Chiesa a Gerusalemme. Nel IV secolo san Cirillo, vescovo di questa città, pensava che ancora esistesse nella valle del Cedron il palmizio che fornì i rami al popolo che andò incontro a Gesù (Catechesi, x); quindi, niente di più naturale che prendere da ciò occasione per istituire una commemorazione anniversaria di questo avvenimento. Nel secolo seguente si vede questa cerimonia, non solo fissata nelle chiese d'Oriente, ma anche nei monasteri, di cui erano popolate le solitudini dell'Egitto e della Siria. Arrivata la Quaresima, molti santi monaci ottenevano il permesso dal loro abate d'internarsi nel deserto, per passare questo tempo in un profondo ritiro; ma dovevano rientrare al monastero per la Domenica delle Palme, come sappiamo dalla vita di sant'Eutimio, scritta dal suo discepolo Cirillo. In Occidente, questo rito non si stabilì così presto; la prima traccia la riscontriamo nel Sacramentarlo di san Gregorio: il che equivale alla fine del VI secolo, od all'inizio del VII. Man mano che la fede si propagava verso il Nord, non era più possibile solennizzare tale cerimonia in tutta la sua integrità, poiché in quei climi non crescevano né palmizi né oliveti. Fu giocoforza sostituirli con rami d'altri alberi; però la Chiesa non permise di cambiare nulla delle orazioni che erano prescritte nella benedizione di questi rami, perché i misteri che si espongono in queste belle preghiere si fondano sull'olivo e sulla palma del racconto evangelico, figurati dai nostri rami di bossolo o di lauro.

    La processione.

    Il secondo rito di questa giornata è la celebre processione che segue alla benedizione delle palme. Essa ha lo scopo di rappresentare al vivo l'avvicinarsi del Salvatore a Gerusalemme ed il suo ingresso in quella città; appunto perché nulla manchi all'imitazione del fatto descritto nel santo Vangelo, le palme benedette vengono portate da tutti quelli che prendono parte a detta processione. Presso i Giudei, tenere in mano dei rami d'albero significava allegria; e la legge divina sanzionava loro quest'uso. Dio aveva detto nel libro del Levitino, stabilendo la festa dei Tabernacoli: "Nel primo giorno prenderete i frutti dell'albero più bello, dei rami di palma e dell'albero più frondoso, dei salici del torrente, e vi rallegrerete dinanzi al Signore Dio vostro" (Lv 23,40). Fu dunque con l'intenzione di manifestare l'entusiasmo per l'arrivo di Gesù fra le loro mura, che gli abitanti di Gerusalemme, compresi i bambini, ricorsero a tale gioiosa dimostrazione. Andiamo incontro anche noi al nostro Re, e cantiamo Osanna al vincitore della morte ed al liberatore del suo popolo.

    Nel Medio Evo, in molte chiese, si portava in processione il libro dei santi Vangeli, che per le parole che contengono rappresentano Gesù Cristo. A un punto stabilito e preparato per una stazione, la processione si fermava: allora il diacono apriva il sacro libro e cantava il passo ov'è narrato l'ingresso di Gesù in Gerusalemme. Quindi si scopriva la croce, fino allora rimasta velata; e tutto il clero veniva a prostrarsi solennemente in adorazione, depositando ciascuno ai suoi piedi un frammento di ramoscello che teneva in mano. Poi la processione ripartiva preceduta dalla croce, che rimaneva senza velo, fino a che il corteo non fosse rientrato in chiesa.

    In Inghilterra e in Normandia, nell'XI secolo, si praticava un rito che rappresentava ancora più al vivo la scena di questo giorno a Gerusalemme. Alla processione veniva portata in trionfo la santa Eucaristia. Difatti a quest'epoca era scoppiata l'eresia di Berengario contro la presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia; ed un tale trionfo della sacra Ostia doveva essere un lontano preludio dell'istituzione della Festa e della Processione del Ss. Sacramento.

    A Gerusalemme, nella Processione delle Palme, si pratica anche un'altra usanza, sempre allo scopo di rinnovare la scena evangelica. L'intera comunità dei Francescani, che sta alla custodia dei luoghi sacri, si reca di mattina a Betfage, ove il Padre Guardiano di Terra Santa, in abiti pontificali, monta un asinello adorno di vestiti e, accompagnato dai religiosi e dai cattolici di Gerusalemme, tenendosi tutti in mano la palma, fa l'ingresso nella città e smonta alla porta della chiesa del Santo sepolcro, dove si celebra la Messa con la maggiore solennità.

    Abbiamo qui riuniti, secondo il nostro costume, i differenti fatti che possono servire ad elevare il pensiero dei fedeli ai diversi misteri della Liturgia. Queste manifestazioni di fede li aiuteranno a comprendere come nella Processione delle Palme, la Chiesa intenda onorare Gesù Cristo, presente al trionfo che oggi gli tributa. Cerchiamo dunque con amore "quest'umile e mite Salvatore che viene a visitare la figlia di Sion", come dice il Profeta. Egli è qui in mezzo a noi: a lui s'indirizzi l'omaggio delle nostre palme, insieme a quello dei nostri cuori; egli viene a noi per diventare nostro Re: accogliamolo anche noi, dicendo: Osanna al figlio di David!

    L'entrata in chiesa.

    La fine della processione, prima della recente riforma, si distingueva per una cerimonia improntata al più alto e profondo simbolismo. Al momento di rientrare in chiesa, il corteo trovava le porte serrate. S'arrestava la marcia trionfale; ma non venivano sospesi i canti di gioia; un lieto ritornello risuonava nell'inno speciale a Cristo Re, fino a che il Suddiacono batteva con l'asta della croce la porta; questa s'apriva, e la folla, preceduta dal clero, rientrava in chiesa, glorificando colui che, solo, è la Risurrezione e la Vita.

    Questa scena sta ad indicare l'entrata del Salvatore in un'altra Gerusalemme, di cui quella della terra è soltanto la figura. Quest'altra Gerusalemme è la patria celeste, di cui Gesù ci ha aperte le porte. Il peccato del primo uomo le aveva chiuse; ma Gesù il Re della Gloria, ce le ha riaperte in virtù della Croce, alla quale non hanno potuto resistere.

    Il canto in onore di Cristo Re è stato conservato, mentre invece è stato soppresso il particolare della porta chiusa. Continuiamo pertanto a seguire i passi del Figlio di David; egli è pure Figlio di Dio e ci invita a partecipare al suo regno.

    Nella Processione delle Palme, commemorazione dell'avvenimento realizzatosi in questo giorno, la santa Chiesa solleva la nostra mente al mistero dell'Ascensione col quale termina, in cielo, la missione del Figlio di Dio sulla terra. Ma, ahimé, i giorni che separano l'uno dall'altro questi due trionfi del Figlio di Dio, non sono sempre giorni di gioia; infatti, è appena terminata la processione con la quale la Chiesa s'è liberata per un attimo della sua tristezza, che già iniziano i gemiti e i lamenti.

    La Messa.

    La terza parte della funzione odierna è l'offerta del santo Sacrificio. Tutti i canti che l'accompagnano esprimono desolazione e per completare la tristezza che è caratteristica della giornata, la Chiesa ci fa leggere il racconto della Passione del Redentore. Da cinque o sei secoli fa, la Chiesa ha adottato un particolare recitativo per la lettura di questo brano evangelico, che diventa così un vero dramma. Si sente prima lo storico raccontare quei fatti in tono grave e patetico; le parole di Gesù hanno un accento nobile e dolce, che contrastano in una maniera penetrante col tono elevato degli altri interlocutori e coi gridi della plebaglia giudaica.

    Nel momento in cui, nel suo amore per noi, si lascia calpestare sotto i piedi dei peccatori, noi dobbiamo proclamarlo più solennemente nostro Dio e nostro Re.

    Questi sono in genere i riti della grande giornata. Non ci rimane che inserire nel corso delle sacre letture, secondo il solito, quei dettagli che crederemo necessari per completare il significato.

    Nomi dati a questa Domenica.

    Oltre al nome liturgico e popolare di Domenica delle Palme, essa è chiamata anche Domenica dell'Osanna, per il grido di trionfo col quale i Giudei salutarono l'arrivo di Gesù. Anticamente i nostri padri la chiamarono Domenica della Pasqua fiorita, perché la Pasqua dalla quale ci separano solo otto giorni, oggi si considera in fiore, e i fedeli possono, fin da oggi, adempiere il dovere della comunione annuale. Per il ricordo di tale denominazione gli Spagnoli, avendo scoperta, la Domenica delle Palme del 1513, quella vasta regione che confina col Messico, la chiamarono Florida. Questa domenica la troviamo chiamata anche Capitilavium, cioè lava-testa, perché nei secoli della media antichità, quando si rinviava al Sabato Santo il battesimo dei bambini nati nei mesi precedenti, che potevano aspettare questo tempo senza pericolo, i genitori lavavano oggi il capo dei loro neonati, affinché il prossimo sabato si potesse fare con decenza l'unzione del Sacro Crisma. In epoca più remota tale Domenica, in certe chiese, veniva chiamata la Pasqua dei Competenti, cioè dei Catecumeni ammessi al santo battesimo. Questi si riunivano oggi in chiesa, e si faceva loro una spiegazione particolare del Simbolo che avevano ricevuto nello scrutinio precedente. Nella chiesa gotica di Spagna lo si dava solo oggi. Infine, presso i Greci, tale Domenica è designata col nome di Bifora, cioè Porta Palme.

    M E S S A

    La Stazione è a Roma, nella Basilica Lateranense, la chiesa Madre e Matrice di tutte le chiese. Ai nostri giorni, però, la funzione papale ha luogo a S. Pietro; ma tale deroga non arreca pregiudizio ai diritti dell'Arcibasilica la quale, anticamente, aveva oggi l'onore della presenza del Sommo Pontefice, ed ha tuttora conservate le indulgenze accordate a quelli che oggi la visitano.

    Alla Messa solenne, il Sacerdote si porta all'altare, e dopo aver tralasciato il salmo Iudica me, Deus, e il Confiteor, sale i gradini e lo bacia nel mezzo e lo incensa.

    EPISTOLA (Fil 2,5-11) – Fratelli: abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, il quale, esistendo nella forma di Dio, non considerò questa sua uguaglianza con Dio come una rapina, ma annichilò se stesso, prendendo la forma di servo, e, divenendo simile agli uomini, apparve come semplice uomo; umiliò se stesso fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo però anche Dio lo esaltò e gli donò un nome, che è sopra ogni altro nome, tale che nel nome di Gesù si deve piegare ogni ginocchio in cielo, in terra e nell'inferno, ed ogni lingua deve confessare che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre.

    Umiliazione e gloria di Gesù.

    La santa Chiesa prescrive di genuflettere al punto dell'Epistola dove l'Apostolo dice, che ogni ginocchio si deve piegare nel pronunciare il nome di Gesù; e noi ne abbiamo seguito il comando. Dobbiamo comprendere che, se vi è un'epoca dell'anno in cui il Figlio di Dio ha diritto alle nostre più profonde adorazioni è soprattutto in questa Settimana, nella quale è lesa la sua maestà, e lo vediamo calpestato sotto i piedi dei peccatori. Indubbiamente i nostri cuori saranno animati da tenerezza e compassione alla vista dei dolori che sopporta per noi; ma non meno sensibilmente dobbiamo risentire gli oltraggi e le bassezze di cui è fatto segno, lui che è uguale al Padre e Dio come lui. Con le nostre umiliazioni, rendiamo a lui, per quanto ci è possibile, la gloria di cui egli si sveste per riparare la nostra superbia e le nostre ribellioni; ed uniamoci ai santi Angeli che, testimoni di tutto ciò che Gesù ha accettato per il suo amore verso l'uomo, s'annientano più profondamente, nel vedere l'ignominia alla quale è ridotto.

    Ma è ormai tempo d'ascoltare il racconto della Passione del Signore. La Chiesa ne legge la narrazione secondo i quattro Vangeli, nei quattro differenti giorni della Settimana. Oggi comincia col racconto di san Matteo, che per primo scrisse i fatti della vita e della morte del Redentore.

    Le lacrime di Gesù.

    Terminiamo questa giornata del Redentore a Gerusalemme, richiamando alla memoria gli altri fatti che la segnalarono. San Luca c'informa, che fu durante la sua marcia trionfale verso questa città che Gesù, vicino ad entrarvi, pianse su di lei e manifestò il suo dolore con queste parole: "Oh se conoscessi anche tu, e proprio in questo giorno quel che giova alla tua pace! Ora invece è celato agli occhi tuoi. Ché verranno per te i giorni nei quali i nemici ti stringeranno con trincee, ti chiuderanno e ti assedieranno d'ogni parte, e distruggeranno te e i tuoi figli che sono in te, e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata" (Lc 19,42-44).

    Qualche giorno fa il santo Vangelo ci mostrò Gesù che piangeva sulla tomba di Lazzaro; oggi lo vediamo spargere nuove lacrime sopra Gerusalemme. A Betania piangeva pensando alla morte del corpo, conseguenza e castigo del peccato; ma questa morte non è senza rimedio. Gesù è "la risurrezione e la vita; chi crede in lui non rimarrà nella morte eterna" (Gv 11,25). Ma lo stato dell'infedele Gerusalemme rappresenta la morte dell'anima; ed una tale morte è senza risurrezione, se l'anima non ritorna tempestivamente all'autore della vita. Ecco perché sono tanto amare le lacrime che sparge oggi Gesù. Il suo cuore è triste, proprio in mezzo alle acclamazioni che fanno accoglienza al suo ingresso nella città di David: perché sa, che molti "non conosceranno il tempo che furono visitati". Consoliamo il cuore del Redentore, e siamogli una Gerusalemme fedele.

    Gesù torna a Betania.

    Sappiamo da san Matteo che il Signore andò a chiudere la giornata a Betania. Naturalmente la sua presenza dovette sospendere le materne inquietudini di Maria e tranquillizzare la famiglia di Lazzaro. Ma in Gerusalemme nessuno si presentò ad offrire ospitalità a Gesù; almeno il Vangelo non fa alcuna menzione a questo riguardo. Le anime che meditarono la vita del Signore si sono soffermate su questa considerazione: Gesù onorato la mattina con solenne trionfo, alla sera è ridotto a cercarsi il nutrimento e il riposo fuori della città che lo aveva accolto con tanti applausi. Nei monasteri dei Carmelitani della riforma di santa Teresa esiste una consuetudine che si propone d' offrire a Gesù una riparazione, per l'abbandono in cui fu lasciato dagli abitanti di Gerusalemme. Si presenta una tavola in mezzo al refettorio e vi si serve un pasto; dopo che la comunità ha finito di cenare, quel pasto offerto al Salvatore del mondo, viene distribuito ai poveri, che sono le sue membra.

    PREGHIAMO

    O Dio onnipotente ed eterno, che per dare al genere umano esempio d'umiltà da imitare, hai deciso l'incarnazione del Salvatore e la sua passione in croce; concedici propizio d'imitarlo nella sofferenza per poter poi partecipare alla risurrezione.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 674-683

  2. #2
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    Predefinito re: 15 aprile 2012: Domenica in Albis o "Quasimodo" (Ottava di Pasqua)


  3. #3
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    Predefinito re: 15 aprile 2012: Domenica in Albis o "Quasimodo" (Ottava di Pasqua)

    2 aprile 2012: LUNEDÌ SANTO



    Il fico maledetto.

    Gesù si reca anche oggi a Gerusalemme, di buon mattino, coi discepoli. Partì digiuno, e il Vangelo ci dice ch'ebbe fame durante il tragitto (Mt 21,18). S'avvicinò ad un fico; ma questo albero non aveva che foglie. Allora Gesù, volendoci dare un insegnamento, maledisse quel fico, che inaridì all'istante. Voleva significare con tale castigo la sorte di coloro che hanno solo dei buoni desideri, sui quali però non si coglie mai il frutto della conversione. Non era meno incisiva l'allusione a Gerusalemme; questa città tanto zelante per l'esteriorità del culto divino aveva il cuore cieco e duro, tanto che fra poco rigetterà e metterà in croce il Figlio del Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe.

    La giornata trascorse in gran parte nel Tempio, ove Gesù ebbe lunghe discussioni coi prìncipi dei sacerdoti e con gli anziani del popolo; e parlò con più forza che mai, sventando le insidie delle loro questioni. Si può vedere, specialmente nei capitoli 21, 22, 23 di san Matteo, il dettaglio dei discorsi del Signore, che diventando sempre più veementi, con energia sempre crescente denunciano ai Giudei la loro infedeltà e la terribile vendetta da essa provocata.

    Il castigo di Gerusalemme.

    Infine, Gesù uscì dal Tempio e si diresse verso Betania. Giunto sul monte degli Olivi, dal quale si dominava la città, si sedette un po'. I suoi discepoli approfittarono di questo momento di riposo per domandargli in qual tempo si dovevano avverare i castighi da lui ora predetti contro il Tempio. Allora Gesù, riunendo in uno stesso quadro profetico il disastro di Gerusalemme e la distruzione del mondo alla fine dei tempi, essendo la prima di queste calamità la figura della seconda, annunciò ciò che accadrà quando sarà colma la misura del peccato. Per quanto concerne la rovina di Gerusalemme in particolare, ne fissò la data con queste parole: "In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto ciò non avvenga" (Mt 24,34). Infatti, solo dopo appena quarant'anni l'esercito romano, accorso per sterminare il popolo deicida, minacciava dall'alto dello stesso monte degli Olivi, e dallo stesso posto dove oggi è seduto Gesù, l'ingrata e sdegnosa Gerusalemme. Gesù, dopo aver parlato ancora a lungo sul giudizio divino, che un giorno dovrà revisionare tutti i giudizi degli uomini, rientra in Betania per consolare con la sua presenza il cuore afflitto della sua santissima madre.

    Oggi la Stazione, a Roma, è nella chiesa di S. Prassede. Questa chiesa, nella quale, nel IX secolo, il Papa san Pasquale I depose duemila e trecento corpi di Martiri estratti dalle Catacombe, possiede la colonna alla quale fu legato Nostro Signore durante il supplizio della flagellazione, un'insigne reliquia della Croce, tre spine della santa Corona date da san Luigi e le reliquie di san Carlo Borromeo.

    LETTURA (Is 50,5-10). - In quei giorni: Isaia disse: Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio, ed io non resisto, non mi ritiro indietro. Ho abbandonato il mio corpo ai percotitori, le mie guance a chi mi strappava la barba, non ho allontanata la faccia da chi mi oltraggiava e da chi mi sputacchiava. Il Signore Dio è mio aiuto, per questo non sono stato confuso, per questo ho ridotto la mia faccia come pietra durissima, e so di non rimanere confuso. Mi sta vicino colui che mi giustifica: chi mi contraddirà? Presentiamoci insieme! Chi è il mio avversario? Si accosti a me! Ecco, il Signore Dio è mio aiuto. Chi è che possa condannarmi? Ecco tutti saran consumati come un vestito, li mangerà la tignola. Chi è tra voi che tema il Signore e ascolti la voce del suo servo? Chi cammina nelle tenebre ed è senza luce speri nel Signore e a lui s'appoggi.

    Le prove del Messia.

    Oggi è Isaia, questo Profeta così preciso ed eloquente dei dolori del Messia, che ci rivela le sofferenze del Redentore e la pazienza che oppone agl'iniqui maltrattamenti dei suoi nemici. Accettata la missione di Vittima universale, Gesù non indietreggia davanti a nessun dolore, a nessuna umiliazione. "Non ritira la sua faccia da chi la schiaffeggia e la copre di sputi". Quali riparazioni non dobbiamo fare alla sovrana Maestà che, per salvarci, s'è esposta a simili oltraggi? Guardate come sono vigliacchi e crudeli i Giudei, che non tremano più davanti alla loro vittima! Prima, nell'Orto degli Olivi, una sola parola della sua bocca li fa cadere tramortiti al suolo; ma poi si lascia legare e trascinare in casa del gran sacerdote. Lo si accusa, elevando schiamazzi; ed egli, a mala pena, risponde qualche parola. Gesù di Nazaret, il dottore, il taumaturgo, ha perduto ogni prestigio; tutto è lecito osare contro di lui. Alla stessa maniera si tranquillizza il peccatore, quando sente scoppiare la folgore che non lo fulmina. Ma i santi Angeli si sprofondano nel loro nulla, davanti all'augusto volto che quei miserabili hanno contuso ed imbrattato; pure noi prostriamoci con essi e propiziamolo, perché anche i nostri peccati hanno maltrattato la divina vittima.

    Ma ascoltiamo le ultime parole del nostro Salvatore, e ringraziamolo. "Chi cammina nelle tenebre, egli dice, ed è senza luce, speri nel Signore". Questi è il pagano, che vive affogato nel vizio e nell'idolatria ed ignora ciò che succede in questo momento a Gerusalemme; egli non sa che la terra possiede un Uomo-Dio, e che questo Uomo-Dio è, in questa medesima ora, messo sotto i piedi da un popolo che aveva eletto e colmato di favori; ma presto la luce del Vangelo arriverà ad illuminare coi suoi raggi l'infedele, il quale crederà, si sottometterà, ed amerà il suo liberatore fino a rendergli vita per vita, sangue per sangue. Allora s'avvererà la profezia dell'indegno pontefice che, suo malgrado, annunciò la salvezza dei Gentili mediante la morte di Gesù; predisse, nei suoi ultimi giorni, che questa morte stava per unire in un'unica famiglia i figli di Dio dispersi sulla faccia della terra.

    VANGELO (Gv 12,1-9). - Sei giorni prima di Pasqua Gesù andò a Betania, dov'era Lazzaro, il morto che Gesù aveva risuscitato. Ed ivi gli fecero una cena: e Marta serviva a tavola: Lazzaro poi era uno dei commensali. Or Maria, presa una libbra d'unguento di nardo puro e di pregio, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò coi suoi capelli, e la casa fu ripiena del profumo d'unguento. Disse allora uno dei suoi discepoli, Giuda Iscariota, il quale stava per tradirlo: E perché tale unguento non si è venduto per trecento denari e dato ai poveri? Ciò disse, non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro, e tenendo la borsa, portava via quel che ci mettevan dentro. Disse adunque Gesù: Lasciatela fare: e ciò le valga pel giorno della mia sepoltura. Ché i poveri li avete sempre con voi, me però non sempre mi avrete. Or molta gente dei Giudei venne a sapere come Gesù fosse in Betania, e vi andarono non per Gesù soltanto, ma anche per vedere Lazzaro, da lui risuscitato da morte.

    L'unzione di Betania.

    Abbiamo già notato che il fatto evangelico ora letto si riferisce al Sabato, vigilia della Domenica delle Palme, e fu inserito nella Messa odierna, perché anticamente questo Sabato mancava della Stazione. La santa Chiesa ha voluto attirare la nostra attenzione su questo episodio degli ultimi giorni del Redentore, per farci cogliere l'insieme delle circostanze che si verificano in quel momento intorno a lui.

    Maria Maddalena, la cui conversione era, qualche giorno fa, l'oggetto della nostra ammirazione, occupa un posto nelle scene della Passione e della Risurrezione del suo Maestro. Tipo dell'anima purificata, e quindi ammessa ai favori celesti, c'interessa seguirla nelle diverse fasi che la grazia divina le fa percorrere. L'abbiamo vista seguire i passi del Salvatore e soccorrerlo nei suoi bisogni; altrove il santo Vangelo ce la fa vedere preferita a Marta sua sorella, per aver scelto la parte migliore; nei giorni in cui siamo, ella soprattutto c'interessa per il suo tenero attaccamento a Gesù. Ella sa che lo cercano per farlo morire: e lo Spirito Santo, che la conduce interiormente attraverso stati sempre più perfetti che si susseguono in lei, vuole che oggi compia una funzione profetica in ciò ch'ella teme maggiormente.

    Dei tre doni offerti dai Magi, uno significava la morte del Re divino, che questi uomini fedeli erano venuti a salutare dal lontano Oriente: era la mirra, un profumo funerario che fu adoperato con tanta profusione nella sepoltura del Signore. Abbiamo visto la Maddalena, nel giorno della sua conversione, testimoniare il suo mutamento di vita con l'effusione del suo più prezioso profumo sui piedi di Gesù. Oggi ella ricorre ancora una volta a questo segno del suo amore. Il suo divin Maestro è a tavola in casa di Simone il Lebbroso; Maria sta con lui, come anche i discepoli; Marta attende a servirli; tutto è calmo nella casa; ma tristi presentimenti si nascondono nei loro cuori. All'improvviso compare la Maddalena, recando tra le mani un vaso ripieno d'unguento di nardo, del più pregevole. Si accosta a Gesù, s'attacca ai suoi piedi e li unge con quel profumo; ed anche questa volta li asciuga coi suoi capelli.

    Gesù stava adagiato sopra uno di quei divani che adoperano gli Orientali, quando pranzano nei festini; era dunque agevole, per la Maddalena, arrivare ai piedi del Maestro. Due degli Evangelisti, di cui san Giovanni ha voluto completare la narrazione troppo succinta, ci dicono ch'ella sparse l'odoroso unguento anche sul capo del Salvatore. La Maddalena sentì, forse, in questo momento, tutta la grandezza dell'azione che lo Spirito divino le ispirava? Il Vangelo non lo dice; ma Gesù ne rivelò il mistero ai discepoli; e noi, che abbiamo raccolte le sue parole, apprendiamo da questo fatto che la Passione del Redentore è, per così dire, incominciata, poiché la Maddalena l'ha già imbalsamato per la tomba.

    L'odore soave e penetrante del profumo aveva riempito tutta la sala. Allora uno dei discepoli, Giuda Iscariota, ardisce protestare contro ciò ch'egli chiama uno sperpero. La bassezza di quest'uomo e la sua avarizia l'hanno reso indelicato e senza pudore. Ma intanto anche la voce di altri discepoli s'unisce alla sua: tanto erano ancora volgari i loro sentimenti! Gesù permette tale indegna protesta per diversi motivi: prima di tutto per annunciare prossima la sua morte a coloro che lo circondavano, svelando loro il segreto manifestato con questa effusione di profumo sul suo corpo; poi anche per glorificare la Maddalena, che aveva un amore così tenero ed insieme così ardente. Difatti annunciò allora che la fama di questa illustre santa si sarebbe propagata per tutta la terra, lontano, ovunque fosse penetrato il Vangelo. Infine, Gesù intendeva consolare fin d'allora quelle anime pie che, mosse dal suo amore, avrebbero profuse larghezze intorno ai suoi altari, e rivendicare le meschine critiche cui spesso sarebbero andate incontro.

    Raccogliamo questi divini insegnamenti e procuriamo d'onorare amorosamente Gesù nella sua persona e nei suoi poveri. Onoriamo anche la Maddalena, e seguiamola, quando fra breve la vedremo così assidua al Calvario ed al Sepolcro. Infine, prepariamoci ad imbalsamare il nostro Salvatore, mettendo insieme per la sua sepoltura la mirra dei Magi, che figura la penitenza, ed il prezioso nardo della Maddalena, che rappresenta l'amore generoso e compassionevole.

    PREGHIAMO

    Aiutaci, o Dio nostro Signore, e concedici di venire con gioia a celebrare i benefici, coi quali ti sei degnato rinnovarci.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 683-688

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    Predefinito re: 15 aprile 2012: Domenica in Albis o "Quasimodo" (Ottava di Pasqua)

    2 APRILE 2012

    SAN FRANCESCO DI PAOLA, CONFESSORE



    Un grande Penitente.

    Oggi riceviamo l'esempio e il patrocinio dal Fondatore di una milizia fatta di umiltà e di penitenza, Francesco di Paola. Non ostante la sua vita fosse sempre innocente, tuttavia lo vediamo abbracciare, sin dalla prima giovinezza, una penitenza così austera, che ci parrebbe troppo severa nei più grandi peccatori d'oggigiorno. Dio non muta, e mai vengono meno i diritti e i rigori della giustizia divina; non ci sarà perdonata l'offesa che abbiamo fatta a lui peccando, se non la ripariamo. I Santi hanno espiato per tutta la vita, e con la massima severità, le loro colpe più leggere; e non senza fatica la Chiesa, in questi giorni, strappa alla nostra mollezza qualche opera di penitenza mitigata all'eccesso!

    Manca forse la fede nelle anime nostre? o languisce nei nostri cuori la carità? Senza dubbio ci mancherà l'una e l'altra; e la causa di tale fiacchezza la dobbiamo ricercare nell'amore della vita presente, che quasi insensibilmente ci fa perdere l'unico punto di vista cui dovremmo sempre mirare: l'eternità. Quanti cristiani ai nostri giorni si rassomigliano, nei sentimenti, a quel re di Francia, che, dopo aver ottenuto dal Romano Pontefice che san Francesco di Paola dimorasse presso di lui, venne a gettarsi ai piedi del servo di Dio, per supplicarlo di prolungargli la vita! Tale attaccamento alla vita noi lo portiamo ad un eccesso miserando. Ci ripugna il digiuno e l'astinenza, non perché l'obbedienza alla legge della Chiesa metterebbe a repentaglio la vita, non perché viene pregiudicata la salute: perché sappiamo bene che le prescrizioni quaresimali cedono davanti a simili motivi; ma ci si dispensa dal digiuno e dall'astinenza, perché la mollezza in cui viviamo ci rende insopportabile persino l'idea di una piccola privazione o di un leggero mutamento delle nostre abitudini. Troviamo forza più che sufficiente negli affari, nei capricci e nei piaceri; e quando si tratta d'adempiere delle leggi ordinate dalla Chiesa nell'interesse dell'anima e del corpo, ogni cosa pare impossibile; anzi si addomestica la coscienza a non turbarsi più di queste trasgressioni annuali, che alla fine estinguono nell'anima del peccatore persino l'idea della necessità ch'egli ha di far penitenza, se vuol essere salvo.



    VITA. - Francesco nacque a Paola, in Calabria, nel 1437. Dopo aver fatta una vita eremitica per sei anni, gettò le prime fondamenta del suo Ordine e chiamò i suoi discepoli col nome di Minimi. Celebre per la sua austerità, le virtù ed i miracoli, nel 1482, dovette andare in Francia a preparare re Luigi XI a morire piamente. Egli poi mori a Tours nel 1507. Leone X lo iscrisse nel catalogo dei Santi il 1° maggio 1519.



    Spirito di penitenza.

    O Apostolo della penitenza, Francesco di Paola, la tua vita fu sempre santa, mentre noi siamo peccatori. Non di meno in questi giorni osiamo ricorrere al tuo potente patrocinio, affinché ci ottenga da Dio che non passi questo santo tempo, senza averci fatto concepire un vero spirito di penitenza, che ci sostenga nella speranza che nutriamo del perdono. Mentre ammiriamo le meraviglie di cui fu ripiena la tua vita, ora che sei nell'eterna gloria ricordati di noi e degnati benedire il popolo fedele che implora da te aiuto. Che le tue preghiere facciano piovere su noi la grazia della compunzione che animi le nostre opere di penitenza.

    Benedici e conserva il santo Ordine da te fondato. La tua patria ebbe l'onore di possederti! Dalla Francia la tua anima volò al cielo, lasciando ivi deposte le tue spoglie mortali, che certo divennero per la Francia una sorgente di favori ed il pegno della tua protezione. Ma ahimé! ora non possediamo più il tuo corpo, tempio dello Spirito Santo: perseguitato dal furore del protestantesimo, incendiato ed incenerito sacrilegamente. O uomo pieno di mitezza e di pace, perdona ai figli i crimini dei loro padri; e, mentre nel cielo formi un trofeo delle divine misericordie, usaci clemenza e non ricordare le passate iniquità, se non per attirare sulla presente generazione quei celesti favori che possono convertire i popoli e far rivivere in essi la fede e la pietà degli antichi tempi.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 895-896

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    Predefinito re: 15 aprile 2012: Domenica in Albis o "Quasimodo" (Ottava di Pasqua)

    MARTEDÌ SANTO



    Il fico maledetto.

    Anche oggi vediamo Gesù dirigersi, di mattino, a Gerusalemme, volendo recarsi al Tempio a confermare i suoi ultimi insegnamenti. Ma è chiaro che la fine della sua missione sta per sopraggiungere; difatti, egli stesso oggi dice ai suoi discepoli: "Voi sapete che fra due giorni è Pasqua, e il Figlio dell'uomo sarà consegnato per essere crocifisso" (Mt 26,2).

    Sulla strada da Betania a Gerusalemme, i discepoli che vanno in compagnia del loro Maestro rimangono colpiti da stupore nel vedere il fico che Gesù aveva maledetto il giorno innanzi seccato e inaridito dalle radici. Allora Pietro, rivolgendosi a Gesù: "Maestro, gli disse, guarda il fico che hai maledetto come s'è seccato!". Gesù approfitta dell'occasione per ammonire tutti noi, che la natura fisica è subordinata all'elemento spirituale, quando questo si mantiene unito a Dio mediante la fede; e dice: "Abbiate fede in Dio. In verità vi dico, che se uno dirà a questo monte: levati e gettati in mare, e non esiterà nel suo cuore, ma crederà che avvenga quanto ha detto, gli avverrà. Perciò vi dico: qualunque cosa chiederete con la preghiera, abbiate fede d'ottenerla e l'otterrete" (Mc 11,20-24).

    Gesù al Tempio.

    Seguitando il cammino, presto entrano nella città; e, non appena Gesù arriva al Tempio, i prìncipi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani s'avvicinano a gli dicono: "Con quale autorità fai questo? E chi ti ha dato il potere di fare tali cose?" (ivi, 28). Nel santo Vangelo troviamo la risposta di Gesù, come anche i diversi insegnamenti che ci dà in tale occasione. Noi non faremo che indicare in genere in che modo il Redentore passò le ultime ore della sua vita mortale; la meditazione del Vangelo supplirà al resto che sorvoliamo.

    Come soleva fare nei giorni precedenti, Gesù, verso sera esce dalla città, oltrepassa il monte degli Olivi e si ritira in Betania, vicino a sua madre ed agli amici fedeli.

    Alla Messa, oggi la Chiesa legge il Passio secondo san Marco, poiché, in ordine di tempo, questo Vangelo fu scritto dopo quello di san Matteo, onde la ragione d'occupare questo Passio il secondo posto. Il suo Vangelo è più breve di quello di san Matteo, del quale molte volte sembra il riassunto; ma s'incontrano in esso dei dettagli che sono propri di questo Evangelista, e dimostrano le caratteristiche d'un testimone oculare. Difatti, sappiamo che san Marco era discepolo di san Pietro, e scrisse il suo Vangelo sotto l'ispirazione del Principe degli Apostoli.

    La Stazione è oggi, a Roma, nella chiesa di S. Prisca.

    LETTURA (Ger 11,18-20). - In quei giorni: Geremia disse: Tu, o Signore, me lo facesti conoscere, ed io lo compresi, allora mi facesti vedere le loro intenzioni. Come agnello mansueto portato al macello non avevo compreso che avevano cattivi disegni contro di me, dicendo: Diamogli del legno invece di pane, facciamolo sparire dalla terra dei viventi, ché non si rammenti più il suo nome! Ma tu, o Signore degli eserciti, che giudichi con giustizia, e scruti gli affetti e i cuori, fammi vedere la tua vendetta contro di essi; perché è a te che ho affidata la mia causa, Signore Dio mio.

    L'immolazione del Messia.

    Ancora una volta Geremia ci fa intendere la sua voce, riferendoci oggi proprio le parole dei suoi nemici che cospiravano di farlo morire. Tutto qui è misterioso e ci dà la sensazione che il Profeta è la figura di uno più grande di lui. "Diamogli del legno invece di pane", cioè: mettiamogli nel piatto un legno velenoso, per causargli la morte. Trattandosi del Profeta, è questo il senso letterale; ma quanto più veristicamente s'avverano tali parole nel nostro Redentore! La sua carne divina, egli ci dice, è il Pane vero disceso dal cielo; e questo Pane, questo corpo dell'Uomo Dio è pesto, lacero, sanguinante: i Giudei lo inchiodano sul legno, così che tutto vi aderisce, e nello stesso tempo il legno è tutto irrigato del suo sangue. Sul legno della croce è immolato l'Agnello di Dio; ed è per la sua immolazione che noi veniamo in possesso d'un sacrificio degno di Dio; di quel Sacrificio, per cui partecipiamo del pane celeste che è nello stesso tempo la carne dell'Agnello e la nostra vera Pasqua.

    PREGHIAMO

    La tua misericordia, o Dio, ci purifichi da ogni residuo dell'uomo vecchio, e ci renda capaci d'un santo rinnovamento.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 688-690

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    Predefinito re: 15 aprile 2012: Domenica in Albis o "Quasimodo" (Ottava di Pasqua)

    4 aprile 2012 MERCOLEDÌ SANTO



    Ultimo consiglio del Sinedrio.

    Oggi i principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo si sono riuniti in una sala del Tempio per deliberare, un'ultima volta, in qual maniera togliere di mezzo Gesù. Si sono discussi diversi progetti. Ma, è prudente mettergli le mani addosso in una circostanza come la Pasqua, in cui la città è piena di tanti stranieri che conoscono il Nazareno solo per l'ovazione solenne tributatagli appena tre giorni fa? Non ci sono anche, fra gli abitanti di Gerusalemme, moltissimi di quelli che applaudirono al suo trionfo, e dei quali bisogna temere l'entusiasmo per Gesù? No: per il momento, non si deve assolutamente ricorrere a misure violente: potrebbe scoppiare una sedizione proprio in mezzo alla solennità pasquale. Coloro che ne sarebbero i fautori verrebbero facilmente a compromettersi con Ponzio Pilato, e forse avrebbero da temere la vendetta del popolo. È meglio, dunque, lasciar passare la festa, e trovare piuttosto un pretesto per impadronirsi della persona di Gesù senza rumore.

    Ma questi uomini sanguinari s'illudevano, pensando di ritardare,col comodo della loro politica, la morte del Giusto. Volevano prorogare il loro assassinio; ma il decreto divino, che da tutta l'eternità ha preparato un sacrificio per la salvezza del genere umano, aveva precisamente fissato tale sacrificio in quella medesima festa di Pasqua, che domani una tromba annuncerà nella città santa. Per troppo tempo è stato offerto un agnello misterioso, in figura del vero Agnello; dunque sta per inaugurarsi quella famosa Pasqua, che vedrà fugare le ombre all'apparire della realtà; ed il sangue redentore, versato dalla mano dei pontefici accecati, si mescolerà a quello delle vittime, che il Signore d'ora in poi non gradirà più. Fra poco il sa-

    691

    cerdozio giudaico vibrerà su se stesso il colpo di grazia, mentre immolerà colui che, col sangue, abrogherà l'alleanza antica e suggellerà in eterno la nuova.

    Il tradimento.

    Ma in che modo i nemici del Salvatore avranno nelle mani la vittima che nei loro sanguinari desideri bramano ardentemente? essi, che vogliono evitare un gesto spettacolare ed il rumore? Hanno fatto i conti senza sapere del tradimento. Un discepolo del Signore chiede d'essere introdotto da loro, avendo una proposta da fare: "Che mi date, dice, ed io ve lo consegno?". Che gioia per cotesti miserabili! Sono dottori della legge, e non viene loro in mente il Salmo 108, nel quale David predisse tutte le circostanze dell'infame vicenda; né dell'oracolo di Geremia, che indicò persino la somma di trenta denari d'argento come prezzo del riscatto del Giusto? Proprio questa somma Giuda viene loro a chiedere; e gliela sborsano immediatamente.

    Tutto è combinato. Domani sera Gesù sarà a Gerusalemme a fare la Pasqua. Verso sera si ritirerà come di consueto, nell'orto situato alle falde del monte degli Olivi. Ma. come faranno, nel cuore della tenebrosa notte a distinguerlo dai discepoli, gli uomini incaricati di catturarlo? Tutto aveva previsto Giuda: i soldati potranno con tutta sicurezza mettere le mani su colui ch'egli bacerà.

    È questo l'orribile misfatto che oggi si congiura all'ombra del Tempio di Gerusalemme. Per esprimere tutta la sua esecrazione, e farne onorevole ammenda al Figlio di Dio, così indegnamente oltraggiato con tale mostruoso patto, la santa Chiesa, dai secoli più antichi, consacrò il Mercoledì alla penitenza. Anche ai nostri giorni, la Quaresima si apre di Mercoledì; e quando la Chiesa c'impone, quattro volte all'anno, i digiuni che segnano l'apertura d'ogni stagione, il Mercoledì è appunto uno dei tre giorni che dobbiamo dedicare alla mortificazione del corpo.

    Il VI Scrutinio.

    Oggi aveva luogo, nella Chiesa Romana, il sesto Scrutinio per l'ammissione dei Catecumeni al Battesimo. Si ascoltavano, se ne erano degni, quelli sui quali ancora non era stata pronunciata la parola definitiva. Alla Messa si leggevano due letture prese dai Profeti, come si fece il giorno del grande Scrutinio, il Mercoledì della quarta Settimana di Quaresima. I Catecumeni, come d'ordinario, uscivano

    692

    dalla chiesa dopo il Vangelo; ma, terminato il Sacrificio, erano nuovamente introdotti dall'Ostiario, ed un sacerdote diceva loro queste parole: "Sabato prossimo, vigilia di Pasqua, alla tale ora vi radunerete nella Basilica del Laterano per il settimo Scrutinio; per ripetere poi il Simbolo che dovete aver appreso; infine per ricevere, con l'aiuto di Dio, il bagno santo della rigenerazione. Preparatevi con zelo ed umiltà, con digiuni e preghiere continue, sepolti per il santo Battesimo con Gesù Cristo, possiate con lui risuscitare nella vita eterna. Amen".

    La Stazione, a Roma, oggi ha luogo nella Basilica di S. Maria Maggiore. Compassioniamo i dolori della nostra santa Madre, che prova nel suo cuore sì crudeli angosce nell'imminenza del Sacrificio che si sta preparando.

    LETTURA (Is. 62, 11; 63, 1-7). - Queste cose dice il Signore Iddio: Dite alla figlia di Sion: Ecco viene il tuo Salvatore, porta con sé la sua ricompensa, Chi è costui che viene da Edom, da Bosra, con le vesti tinte di rosso? È bello nel suo vestito, e cammina nella grandezza della sua forza. Son io che parlo con giustizia e proteggo in modo da salvare. Perché dunque son rossi i tuoi panni, e le tue vesti sono come quelle di chi pigia nello strettoio? Da me pestati nel mio furore, nel mio sdegno li ho schiacciati, e il loro sangue è schizzato sui miei panni, e ho macchiate tutte le mie vesti. Il giorno della vendetta è nel mio cuore; è venuto l'anno della mia redenzione. Guardai intorno, e non c'era chi desse una mano, cercai e non ci fu chi mi aiutasse. E mi ha salvato il mio braccio, e mi ha aiutato il mio stesso sdegno. E nel mio furore calpestai i popoli, li inebriai con la mia indignazione, e feci cadere interra la loro fortezza. Io ricorderò le misericordie del Signore, e celebrerò il Signore per tutte le cose che ha fatto per noi, il Signore Dio nostro.

    La vittoria del Messia.

    Com'è impressionante questo liberatore che schiaccia sotto i piedi i suoi nemici come i racemi dello strettoio, al punto che le sue vesti sono intinte del loro sangue! Ma non è oggi il giorno di rilevare ed esaltare la forza del suo braccio, oggi ch'è abbeverato d'umiliazioni, e che i suoi nemici, col più ignobile dei mercati, l'hanno comprato da uno dei suoi discepoli? Egli non rimarrà sempre nell'abbassamento; presto si rialzerà, e la terra imparerà a conoscere la sua potenza, alla vista dei castighi coi quali schiaccerà coloro che ardirono di calpestarlo. Gerusalemme è pronta a lapidare quelli che predicheranno in nome suo; e sarà la più crudele matrigna dei veri Israeliti, che, docili agl'insegnamenti dei Profeti, hanno riconosciuto in Gesù tutti i caratteri del Messia. La Sinagoga cercherà di soffocare

    693

    la Chiesa fin dalla sua culla; ma appena questa Chiesa, scuotendo la polvere dei suoi piedi contro Gerusalemme, si rivolgerà alle nazioni, la vendetta del Cristo, simile a un turbine, si scaglierà contro la città che l'ha mercanteggiato, tradito e crocifisso.

    La distruzione di Gerusalemme però non fu che la figura di quell'altra rovina, cui è destinata l'umanità colpevole, quando il divino vendicatore che ogni giorno vediamo contraddetto e schernito, riapparirà sulle nubi del cielo a rivendicare il suo onore oltraggiato. Ora si lascia tradire, sputare e vilipendere; ma quando "sarà venuto il giorno della vendetta che sta nel suo cuore, e l'anno della sua redenzione", beati quelli che l'avranno riconosciuto ed avranno compatito le sue umiliazioni e i suoi dolori! E guai a quelli che non vorranno vedere in lui che un uomo! Guai a coloro che, non scontenti di scrollare il suo giogo dalle loro spalle, avranno strappato anche altri al suo impero! Poiché egli è Re, ed è venuto in questo mondo per regnare: e coloro che avranno disprezzato la sua clemenza, non potranno sfuggire alla sua giustizia.

    EPISTOLA (Is. 53, 1-12). - In quei giorni: Disse Isaia: O Signore, chi ha creduto a ciò che annunziammo? e il braccio del Signore a chi è stato rivelato? Egli spunterà dinanzi a lui come un virgulto, come un germoglio che ha radici in arida terra. Egli non ha bellezza, né splendore, l'abbiamo veduto; non era di bello aspetto, né l'abbiamo amato. Disprezzato, l'ultimo degli uomini, l'uomo dei dolori, assuefatto al patire. Teneva nascosto il volto, era vilipeso, e noi non ne facemmo alcun conto. Veramente egli ha preso sopra di sé i nostri mali, ha portato i nostri dolori; e noi l'abbiamo considerato come un lebbroso, come un percosso da Dio e umiliato. Egli invece è stato piagato per le nostre iniquità, è stato trafitto per le nostre scelleratezze: piombò sopra di lui il castigo che ci ridona la pace, per le sue lividure siamo stati risanati. Noi tutti siamo stati come pecore erranti, ciascuno aveva deviato per la sua strada, e il Signore pose addosso a lui l'iniquità di noi tutti. È stato sacrificato perché ha voluto: non ha aperto bocca. Come pecorella sarà condotto ad essere ucciso; come agnello muto dinanzi a chi lo tosa, egli non aprirà bocca. Dopo l'oppressione e la condanna fu innalzato; chi parlerà della sua generazione? Egli è stato reciso dalla terra dei viventi; l'ho percosso per il peccato del mio popolo. Metterà gli empi alla sua sepoltura e un ricco alla sua morte; perché egli non ha commesso l'iniquità, né ebbe mai la frode nella sua bocca. Il Signore volle consumarlo coi patimenti; ma quando avrà dato la sua vita in sacrificio di espiazione, vedrà una lunga posterità, e i voleri del Signore andranno ad effetto nelle sue mani. Per gli affanni dell'anima sua vedrà e ne sarà sazio. Con la sua dottrina, il Giusto, il mio servo, giustificherà molti, e ne prenderà sopra di sé le iniquità. Per questo gli darò una gran moltitudine; egli dividerà le spoglie dei forti, perché consegnò la sua vita alla morte, fu annoverato tra i malfattori, egli che tolse i peccati di molti e pregò per i peccatori

    694

    I patimenti del Messia.

    In questa profezia è ancora Isaia che parla; ma non è più il poeta sublime che cantava le vendette dell'Emmanuele. Qui descrive le angosce dell'Uomo-Dio, "dell'ultimo degli uomini, dell'uomo dei dolori e assuefatto a patire". Proprio per questo, il più eloquente dei Profeti merita l'appellativo di quinto Evangelista, come lo chiamano i Santi Padri. Difatti, non riassume ed anticipa la narrazione del Passio, mostrandoci il Figlio di Dio "simile ad un lebbroso, ad un percosso da Dio e umiliato"? Ma noi, che dalla santa Chiesa sentiamo leggere queste pagine ispirate, ed unire, insieme al Vecchio il Nuovo Testamento, per dimostrarci tutti i lineamenti della Vittima universale, come faremo ad essere riconoscenti per l'amore che Gesù ci ha testimoniato attirando su se stesso tutte le vendette che noi ci eravamo meritate?

    "Per le sue lividure siamo stati risanati". Oh, il medico celeste che si addossa le infermità di coloro che vuol guarire! E non solo s'è lasciato per noi "coprire di lividure"; ma s'è anche fatto sgozzare come un agnello da macello. È mai possibile che si sia sottomesso all'inflessibile giustizia del Padre, "che pose sopra di lui l'iniquità di tutti noi"? Ascoltate il Profeta: "È stato sacrificato, perché ha voluto". Il suo amore per noi equivale alla sua sottomissione al Padre. Vedetelo, come tace davanti a Pilato, che con una sola parola avrebbe potuto strapparlo ai suoi nemici!: "come un agnello muto dinanzi a chi lo tosa, non apre bocca". Adoriamo il suo silenzio che ci salva; rileviamo ogni minuto ragguaglio d'una dedizione che nessun uomo ebbe per un altro uomo, e che solo possiamo riscontrare nel cuore d'un Dio. Come ci ama, noi "sua generazione", figli del suo sangue, compenso del suo sacrificio! Chiesa santa, posterità di Gesù morente, tu gli sei cara; a caro prezzo ti comprò, ed in te si compiacque. Anime fedeli, ricambiategli amore per amore; anime peccatrici, ritornate fedeli, attingendo la vita nel suo sangue, e ricordatevi, che se "noi avevamo deviato come pecore erranti", il Signore "ha posta sopra dilui l'iniquità di tutti noi". Non v'è peccatore sì reo, non v'è pagano, non v'è infedele, che non abbia la sua parte nel suo sangue prezioso; la sua virtù infinita è tale, da riscattare milioni di mondi più malvagi del nostro.

    P R E G H I A M O

    Riguarda, te ne preghiamo, o Signore, questa tua famiglia, per la quale nostro Signore Gesù Cristo non esitò a darsi in mano dei carnefici e a subire il supplizio della croce.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 690-694

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    Predefinito re: 15 aprile 2012: Domenica in Albis o "Quasimodo" (Ottava di Pasqua)

    4 aprile 2012: SANT'ISIDORO, VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA



    Oggi la santa Chiesa ci mostra la soave ed imponente figura di uno dei suoi più virtuosi Vescovi, sant'Isidoro, il grande Vescovo di Siviglia, l'uomo più sapiente del suo tempo, ma ancor più venerando per i benefici influssi del suo zelo sulla sua patria, l'uomo che ci esorta coi suoi esempi e con la sua intercessione.



    La Spagna "Cattolica".

    Fra tutte le nazioni cristiane ce n'è una che merita il nome di Cattolica per eccellenza: la Spagna. All'inizio dell'VIII secolo, la Provvidenza la sottopose alla più dura prova, permettendo che i Maomettani la dominassero per quasi tutta la sua estensione, così che i suoi figli dovettero lottare ben otto secoli prima di ricuperare la loro patria. Le vaste contrade dell'Asia e dell'Africa, occupate nella medesima epoca dall'invasione musulmana, restarono per sempre sotto il giogo islamico. Come fece la Spagna a trionfare dei suoi oppressori? perché non si spense mai in quel popolo il senso dell'umana dignità? È facile dare una risposta: all'epoca dell'invasione, la Spagna era cattolica; mentre le popolazioni che dovettero soccombere sotto la scimitarra musulmana, erano già separate dalla cristianità, o per l'eresia o per lo scisma. Dio le aveva abbandonate, perché avevano impugnate le verità della Fede e l'unità della Chiesa. Così divennero facile preda dei loro feroci vincitori, ai quali non opposero pressoché alcuna resistenza.



    Una famiglia di Santi.

    Peraltro la Spagna aveva corso un estremo pericolo. I Goti, nel soggiogarla, vi avevano seminata anche l'eresia; pure l'Arianesimo aveva eretti nell'Iberia i suoi sacrileghi altari. Ma Dio non permise che questa privilegiata terra restasse a lungo sotto il giogo dell'errore. Ancor prima che il Saraceno la prendesse d'assalto, la Spagna s'era riconciliata con la Chiesa; una famiglia tanto illustre e santa aveva avuto la gloria di portare a termine la grande opera.

    Ancor oggi, il visitatore che attraversa l'Andalusia rimane meravigliato, nel vedere a ciascuno dei quattro angoli delle pubbliche piazze un gruppo di statue: sono le statue rappresentanti tre fratelli ed una sorella: san Leandro Vescovo di Siviglia, sant'Isidoro che oggi festeggiamo, san Fulgenzio Vescovo di Cartagena, e la loro sorella santa Fiorentina, vergine a Dio consacrata. Con le opere di zelo e con l'eloquenza di san Leandro il re Reccaredo e l'intera nazione dei Goti furono aggregati alla fede cattolica nel concilio di Toledo, nel 589; la scienza e la personalità di Isidoro ne consolidarono la felice trasformazione; Fulgenzio la sostenne con le virtù e la dottrina; e Fiorentina contribuì a quest'opera così feconda per l'avvenire della patria coi sacrifici e le preghiere.



    VITA. - Sant'Isidoro nacque a Cartagine nel 560. Fin da giovane, con la sua immensa scienza, poté combattere l'eresia ariana. Nel 600 fu elevato alla Sede di Siviglia e san Gregorio Magno lo nominò suo Vicario in tutta la Spagna. Favorì l'ordine monastico, costruì Collegi, tenne Concili e scrisse libri, quali il libro delle Etimologie, quello degli Offici ecclesiastici ed altri importantissimi per la disciplina cristiana; ma soprattutto fu esempio delle più sublimi virtù. Dopo aver estirpato dalla Spagna l'eresia ariana, mori a Siviglia nel 636.



    Lode e preghiera.

    Pastore fedele, mentre il popolo cristiano onora le tue virtù e le tue opere, si rallegra della ricompensa con la quale il Signore coronò i tuoi meriti; siigli dunque propizio, in questi giorni di salute. Sulla terra, la tua vigilanza non abbandonò mai il gregge che ti fu affidato; orbene, consideraci tutti tue pecorelle e difendici dai lupi rapaci che sempre ci minacciano. Ottienici con le tue preghiere la pienezza delle grazie necessario a terminare la Quaresima; infondici coraggio, ravviva il nostro ardore e preparaci alla celebrazione dei grandi misteri. Ci siamo pentiti delle offese, abbiamo, sebbene debolmente, espiato le nostre colpe; la nostra conversione ha fatto un passo avanti: ora la dobbiamo perfezionare con la contemplazione dei patimenti e della morte del Redentore.
    Assistici, o Pontefice di Cristo; tu che conducesti una vita sì pura, prenditi così cura dei peccatori ed esaudisci la preghiera della Chiesa. Dal possesso delle gioie eterne ricordati sempre della tua patria terrena: benedici la Spagna, ridalle il primitivo ardore della fede e rinnovane lo zelo per il trionfo dei cristiani costumi. Tutta la Chiesa riconosce a quella nazione la fedeltà nel custodire il deposito della dottrina di salvezza; preservala perciò da ogni decadenza ed arresta i mali che l'affliggono, così che sia sempre fedele e sempre degna del bel nome che col tuo aiuto conquistò.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 896-898

    Ultima modifica di Luca; 14-04-12 alle 15:51

  8. #8
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    Predefinito re: 15 aprile 2012: Domenica in Albis o "Quasimodo" (Ottava di Pasqua)



    5 Aprile 2012. None.

    Viola nell'Ufficio - Bianco nella Messa. Giovedì Santo IN COENA DOMINI, Feria privilegiata, Della stessa, doppio di 1ª classe. Stazione a S. Giovanni in Laterano. > V S

    MESSA propria (non si dice il salmo Judica, né Gloria Patri all'Introito e al salmo Lavabo), Gloria (dopo la sua intonazione si suona l'organo e le campane, le quali dalla fine dell'inno tacciono fino al Gloria del Sabato Santo), unica orazione, Credo, Prefazio della Croce, Communicantes, Hanc igitur et Qui pridie propri, Ite, Missa est, ultimo Vangelo di san Giovanni.

    In ogni chiesa deve essere celebrata un'unica Messa (Sacra Congregazione dei Riti, Decreto 970, 980 e numerosi altri) che deve essere solenne, a condizione che nella chiesa si celebrino le altre funzioni della settimana Santa.

    Alla Messa la Croce dell'Altare è coperta da un velo bianco, la Croce astile, invece (da portarsi in processione non dal Suddiacono della Messa ma da un altro vestito con tunicella bianca), è coperta da un velo viola - Sacra Congregazione dei Riti, 20 Dicembre 1783 e 10 Maggio 1826.

    Dopo la Processione, espletati in Coro i Vespri (senza canto e con le candele accese), il Celebrante spoglia gli Altari, mentre si lasciano al loro posto la Croce e i candelieri; intanto la Croce dell'Altar maggiore è di nuovo coperta con il velo viola e si toglie l'acqua benedetta dai vasi della chiesa (Sacra Congregazione dei Riti, 12 Novembre 1831): tuttavia si conserva in sacrestia per le aspersioni che fossero necessarie, per esempio sul corpo dei defunti, o nelle benedizioni.

    Dove non vi è nessuna funzione del Giovedì Santo, la Pisside può essere lasciata nel suo Altare fino al tramonto del sole, in modo che i fedeli possano entrare per adorarvi la santissima Eucaristia, in luogo del sepolcro. - Sacra Congregazione dei Riti, 1° Febbraio 1895.

    Oggi è proibita la Messa votiva del Sacratissimo Cuore di Gesù.
    .
    Quest'anno non si fa nulla di san Vincenzo Ferreri Confessore.

    Fonte: Una Voce Venezia





    Ultima modifica di Luca; 14-04-12 alle 16:00

  9. #9
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    Predefinito re: 15 aprile 2012: Domenica in Albis o "Quasimodo" (Ottava di Pasqua)

    6 aprile 2012: Venerdì santo

    6 Aprile 2012. ottavo delle Idi.


    Nero. Venerdì Santo In Parasceve, Feria privilegiata, Della stessa, doppio di 1ª classe. Stazione a S. Croce in Gerusalemme.

    MESSA dei Presantificati.

    La Croce dell'Altare è coperta da un velo viola, le Candele sono di cera comune.

    Il Passio si canta come la Domenica precedente, ma con le stole di colore nero: al Vangelo si dice Munda cor meum, ma non si chiede la benedizione né si portano incenso e candele, né il libro è portato da baciare al Celebrante.

    All'adorazione della Cruce tutti, non escluso lo stesso Vescovo, si accostino a capo scoperto e senza scarpe. Il Celebrante all'adorazione della Croce deve deporre non solo la pianeta, ma anche il manipolo; lo stesso devono fare anche il Diacono e il Suddiacono (Sacra Congregazione dei Riti, 15 Settembre 1836). Se celebra il Vescovo, tiene il manipolo e così pure i Ministri (Martinucci, Caerem. Pont., lib. VI, cap. XVIII). - All'Adorazione della Croce si baciano solo i piedi del Crocifisso (Autori). - Dopo aver adorato e baciato la santa Croce, il Celebrante, i Ministri, il Clero e il popolo si alzano, genuflettono con un solo ginocchio, e ritornano al proprio posto. - Sacra Congregazione dei Riti, 3855.

    Il Sacerdote, mentre sono cantati gli Improperi e gli altri canti, è tenuto a leggerli, secondo la prassi ovunque seguita, e la norma generale che richiede che il Sacerdote legga tutto ciò che si canta in Coro. - Sacra Congregazione dei Riti, 1° Febbraio 1907, 5.


    Scoperta la Croce dell'Altar Maggiore si scoprono le altre croci della chiesa, ma non le Immagini dei Santi, che devono rimanere coperte fino al Gloria in excelsis della Messa del Sabato Santo - Sacra Congregazione dei Riti, 22 Luglio 1848, 2.

    Dall'Adorazione della Croce fino a Nona del Sabato Santo compresa, in coro si omettono i saluti e i baci delle mani (Sacra Congregazione dei Riti, 12 Settembre 1857, 27), e tutti devono genuflettere passando davanti alla Croce dell'altare (Sacra Congregazione dei Riti, 9 Maggio 1857, V; e 12 Settembre 1857, 4 e 27).

    Dopo la Messa dei presantificati deve essere rimosso l'addobbo dell'Altare in cui il Giovedì precedente era stato riposto il Santissimo Sacramento. - Sacra Congregazione dei Riti, 20 Agosto 1901, 6.

    Se questo Venerdì, una volta compiute le funzioni liturgiche, si faccia la Processione con la reliquia della santa Croce, il piviale e la dalmatica e la tunicella siano di colore nero; il velo omerale e l'ombrello o il baldacchino (supposta la consuetudine di adoperarli) siano di colore viola Sacra Congregazione dei Riti, 16 Gennaio 1907, 2.

    Domani è permessa un'unica Messa, vale a dire quella Conventuale o Parrocchiale, che deve essere celebrata insieme con l'ufficio e la funzione del giorno (Sacra Congregazione dei Riti, 12 Febbraio 1690); è abolito qualsiasi privilegio personale di celebrare privatamente. - Sacra Congregazione dei Riti, 31 Luglio 1821.

    Oggi è proibita la Messa votiva di Nostro Signore Gesù Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote.

    Fonte: Una Voce Venezia

  10. #10
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    Predefinito re: 15 aprile 2012: Domenica in Albis o "Quasimodo" (Ottava di Pasqua)

    7 Aprile 2012. Settimo delle Idi.

    Viol. in Off. - Alb. in Miss. Sabbatum Sanctum, privil. De eo, dupl. 1. cl. Statio ad S. Joannem in Laterano. >

    MESSA propria con le Profezie e le Litanie; si dice il salmo Judica con Gloria Patri etc.; Gloria, unica orazione, senza Credo, Prefazio Pasquale (in hac potissimum nocte), Communicantes e Hanc igitur propri, non si dice Agnus Dei né si dà il bacio di pace ecc., come nel Messale. In luogo del Postcommunio si cantano i Vespri come nel Messale, Ite, Missa est con due Alleluja, ultimo Vangelo di san Giovanni.

    Alla Benedizione del fuoco nuovo e del Cero Pasquale la Croce deve essere portata dal Suddiacono che canterà l'Epistola, non da un altro - Sacra Congregazione dei Riti, 4 Aprile 1879. Compiuta la benedizione del fuoco nuovo, il Suddiacono assume il manipolo di colore viola e il Diacono (che ministrerà alla Messa: Sacra Congregazione dei Riti, 12 Novembre 1831, 8; e 22 Luglio 1848) indossa Stola, Dalmatica e Manipolo di colore bianco per la Benedizione del Cero, e prima di cantare il Preconio chiede la benedizione al Celebrante, ma non gli bacia la mano.

    Il Cero pasquale è necessario che sia fatto di cera; non è necessario rinnovarlo ogni anno, può essere nuovamente benedetto a condizione che la parte da accendere sia sufficiente per tutto il tempo pasquale (Sacra Congregazione dei Riti, 27 Marzo 1896). - Deve essere posto su un candeliere distinto collocato in piano, al corno del Vangelo e non su un cornucopio (Sacra Congregazione dei Riti, 14 Giugno 1845). Si accende di regola alle Messe e ai Vespri nei tre giorni della Pasqua, Sabato in Albis e le Domeniche fino all'Ascensione del Signore - Sacra Congregazione dei Riti, 19 Maggio 1607, 11.

    All'intonazione del Gloria in excelsis si suona l'organo e e le campane (comunque non prima del segno della Chiesa Metropolitana o principale della città o del luogo; Concilio Lateranense, sess. 11) e si scoprono le Immagini degli Altari. All'Alleluja dopo l'Epistola tutti stanno in piedi. Al Vangelo non si portano le candele.

    L'arundine, una volta compiuta la funzione del Sabato Santo, deve essere rimossa dalla chiesa - Sacra Congregazione dei Riti, 7 Dicembre 1844.

    Fonte: Una Voce Venezia

    Ultima modifica di Luca; 14-04-12 alle 15:57

 

 
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