il Crack prossimo venturo : I politicanti ci portano nel baratro
Riceviamo una lettera che ci pare molto indicativa di un’evoluzione drammatica, già chiara sin d’ora ma foriera di ben peggiori eventi come vedremo.
Scrive Cristina Borri:
Mentre leggo i quotidiani locali trasversalmente, più che dalle parole, sono annichilita dalla precisione e dall'ineluttabilità delle cifre. In due anni in Svizzera 11.400 aziende hanno chiuso i battenti, 43 mila dipendenti sono stati lasciati a casa. Questo dal 2004 ad oggi. Sempre di striscio leggo che la BancaStato ha aumentato l'utile del 22% da aggiungere ad un capitale netto di 22 e più milioni. Non bastasse il o i giornali a dare i numeri, ci pensano i magazine televisivi dove emerge che in Svizzera ci sono manager di grosse industrie e banche che hanno uno stipendio annuo che oscilla da un minimo di 15 mio ad un massimo di 30 , sempre milioni. E tutti questi numeri ci vengono sbattuti in faccia di tanto in tanto, mentre quasi giornalmente il Cf ( Consiglio federale) per non dire cantonale o nel suo piccolo comunale, si scervella per trovar soluzioni sul come risparmiare o cercare di aumentare il fondo per pensioni, invalidità, sanità, sussidi di ogni genere, famiglie, stranieri (e questi si posizionano davanti alle necessità dello svizzero vallerano , contadino e periferico) palesando la voglia matta, quasi un prurito, che spinge , certi politici miopi, ad optare per l'aumento delle imposte. Una volta ottenuti i soldi bastanti, qualche Consigliere federale cerca l'idea migliore per investirli..Innanzitutto bisogna spalmarli all'estero, per facilitare gli scambi commerciali, ossigenare le aziende..che tanto chiudono , se ne vanno con l'aiuto federale e lasciano i poveracci disoccupati come panni sporchi tolti dalla valigia dopo un viaggio...Le uniche aziende a ridere, spendere e spandere e crear debito sono quelle statali e parastatali, Ferrovie, Poste (utili milionari a colpi di smantellamenti e licenziamenti) SSr Idée Suisse, Alp Transit . La compagnia di volo Swiss naviga a vista, guidata dalla Luftansa tedesca, la telefonia è stata risucchiata dal liberismo e almeno per l'utente l'assenza del cartello statale è vantaggioso sui prezzi al consumo...Si potrebbe continuare all'infinito, ma sono una donna sola, non un'economista e troppe cose non le conosco, ma come tutti noi, me n'intendo, metaforicamente, di squali e pesciolini rossi. Un'incerta Svizzera non può porre le basi per essere il castello dove accogliere tutti, diciamo il triplo di etnie straniere, per numero e censo nei confronti del resto d'Europa con l'dea cattolica e pure internazionale comunista , perché rischierebbe d'implodere per mancanza di ricambio generazionale. Il processo d'integrazione porta acqua a docenti ed esperti in formazione, ..ma i risultati non sono buoni. Leggete la cronaca nera giornaliera dove sempre più adolescenti e non solo, si maccchiano di crimini. E le famiglie dove stanno? Chi integra islamici , africani, sudamericani che arrivano da noi già adulti? Solo la volontà di chi è ospite da noi lo può integrare, altrimente tutte le altre fatiche sono solo un sicuro stipendio all'amministratore cantonale di turno e per lo straniero equivalgono ad un biscottino dato ad un asino..nel senso che il valore faticoso integrativo di una massa di stranieri è ben sottovalutato. Il castello Europa non implode, semmai scoppia il castello Svizzera, preso tra i due fuochi di un'economia manageriale straricca e un bacino misto di locali e stranieri, poveri e spesso senza valori.
Cristina Borri Sementina
Questo è dunque il sentire di uno come molti altri cittadini svizzeri. Cioè di un paese che ha il più alto tenore di vita al mondo, una struttura statale fra le migliori se non la migliore in assoluto ( pur con tutte le critiche legittime , anche al migliore dei sistemi) una speranza di miglioramento, o almeno di mantenimento, che gli altri si sognano.
Un esempio importante per quel che stiamo per dire.
E cioè: se la Svizzera, prima nel mondo per reddito pro capite e stato cassaforte d’Europa sente una strisciante e gelida recessione che colpisce sempre più anche le classi medie, cosa sta succedendo?
Cosa c’è dietro l’angolo?
Niente di buono, anzi qualcosa di cupo.
Lo spiega splendidamente lo scrittore e giornalista Maurizio Blondet.
Quando l’orizzonte è nero
Venerdì 17 novembre è stata una brutta giornata per il dollaro: è caduto di colpo verso tutte le valute.
Ufficialmente ciò è avvenuto per i dati negativi sul mercato immobiliare USA, la vacca da cui mungono i consumatori americani (che accendono ipoteche sulle loro case per comprare beni di consumo).
Effettivamente, ad ottobre il numero di nuove case in costruzione è crollato del 14,6 %, la più grande flessione negli ultimi sette anni, molto più di ciò che gli analisti si attendevano, un declino del 4,5 %.
Ma la vera ragione, secondo le voci più correnti, è un’altra e molto più allarmante: sui mercati si vocifera che uno dei più importanti hedge fund americani (che non viene nominato) sarebbe insolvente. (1)
«Corre voce che il fondo in questione stia liquidando capitali per coprire le perdite in cui è incorso con speculazioni sbagliate sul mercato energetico», ha fatto sapere una ditta di analisi chiamata Action Economics: «Gli operatori riferiscono di grosse vendite di dollari contro yen disposti da nomi famosi americani».
Sempre senza dire di che «nomi» si tratti.
«Secondo le voci, dietro la caduta del dollaro c’è uno dei principali hedge fund americano», conferma Brian Dolan, direttore delle analisi al Forex.com.
L’evento ne segue un altro, poco spiegato, verificatosi nei primi giorni di novembre: pesanti vendite da panico, in USA ed in Europa, su un altro mercato dei derivati, quello degli swaps sul rischio di credito (Credit Defaults Swaps, CDS).
La scusa per la creazione dei CDS è che sono una sorta di assicurazione contro il rischio di mancato pagamento dei debiti di grandi aziende; chi acquista questa «protezione» paga una quota annuale che è una percentuale del debito coperto.
Una caduta dei prezzi dei CDS segnala, ha scritto il Financial Times, che «gli investitori [speculatori] non si sentono più compensati abbastanza per i rischi che si assumono».
Anche in quell’occasione, sono state segnalate svendite frenetiche ed obbligate, per coprire perdite enormi.
Segreto, segreto.
Voci.
Grossi gruppi in bancarotta che non vengono nominati: e il tutto mentre il Financial Times e il Wall Street Journal ci impartiscono quotidiane lezioni sulla «trasparenza» che costituisce l’alta moralità dei «mercati», in confronto - poniamo - alla «opacità» della Gazprom di Putin e alla indecenza e «corruzione» delle misure dirigistiche tentate per esempio dalla Francia quando difende le sue industrie nazionali, o anche da Di Pietro quando si oppone alla svendita di Autostrade agli spagnoli.
Ogni volta che qualche statista o banchiere centrale si azzarda a proporre - debolmente - una regolamentazione del mercato dei derivati, il mondo viene assordato dalle proteste di questo organi del liberismo: pretesa assurda, i «mercati» si regolano da sé, i mercati sono più saggi di qualunque politico, non c’è bisogno di alcuna regola.
La menzogna serve a coprire la più grave faccenda criminale del secolo, la più inconfessabile fonte di profitti indebiti che sta impoverendo tutti noi, e che ad ogni momento può portarci alla rovina e alla fame.
Tutto sta in una cifra emanata dalla Banca dei Regolamenti Internazionali: nei primi mesi del 2006, il mercato dei derivati ha raggiunto la cifra di 370 mila miliardi di dollari. 370 trilioni.
E’ impossibile dare un’idea di quanto questa cifra sia irrealistica rispetto all’economia reale.
Può aiutare a capire ricordare che il prodotto interno lordo di tutti gli Stati Uniti è pari a 10 trilioni di dollari: la bolla di pseudo-capitale che gli speculatori hanno accumulato sulle nostre teste, se scoppia, basta a prosciugare la ricchezza di 370 Americhe.
Le riserve in valuta della Cina, che i cinesi hanno guadagnato con le loro frenetiche esportazioni e che sono considerate scandalosamente eccessive, ammontano a malapena a un trilione di dollari.
Lo scoppio della bolla speculativa sui derivati è dunque capace di annichilire la Cina e il suo lavoro per tre secoli e più.
L’emissione di Credit Default Swaps, queste presunte garanzie contro i debiti delle multinazionali, è stata la più euforica: in un anno sono aumentati del 60 %, e ora raggiungono la cifra di 33 trilioni di dollari.
Ciò vuol dire che gli speculatori sono felici di accollarsi i debiti delle imprese?
E’ evidentemente il contrario: emettono sempre nuovi swaps contro crediti sempre più inesigibili.
E’ il classico aumento esponenziale delle «piramidi finanziarie», dove l’insolvente paga i creditori con cambiali via via più alte, dietro a cui non c’è nulla.
I primi a farsi pagare guadagnano, tutti gli altri sono destinati a perdere.
I 370 trilioni non sono altro che piramidi di debito, accumulate l’una sopra l’altra in equilibrio instabile.
Ad ottobre il fondo Amaranth è fallito su una speculazione sbagliata sull’energia: aveva scommesso tutto sul rialzo dei prezzi del gas, che invece sono calati, e ha così vaporizzato i capitali che gli «investitori» (speculatori) gli avevano affidato.
Ma le vendite di Londra ai primi di novembre sembrano indicare un inizio di reazione a catena: gli swaps di credito basati sul fondo Amaranth hanno creato gravi e improvvisi problemi sul mercato londinese.
E l’Amaranth era un fondo «piccolo» in proporzione ai colossi.
Alla prossima volta, si assisterà al crollo a catena di diversi fondi speculativi l’uno sull’altro a catena.
Il primo effetto sarà un immediato prosciugamento del credito e della liquidità.
L’effetto andrà composto con il calo del settore immobiliare in America: le famiglie indebitate USA diverranno immediatamente insolventi a causa del calo del «valore» sul quale si sono indebitate (la casa).
Le banche, che hanno fatto allegramente prestiti a go-go, si troveranno nella nota tenaglia delle grandi crisi: crescita rapidissima dei loro crediti inesigibili non rimborsati a causa delle bancarotte individuali, mentre i loro bilanci si degradano altrettanto velocemente a causa del deprezzamento degli «attivi» dati loro in garanzia.
Né si dimentichi che le famiglie USA non risparmiano, quindi non dispongono di riserve.
Tutto ciò che hanno, è un debito complessivo di sei trilioni.
Nemmeno lo Stato americano ha riserve: ha invece un deficit pubblico di 7,5 trilioni di dollari. Si aggiunga il debito delle imprese americane - 13 trilioni - e si avrà una vaga sensazione di quel che può succedere.
Nell’insieme, i debiti americani pubblici, privati e aziendali toccano i 30 trilioni, ossia il triplo (300%) del prodotto interno lordo USA.
Poco prima della crisi del 1929, l’insieme dell’indebitamento era pari al 240 % del PIL.
Dopo il crack, la recessione.
Chi avrà liquidi potrà comprare splendidi attici al prezzo di un’utilitaria.
Ma chi li avrà, allora? MB
Bello no?E’ forse fantascienza? Vaticinii di una Cassandra folle?
Per nulla. E’ quasi un’evidenza. Non la piccola Italia, ma nemmeno gli Stati Uniti possono reggere un debito pari al 300% del PIL. Se almeno ci si trovasse di fronte ad un momento di grande espansione, come nell’immediato dopoguerra, o di fronte ad un’invenzione di sconvolgente portata, come l’energia a fusione nucleare. Niente di tutto questo.
In compenso abbiamo due immensi paesi, Cina e India, cui la stupidità della nostra classe dirigente, l’infame avidità dei caimani della grande industria e la grande finanza hanno trasferito tutto il più prezioso tesoro dei nostri popoli: la conoscenza tecnica. Tre secoli di grandi sofferenze e fatiche, dalla rivoluzione industriale ad oggi, ci avevano portato ad un posizione di preminenza . Internazionalisti e liberisti uniti hanno fatto a pezzi il retaggio di generazioni: abbiamo regalato il nostro tesoro scientifico al Terzo mondo. Che ora ci fa una concorrenza spietata a vincente. Loro lavorano, in confronto a noi, praticamente gratis. Politicanti, caimani, usurai della grande finanza ci dicono “allegri, apriamo nuovi mercati”. Sporchi bugiardi, li aprono solo per loro: sono anni che i nostri popoli si impoveriscono, guadagnano meno, non riescono più a risparmiare. Solo i manager incassano cifre stratosferiche come l’usura bancaria che ogni anno ingrassa di più.
Ma la gente sta male. E domani? Starà peggio, ma molto peggio.
Il crack ci sarà. Perché due miliardi di persone , tra cinesi e indiani, si mangeranno le riserve energetiche, senza contare l’effetto inquinante di una simile spaventosa industrializzazione. Il petrolio sarà sempre più caro. In Irak la sconfitta americana diventerà una piaga cancerosa, con costi sempre più alti. Il dollaro è già carta straccia , tenuto insieme solo dal ricatto militare ed ecomico americano. Ma prima o poi ( ha già perso il 30% sull’euro in pochi anni) crollerà.Non fra decenni: al massimo entro pochi anni.
Il crack dunque à sicuro. Ma lo sanno anche usurai e caimani. Ma loro se la caveranno, hanno già “diversificato” e manterranno i potere sui giornali e l’economia. A meno che la gente si svegli, almeno quando sarà alla canna del gas. E’ solo una speranza , purtroppo




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