Che lo spirito cui Paolo allude sia chiaramente lo Spirito di Dio lo si evince dal seguito:
Chi mai conobbe i segreti dell’uomo se non lo spirito (pneûma) dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito (pneûma) di Dio (1Cor 2,9-11).
È da passi come questo che si attribuisce comunemente a Paolo una concezione pessimistica della natura umana, rinchiusa nel peccato e incapace di pervenire alla conoscenza di Dio, e una concezione ottimistica della grazia, del dono gratuito che Dio concederebbe agli uomini tramite Cristo. Ora, se anche il pneûma di 1Ts 5,23 fosse il pneûma di Dio, il testo risulterebbe in un certo senso coerente con la scissione violenta supposta normalmente tra la vita “in Cristo” e la condizione decaduta dell’uomo non guidato dalla grazia. Seguendo Henri de Lubac, tuttavia, è possibile azzardare una risposta differente. De Lubac ipotizza infatti che il pneûma di 1Ts 5,23 corrisponda al pneûma dell’uomo di 1Cor 2,9, cosa che troverebbe un riscontro nell’adattamento compiuto in quegli stessi anni, da Filone di Alessandria, del noûs aristotelico, come principio della vita intellettuale, immortale e divino. Commentando il racconto della creazione, Filone dice infatti che Dio soffiò nell’uomo un pneûma, ossia che, dopo averlo dotato di anima e di corpo, volle conferirgli parte del suo spirito: egli armonizza Gen 2,7 («Dio soffiò nelle narici dell’uomo un alito di vita») con Gn 1,27 («Dio creò l’uomo a sua immagine»). Il pneuma di cui parla Filone, principio di una vita superiore e luogo della comunicazione con Dio, sarebbe in tal modo analogo al pneuma di cui parla Paolo (H. De Lubac, Mistica e mistero cristiano, trad. it. Milano 1979, pp. 59-117).
Questo pneuma non appare dunque come una parte costitutiva dell’uomo, allo stesso titolo dell’anima o del corpo: in 1Cor 2,9, dopo aver parlato del “pneuma dell’uomo”, l’apostolo aggiunge infatti “che è in lui”, con quella che De Lubac definisce opportunamente come una «sfumatura di capitale importanza. Così ciò che per eccellenza fa l’uomo, ciò che costituisce l’uomo nel suo valore unico tra gli esseri di questo mondo, molto di più, ciò che fa di lui un essere superiore al mondo è un elemento che, piuttosto che essere “dell’uomo”, è “nell’uomo”. Ci sembra che nel pneuma paolino ci sia la stessa ambiguità, nozionale perché reale, che c’è nell’“immagine” divina o nel “soffio” divino della creazione, quali li interpreterà la tradizione cristiana» (pp. 69-70). Paolo, beninteso, non è interessato a fornirci una rappresentazione schematica delle componenti umane (e in ciò, 1Ts 5,23 rappresenta una felice eccezione), quanto a metterle in rapporto – quasi “fenomenologicamente”, saremmo tentati di dire – con Dio. In tal modo, psychè e sarx non designerebbero affatto, come ci si potrebbe attendere, la componente rispettivamente “divina” e “terrena” dell’uomo, bensì due analoghe modalità “creaturali”, due modi per dire che l’uomo, nella sua concretezza e integrità, è un essere mortale, naturalmente aperto al dischiudersi della trascendenza.
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